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sabato 13 luglio 2013

Le radici dell'astio nei confronti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. La lettera di 63 teologi italiani pubblicata da "Il Regno" nel maggio 1989

LE RADICI DELL'ASTIO NEI CONFRONTI DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI. LO SPECIALE DEL BLOG

Cari amici, proseguiamo nel nostro lavoro di ricerca. Grazie a Gemma per l'aiuto.
Dopo la “Dichiarazione di Colonia” di cui abbiamo parlato in un altro post ci occupiamo oggi di una lettera tutta italiana.
Prendendo spunto dal documento sottoscritto da teologi, preti e laici di lingua tedesca, anche gli italiani non hanno voluto essere da meno ed hanno firmato una lettera apparsa su “Il Regno-Attualità” n. 10 del 15 maggio 1989.
Non e' tanto interessante il contenuto della lettera ma i nomi dei firmatari. Leggiamo questo documento e ripensiamo agli attacchi che sono piovuti su Ratzinger-Benedetto XVI prima durante e dopo il suo Pontificato.
Ci accorgeremo che, gira e rigira, siamo sempre di fronte agli stessi concetti ed alle stesse persone.
Buona lettura :-)
R.

TESTO DELLA LETTERA

Questa lettera vorrebbe essere un invito ad una riflessione pacata tra fratelli nella fede, i quali vogliono vivere con coerenza la loro vocazione cristiana. Recentemente l’opinione pubblica è stata messa a rumore da alcune prese di posizione nelle quali si esprime disagio per determinati comportamenti dell’autorità centrale della Chiesa nell’ambito dell’insegnamento, in quello della disciplina, ed in quello istituzionale. Alcuni infatti, e non sono pochi, hanno l’impressione che la Chiesa cattolica sia percorsa da forti spinte regressive. In questo clima ci sembra doveroso proporre alcune considerazioni brevi ed essenziali. Esse si propongono di abbandonare il piano della polemica che, spesso, si fissa sugli aspetti più appariscenti. Il vero rischio invece è che molti non scorgano cosa sia veramente in gioco.

Il mondo sta attraversando una trasformazione radicale e veloce negli assetti politici, nel mutamento del costume, e nei riferimenti etici fondamentali. Anche la situazione dei credenti ne risulta modificata. È necessario l’impegno di tutti per affrontare creativamente i problemi che insorgono. Tanto più che quindi si impone che siano tenuti presenti alcuni riferimenti determinanti per le scelte che incombono sulle comunità ecclesiali e sui singoli cristiani.

1. In primo luogo si tratta di sapere se l’evento del Concilio Vaticano II debba costituire un effettivo punto di riferimento dottrinale nell’affrontare i problemi della missione e dell’evangelizzazione. Da parte di alcuni si tende di fatto a sminuire l’importanza di questo evento qualificandolo come “pastorale” e non dotato quindi della stessa autorità dottrinale degli altri concili ecumenici. A nostro avviso così non si intende proprio il significato di quella “svolta pastorale” che il concilio ha voluto introdurre nell’equilibrio globale della comprensione della fede ecclesiale. La stessa dottrina, in questa qualificazione pastorale, assume un peso ed un volto che sono più adeguati alla natura della verità cristiana. La connotazione pastorale infatti è intrinseca alla dimensione dottrinale del Cristianesimo. È essa infatti che rende possibile l’interpretazione fedele della verità dentro l’esistenza storica della comunità ecclesiale. E la verità cristiana è la verità che Dio ci ha consegnato per la nostra salvezza. È vero quindi che l’equilibrio dottrinale del Vaticano II differisce da quello di una certa tradizione teologica post-tridentina che a volte aveva segnato anche i pronunciamenti del magistero. Ma questo è avvenuto non per una minore precisione della dottrina stessa, ma per una penetrazione di essa più conforme alle esigenze della verità cristiana.

Insistere sul riferimento al Vaticano II non può certo stare a significare che esso debba essere staccato dall’insieme della tradizione della fede e ancor meno che esso possa essere ripetuto in maniera letterale. Anche nei suoi confronti, come nei confronti di tutta la tradizione, si impone una interpretazione corretta che ne colga il nucleo ispiratore. Ma ricorrere a passati equilibri dottrinali significa ignorare proprio questo nucleo. Ed è qui che oggi si dividono gli spiriti.

2. In particolare riteniamo che debba restare come ispirazione primaria della missione ecclesiale quella che è presente nella Costituzione Lumen Gentium, 8: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza…“. Ci sembra che invece si tenda a dimenticare come, non solo a livello individuale, ma nella sua strutturazione istituzionale, nei suoi rapporti con gli Stati, nello stile della sua predicazione, la Chiesa non debba farsi condizionare dalla logica mondana, ma dallo stile del Cristo, mite ed umile di cuore, povero, venuto per salvare la pecora perduta. La mentalità di privilegio, anche se tentazione e insidia costante, non può essere l’ispiratrice del cammino della Chiesa che vuole essere sacramento di unione con Dio e di unità tra i popoli.

Sia nell’annuncio al mondo che nel cammino che deve portare alla riunione delle chiese, è condizione fondamentale di obbedienza al Signore la conversione delle nostre comunità e della Chiesa tutta a questo stile del Cristo a cui richiamava il Vaticano II. Solo così del resto, le chiese, e tutti noi in esse, avremo occhi liberi e puri per poter cogliere tutta la grazia che Dio prepara ai popoli nel momento attuale della storia.

3. Un punto qualificante dell’ecclesiologia conciliare, anche se delicatissimo, è la concezione della Chiesa come comunione di chiese. Questo comporterà, non senza traumi ma inevitabilmente, un mutamento di quell’equilibrio istituzionale che nella chiesa latina è venuto solidificandosi soprattutto nel II millennio della sua storia. Si inserisce qui la discussione attuale sullo statuto delle conferenze episcopali e sulle nomine dei vescovi. Siamo consapevoli che non esistono soluzioni facili perché l’unità della fede e della “grande disciplina” divenga dono operante della pluralità della comunione. Però riteniamo che la Chiesa non possa rinunciare a priori, per timore dei problemi che ne seguiranno per la sua unità, alla varietà dei modi di intendere e di vivere la fede che lo Spirito suscita nelle diverse comunità e nella stessa guida pastorale dei vescovi.

La storia della Chiesa, del resto, conosce periodi forse ancora più caldi di quello attuale. Basti pensare agli stessi inizi della Chiesa, al conflitto tra Paolo e Giacomo, o ai tempi di Cipriano e di Papa Stefano, di Atanasio e di Basilio, di Cirillo e di Giovanni Crisostomo, per rendersi conto che i grandi conflitti nella vita della Chiesa sono stati superati solo lentamente e con sofferenze di tutti. Ma Questo vuol dire che dobbiamo cercare di imitare la magnanimità del Signore il quale “non ritarda…, come alcuni ritengono, ma sente in grande” (2Pt.), che dobbiamo anche sapere ribadire con forza quello che ci sembra meglio interpretare le esigenze del vangelo, ma nel rispetto della comunione sempre più grande, nell’obbedienza di tutti a Cristo, Signore della Chiesa.

4. Uno degli elementi che nella concezione conciliare della Chiesa è entrato in una fase di “riaggiustamento” è senz’altro la comprensione del “magistero”. Non si può ignorare questo fatto. Del resto la storia della teologia ci insegna come lo stesso termine di “magistero” abbia subito forti variazioni semantiche. Non si può inoltre negare che nella Chiesa delle origini esistesse una funzione dell’insegnamento che non è riducibile alla funzione di guida delle comunità. A noi non sembra che qualificare come “pastorale” il magistero implichi un attentato alla sua dignità o necessità, che anzi ne esalta il compito di presidenza nella comunione della fede. Ricordiamo le parole di Paolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (2 Cor.1,24).

Anche qui non abbiamo indicazioni facili per la soluzione delle questioni attuali. Ma è certamente necessario approfondire il delicato problema della estensione del magistero nel campo etico, in rapporto al cuore del messaggio evangelico. Come è bene non dimenticare il richiamo del Vaticano II al rispetto della “gerarchia delle verità”, per non appiattire tutto su di un unico e medesimo livello. Lo stesso Vaticano II inoltre attribuisce la crescita nella comprensione del messaggio cristiano non al solo “carisma certo della verità” che si esprime nella predicazione dei vescovi, ma ancor prima nello studio e nell’esperienza dei credenti (Dei Verbum 8). E questo non per stabilire priorità, ma per sottolineare il comune convergere di tutti i differenti carismi e servizi nella conoscenza della verità, ognuno secondo il dono ricevuto.

