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domenica 14 luglio 2013

Lombardi: l'aereo di Francesco per Rio sarà come quello di Benedetto XVI. Alla Gmg anche un reliquiario di Giovanni Paolo II. Osservatore: quando a Buenos Aires regalarono a Bergoglio un Corano (Izzo)

PAPA: LOMBARDI, VIAGGIO AEREO PER RIO SARA' COME QUELLO DI BENEDETTO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 13 lug. 

Papa Francesco non ha chiesto per il suo primo viaggio internazionale alcun cambiamento riguardo alle condizioni che l'Alitalia ha offerto a Papa Benedetto nei suoi viaggi internazionali, che peraltro erano gia' all'insegna della massima sobrieta'. 
Interrogato a proposito di indiscrezioni sull'allestimento dell'aereo del Papa per il viaggio in Brasile, il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi ha infatti precisato che "non c'e' mai stata alcuna lettera della Segreteria di Stato all'Alitalia sull'allestimento dell'aereo".
"Il problema di un letto a bordo - ha spiegato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede - non si e' posto, perche' oggi le poltrone sono molto comode e permettono di riposare bene e non vi e' motivo di pensare a un altro allestimento". 
"Anche Papa Benedetto - ha ricordato Lombardi - non aveva avuto alcun letto negli anni recenti (ad esempio nei voli per e dall’Africa)". 
"La partenza - ha poi aggiunto - e' da Fiumicino, come sempre quando il Papa parte da Roma e non da Castel Gandolfo che e' piu' vicino a Ciampino. L'arrivo sara' invece a Ciampino, come sempre".
Nelle prossime ore intanto, rende noto il sito "Il Sismografo" informato in tempo reale sulle attivita' della Santa Sede, partira' da Roma un Hercules C-130 dell'Aeronautica Militare Brasiliana (FAB) con a bordo la papamobile e una jeep, i veicoli che Papa Francesco usera' nei suoi numerosi spostamenti nel corso dei giorni della XXVIII Gmg. 
La papamobile e' una versione aggiornata di Mercedes-Benz Classe M le cui chiavi sono state consegnate al pontefice da Dieter Zetsche, presidente dei Daimler AG. L'incontro tra il manager tedesco e il Papa si e' tenuto presso la Domus Santa Marta lo scorso 3 luglio. 

© Copyright (AGI)

PAPA: A RIO DE JANEIRO PER LA GMG ANCHE RELIQUIARIO WOJTYLA

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 13 lug. 

Dopo Madrid anche a Rio de Janeiro l'"inventore" delle Giornate Mondiali della Gioventu' sara' di nuovo presente con i "suoi" giovani: da domenica scorsa le reliquie del beato Giovanni Paolo II si trovano nella citta' carioca. Per la prima volta in un reliquario dello scultore Carlo Balljana, che  in un manufatto che riproduce l'Evangeliario sfogliato dal vento in piazza San Pietro il giorno delle esequie di Giovanni Paolo II, ha incluso un'ampolla di sangue del Pontefice polacco - prelevato  per le analisi di compatibilita' nel centro trasfusionale del Bambino Gesu'. Il reliquario sara' portato  nei luoghi dei principali avvenimenti della Giornata Mondiale della Gioventu' brasiliana. Il cardinale Stanislao  Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, le ha consegnate durante una messa celebrata nella chiesa-santuario della Medaglia miracolosa, a Tijuca, quartiere a nord della metropoli.
Per Papa Wojtyla e' in qualche modo un ritorno in terra brasiliana, dove fu accolto ben quattro volte: dal 30 giugno all'11 luglio 1980, l'11 giugno 1982, dal 12 al 21 ottobre 1991 e dal 2 al 6 ottobre 1997 in occasione del secondo Incontro mondiale delle famiglie, svoltosi proprio a Rio de Janeiro.
"Vi porto -  ha detto il porporato nell'omelia pubblicata dall'Osservatore Romano -  la benedizione di Papa Francesco, che tra pochi giorni arrivera' qui. Da parte mia sono molto felice di presiedere questa Eucaristia per la consegna della reliquia del beato Giovanni Paolo II, il quale presto sara' proclamato santo".
Il cardinale Rylko ha ricordato quando scritto da un giornalista italiano: "Giovanni Paolo II e' un Papa che non muore". Ed e' vero, questo Papa continua a vivere nel cuore delle persone. Lo prova la moltitudine di pellegrini che ogni giorno si reca all'altare che ne custodisce le spoglie nella Basilica di San Pietro, in Vaticano". Rylko  ha affidato all'intercessione del suo fondatore la Gmg di Rio de Janeiro, affinche' produca "molti frutti per la vita spirituale dei tanti giovani in arrivo da 180 Paesi".
"Papa Wojtyla - chiosa l'Osservatore - e' in buona compagnia in questa sua speciale missione, perche' tra i patroni del raduno internazionale delle nuove generazioni figurano altri modelli di santita' che rispondono alle loro aspettative, come Pier Giorgio Frassati, Teresa di Lisieux, Chiara Luce Badano, Federico Ozanam e il brasiliano Antonio Galvao de Santana". 

© Copyright (AGI)

PAPA: OSSERVATORE, QUANDO A BUENOS AIRES GLI REGALARONO UN CORANO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 13 lug. 