In questo contesto, nel riconoscimento del “carisma certo della verità” secondo i criteri che man mano la tradizione ecclesiale ha approfondito, non pensiamo che i teologi assolverebbero il loro compito semplicemente divulgando l’insegnamento del magistero e approfondendo le ragioni che ne giustificano le prese di posizione. Essi si pongono infatti al servizio della Chiesa anche quando raccolgono e propongono le domande nuove dell’intelligenza che scaturiscono dalle situazioni nuove che la fede attraversa, o quando percorrono assieme ai loro fratelli nella fede sentieri inesplorati sui quali pure si dovrà realizzare la fedeltà al Signore. Sempre in questo contesto diventa inoltre urgente il messaggio del Concilio agli “uomini di pensiero e di scienza”, proprio perché i mutamenti introdotti dalle possibilità nuove della scienza provochino sempre più l’approfondimento della fede, senza spirito di intolleranza, dentro e fuori della Chiesa.

Dovrebbe risultare chiaro, al termine di questa riflessione, essenziale e tuttavia limitata, bisognosa di ulteriori precisazioni e soprattutto di approfondimento come non abbiamo voluto dirimere le questioni aperte. Abbiamo soltanto cercato di indicare alcuni dei riferimenti che riteniamo essenziali perché la comune riflessione e la prassi dei credenti non regredisca a stadi di consapevolezza della fede che il Vaticano II ha permesso di superare. Ma soprattutto ci auguriamo che nel cammino dei prossimi anni sappiamo tutti ricercare quello che ci unisce, prima ancora di quello che ci divide. Anche questo fu un richiamo spesso ascoltato nell’ultimo Concilio, ad opera soprattutto di colui che lo volle, Giovanni XXIII.

Non è questo un giocare al ribasso o un misurare il minimo comune denominatore. Si tratta piuttosto di ritrovare con maggiore radicalità quell’unico fondamento su cui tutti siamo posti: Gesù Cristo nostro Signore.

I firmatari (63)

Attilio Agnoletto (Università Statale di Milano), Giuseppe Alberigo (Università di Bologna), Dario Antiseri (Università LUISS di Roma), Giuseppe Barbaccia (Università di Palermo), Giuseppe Barbaglio (Roma), Maria Cristina Bartolomei (Università di Milano), Giuseppe Battelli (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Fabio Bassi (Bruxelles), Edoardo Benvenuto (Università di Genova), Enzo Bianchi (Comunità di Bose), Bruna Bocchini (Università di Firenze), Giampiero Bof (Istituto Superiore di Scienze Religiose Urbino), Franco Bolgiani (Università di Torino), Gianantonio Borgonovo (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Franco Giulio Brambilla (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Remo Cacitti (Università di Milano), Pier Giorgio Camaiani (Università di Firenze), Giacomo Canobbio (Seminario di Cremona), Giovanni Cereti (Roma), Enrico Chiavacci (Studio teologico fiorentino), Settimio Cipriani (Facoltà teologica dell’Italia meridionale, Napoli), Tullio Citrini (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Pasquale Colella (Università di Salerno), Franco Conigliano (Università di Palermo), Eugenio Costa (Centro Teologico di Torino), Carlo d’Adda (Università di Bologna), Mario Degli Innocenti (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Luigi Della Torre (Direttore di “Servizio della parola”, Roma), Roberto Dell’Oro (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Severino Dianich (Studio Teologico Fiorentino), Achille Erba (Comunità San Dalmazzo, Torino), Rinaldo Fabris (Seminario di Udine), Giovanni Ferretti (Università di Macerata), Roberto Filippini (Studio teologico interdiocesano, Pisa), Alberto Gallas (Università del Sacro Cuore, Milano), Paolo Giannoni (Studio Teologico fiorentino), Rosino Gibellini (Direttore Editoriale Queriniana, Brescia), Réginald Grégoire (Università di Pavia), Giorgio Guala (Alessandria), Maurilio Guasco (Università di Torino), Giorgio Jossa (Università di Napoli), Siro Lombardini (Università di Torino), Italo Mancini (Università di Urbino), Luciano Martini (Università di Firenze), Alberto Melloni (Istituto per le Scienze Religiose, Bologna), Andrea Milano (Università della Basilicata), Carlo Molari (Roma), Dalmazio Mongillo (Roma), Mauro Nicolosi (Istituto di scienze religiose di Monreale, Palermo), Flavio Pajer (Istituto di liturgia pastorale, Padova), Giannino Piana (Seminario di Novara), Paolo Prodi (Università di Bologna), Armido Rizzi (Centro S. Apollinare, Fiesole), Giuseppe Ruggieri (Studio teologico S. Paolo, Catania), Giuliano Sansonetti (Università di Ferrara), Luigi Sartori (Seminario maggiore, Padova), Cosimo Scordato (Facoltà teologica sicula, Palermo), Mario Serenthà (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Massimo Toschi (Lucca), Davide Maria Turoldo (Priorato S. Egidio, Sotto il Monte), Maria Vingiani (Segretariato attività ecumeniche, Roma), Francesco Zanchini (Università abbruzzese, Teramo), Giuseppe Zarone (Università di Salerno).

L’adesione dei firmatari è a titolo personale; non intende né può coinvolgere le istituzioni rappresentate.

mercoledì 10 luglio 2013

Le radici dell'astio nei confronti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. La “Dichiarazione di Colonia” e i suoi sostenitori

LE RADICI DELL'ASTIO NEI CONFRONTI DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI. LO SPECIALE DEL BLOG

Cari amici, grazie al lavoro della nostra Gemma proseguiamo nella nostra ricerca sulle radici dell'astio nei confronti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.
Oggi parliamo della cosiddetta "Dichiarazione di Colonia", firmata da un numero considerevole di teologi tedeschi, dal clero e da un gruppo di laici, con lo scopo di fare parecchie rivendicazioni (le stesse che si fanno oggi) circa l'autonomia della teologia ed il maggior peso delle comunita' nella scelta dei vescovi. Da notare il modo in cui si utilizza la parola "coscienza".
Molti fattori scatenarono il "caso" Colonia ma indubbiamente molti teologi trovarono il modo di riaffermare, anche mediaticamente, la loro posizione dopo la pubblicazione di "Rapporto sulla fede", il libro intervista del card. Ratzinger con Vittorio Messori.
La Dichiarazione ebbe un certo successo anche in Italia. Analizzeremo il "caso" Italia in un successivo post perche' la questione ci riguarda direttamente.
Vediamo ora la genesi del documento in lingua tedesca. Notiamo come Joseph Ratzinger, Prefetto della Cdf ma non certo Papa, sia tirato in ballo in ogni polemica possibile ed immaginabile.
Notiamo anche come persino Giovanni Paolo II fu accusato di fare troppe concessioni ai seguaci di Lefebvre. Alla fine gli argomenti sono sempre i soliti...
R.