"L'elezione di Jorge Mario Bergoglio al Pontificato riempie di orgoglio tutti gli argentini, qualunque sia il loro credo religioso". Lo scrive l'Osservatore Romano che commenta cosi' i sentimenti espressi dalla direttrice del centro islamico Alba di Buenos Aires, Nancy Falcon, che ha ricordato pubblicamente i cordiali rapporti intrattenuti in passato con Bergoglio, rivelando un gesto significativo compiuto nel corso del suo episcopato dal futuro Papa Francesco. "In particolare - scrive il quotidiano vaticano - la signora ha rievocato l'episodio relativo a una visita da lei compiuta in arcivescovado. Al porporato, che teneva sulla sua scrivania una copia della Torah insieme a quella del Vangelo, la responsabile del centro Alba porto' in regalo una copia del Corano". Un omaggio, ha detto la Falcon, che "risulto' molto gradito". "Bergoglio - ha aggiunto la direttrice del Centro Alba, secondo quanto riferisce l'Osservatore -  mostro' di conoscere bene il lavoro portato avanti dal centro per il dialogo interculturale, chiedendo in quella occasione di pregare per lui". "Una richiesta analoga - ha commentato l'esponente islamica - a quella fatta, di fronte al mondo, poco dopo la sua elezione al Soglio di Pietro. Un gesto di umilta' - ha confidato - che ancora di piu' ci ha impressionato quando abbiamo saputo che era il nostro nuovo Papa".
L'episodio e' stato raccontato nel corso della visita - in occasione del Ramadan - del nuovo arcivescovo di Buenos Aires, monsignor Aurelio Mario Poli, al Centro per il dialogo interculturale Alba che s'ispira al movimento promosso dallo scrittore e teologo islamico turco, residente negli Stati Uniti, Fethullah Gulen, che promuove istituzioni educative ed assistenziali in diversi Paesi. Nella capitale argentina, il Centro Alba gestisce una scuola per i ragazzi nel quartiere Floresta. 

© Copyright (AGI)

lunedì 1 luglio 2013

“I laici e la Chiesa”: il nuovo libro del sociologo Luca Diotallevi

“I laici e la Chiesa”: il nuovo libro del sociologo Luca Diotallevi

I laici e la Chiesa. Caduti i bastioni”: è il titolo del nuovo libro del sociologo Luca Diotallevi, edito dalla Editrice Morcelliana. Il libro si sofferma sulle sfide e difficoltà del ministero presbiteriale nel mondo contemporaneo e sulla vicenda del laicato cattolico italiano. “Una disamina lucida e a tratti tagliente – scrive Enzo Bianchi nella prefazione – che non sfocia mai in cinismo o rassegnazione”. Nel libro, si parla inoltre dell’esperienza delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, di cui Diotallevi è vicepresidente del Comitato scientifico e organizzatore. Al microfono di Alessandro Gisotti, Luca Diotallevi si sofferma sulle premesse che hanno dato vita a questa sua nuova opera:


R. – Io di mestiere faccio il sociologo e destò in me un grande stupore trovare in un classico della teologia, come von Balthasar, un’interpretazione lucidissima della crisi di un certo mondo, che lui percepì negli anni Cinquanta. A metà anni Settanta, commentando i frutti positivi del Concilio, Ratzinger si rifece a questa analisi; l’analisi di von Balthasar aveva per titolo “Abbattere i bastioni”, la riflessione di Ratzinger culminava con questa domanda: “I bastioni – hai ragione tu – sono caduti”, rivolgendosi al suo più anziano collega, “i bastioni sono caduti: e adesso?”. Ecco: il libro è un tentativo di contribuire a questa grande domanda che tutti noi abbiamo di fronte, perché ce l’ha posta il Concilio e ce l’ha posta Paolo VI; un contributo al tentativo di rispondere alla domanda: che succede, dopo che sono caduti i bastioni?


D. – Pagine importanti del libro sono dedicate all’apostolato dei laici, che - viene specificato - non è la pastorale dei laici: una riflessione al riguardo …


R. – In momenti di grandi difficoltà, come quelli attraversati da tutta la nostra società negli anni Settanta, Ottanta e così via, la Chiesa, secondo me, ha spesso risposto con paura: la paura è stata il clericalismo – sentiamo le cose dure che del clericalismo ha detto in questi giorni anche Papa Bergoglio – e il clericalismo è stato offrire ai laici una "comoda prigione": quella di un’idea di Chiesa in cui tutto si riduce a pastorale. La pastorale come apostolato dei pastori è una cosa, ma l’apostolato dei laici è un’altra cosa: è il trattare con coraggio delle cose del mondo, cercando di ordinarle a Dio. E’ la differenza tra due luoghi molto importanti della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, in cui si dice che compito dei pastori è servire il popolo perché liberamente e ordinatamente segua il Signore; il compito dei laici è stare nella storia nella loro condizione secolare, e trattare delle cose del mondo. Questo lo devono fare seguendo l’insegnamento dei pastori, ma in coscienza assumendosi le proprie responsabilità.


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mercoledì 5 giugno 2013

Osservatore: nel 2005 Methol Ferré "tifava" per Ratzinger (Izzo)

PAPA: OSSERVATORE METHOL FERRE' NEL 2005 TIFAVA RATZINGER

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 4 giu. 

Alberto Methol Ferre', il grande scrittore e teologo uruguayano scomparso nel 2009, alla cui memoria Papa Francesco ha pubblicamente reso omaggio nei giorni scorsi, al momento della morte di Giovanni Paolo II pur apprezzando molto il cardinale Jorge Mario Bergoglio riteneva che il nuovo Papa dovesse essere il cardinale Joseph Ratzinger. 
Lo sottolinea oggi l'Osservatore Romano in una pagina che esalta la grandezza di tutte e tre queste grandi personalita', tra loro legate da grande stima e da una comune affermazione della centralita' di Cristo in dissenso con la Teologia della Liberazione.
"Nel 2005, il 6 aprile per l'esattezza, dunque tredici giorni prima della fumata bianca che porto' Ratzinger sulla cattedra di Pietro, da Montevideo dove viveva, Methol Ferre' - scrive l'Osservatore - spezzo' una lancia in suo favore: al quotidiano argentino 'La Nacion' disse di essere un grande sostenitore di Joseph Ratzinger rivelando: 'Penso che sia l'uomo piu'' indicato per essere Papa in questo momento della storia'". "Quando fece queste dichiarazioni, Methol Ferre' - chiarisce l'articolo firmato dal giornalista Alver Metalli, a lungo collaboratore della Rai dall'America Latina - non considerava ancora giunto il momento di un Papa latinoamericano. Era convinto che la Chiesa latinoamericana fosse la piu' matura tra quelle non europee. "Ha cinque secoli, contro il secolo delle Chiese d'Africa; ma non mi sembra che ancora le Chiese della periferia europea siano in condizione di realizzare una leadership mondiale", aveva spiegato infatti al quotidiano argentino . Ci voleva altro tempo secondo lui. "Non molto", si premuniva di precisare.
 "Il rapporto tra Bergoglio e Methol Ferre' - ricostruisce l'articolo - viene da lontano". Secondo Elbio Lopez, riporta, "i due si siano conosciuti 'intellettualmente' negli anni Settanta, 'quando, tra le altre cose, l'offensiva antiromana scuoteva le fondamenta dell'autorita' petrina e metteva in discussione le basi ecclesiologiche del Vaticano II". "Di persona invece - scrive Metalli - si sono incontrati per la prima volta nel 1978, sull'onda dello slancio che entrambi cercavano di imprimere anche in Argentina al dibattito preparatorio per la terza Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano gia' annunciata a Puebla, in Messico". "Methol Ferre' ci aiuto' a pensare", ha raccontato sabato scorso Papa Francesco ringraziando il presidente uruguayano Jorge Fonseca che gli aveva portato in dono un volume firmato insieme da Methol Ferre' e Alver Metalli.

© Copyright (AGI)

A casa del cardinale per parlare di America latina (Metalli)

Il legame intellettuale tra Jorge Mario Bergoglio e il filosofo Alberto Methol Ferré

A casa del cardinale per parlare di America latina

di Alver Metalli

Alberto Methol Ferré auspicò e previde l'elezione di Benedetto XVI e intravvide all'orizzonte quella di Papa Francesco. Nel 2005, il 6 aprile per l'esattezza, dunque tredici giorni prima della fumata bianca che portò Ratzinger sulla cattedra di Pietro, da Montevideo dove viveva, Methol Ferré spezzò una lancia in suo favore. Al quotidiano argentino «La Nación» disse di essere un grande sostenitore di Joseph Ratzinger. «Penso -- aggiunse -- che sia l'uomo più indicato per essere Papa in questo momento della storia». Ma allora, quando fece queste dichiarazioni, Methol Ferré, che aveva auspicato il pontificato di Benedetto XVI, non considerava ancora giunto il momento di un Papa latinoamericano.
Era convinto che la Chiesa latinoamericana fosse la più matura tra quelle non europee. «Ha cinque secoli, contro il secolo delle Chiese d'Africa; ma non mi sembra che ancora le Chiese della periferia europea siano in condizione di realizzare una leadership mondiale». Ci voleva altro tempo secondo lui. Non molto, si premuniva di precisare.
Il rapporto tra Bergoglio e Methol Ferré viene da lontano. Elbio López, un amico uruguayano, sostiene che i due si siano conosciuti “intellettualmente” negli anni Settanta, «quando, tra le altre cose, l'offensiva antiromana scuoteva le fondamenta dell'autorità petrina e metteva in discussione le basi ecclesiologiche del Vaticano II». Di persona, invece, si sono incontrati per la prima volta nel 1978, sull'onda dello slancio che entrambi cercavano di imprimere anche in Argentina al dibattito preparatorio per la terza Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano già annunciata a Puebla, in Messico.
Francisco Piñón, rettore dell'università del Salvador tra il 1975 e il 1980, ricorda bene quel momento. «Con Ferré, Lucio Gera, Luis Meyer, Hernán Alessandri, Joaquín Allende, Juan Lumermaz, Carlos Bruno e altri ancora ci incontravamo per discutere il Documento di consultazione di Puebla». Circolava in ambienti alquanto ristretti -- ricorda Piñón -- «e noi cercammo di allargare il perimetro proponendo la riflessione in altri ambiti, come fu il caso dell'università del Salvador».
Piñón rievoca il momento del primo incontro tra Bergoglio e Methol Ferré. «L'occasione fu un pranzo a tre, che ebbe luogo nel Colegio Máximo di San Miguel, allora sede pontificia della Facoltà di filosofia e teologia dei gesuiti, parte dell'università del Salvador. Si parlò del momento storico dell'America latina, e della responsabilità della Chiesa in quel frangente. Uno sguardo cattolico sulla situazione del continente alla vigilia dell'incontro di Puebla. Il tema della cultura, come si stava delineando nelle fasi preparatorie della Conferenza in cui Methol Ferré aveva parte attiva, quello della religiosità popolare, la stessa teologia della liberazione, argomenti tutti che entrarono nella conversazione con molta vivacità».
In Argentina si era formata una linea teologica che poneva l'accento sull'esistenziale, sulla religiosità e sulla cultura popolare. Più sulla storia e il popolo, cioè, che sulla sociologia e le classi sociali. Ne facevano parte, tra altri, gli argentini Lucio Gera, Gerardo Farrell, Juan Carlos Scannone, tutti nomi conosciuti e frequentati tanto da Bergoglio come da Ferré.
Tante riflessioni di questi autori confluirono nella rivista «Nexo» inaugurata e diretta in seguito da Methol Ferré. La fondò nel 1955 con la finalità, per l'appunto, di creare nessi, vincoli tra nazione e nazione, intrecciare legami e storie tra pensatori di Paesi diversi. Il ponte, soprattutto, doveva essere lanciato dall'Uruguay verso l'Argentina, attraversare il Rio de la Plata per poi diramarsi lungo tutto il continente. Bergoglio era un lettore assiduo di «Nexo».
Nel 1992 Methol Ferré pone termine a un ventennio di collaborazione con il Celam e torna a risiedere stabilmente in Uruguay, dove riprende l'attività accademica e i corsi per diplomatici nell'Istituto Artigas del ministero degli Esteri. Nelle sue frequenti visite a Buenos Aires imbocca spesso il portone di viale Rivadavia n. 415 e sale al secondo piano. Erano visite a cui teneva, che si prolungavano ben oltre i tempi protocollari, peraltro così poco rispettati anche dal suo interlocutore.
Chi scrive è stato più di una volta testimone di quelle visite, e della soddisfazione con cui Methol Ferré usciva dalla casa del cardinale. Soddisfazione reciproca. Il 16 maggio 2009 Bergoglio accetta di presentare il libro-intervista a Methol Ferré L'America latina del XXI secolo nell'auditorium di viale Santa Fé, a Buenos Aires. Il salone è gremito, con il vicepresidente della Repubblica Daniel Scioli sul palco, e, nel parterre ad ascoltare, politici, esponenti del potere giudiziario, del sindacalismo argentino, imprenditori, uomini di cultura, docenti universitari, allievi e discepoli di Ferré. Bergoglio prende la parola per primo, parlando del libro come di un testo «di profonda metafisica» e acquista un buon numero di copie, per regalarle ai sacerdoti che lo sarebbero andati a visitare.
Ci sono affinità di pensiero, concordanze spontanee tra Bergoglio e Methol Ferré e altre che Bergoglio ha condiviso e fatto proprie, peculiari nella visione del filosofo uruguayano. Nel 2005, nella prefazione all'edizione spagnola di Una scommessa per l'America latina di Guzmán Carriquiry (Una apuesta por América Latina, Buenos Aires), Bergoglio scrive della necessità di «percorrere le vie dell'integrazione verso la configurazione dell'Unione Sudamericana e la Patria Grande Latinoamericana». Soli, isolati, argomenta, «contiamo molto poco e non andremo da nessuna parte». Parole che ricalcano quasi alla lettera quelle di Ferré, convinto che «chi non fa parte di uno Stato-continente finirà, in un mondo globale, ai margini della storia, dove ci si può esprimere solo in termini di lamento, furia o silenzio».
Da lettore e insegnante di letteratura negli anni Settanta, Bergoglio utilizzò un'immagine tratta da una lettura che aveva amato, commentato e consigliato, Il signore del mondo di Robert Hugh Benson. Quella di un mondo unificato su scala planetaria, dove la filantropia ha soppiantato la morale e la tolleranza uniformato ogni identità. «Una concezione imperiale della globalizzazione», per Bergoglio, «che risucchia i popoli all'interno di una uniformità omologante, un vero e proprio totalitarismo postmoderno». Gli echi di Ferré sono forti, con la sua analisi del nuovo ateismo in cui si è decomposta la fallita sintesi marxista. In un mondo uniformato e omologato, in cui «l'unico valore che rimane è quello del più forte».
A poco meno di un anno dalla morte di Methol Ferré (2009) organizzammo un simposio per ricordarne la figura e dare avvio a un censimento della sua vasta produzione intellettuale dispersa per tutta l'America latina. L'incontro si realizzò nel mese di giugno del 2010 nel Centro Culturale Borges, nell'università nazionale Tres de Febrero di Buenos Aires. Bergoglio, allora arcivescovo, inviò una lettera in cui invitava a ricordare Ferré come «un grande uomo che tanto bene ha fatto alla coscienza latinoamericana e alla Chiesa». Nel settembre 2011 è stata costituita l'Associazione civile Alberto Methol Ferré, di cui Bergoglio è socio onorario.