Contro il Magisterium. La “Dichiarazione di Colonia” e i suoi sostenitori

Con il termine “Magistero della Chiesa”, la Chiesa cattolica indica il proprio insegnamento, con il quale  ritiene di conservare e trasmettere attraverso i secoli il “Deposito della Fede”, la dottrina rivelata agli Apostoli da Gesù.
Tale Magistero può essere ordinario o straordinario: il Magistero ordinario è la modalità normale con cui la Chiesa comunica il suo insegnamento tramite encicliche, lettere pastorali e altri scritti o attraverso la predicazione orale da parte del Papa e dei Vescovi, mentre il Magistero straordinario consiste in un pronunciamento di un Concilio ecumenico o del papa “ex-cathedra” che definisce una verità di fede di natura dogmatica.
Essendo il Magistero uno dei pilasti essenziali della Chiesa, chiunque si voglia considerare cattolico è tenuto ad accettare e seguire scrupolosamente i suoi dettami e, qualora si decidesse di non farlo, la conseguenza immediata è quella di porsi “extra-ecclesiam” (è accaduto, ad esempio, nel 1870 quando, non accettando alcuni Vescovi il dogma dell’infallibilità papale proclamato da Pio IX al Concilio Vaticano I, formarono una Chiesa indipendente, detta “Vetero-Cattolica”).
Ma cosa può accadere nel caso un gruppo di coloro che sono incaricati di trasmettere il Magistero e di sorvegliare sulla sua osservanza, Vescovi e Sacerdoti, decida, pur rimanendo formalmente all’interno della Chiesa cattolica, di mettere in discussione l’“auctoritas” magisteriale?
E’ quanto è accaduto nel 1989 con la “rivolta” di un nutrito gruppo di teologi e Prelati tedeschi, firmatari della cosiddetta “Dichiarazione di Colonia”, che ha avuto ampio seguito internazionale e che ha segnato uno dei punti più difficili e controversi del lungo Pontificato di Giovanni Paolo II.
Per comprendere i termini della questione, dobbiamo, innanzitutto, inquadrare la situazione nel suo contesto storico.
Il 16 ottobre 1978, al termine di un Conclave piuttosto breve, venne eletto “CCLXIII Successore di Pietro” il Cardinale polacco Karol Józef Wojtyła, già noto agli “addetti ai lavori” sia per la sua grande capacità comunicativa e di appeal sui giovani che per la sua intransigenza verso ogni forma di “deviazionismo para-marxista” (cioè, sostanzialmente, legato alle tendenze di sinistra). Il nuovo Papa, che assume il nome di Giovanni Paolo II, da subito si lancia in un programma di “ricostruzione” delle basi sociali, dogmatiche e teologiche su cui si fonda la Chiesa.
In quest’ottica, il 25 novembre 1981, Papa nomina Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’organo della Santa Sede che si occupa di vigilare sulla correttezza della Dottrina cattolica, il Cardinale di Monaco e Frisinga Joseph Alois Ratzinger, teologo conservatore tra i più noti della Chiesa, che manterrà tale carica fino all’elevazione al Soglio Pontificio (19 aprile 2005) con il nome di Benedetto XVI.
Da subito l’opera di ristrutturazione della Chiesa del Papa e di quello che, a tutti gli effetti, era il suo più stretto collaboratore fu evidente, con l’instaurazione di un clima di notevole “intransigenza dogmatica” che fece sì che buona parte della “sinistra ecclesiastica” parlasse di un “passo indietro” verso le posizioni più retrive della Chiesa pre-Concilio Vaticano II.
In particolare, le idee del Cardinal Ratzinger sul governo della Chiesa diventarono molto chiare quando, nel 1985, rompendo una lunga tradizione di discrezione dell’ex Sant’Uffizio, egli accettò di farsi intervistare dal giornalista italiano Vittorio Messori, già autore di due saggi su Gesù. Dall’incontro dell’agosto 1984 in un’ala chiusa del seminario di Bressanone, nacque il libro Rapporto sulla Fede che, oltre a riscuotere successo in termini di vendite, non mancò di provocare numerose critiche all’interno e all’esterno della Chiesa cattolica.
Su cosa si appuntavano tali critiche?
Sostanzialmente, il nodo più problematico riguardava la visione del Prefetto sui risultati del Concilio Vaticano II.
Egli, infatti, aveva dichiarato che, ancor prima della fine del Concilio, si era reso conto che esso aveva provocato una crescente sensazione che nulla all’interno della Chiesa fosse stabile e che tutto potesse essere rivisto.
In particolare, il Cardinale aveva detto: “Il Concilio sembrava essere simile a un grande parlamento della Chiesa, che potesse cambiare e rivoluzionare tutto a modo suo” e in cui era evidente  “un crescente risentimento nei confronti di Roma e della Curia, che appariva come il vero nemico di ogni rinnovamento e il progresso”.
Il problema, sottolineava Ratzinger, era che, mentre le divisioni e gli scontri crescevano, si diffondevano idee egualitaristiche, tali per cui di si domandava perché se i vescovi potevano cambiare la Chiesa e la Fede stessa, il resto del popolo di Dio non poteva fare la stessa cosa.
Inoltre, tutti sapevano che i nuovi argomenti dei Vescovi nascevano dai teologi che, a loro volta, avevano “cominciato a sentirsi i i veri rappresentanti della conoscenza, e per questo motivo non potevano più mostrarsi soggetti ai Vescovi”.
Il risultato di questo processo era che nella Chiesa, a almeno per quanto riguardava l’opinione pubblica, tutto sembrava poter essere oggetto di revisione e  anche la Professione di Fede non sembrava più intoccabile, ma da sottoporsi alle verifiche degli studiosi.
Dietro a questa tendenza degli specialisti a dominare l’Istituzione ecclesiastica, si era sviluppato un altro fattore: l’idea di una sovranità ecclesiale popolare, con la propagazione dell’idea di una “Chiesa dal basso” o di una “Chiesa del popolo” che, in particolare nel contesto della teologia della liberazione, sembrava essere diventata  l’obiettivo stesso della riforma.
A seguito della pubblicazione di questa diagnosi che, per altro, trovava in quel periodo perfetta corrispondenza nelle decisioni magisteriali, improntate alla soppressione di qualunque forma di “dissenso modernista” all’interno della Chiesa, era quasi naturale che un folto gruppo di teologi tedeschi, seguiti da colleghi dell’Europa centrale e meridionale, finisse per denunciare quello che definivano il pensiero “autoritario e esclusivista” che permeava le azioni di Ratzinger e la sua mancanza di attenzione verso il parere di tutti i cristiani (il cosiddetto “sensus fidelium”), sia in materia di promulgazioni del Magistero che riguardo alla funzione dei teologi stessi nel governo della Chiesa.
Ne risultò, nel 1989, una sorta di “lettera aperta”, promossa dai teologi tubinghesi Norbert Greinacher e Dietmar Mieth e da un primo gruppo di “dissidenti” e sottoscritta da 162 professori di teologia cattolica di lingua tedesca (e, in breve tempo, in Olanda, da circa 17.000 laici ed ecclesiastici e, nella Repubblica Federale Tedesca, da circa 16.000 parroci e laici, oltre che da circa cento gruppi cattolici), a cui seguirono dichiarazioni analoghe in Belgio, Francia, Spagna, Italia, Brasile e negli Stati Uniti. La dichiarazione è stata inoltre sottoscritta, in Olanda, da circa 17.000 e, nella Repubblica Federale di Germania, da circa 16.000 parroci e laici, oltre che da circa cento gruppi cattolici.
Tale “lettera aperta”, che ebbe come motivo ultimo scatenante una questione locale di successione vescovile (l’“affare di Colonia”), passò alla storia come “Dichiarazione di Colonia” e vale oggi la pena di essere letta integralmente dal momento che, pur nella sua brevità, dà perfettamente conto delle opposte posizioni e del clima di scontro che, vent’anni fa, oppose la Chiesa romana a buona parte della sua stessa “intellighenzia”.
* * *
DICHIARAZIONE DI COLONIA – “CONTRO L’INTERDIZIONE – PER UNA CATTOLICITÀ APERTA”
Diversi fatti accaduti nella nostra chiesa cattolica ci inducono a fare una dichiarazione pubblica. Sono soprattutto tre ordini di problemi a preoccuparci:
1. La curia romana mette risolutamente in pratica l’idea di coprire unilateralmente le sedi episcopali di tutto il mondo senza tener conto delle proposte delle chiese locali e ledendo i loro diritti acquisiti.
2. In tutto il mondo, in molti casi, viene negata a teologi e teologhe qualificati l’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento. Si tratta di un grave e pericoloso attentato alla libertà di ricerca e di insegnamento, oltre che alla struttura dialogica della conoscenza teologica, che il Concilio Vaticano II ha ribadito in molti testi. Il conferimento dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento viene indebitamente utilizzato come strumento disciplinare.
3. Stiamo assistendo al tentativo, estremamente discutibile dal punto di vista teologico, di rafforzare ed estendere in modo indebito la competenza magisteriale del papa, oltre a quella giurisdizionale.
Prestando attenzione a questi tre ordini di problemi, vediamo i segni di una trasformazione della chiesa postconciliare:
- di uno strisciante mutamento strutturale nel senso di un’estensione indebita del potere giurisdizionale;
- di una progressiva interdizione delle chiese particolari, di un rifiuto dell’argomentazione teologica, e di una diminuzione dell’ambito di competenza dei laici nella chiesa;
- di un antagonismo proveniente dall’alto, che inasprisce i conflitti nella chiesa con il ricorso a misure disciplinari.
Siamo convinti che su queste cose non possiamo tacere. Riteniamo necessaria questa presa di posizione
- in ragione della nostra responsabilità nei confronti della fede cristiana,
- nell’esercizio del nostro servizio di docenti di teologia,
- per il rispetto che dobbiamo alla nostra coscienza,
- in solidarietà con tutte le donne e tutti gli uomini cristiani scandalizzati o addirittura disperati per i recenti sviluppi occorsi nella nostra chiesa.
1. Per quanto riguarda le recenti nomine episcopali da parte di Roma in tutto il mondo, e soprattutto in Austria, in Svizzera e qui a Colonia, dichiariamo.
Ci sono diritti tradizionali, persino codificati, favorevoli al concorso delle chiese locali, diritti che hanno caratterizzato fino a oggi la storia della chiesa. Essi fanno parte della multiforme vita della chiesa.
Quando le chiese locali (come è accaduto in America Latina, nello Sri Lanka, in Spagna, in Olanda, in Svizzera, in Austria e qui a Colonia) vengono disciplinate mediante le nomine episcopali o altre misure, spesso fondate su sospetti e analisi errate, vengono defraudate della loro autonomia.
L’apertura della chiesa cattolica alla collegialità tra papa e vescovi, che pure è stata una delle acquisizioni fondamentali del Concilio Vaticano II, viene soffocata da un nuovo centralismo romano.
L’esercizio dell’autorità, quale trova espressione nelle recenti nomine episcopali, è in contrasto con la fraternità del Vangelo, con le esperienze positive dello sviluppo dei diritti di libertà e con la collegialità dei vescovi. La prassi attuale ostacola il processo ecumenico in punti essenziali.
In riferimento all’”affare di Colonia”, riteniamo scandaloso il fatto di cambiare le norme dell’elezione con il procedimento in corso. In questo modo è stata duramente colpita la coscienza di una correttezza procedurale.
L’autorevolezza e la dignità del ministero papale richiedono una certa sensibilità nel rapporto con il potere e con le istituzioni costituite.
La scelta dei candidati all’episcopato esprime il pluralismo della chiesa in maniera adeguata; il procedimento di nomina non è una scelta privata del papa.
Il ruolo delle nunziature diventa oggi sempre più discutibile. Benché le vie di trasmissione di informazioni e i contatti personali siano semplificati, la nunziatura tende a trasformarli sempre più in un odioso servizio investigativo, che spesso con la scelta unilaterale delle informazioni crea quelle deviazioni di cui è appunto alla ricerca.
- L’obbedienza nei confronti del papa, che in tempi recenti viene sempre più spesso dichiarata e pretesa da vescovi e cardinali, ha l’aspetto di un’obbedienza cieca. L’obbedienza ecclesiale a servizio del Vangelo richiede la disponibilità a un’opposizione costruttiva (cfr. Codex Iuris Canonici, can. 212, § 3). Invitiamo i vescovi a ricordarsi dell’esempio di Paolo, che è rimasto in comunione con Pietro pur “resistendogli in faccia” nella questione della missione tra i pagani (Gal 2,11).
2. Sul problema delle cattedre di teologia e sul conferimento dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento noi dichiariamo:
- Vanno salvaguardate la competenza e la del vescovo locale, fondate teologicamente e a volte tutelate dai concordati, in materia di conferimento o di ritiro dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento. i vescovi non sono organi esecutivi del papa. L’attuale prassi, volta a violare all’interno della chiesa il principio di sussidiarietà nelle chiare competenze del vescovo locale in materia di insegnamento della fede e della morale, crea una situazione insostenibile. Un intervento romano nel conferimento o nel ritiro dell’autorizzazione all’insegnamento indipendentemente dalla chiesa locale o addirittura contro l’esplicito convincimento del vescovo locale rischia di provocare la decadenza di competenze costituite e consolidate.
- Le obiezioni contro il conferimento dell’autorizzazione all’insegnamento e, tanto più, le decisioni in questa materia devono fondarsi su argomenti motivati ed essere giustificate in base alle norme accademiche in vigore. Un arbitrio in questo campo mette in discussione la stessa esistenza della facoltà di teologia cattolica nelle università statali.
- Non tutti gli insegnamenti della chiesa sono ugualmente certi e hanno un uguale peso dal punto di vista teologico. Noi ci opponiamo alla violazione di questa dottrina dei gradi della certezza teologica ovvero della “gerarchia delle verità” nella prassi del conferimento e della negazione dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento. Singole questioni etiche e dogmatiche di dettaglio non possono perciò venire contrabbandate arbitrariamente come atte a stabilire l’identità della fede, mentre comportamenti morali direttamente legati alla prassi della fede (come quelli, ad esempio, contrari alle torture, alla discriminazione razziale o allo sfruttamento) non sembrano avere la stessa importanza teologica nella questione della verità.
- Il diritto all’autonomia organizzativa delle facoltà e degli istituti superiori nella scelta degli insegnanti non può essere completamente conculcato da un esercizio arbitrario della potestà di conferire o negare l’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento.
- Se nelle università, sotto la pressione di tali problemi, si perviene alla scelta dei professori e delle professoresse di teologia in base a criteri extrascientifici, ciò non può che portare a uno scadimento della dignità della teologia nelle università stesse.
3. Di fronte al tentativo di estendere in maniera inammissibile la competenza magisteriale del papa dichiariamo :
- Recentemente, rivolgendosi a teologi e a vescovi, il papa ha collegato la dottrina della regolazione delle nascite – senza tener conto del grado di certezza e del diverso peso degli asserti ecclesiastici – con verità di fede fondamentali quali la santità di Dio e la redenzione a opera di Gesù Cristo, così che coloro i quali criticano l’insegnamento papale sulla regolazione delle nascite vengono accusati di “minare i pilastri fondamentali della dottrina cristiana”, anzi con il loro richiamarsi alla dignità della coscienza essi cadrebbero nell’errore di rendere “vana la croce di Cristo”, di “distruggere il mistero di Dio” e di negare la “dignità dell’uomo”. I concetti di “verità fondamentale” e di “rivelazione divina” vengono usati dal papa per sostenere una dottrina del tutto particolare, che non può essere giustificata in base alla Sacra Scrittura, nè in base alle tradizioni della chiesa (cfr. i discorsi del 15 ottobre e del 12 novembre 1988).
- L’affinità, ribadita dal papa, tra tali verità non significa che esse abbiano un uguale valore e debbano essere poste sullo stesso piano. Il Concilio Vaticano II afferma: “Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana” (Decreto sull’ecumenismo, n. 11). Analogamente si devono tenere presenti i diversi gradi di certezza delle affermazioni teologiche e i limiti della conoscenza teologica nelle questioni medico-antropologiche.
- Anche il magistero pontificio ha riconosciuto alla teologia la dignità di verificare gli argomenti addotti in favore delle affermazioni e delle norme di carattere teologico. Questa dignità non può essere lesa dal divieto di pensare e parlare. La verifica scientifica ha bisogno dell’argomentazione e della comunicazione.
- La coscienza non è un surrogato del magistero pontificio, come potrebbe apparire dai discorsi citati. Piuttosto, nell’interpretazione della verità, il magistero deve anche tenere conto della coscienza dei fedeli. Sopprimere la tensione tra dottrina e coscienza equivale ad attentare alla dignità di quest’ultima.
Secondo la convinzione di molti nella chiesa la norma sulla regolazione delle nascite stabilita dall’enciclica Humanae vitae del 1968 rappresenta un orientamento che non sostituisce la responsabilità della coscienza dei fedeli. Alcuni vescovi, tra i quali quelli tedeschi nella loro “Dichiarazione di Konigstein” ( 1968), e alcuni moralisti hanno ritenuto corretta questa convinzione di molti cristiani, uomini e donne, perché sono convinti che la dignità della coscienza non consiste solo nell’obbedienza, ma anche nella responsabilità. Un papa, che così spesso si richiama a questa responsabilità dei cristiani, uomini e donne, nel dominio dell’agire intramondano, non dovrebbe ignorarla sistematicamente nei casi seri. Del resto deploriamo la continua insistenza del magistero pontificio su questo ordine di problemi.
Conclusione
- La chiesa è al servizio di Gesù Cristo. Essa deve resistere alla continua tentazione di abusare del suo vangelo della giustizia, misericordia e fedeltà di Dio mediante forme discutibili di dominio a salvaguardia del proprio potere. Essa è stata concepita dal Concilio come il popolo peregrinante di Dio e la relazione di vita esistente tra i credenti (communio ) ; essa non è una città assediata, che erige i propri bastioni e si difende con durezza sia all’interno sia all’esterno.
- Condividiamo con i pastori diverse preoccupazioni per la chiesa nel mondo odierno in ragione della nostra comune testimonianza. Soccorrere le chiese povere, liberare quelle ricche da ogni sorta di irretimenti e promuovere l’unità della chiesa, sono obiettivi che comprendiamo e per i quali ci impegnamo.
- Tuttavia i teologi, che stanno al servizio della chiesa, hanno anche il dovere di esercitare pubblicamente la critica se l’autorità ecclesiastica fa un uso sbagliato del suo potere, contraddicendo così le sue finalità, ostacolando il cammino verso l’ecumene, sconfessando le aperture del Concilio.
- Il papa rivendica il ministero dell’unità. Appartiene perciò alla sua funzione di comporre i casi di conflitto, cosa che egli ha fatto in maniera eccessiva nel caso di Marcel Lefebvre e dei suoi seguaci, benché questi avessero messo radicalmente in questione il magistero. Non è proprio del suo ufficio inasprire, senza alcun tentativo di dialogo, conflitti di secondaria importanza, o risolverli magisterialmente in maniera unilaterale, facendone oggetto di discriminazione. Quando il papa fa ciò che non è proprio del suo ministero, non può esigere l’obbedienza in nome della cattolicità, deve piuttosto attendersi un’opposizione.
* * *
Come anticipato, questo documento ebbe una notevole risonanza anche in Italia.
La prima presa di posizione italiana a favore della Dichiarazione, arrivò immediatamente (e piuttosto ovviamente) dalle cosiddette Comunità di base (CdB), d’origine brasiliana e notoriamente molto vicine alla “Teologia della Liberazione”, ma, ben presto anche la stampa specializzata, attraverso le sue firme più prestigiose e con pochissime eccezioni, manifestò il suo consenso.
Intanto, alla Dichiarazione di Colonia, stavano facendo seguito le “dichiarazioni” di intellettuali e teologi francesi e di sessantadue teologi spagnoli, mentre si diffondevano costantemente nuovi appelli per il “dialogo nella chiesa” e segnali di dissenso da parte di esponenti di numerosissimi ordini religiosi.
Finalmente, il 15 maggio 1989, anche teologi italiani diffusero il loro cosiddetto “Documento dei Sessantatre”, che, essendo il primo manifesto pubblico di dissenso verso il Papa sottoscritto da docenti ed esponenti della teologia e della cultura (la maggior parte dei quali esercitava in seminari ed istituzioni educative ecclesiastiche) della Nazione considerata la più cattolica d’Europa, fece emergere in tutta la sua drammaticità la condizione delle istituzioni teologiche.