(©L'Osservatore Romano 5 giugno 2013)

martedì 4 giugno 2013

Card. Bergoglio: Che il celibato abbia come conseguenza la pedofilia è escluso...Ammiro il coraggio e la rettitudine di Benedetto XVI contro la pedofilia nella Chiesa

Grazie alla nostra Gemma leggiamo questo brano tratto da un testo dell'allora cardinale Bergoglio a colloquio con il rettore del seminario rabbinico Skorka.

Da Jorge Mario Bergoglio, Abraham Skorka, "Il Cielo e La Terra", Mondadori 2013

Sui discepoli

....

Bergoglio:
  
Se uno viene da me e mi dice che ha messo incinta una donna, lo ascolto, cerco di tranquillizzarlo e a poco a poco gli faccio capire che il diritto naturale viene prima del suo diritto in quanto prete. 
Di conseguenza deve lasciare il ministero e farsi carico del figlio, anche nel caso decida di non sposare la donna. 
Perché come quel bambino ha diritto ad avere una madre, ha anche il diritto di avere un padre con un volto. Io mi impegno a regolarizzare tutti i suoi documenti a Roma, ma lui deve lasciare tutto. Ora, se un prete mi dice che si è lasciato trascinare dalla passione, che ha commesso un errore, lo aiuto a correggersi. Ci sono preti che si correggono e altri no. Alcuni purtroppo non vengono nemmeno a dirlo al vescovo.

Skorka:
  
Che cosa significa correggersi?

Bergoglio:
  
Fare penitenza, rispettare il celibato. La doppia vita non ci fa bene, non mi piace, significa dare sostanza alla falsità. 
A volte dico loro: «Se non sei in grado di sopportarlo, prendi una decisione».

Skorka:
  
Vorrei puntualizzare che una cosa è il prete che si è innamorato di una ragazza e si confessa, e un’altra molto diversa sono i casi di pedofilia. Questa piaga va estirpata alla radice, è molto grave. Se due persone adulte hanno una relazione, se si amano, è un’altra cosa.