Pubblicata sotto il titolo di “Lettera ai Cristiani – Oggi nella Chiesa” sulla rivista “Il Regno”, il documento nasceva dal “disagio per determinati atteggiamenti dell’autorità centrale della chiesa nell’ambito dell’insegnamento, in quello della disciplina e in quello istituzionale”, e dalla “impressione che la Chiesa cattolica sia percorsa da forti spinte regressive”.
I punti fondamentali del testo sono così sintetizzabili:
  1. il Concilio Vaticano II costituisce una svolta radicale e irreversibile, nella “comprensione della fede ecclesiale”;
  2. il Deposito della Fede custodito dalla Sede Apostolica non ha valore in sé, né valore assoluto, ma piuttosto otterrebbe valore per la sua “connotazione pastorale” che rende possibile “l’interpretazione fedele della verità dentro l’esistenza storica della comunità”;
  3. la Santa Sede si fa condizionare da una “mentalità di privilegio”, trascurando lo “stile di Cristo”;
  4. la natura gerarchica della Chiesa Visibile dovrebbe lasciare il posto a una “concezione della chiesa come comunione di chiese”;
  5. la funzione magisteriale del primato petrino non esclude la “varietà dei modi di intendere e di vivere la fede che lo Spirito suscita nelle diverse comunità”;
  6. la funzione del Magistero Pontificio “nella chiesa delle origini” non era “riducibile alla funzione di guida della comunità” e, pertanto, occorre ripensare tale funzione;
  7. non si dovrebbe parlare di infallibilità del Magistero, anche di quello ordinario universale, ma della sua funzione “pastorale”;
  8. la liceità dei pronunciamenti del Magistero in materia di etica dovrebbe certamente essere approfondita;
  9. il compito dei teologi non si svolge solo “divulgando l’insegnamento del magistero e approfondendo le ragioni che ne giustificano le prese di posizione” ma, piuttosto, “quando raccolgono e propongono le domande nuove [...] o quando percorrono [...] sentieri inesplorati”.
Siamo, evidentemente, su posizioni più caute rispetto allo scritto dei teologi tedeschi, ma provenendo da un ambito così prossimo al Vaticano, anche questo documento scuote profondamente la Curia che, comunque, interpreta entrambe le “Dichiarazioni” come inaccettabili raccomandazioni alla Chiesa sulla necessità di capitolare di fronte alla mentalità moderna e come una giustificazione per tutti i tipi di “resistenza” e di critica al Magistero cattolico.
Così, mentre in tutto il mondo si sviluppa un movimento ecclesiastico legato alle Dichiarazioni che si denomina “Noi siamo Chiesa” e mentre persino all’interno del Vaticano cominciano a circolare voci di consenso alle richieste dei teologi, la Santa Sede decide di rispondere in diverse forme: un insegnamento sulla vocazione ecclesiale del teologo da parte del Cardinal Ratzinger, teologo egli stesso (Donum Veritatis, 1990), un’enciclica sul primato della verità (Veritatis Splendor, 1993) e, soprattutto, la revisione della Professione di Fede apostolica nel documento Ad Tuendam Fidem (1998), che contiene l’esposizione formale della cosiddetta “verità definitiva”.
L’Istruzione Donum Veritatis nasce direttamente dall’urgenza di preservare l’unità della Chiesa e delle sue Verità di fronte alla “Dichiarazione di Colonia”. In essa si richiede urgentemente (e con una durezza a tratti sconcertante) di recuperare la centralità della autorità magisteriale  del ministero episcopale e si ribadisce la funzione secondaria del teologo in relazione a tale ministero: pur riconoscendo ai teologi l’importante ruolo svolto nella preparazione e nella realizzazione del Concilio Vaticano II, li si accusa di essere in parte colpevoli della crisi della Chiesa post-conciliare, per la loro volontà di imporsi sulla Fede non tenendo conto che il loro servizio nasce dalla Fede stessa. Di conseguenza, avendo il Magistero l’assistenza della Spirito Santo e, conseguentemente, essendo le sue Verità insegnate infallibilmente, il ruolo dei teologi risulta unicamente quello di approfondire tali Verità, senza mai contrapporvisi, tentando di creare un “Magistero parallelo”. Stante “la forza della verità stessa” e il rispetto ad essa dovuto, quando un teologo non è d’accordo con il giudizio della Chiesa, il suo appello ai diritti umani è irrilevante poiché egli è in Contraddizione con “lo stesso impegno da lui liberamente e consapevolmente assunto di insegnare in nome della Chiesa” e dovrebbe smettere di esercitare il suo ruolo, né ha senso fare appello alla propria coscienza nel caso sia in gioco un pronunciamento dottrinale essendo tale appello incompatibile con l’economia della Rivelazione e con la sua trasmissione della Fede nella Chiesa.
Anche questo documento viene naturalmente accolto con viva ostilità dal mondo teologico: il quotidiano cattolico ufficiale di Francia La Croix, ad esempio, lo accusa di porre “la libertà del teologo nello spazio ristretto di una obbedienza molto spirituale al magistero”, mentre il segretario dell’Associazione Teologica Spagnola, Juan José Tamayo sostiene che l’Istruzione “lascia ai teologi un unico compito, quello di essere la claque del magistero”.
Immediatamente nascono anche un “manifesto” di protesta della Società Teologica Cattolica d’America e la “Dichiarazione di Tubinga”, del 12 luglio 1990, firmata da ventidue professori di teologia tedeschi, olandesi e svizzeri, in cui si chiede che il Papa rinunci all’infallibilità in materia morale.  In Italia, la ribellione è meno organizzata ma comunque significativa, a partire dall’editoriale del periodico “Il Regno” intitolato “Richiesta di speranza”, secondo il quale la figura di teologo prospettata dalla Santa Sede sarebbe in opposizione al Concilio Vaticano II. Allo stesso modo, sul quotidiano Il Secolo XIX, Padre Ernesto Balducci si rammarica per la mancata nascita di una chiesa popolare, che tragga la sua autorità dal basso, le Comunità di Base (CdB), per bocca di don Franco Barbero, chiedono al cardinale Ratzinger di occuparsi non già dei teologi ribelli ma piuttosto di quelli “eccessivamente obbedientie, tra l’episcopato italiano, se il card. Carlo Maria Martini sostiene per il teologo la necessità della “comunione con i Vescovi e con l’intero popolo di Dio” e di evitare “il dissenso permanente e pregiudiziale che non può giovare a nessuno”, Mons.Luigi Bettazzi, Vescovo di Ivrea, non ha dubbi: “il Magistero deve ascoltare di più il popolo di Dio”.
Nonostante (e, forse, proprio in ragione di) queste reazioni, tre anni dopo l’enciclica Veritatis Splendor estende ulteriormente l’analisi della vocazione teologica in ambito ecclesiale, ribadendo le tesi ratzingeriane e criticando velatamente l’“ingenuità” dei Padri conciliari nella loro visione del rapporto tra Chiesa e mondo così come espressa nella Gaudium et Spes, ma è con la lettera apostolica Ad Tuendam Fidem del 1998 che la Santa Sede vuole porre definitivamente termine all’ormai annoso contenzioso che la oppone ai teologi progressisti.
In sostanza, la lettera apostolica si configura come un vero e proprio “giuramento di fedeltà” a cui qualunque teologo cattolico e qualunque candidato a Ministeri ecclesiali deve sottoporsi. Al “Credo niceno-costantinopolitano” vengono aggiunti tre punti fondamentali:
  1. Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato.
  2. Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo.
  3. Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio Episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo.
Di fatto, dal momento che l’attuale Codice di Diritto Canonico contempla solo sanzioni per chi dissente sul primo e il terzo punto ma non si fa menzione del secondo punto la lettera apostolica si propone di colmare questa lacuna, eliminando ogni margine di dissenso interno rispetto alle “Verità definitive”.
Nel commento alla lettera, scritto a quattro mani dal Cardinal Ratzinger e dal Cardinal Tarcisio Bertone, allora Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede e oggi Segretario di Stato Vaticano, si ricorda come il testo, oltre al Magistero ordinario e al Magistero straordinario, istituisca un terzo Magistero delle “Verità definitive”, universali e irriformabili, basate sui suggerimenti dello Spirito Santo al Magistero stesso, il cui compito è di mantenere l’unità ecclesiale attorno a Verità contestate o prassi a cui è difficile aderire, ma che devono essere ammesse “tamquam definitive” anche senza una dichiarazione solenne in materia.
Appare logico che, anche in questo caso, le spiegazioni fornite da Ratzinger e Bertone abbiano provocato un senso di  generalizzata perplessità nel mondo teologico, soprattutto per le loro importanti implicazioni relative al fatto che un eventuale rifiuto di qualunque di tali Verità implica “ipso facto”  la perdita della piena comunione con la Chiesa cattolica, l’accusa di eresia e, per i teologi, la revoca dell’autorizzazione ad insegnare.
Non sorprende, quindi che la Conferenza Episcopale tedesca abbia immediatamente posto molte obiezioni all’istituzione di questo nuovo Magistero (che si configura, essenzialmente, come un sostegno al “motu proprio” papale): concretamente, la conferenza  ha sottolineato che il primo comma del giuramento viola l’unità della Scrittura e della Traditio come espressamente insegnata dal Concilio Vaticano II a favore di due realtà distinte, il secondo comma afferma, contrariamente a quanto insegnato dal Vaticano II, l’infallibilità del Papa anche in materie di Fede secondarie e il terzo comma richiede, sempre in contrapposizione con il Vaticano II, l’ “obsequium religiosum” anche per questioni non strettamente pertinenti il Magistero autentico, tutte cose inaccettabili per i fedeli.
Indifferente (si direbbe “a rigor di logica” vista la materia del contendere) alle critiche, nel 1999 la Curia vaticana ha insistito con urgenza che i Vescovi tedeschi mettessero in pratica la lettera richiedendo il giuramento, cosa che è stata decisa nell’Assemblea Episcopale della primavera del 2000.
Ciò ha messo fine, se non ai malumori già espressi dalla “Dichiarazione di Colonia”, almeno ad ogni discussione teologica in materia di Fede, rafforzando, di fatto, fino alle estreme conseguenze la posizione papale sviluppatasi dai tempi del dogma dell’infallibilità.
Ma, ci si permette di osservare, quanto siamo lontani dalla voce del Concilio Vaticano II, che aveva proclamato che i Vescovi non dovrebbero  “essere considerati vicari dei Pontefici romani” (Lumen Gentium n. 27)!
Bibliografia:

lunedì 1 luglio 2013

I frutti dell'astio nei confronti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Silenzio totale dei giornaloni sull'Angelus di ieri

Cari amici, abbiamo parlato (e parleremo ancora a lungo) delle radici dell'astio nei confronti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.
Oggi abbiamo visto i frutti di quell'astio cosi' ben radicato.
Papa Francesco parla all'Angelus del suo predecessore? I giornaloni del giorno dopo tacciono completamente.
L'avevamo ampiamente previsto sul blog...
Fa una certa impressione notare quanto sono tristemente e spaventosamente prevedibili i mezzi di comunicazione.
Prossima tappa? L'enciclica "a quattro mani". Vedere e leggere per credere :-)
R.

venerdì 28 giugno 2013

Le radici dell'astio nei confronti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Kung invoca un nuovo Concilio. Nel 2013? No...nel 1985

LE RADICI DELL'ASTIO NEI CONFRONTI DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI. LO SPECIALE DEL BLOG

Cari amici, eccoci al quarto tassello del nostro studio.
Siamo di nuovo a Kung che, negli anni, non ha mai cambiato strategia. Scrive un articolo in tedesco che poi viene tradotto in tutte le lingue. Allora, come ora, e' Repubblica che si incarica del compito per l'Italia.
Anche questo articolo, risalente al 1985, sembra scritto un giorno fa.
Kung rispolvera il suo argomento del cuore: un Concilio Vaticano III. Certo! Fa impressione la data di questa riflessione. A vent'anni dalla chiusura del Vaticano II si invoca la convocazione di una nuova Assemblea. E per discutere che cosa? I temi che ancora oggi sono sul tappeto per Kung: celibato dei preti, sessualità, liberta' di coscienza e di insegnamento della teologia (come se non ci fosse gia'!), apertura al mondo, ecumenismo all'acqua di rose etc.
L'articolo e' un attacco a Giovanni Paolo II ed all'allora cardinale Ratzinger.
Si parla addirittura di inquisizione. Ma dove? Ma quando? Vediamo oggi i frutti della liberta' di coscienza e soprattutto di insegnamento di tanti teologi, soprattutto nel nord Europa.
E' ancora piu' chiaro dove affondano le radici dell'astio nei confronti di Ratzinger-Benedetto XVI.
Egli, in perfetta sintonia con Papa Wojtyla, ha parlato della Verita' del Cristianesimo mettendo in guardia verso l'apertura indiscriminata alle istanze del relativismo.
Ovvio che questo approccio doveva essere fermamente combattuto da chi, invece, sognava una Chiesa che non parlasse chiaro ma in modo sfumato.
Se essa avesse dato retta a Kung gia' dal 1985 dove sarebbe ora?
Difficile dirlo cosi' come e' difficile non ammettere che Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger, sul piano teologico, si sono scontrati con chi godeva della massima considerazioni sui mass media e nelle universita'.
Il potere della telecrazia...e ritorniamo alla splendida omelia pronunciata dall'allora arcivescovo di Monaco e Frisinga il 10 agosto 1978, a pochi giorni dalla morte di Paolo VI. Clicca qui per rileggere il testo.
R.

CHIEDO UN NUOVO CONCILIO


05 ottobre 1985 —   pagina 26   sezione: CULTURA


di HANS KUNG


E' VERO che il Concilio Vaticano II viene enfaticamente evocato da Giovanni Paolo II, così come da Ratzinger. Ma entrambi contrappongono a tutti gli "spiriti maligni del Concilio" il "vero Concilio", che, lungi dal segnare un nuovo inizio, è semplicemente la continuazione del passato