Bergoglio:
  
Sì, ma devono correggersi. 
Che il celibato abbia come conseguenza la pedofilia è escluso. Oltre il settanta per cento dei casi di pedofilia si verificano in contesti familiari o di vicinato: nonni, zii, patrigni, vicini di casa. 
Il problema non è legato al celibato. Se un prete è pedofilo, lo è prima di farsi prete. Ebbene, quando accade, non bisogna mai far finta di non vedere
Non si può stare in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Non è mai accaduto nella mia diocesi, ma una volta mi telefonò un vescovo per chiedermi che cosa doveva fare in una situazione del genere, e gli dissi di togliere le licenze al soggetto in questione, di non permettergli più di esercitare il sacerdozio, e di intentare un processo canonico nel tribunale di pertinenza della sua diocesi. 
È questo per me l’atteggiamento da assumere; non credo nelle posizioni che sostengono un certo spirito corporativo per evitare di danneggiare l’immagine dell’istituzione. Mi pare che questa soluzione venne proposta in qualche caso negli Stati Uniti: sostituire i preti della parrocchia. 
Ma questa è un’idiozia, perché così il prete si porta via il problema con sé. La reazione corporativa conduce a queste conseguenze, perciò non mi trovo d’accordo con simili soluzioni. Di recente sono venuti alla luce in Irlanda casi che andavano avanti da quasi vent’anni, e il Papa disse chiaramente: «Tolleranza zero verso questo crimine». 
Ammiro il coraggio e la rettitudine di Benedetto XVI a questo proposito.

...

Da Jorge Mario Bergoglio, Abraham Skorka, "Il Cielo e La Terra", Mondadori 2013

venerdì 31 maggio 2013

Bergoglio, professione servo dei servi di Dio. Un articolo di Magister del 2002

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Antonio.
Leggiamo:

"Da allora il pensiero di farlo tornare a Roma come successore di Pietro ha cominciato a propagarsi con intensità crescente. I cardinali latinoamericani sono sempre più orientati su di lui. Il cardinale Joseph Ratzinger altrettanto".

Bergoglio contro i corrotti. Un saggio sul degrado etico contemporaneo (Calabrò)

Riceviamo e con piacere e gratitudine pubblichiamo:

I Corsivi  

In Rete Si amplia con un testo di papa Francesco la collana di approfondimento in ebook del «Corriere»

Bergoglio contro i corrotti

Un saggio sul degrado etico contemporaneo per il Pontefice che si fa «curato» di anime  

La condanna non riguarda solo mazzette e appalti gonfiati. Ma tutto ciò che contamina l'uomo

di Maria Antonietta Calabrò

«Padre Zeus donaci il miracolo di un cambiamento».
Nei frammenti lirici dell'antico poeta greco Simonide, morto cinquecento anni prima di Cristo, risuona la «parola temeraria» e «l'urlo», a quel «cambiamento di narrativa» che cinquanta giorni fa si è ripetuto per la Chiesa cattolica e per il mondo, con l'elezione di Papa Francesco. Sì, «cambiamento di narrativa», cambiamento stesso di contenuto delle parole, cambiamento della storia.  
Corvi, scandali, accuse e controaccuse, dissolti, allontanati. Non perché non esistano più, ma perché il lavacro che li ripulirà sarà quello della Misericordia, prima ancora di quello della giustizia. «Misereando atque eligendo», come recita il motto di cardinale e di Papa di Francesco. E con corvi, scandali e documenti rubati è volato via anche il clima da «manipulitismo» di ritorno che si è respirato intorno al Vaticano nell'ultimo anno, e che ha trovato il suo climax esattamente nel maggio scorso, per molti aspetti ricalcando, quasi in una scimmiottatura, quello mondano degli anni Novanta. 
«Corruzione», denunciavano i documenti di Vatileaks, «corruzione» e «mancanza di trasparenza». 
«Guarire dalla corruzione» per Bergoglio non è un programma politico o sociale, e neppure l'adeguamento ad uno standard internazionale. 
Per lui l'orizzonte della corruzione non è quello di mazzette, di appalti, di costi gonfiati. E il problema della corruzione non è quello di fare piazza pulita, ma di guarire da «quelle cose cattive che vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo» (Mc 7,20-23). 
Si tratta, insomma, di guarire il cuore. Di curare. Bergoglio è arrivato per noi, come il «Curato» del mondo e della Chiesa, colui che si prende cura, che pulisce e sana le ferite, alimenta di cibo, accarezza. «Non abbiate paura della tenerezza», ha detto. Curato, molto più che parroco. Perché parrocchia ha purtroppo acquisito un significato di chiusura, di cerchia ristretta, e invece il curato si prendeva cura delle anime dei cristiani di un vasto territorio, quello ancora non costituito in una parrocchia, in istituzione. Il curato si prendeva cura delle anime di quelle che Bergoglio chiamerebbe oggi, ai tempi della globalizzazione, «le periferie del mondo». E come il Curato d'Ars, Bergoglio va verso le periferie. In un abbraccio.  
Non parroco del mondo, meglio, curato del mondo, a cominciare dalla sua Chiesa di Roma. Curato di ognuno di noi, che siamo tutti — ad essere sinceri — delle «periferie del mondo». Ecco allora che si comprendono le brevi omelie della Casa Santa Marta. Casa, sì, casa, non «Palazzo Apostolico», non «Appartamento pontificio». Casa. Eppure, quella finestra spenta dell'Appartamento, la sera, quel buio che sovrasta il colonnato del Bernini, per un romano è un po' come un occhio accecato, un occhio senza luce. Accettato dai romani, solo come necessaria contrizione, dopo tutto quello che è accaduto lì dentro con il maggiordomo Corvo. 
Francesco continuamente sottolinea che il problema della Chiesa non sono le strutture, l'organizzazione, che la Chiesa non è una Ong. E c'è come un'urgenza in questo ripetersi, come a dire «attenzione» — innanzitutto ai cattolici, ai preti, alla Curia — «attenzione, l'essenziale è questo» dice il curato che vuole confessare in parrocchia, e già lo ha fatto. La corruzione — scrive Bergoglio — «non si identifica affatto con una serie di peccati. Uno può essere un gran peccatore e, tuttavia, non essere caduto nella corruzione». E nel testo pubblicato ne I Corsivi fa esplicito riferimento a Zaccheo e Matteo, due pubblicani, esattori delle tasse romane, due che con i soldi avevano ben a che fare, e alla Samaritana, la donna che aveva avuto cinque mariti. 
«Curato» però è un participio passato, significa anche «colui che è curato ed amato». E forse per questo che il curato Francesco ha aperto il cuore e «piace» a credenti e non credenti. Ed è lui stesso amato, sinceramente, dal popolo, al di là dell'uso ideologico della sua immagine. È amato dal popolo, vox Dei, che segue con semplicità, forse con l'istinto del gregge, la sua voce.  
C'è invece chi (dentro e fuori il Vaticano) è rimasto fermo all'altra narrativa, quella precedente le dimissioni di Ratzinger (perché bisognerà anche ricordare che la novità di Francesco è potuta arrivare solo grazie al gesto di Benedetto). Magari per negare quella narrativa. Se corvi, veleni, misteri li vogliamo definire «A». Tutti a invocare la negazione di «A», il «non A».  
E così è accaduto che le affermazioni di Bergoglio siano anche state grandemente banalizzate. 
Da attese del tipo: «la Curia sarà rovesciata come un calzino», «ci saranno pensionamenti eccellenti», «vedrete che spoil system» e, «chiuderà lo Ior». Francesco invece non ha scelto «non A». Ha scelto «B», ha imboccato una strada diversa, la sua. Da quasi tre mesi: il tempo del reset del cuore. Anche se dopo le strutture cambieranno, l'organizzazione cambierà.  
Tanto che ha già designato il cosiddetto G8, la Commissione di cardinali da tutto il mondo per la riforma della Curia e l'ha fatta presiedere al presidente della Caritas, Maradiaga. «Una chiesa povera per i poveri». 
«Padre Zeus donaci il miracolo di un cambiamento» scriveva Simonide di Ceo, cinquecento anni prima di Cristo. Il problema umano, ci dice Francesco, è tutto qui. Un miracolo, un fatto inatteso che irrompe nella vita e nella storia. Un caso, un accidente, come dicono gli atei, i materialisti («Democrito che il mondo a caso pone», scriveva Dante, nel canto IV dell'Inferno). Il caso, che, a guardar bene, è il nome laico di Dio. Il caso, o meglio, un amore, una grazia.

© Copyright Corriere della sera, 31 maggio 2013

giovedì 30 maggio 2013

Card. Bergoglio: Se oggi dici a un bambino che arriva il Babau, ti ride in faccia...Limitarsi a incutere timore è un’esagerazione, un cattivo metodo educativo...Il problema è presentare la trasgressione come qualcosa che ti allontana da Dio (da "Il Cielo e la Terra")

Grazie al lavoro della nostra Gemma leggiamo questo brano tratto da un testo dell'allora cardinale Bergoglio a colloquio con il rettore del seminario rabbinico Skorka.

VIII

Sulla colpa

Bergoglio:

La colpa può essere intesa in due accezioni: come trasgressione e come sentimento psicologico. Questa seconda accezione non è religiosa; anzi, oserei dire che può addirittura sostituire un sentimento religioso, una sorta di voce interiore che segnala che mi sono sbagliato, che ho agito male. Ci sono persone che alimentano questo senso di colpa, perché hanno bisogno di vivere nella colpa; questo atteggiamento psicologico è morboso. Eppure, con questa accezione della colpa sembra molto più facile incontrare la misericordia di Dio, perché vado a confessarmi e sono a posto: il Signore mi ha già perdonato. Ma non è così facile, perché sono semplicemente andato a farmi togliere la macchia. E la trasgressione è qualcosa di più serio di una semplice macchia. C’è gente che gioca con questo concetto della colpa, e trasforma quindi l’incontro con la misericordia di Dio in qualcosa come andare in tintoria, un semplice ripulirsi dalle macchie. E così squalificano l’atto della confessione.

Skorka:

Sono assolutamente d’accordo. Una cosa è l’aneddotica – i consigli a livello popolare, l’immagine della madre ebrea colpevolizzante –, ma tutto ciò non ha niente a che vedere con l’essenza della concezione giudaico-cristiana della colpa, perché quando qualcuno compie una trasgressione, ha la possibilità di redimersi. Bisogna cambiare dentro per non tornare a ripeterla. Non basta dire: «Ho sbagliato» e fine della storia. Certamente aiuta recitare una preghiera, fare una donazione come atto profondo di carità, ma sempre e solo se sono manifestazioni di un ripensamento sincero. Dire che le religioni fanno leva sulla trasmissione della colpa ebraico-cristiana è un enorme equivoco, perché in questa concezione commettere una trasgressione non è la fine del mondo. Chiunque può sbagliare, ma bisogna riparare all’errore, correggersi. E soprattutto non tornare a commetterlo.

Bergoglio:

La semplice colpa appartiene al mondo dell’idolatria. È un ulteriore espediente umano. La colpa, senza riparazione, non mi fa crescere.

Skorka:

Non credo che la colpa sia esclusivamente un sentimento religioso. È una questione culturale. Si instillano sensi di colpa anche nel momento in cui si dice: «Non fare questo o quello». Si crea nel bambino una coscienza di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, e in tal modo si genera in lui l’idea della colpa, un concetto che conduce alla nozione di castigo e a quella di ingiustizia. Noi aggiungiamo che la giustizia non si dà solo a livello umano, ma che un giorno ci sarà una resa dei conti davanti a Dio. Dopotutto è stato Lui a rivelarci i Comandamenti: «Non rubare», «Non uccidere». L’idea di colpa deve esistere per sapere che, se qualcuno commette qualcosa di distruttivo, dovrà renderne conto.