Gli innegabili testi conservatori del Vaticano II, imposti dal gruppo curiale (la "nota praevia" sui privilegi papali venne formalmente imposta al Concilio da Paolo VI), sono interpretati con lo sguardo rivolto risolutamente al passato, mentre le sue epocali aperture al futuro vengono ignorate in punti fondamentali: invece delle parole programmatiche del Concilio, di nuovo le parole d' ordine di un magistero autoritario; invece dell' "aggiornamento" nello spirito del Vangelo, di nuovo la cosiddetta "dottrina cattolica" tradizionale; invece della "collegialità" del Papa con i vescovi, di nuovo un irrigidito centralismo romano; invece dell' "apertura" al mondo moderno, di nuovo una crescente lamentazione e deprecazione del presunto "adattamento"; invece dell' "ecumenismo", di nuovo l' accentuazione di tutto ciò che è strettamente cattolico-romano; non si parla più della distinzione tra Chiesa di Cristo e Chiesa cattolico-romana, tra la sostanza della dottrina della fede e il suo rivestimento linguistico storico, e di una "gerarchia delle verità". 
Con tutto ciò il Vaticano non galleggia come un semplice turacciolo sulle onde di una corrente mondiale conservatrice. No, esso fa politica, molto attivamente e, per quanto riguarda l' America centrale e latina (come ha ammesso pubblicamente e con energia il presidente Reagan) addirittura in diretto accordo con la Casa Bianca. Il tutto senza preoccuparsi della delusione e della frustrazione della base: ad esempio persino i più modesti desiderata intraecclesiali ed ecumenici dei sinodi tedesco, austriaco e svizzero - che hanno lavorato per anni con idealismo e con largo sacrificio di tempo e di denaro -, sono stati respinti senza alcuna giustificazione da una Curia soddisfatta di sè; chi continua a interessarsi a che vengano accolti? E intanto il numero dei praticanti, dei battesimi e dei matrimoni in chiesa continua a diminuire... 
Nonostante tutto, il giuridismo, il clericalismo e il trionfalismo romani, pur aspramente criticati dai vescovi del Concilio, rinascono a vita nuova, ringiovaniti artificialmente e in veste rammodernata: soprattutto nel "nuovo" diritto ecclesiastico (Cic), che, contro le intenzioni del Concilio, non pone alcun limite al potere del Papa, della Curia e dei nunzi; anzi, riduce l' importanza dei Concili ecumenici, assegna compiti puramente consultivi alle conferenze episcopali, riconduce i laici alla piena sudditanza nei confronti della gerarchia e ignora sistematicamente la dimensione ecumenica. Questo "diritto" della Chiesa viene tradotto dalla Curia in una politica molto pratica, anche durante le frequenti assenze del Papa, mediante una quantità di nuovi documenti, decreti, esortazioni e istruzioni: dai decreti sul paradiso e l' inferno fino al rifiuto, altamente ideologico, dell' ordinazione delle donne; dal divieto della predicazione dei laici (ora valido anche per i relatori e le relatrici pastorali formati teologicamente) fino alla proibizione del servizio delle donne all' altare; dal diretto intervento curiale nei grandi ordini religiosi (elezione del generale dei gesuiti, statuto delle carmelitane, visita inquisitoria delle congregazioni femminili americane) fino ai ben noti procedimenti disciplinari nei confronti dei teologi
Al tempo del Concilio sarebbe sembrato incredibile: l' Inquisizione, che cambia continuamente il proprio nome (ora si chiama "Congregazione per la dottrina della fede") e un po' anche i propri metodi (ora ricorre a un tono più dolce, a "colloqui informativi" e ad azioni dietro le quinte), ma non certo i propri princìpi (procedura segreta, rifiuto della visione degli atti, dell' assistenza giuridica e dell' appello: la stessa autorità accusa e giudica), è tornata a lavorare a pieno regime, specialmente contro i moralisti nord-americani, i dogmatici dell' Europa centrale, i teologi latino-americani e africani della liberazione. Viene invece favorita con tutti i mezzi l' organizzazione segreta spagnola "Opus Dei", un' istituzione teologicamente e politicamente reazionaria, immischiata nelle banche, nelle università e nei governi, che ostenta tratti medievali e controriformistici e che questo Papa, il quale le era vicino già a Cracovia, ha sottratto al controllo dei vescovi. La catena delle contraddizioni si prolunga: un continuo parlare di diritti umani, ma nessuna giustizia concreta per i teologi e per le suore; violente proteste contro le discriminazioni nella società, ma all' interno della Chiesa la discriminazione viene praticata nei confronti delle donne; una lunga enciclica sulla misericordia, ma nessuna misericordia concreta per i divorziati e i sacerdoti sposati (circa 70.000, di cui 7.000 nella sola Germania) e così via. Anche sotto questo profilo, "anni magri". Più discordia che concordia Sull' utilità dei viaggi papali si è parlato molto nei mass media, e nessuno contesta che per singole persone e per determinati paesi questi viaggi abbiano avuto un significato positivo. Alcuni impulsi spirituali saranno pur scaturiti dagli innumerevoli discorsi, appelli e servizi religiosi. Ma per la Chiesa vista nel suo complesso? In molti paesi i viaggi papali non hanno forse suscitato grandi speranze di cambiamenti, speranze che poi sono state amaramente deluse? Forse che in una sola delle tante nazioni visitate si è fatto qualcosa di decisivo per migliorare la situazione? Per quanto riguarda la sua patria polacca, il Papa ha indubbiamente sopravvalutato la propria possibilità di imporre reali mutamenti politici; ed ora deve assistere impotente allo spettacolo di un popolo passato dall' entusiasmo alla rassegnazione. Nell' Europa occidentale e negli Stati Uniti, gli antagonismi tra quanti, nella Chiesa, guardano conciliarmente in avanti e i tradizionalisti, invece che superati, sono stati rafforzati e inaspriti; spesso, invece di curare le ferite della Chiesa, questo Papa le inasprisce, favorendo così, involontariamente, più la discordia che la concordia. Una censura vaticana preventiva impedisce per lo più che nei suoi viaggi il Papa si confronti con i veri problemi del clero e del popolo; egli non va per ascoltare, ma per insegnare. Quando però - come in Svizzera e in Olanda - è costretto a confrontarsi con domande non censurate, risulta evidente quanto poco, in realtà, il magistero abbia da dire sui bisogni più pressanti degli uomini e dei loro pastori. Ciò salta agli occhi soprattutto per ciò che riguarda i problemi delle donne. Contro le donne moderne, che cercano una forma di vita adeguata ai tempi, questo Papa conduce una battaglia quasi spettrale: dal divieto alle donne di servire all' altare al divieto della contraccezione, a quello dell' ordinazione delle donne e della modernizzazione degli ordini femminili. Ma non ci si illuda: la questione femminile è destinata a diventare sempre più il test di questo pontificato. In America latina, a causa della campagna vaticana contro la teologia della liberazione - oltre che per la "penitenza del silenzio" imposta al professore brasiliano Leonardo Boff e per l' indegno trattamento riservato da Roma a cardinali e vescovi latino-americani - il Papa ha finito per perdere la simpatia di cui godeva in quei paesi. Ora anche là ci si comincia a rendere sempre più chiaramente conto dell' ambiguità di molti dei suoi appelli sociali. E anche in Africa, dove all' inizio l' entusiasmo delle masse era particolarmente grande, si va diffondendo la freddezza, come è accaduto per i viaggi papali in Svizzera e in Olanda (dove per la prima volta sono stati notevolmente pochi i curiosi!): al di là di tutte le adesioni verbali all' "africanizzazione" della Chiesa, il Papa ha polemizzato duramente con la "teologia africana" e non ha dimostrato la minima comprensione per tradizioni tribali - certamente problematiche, ma profondamente radicate - come il "matrimonio graduale" (prima un figlio e poi il matrimonio) e il primitivo ordinamento poligamico (che, com' è noto, si incontra anche presso i Patriarchi di Israele), e anche il matrimonio dei preti, di fatto largamente tollerato. L' annuncio programmatico "Crescete e moltiplicatevi", fatto risuonare per tutta l' Africa, assieme alla condanna (in sè contraddittoria) dell' aborto e della contraccezione, secondo molti commenti della stampa, rende il Papa corresponsabile dell' esplosione demografica, della fame e della penosa miseria cronica di milioni e milioni di bambini. La canonizzazione come "martire della castità" di una suora assassinata e la consacrazione di una cattedrale (l' architetto è italiano) costata trentacinque milioni di marchi, la più grande dell' Africa, ad Abidjan nel cuore di una povertà indescrivibile, ignorano la realtà africana quanto le prediche in favore della continenza sessuale (o del metodo Ogino-Knaus) e del celibato. Molti si chiedono: a che servono tutti i discorsi sociali in favore dell' umanità, della giustizia e della pace, se la Chiesa risulta assente soprattutto su quei problemi politico-sociali ai quali essa potrebbe arrecare un contributo determinante? Ciò vale, non da ultimo, per l' intero campo dell' ecumenismo. E' triste constatare come in nessun punto, sotto questo pontificato, sia stato raggiunto un reale progresso ecumenico. Al contrario; i non cattolici parlano di campagne propagandistiche cattolico-romane del Papa, in quanto in pratica i loro rappresentanti vengono ricevuti