Bergoglio:

Una volta era molto comune ricorrere al Babau e all’Uomo Nero. Se oggi dici a un bambino che arriva il Babau, ti ride in faccia. Nella nostra infanzia ci parlavano del Babau. Limitarsi a incutere timore è un’esagerazione, un cattivo metodo educativo. In questo errore è caduta spesso la corrente puritana. Il problema è presentare la trasgressione come qualcosa che ti allontana da Dio. Mi rifaccio a sant’Agostino, quando parla della redenzione, dell’amore di Dio, e riferendosi al peccato di Adamo ed Eva dice: «Felix culpa». Lo prendo in parola. Come se Dio dicesse: «Io ho permesso ad alcuni di trasgredire, affinché il loro viso si copra di vergogna». Perché è lì che incontrano il Dio della misericordia. Altrimenti, sono quei cristiani di buone maniere ma di cattivi costumi nel cuore: i superbi. A volte la trasgressione ci rende umili al cospetto del Signore e ci induce a chiedere perdono.

Skorka:

Di nuovo, abbiamo la stessa opinione. La trasgressione serve a mostrarci che non siamo perfetti. Perfino chi dice di volerlo essere, in qualcosa sbaglierà. Deve trasgredire, per rendersi conto che non è autosufficiente; per quanto preciso e corretto, deve avere una frustrazione. L’autosufficienza distrugge mondi.

Da Jorge Mario Bergoglio, Abraham Skorka, "Il Cielo e La Terra", Mondadori 2013

lunedì 20 maggio 2013

Chi è il Diavolo e come agisce? Rispondono Jorge Mario Bergoglio e Abraham Skorka (da "Il Cielo e la Terra")

Grazie al lavoro della nostra Gemma leggiamo questo brano tratto da un testo dell'allora cardinale Bergoglio a colloquio con il rettore del seminario rabbinico Skorka.

Il Cielo e La Terra

II, Sul Diavolo, pag. 29-33

Sul Diavolo

Bergoglio:

Il Demonio è, teologicamente, un essere che scelse di non accettare il piano di Dio. Il capolavoro del Signore è l’uomo, alcuni angeli non lo accettarono e si ribellarono. Il Demonio è uno di loro. Nel Libro di Giobbe è il tentatore, colui che cerca di distruggere l’opera di Dio, colui che ci conduce verso l’alterigia e la superbia. Gesù lo definisce come il padre della menzogna, e il Libro della Sapienza afferma che il peccato entrò nel mondo per l’invidia del Diavolo rispetto al capolavoro di Dio. I suoi frutti sono sempre la distruzione, la divisione, l’odio, la calunnia. E, nella mia esperienza personale, lo percepisco ogni volta che sento la tentazione di fare qualcosa che non è ciò che Dio mi chiede.
Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il suo maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta, intendendo che le persone sono costantemente messe alla prova, sono sempre in lotta per superare situazioni o per superarsi. San Paolo ne prende atto e applica il concetto agli atleti che in uno stadio sono costretti a privarsi di molte cose per vincere. Anche la vita cristiana è una sorta di attività atletica, di lotta, di gara in cui bisogna disfarsi di ciò che ci allontana da Dio. Inoltre, voglio anche sottolineare che una cosa è il Demonio e un’altra è demonizzare le cose o le persone. L’uomo viene tentato, ma non per questo bisogna demonizzarlo.

Skorka:

La concezione ebraica del Diavolo è terribilmente ampia.
All’interno della mistica c’è quel che viene chiamato «l’altro senso», un po’ come se esistessero forze del male. Sebbene nella Bibbia appaia quell’immagine primigenia della vipera - che potrebbe essere interpretata come una forza del male che incita l’uomo contro il Signore - nel caso del Satana di Giobbe, proprio come in quello di Balaam, si tratta piuttosto di ipostasi di Dio. Satana, in Giobbe, formula davanti al Signore i dubbi che emergono nella nostra coscienza nel vedere un uomo integro che ringrazia Dio, quando ha tutto: perché non deve essere grato a Dio? Farà lo stesso nel momento del dolore? Nel caso di Balaam, ingaggiato da Balak per maledire il popolo d’Israele, Satana si piazza davanti a lui per evitare che trasgredisca all’ordine di Dio di non accettare la proposta del re di Moab. Quando parliamo del bene e del male che si manifestano nella creazione, c’è un versetto che è quello che più mi convince; si trova nel Libro di Isaia e dice che Dio è colui che forma la luce e crea le tenebre, che fa il bene e provoca la sciagura. È un versetto molto complicato che interpreto dicendo che il male non esiste di per sé, proprio come le tenebre non esistono se non in mancanza di luce. Il male è togliere il bene a una realtà e nemmeno il male esiste di per sé. Io, più che di un angelo, preferisco parlare dell’istinto. Per me non si tratta di un elemento esterno, ma di una parte interiore dell’uomo che sfida il Signore.

Bergoglio:

Anche nella teologia cattolica c’è un elemento endogeno, che si spiega a partire dalla caduta della natura in seguito al peccato originale. Siamo d’accordo su ciò che lei definisce «istinto», nel senso che non sempre quando qualcuno fa qualcosa d’inappropriato è spinto dal Demonio. Una persona può fare del male perché questa è la sua natura, il suo «istinto», che viene potenziato da una tentazione esogena. Nei Vangeli, attira l’attenzione il fatto che Gesù inizi il suo ministero con quaranta giorni di digiuno e con la preghiera nel deserto, e che proprio in quel momento Satana lo tenti perché trasformi in pane le pietre, con la promessa che non gli accadrà nulla se si butta dal Tempio e che avrà tutto ciò che desidera se lo adorerà. Insomma, il Demonio fa leva sulla condizione esistenziale di digiuno e gli propone un’«uscita onnipotente», incentrata su se stesso (una via d’uscita fatta di soddisfazione, vanità e orgoglio) e che lo allontana dalla sua missione e dalla sua identità di Servo di Yahweh.