come statisti, e non come partners di pari dignità. Tutto ciò ha portato al raffredarsi, estremamente preoccupante, del clima ecumenico, alla delusione e alla frustrazione tra le persone di sentimenti ecumenici di tutte le Chiese e, purtroppo, anche al rinascere dei vecchi complessi anticattolici di paura e degli atteggiamenti difensivi scomparsi durante i "sette anni grassi". Il Rapporto sulla fede di Ratzinger ci dirà chiaramente che cosa si deve pensare dei solenni discorsi romani in materia di ecumenismo. Il ristagno intraecclesiale e quello ecumenico - blocco dei mutamenti reali e inflazione delle parole inconcludenti - vanno di pari passo. Vescovi tra due fuochi Per fortuna, però, il movimento conciliare ed ecumenico, benchè ostacolato continuamente dall' alto, va avanti nella base, nelle singole comunità. La conseguenza non può essere che una crescente estraniazione della "Chiesa dall' alto" dalla "Chiesa dal basso"; estraniazione che arriva all' indifferenza. Più che mai oggi dipende dal singolo parroco e dai singoli laici impegnati che una comunità sia pastoralmente viva, liturgicamente attiva, ecumenicamente impegnata e socialmente interessata. Ma tra Roma e le comunità ci sono i vescovi; e ad essi in questa crisi spetta un ruolo decisivo. I vescovi - che in molti paesi d' Europa, America, Africa e anche Asia, sono notevolmente più aperti ai bisogni e alle speranze degli uomini che non molti curiali del quartier generale - si trovano attualmente tra due fuochi: quello delle attese della base e quello degli ordini di Roma. A volte il Papa in persona interviene presso di loro affinchè prendano pubblicamente posizione contro l' ordinazione delle donne o la contraccezione. Anzi gli càpita di andare addirittura in bestia se - di fronte alla crescente carenza di sacerdoti e a una pastorale languente (fra cinque o dieci anni non solo nella Svizzera di lingua tedesca, ma anche in altri paesi solo la metà delle parrocchie potrebbe essere curata da parroci!) - deve confrontarsi col fatto di decine di migliaia di sacerdoti sposati, i cui rappresentanti proprio recentemente hanno tenuto alle porte di Roma un loro proprio sinodo, chiedendo di venire riammessi al servizio della Chiesa. In vista dei mutamenti a lungo termine, per il Vaticano - come per ogni altro sistema politico - è di capitale importanza la politica personale. E in vista dell' attuale svolta della politica romana, il privilegio (riservato alla Curia dai casi della storia) delle nomine dei vescovi è indubbiamente lo strumento principale, se si prescinde dalle nomine dei cardinali, da sempre competenza di Roma, e dall' appoggio accordato ai teologi ligi al sistema. Solo poche diocesi hanno conservato alcuni limitati diritti dell' antica elezione del vescovo da parte del clero e del popolo (elezione che, come è noto, costituisce un fondamentale punto controverso anche tra il Vaticano e la Repubblica Popolare Cinese, che è favorevole all' autoamministrazione delle Chiese). La strategia a lungo termine di Roma (come conferma anche Ratzinger) è più che mai quella di sostituire l' episcopato aperto del periodo post-conciliare con vescovi dottrinariamente ligi (in maniera particolarmente deplorevole in Olanda; a Parigi, a Detroit e in Vaticano sono stati preferiti candidati di origine polacca o slava), che vengono sottoposti ad esame per ciò che riguarda la loro ortodossia ed impegnati con giuramento: press' a poco come avviene nell' Urss per gli alti funzionari. Ma non è soltanto nei grandi ordini dei gesuiti, dei domenicani e dei francescani che si avanzano riserve nei confronti del Papa autoritario; nella stessa Curia romana ci si lamenta e si ironizza sulla "slavofilia" del Papa e sulla "polonizzazione" della Chiesa. Un appello Lo strumento tattico adeguato alla strategia a lungo termine di un' ampia restaurazione e di una definitiva sottomissione dell' ancora troppo autonomo episcopato è, per il Vaticano, l' imminente sinodo dei vescovi. Esso si propone di verificare i risultati del Vaticano II e di formularne criteri interpretativi, le linee direttrici e le delimitazioni (cattolico - non cattolico!). Si noti bene: invece di un sinodo "ordinario" (per il quale i vescovi stessi potrebbero eleggere i loro rappresentati) Roma ha convocato, senza urgenza, un sinodo "straordinario". In questo tipo di sinodo hanno posto soltanto i presidenti delle conferenze episcopali: gente piuttosto conservatrice, e in ogni caso approvata da Roma. Non che essi abbiano potere decisionale, solo il papa può decidere; e in tal modo la collegialità, proclamata solennemente dal Concilio, in Vaticano è rimasta lettera morta. Anzi, a Roma si è quasi riusciti a ridurre il sinodo dei vescovi a un puro e semplice organo di consenso. Così anche in questo sinodo tutto è guidato ancora una volta dall' apparato curiale, che, già dal punto di vista numerico, con i suoi cardinali di Curia e con i membri di nomina pontificia, vi è super-rappresentato e che, oltre alla preparazione dei documenti nello spirito ratzingeriano, controlla saldamente anche l' ordine del giorno e l' orientamento dei lavori. La separazione tra i poteri continua a rimanere estranea al diritto ecclesiastico cattolico. E i teologi critici (per la Curia il Vaticano II è stato un deplorevole "concilio dei teologi") vengono tenuti lontani. Quindi, secondo la dichiarata concezione romana, le cose dovrebbero svolgersi molto rapidamente: in due settimane si conta di venire a capo di tutti i problemi. In verità, in queste condizioni, a un vescovo che volesse criticare l' attuale corso sarebbe necessaria la libertà apostolica di un Paolo che, secondo la sua stessa testimonianza (Galati 2, 11 ss.), "resistette in faccia" a Pietro, perchè "non si comportava rettamente secondo la verità del Vangelo"... Ad ogni modo le acque hanno incominciato a muoversi: un vescovo francese ha criticato il Rapporto sulla fede del cardinale Ratzinger come "proposte di vacanza" (propos de vacances), delle quali non si saprebbe dire se il rapporteur le esprime come privato, come teologo o come titolare di un ufficio. Ecco dunque le domande fondamentali: i conti della Curia torneranno anche questa volta? I vescovi diranno la verità? Esprimeranno - opportune importune - anche i "tabuizzati" bisogni e le speranze delle loro comunità e del loro clero? Spezzeranno, se necessario, l' incantesimo curiale, così come al Vaticano II lo spezzarono i cardinali Frings e Lienart, protestando contro l' intera procedura autoritaria e avviando un processo di riflessione? E' chiaro che i vescovi, come già i loro predecessori al Concilio, si troveranno di fronte a un difficile dilemma: o cercare il futuro nel passato e integrarsi nel corso restauratore della Curia romana (ma allora - come si è visto chiaramente in Olanda - dovranno affrontare una pericolosa prova di forza con l' episcopato, il clero e il popolo). Oppure progettare il futuro nel presente e, come già al Vaticano II, rischiare con libertà cristiana anche il conflitto con la Curia; in tal caso, patrocinando risolutamente la coerente continuazione del rinnovamento conciliare, si assicureranno l' ampio consenso del popolo e dei loro parroci. Dovrebbe far riflettere i vescovi quello che un gruppo di parroci di Monaco ha scritto a proposito del Rapporto sulla fede del loro antico vescovo (Sddeutsche Zeitung del 17/18 agosto 1983): "La nostra pratica pastorale ci ha fatto confrontare con alcuni infelici fenomeni derivanti dal rinnovamento conciliare; sappiamo però anche che una Chiesa che volesse ritornare a prima del Vaticano II, si allontanerebbe dalla società moderna e sarebbe destinata ad assumere un' importanza marginale. E chi - come Ratzinger - si eleva, in maniera così trionfalistica, al di sopra di tutto ciò che non è o non sembra essere cattolico-romano, si pone al di fuori di ogni possibilità di dialogo". In effetti, chi, dopo una rivoluzione come il Vaticano II, crede di poter restaurare l' Ancien Règime, si illude, come già si illusero Metternich e gli altri restauratori del "nuovo equilibrio". Di qui - in solidarietà con questi confratelli e innumerevoli cattolici - l' appello di un uomo che vent' anni fa, in qualità di teologo conciliare, contribuito alla configurazione del Vaticano II: al sinodo e nelle diocesi possano i vescovi agire come in quel Concilio. Possano essi impegnarsi, nello spirito del Vangelo e obbedendo alla propria coscienza, in favore delle comunità e dei sacerdoti loro affidati; ma in primo luogo in favore della gioventù, che vive sempre più lontana dalla Chiesa, e delle donne, che, a causa di una gerarchia maschilista, autoritaria e celibetaria se ne vanno silenziosamente in numero crescente; e anche in favore di quanti hanno fallito nel matrimonio o nei confronti della legge del celibato; dei teologi e delle suore, demoralizzati o ingiustamente puniti; dell' intesa definitiva tra le Chiese cristiane, del dialogo senza preconcetti con ebrei, musulmani e credenti di altre fedi, e, non da ultimo, di fronte al ritorno dell' Inquisizione, in favore della libertà di pensiero, di coscienza e di insegnamento nella nostra Chiesa cattolica. Un sinodo dei vescovi può raggiungere tutti questi obiettivi? No. Per questo, c' è bisogno di un terzo Concilio Vaticano. 

(traduzione dal tedesco di Giovanni Moretto)


© Copyright Repubblica, 5 ottobre 1985