Skorka:

Alla fine, accettarlo sta al libero arbitrio di ognuno. Tutto il resto sono percezioni, interpretazioni che derivano dai testi che consideriamo sacri. Quel che è chiaro è che c’è qualcosa, si tratti dell’istinto o del Diavolo, che si presenta a noi sfidandoci a dominarlo, a bandire il male. La malvagità non può sopraffarci.

Bergoglio:

È proprio questa la lotta dell’uomo sulla terra.

Da Jorge Mario Bergoglio, Abraham Skorka, "Il Cielo e La Terra", Mondadori 2013

sabato 18 maggio 2013

Borges e i ragazzi del classico (Jorge Mario Bergoglio)

Ricordando gli anni Sessanta al liceo dell'Immacolata

Borges e i ragazzi del classico

di Jorge Mario Bergoglio

La commemorazione del quarantesimo anniversario di baccellierato ha riunito questo gruppo di uomini, la maggior parte divenuti nonni. È così avvenuto il reincontro, c'è stato lo spazio e il tempo per il ricordo, la commemorazione e il gratuito celebrarsi della vita; questa celebrazione che sfugge a tutti i controlli o riduzionismi e fa scrutare il cammino vissuto dall'orizzonte sapienziale della maturità. Durante il loro incontro questi uomini hanno ricordato. Il loro ricordare non è stato una mera somma di aneddoti e informazioni; non è stato nemmeno l'atteggiarsi proustiano del ritorno sempre circolare sulla vita. Il loro ricordare è stato un evento significativo nello scorrere delle loro vite.
Tutti loro hanno imboccato sentieri diversi, tutti avevano un bagaglio da condividere; ognuno ha portato sorrisi e lacrime, ferite e trionfi. E lì, in questa realtà dell'incontrarsi, nella gioia della celebrazione, hanno avuto il coraggio di guardare indietro.
Li ho conosciuti tutti quando avevano 16 o 17 anni. Sono stati miei alunni in letteratura e psicologia durante il quarto e quinto anno di liceo classico. Erano ragazzi vivaci e creativi. L'esercizio letterario che chiedevo loro era quello di scrivere dei racconti; mi ha impressionato la loro capacità narrativa. Ho selezionato alcuni dei racconti che avevano scritto e li ho mostrati a Borges. Anche lui è rimasto colpito e ha incoraggiato la pubblicazione dei testi; per di più ha voluto scrivere di suo pugno la prefazione.
Possiamo forse dire che erano dei piccoli geni? Non mi spingerei a tanto; sono sicuro, questo sì, che erano normali.
Gli ho voluto molto bene. Non mi sono stati e neppure mi sono indifferenti. Il tempo è passato e non mi sono dimenticato di loro. Alcuni sono già davanti a Dio: il primo, Felipe Adjad, “il turco” come lo chiamavamo. Tutti si sono fatti largo nella vita e oggi si sono presi il tempo per far riposare il cuore nell'incontro amichevole per il quarantesimo anniversario. Jorge Milia, premio Nobel all'originalità, ha compilato questi ritratti. Sono storie vere. Leggendole potremo comprendere molte cose di questi uomini originali, così originali come i racconti che hanno scritto. Leggendoli ci renderemo anche conto, come dice Jorge, che «quando dicevamo con orgoglio “Noi siamo dell'Immacolata”, non parlavamo di una cosa con lignaggio e storia; ci stavamo riferendo a Lei». La Vergine aveva molto a che fare con le loro vite.
Mentre scrivo la prefazione a questa pubblicazione voglio, in primo luogo, ringraziare Dio per avere condiviso con loro due anni della mia vita. Ringraziarli per tutto il bene che mi hanno fatto, soprattutto per avermi obbligato e insegnato ad essere più fratello e più padre. Voglio anche esprimere il mio desiderio che le loro vite facciano storia al di là della storia personale di ognuno. Che facciano storia come gruppo ispirando tanti giovani nel cammino creativo; vorrei che la lettura di questi pezzetti di vita siano un seme fecondo per chi li legge.

(©L'Osservatore Romano 18 maggio 2013)

domenica 5 maggio 2013

martedì 9 aprile 2013

La lettera pastorale dell'allora card. Bergoglio per l'apertura dell'Anno della fede (O.R.)

La lettera pastorale dell'arcivescovo di Buenos Aires per l'apertura dell'Anno della fede

Una Chiesa dalle porte sempre aperte

di Jorge Mario Bergoglio

Cari fratelli, tra le esperienze più negative degli ultimi decenni c'è quella di trovare chiuse le porte. La crescente insicurezza ha portato a poco a poco a sbarrare le porte, a collocare sistemi di vigilanza, telecamere di sicurezza, a diffidare degli estranei che bussano alla nostra porta. Tuttavia, ancora in alcuni paesi ci sono porte che restano aperte.
La porta chiusa è tutto un simbolo del nostro tempo. È qualcosa di più di un semplice dato sociologico; è una realtà esistenziale che segna uno stile di vita, un modo di porsi dinanzi alla realtà, dinanzi agli altri, dinanzi al futuro. La porta chiusa della mia casa, che è il luogo della mia intimità, dei miei sogni, delle mie speranze e sofferenze, così come delle mie gioie, è chiusa per gli altri. E non si tratta solo della mia casa materiale, è anche il recinto della mia vita, del mio cuore. Ogni volta sono sempre meno quelli che possono superare questa soglia. La sicurezza di alcune porte blindate custodisce l'insicurezza di una vita che diventa più fragile e meno sensibile alle ricchezze della vita e dell'amore degli altri.
L'immagine di una porta aperta è sempre stata il simbolo di luce, amicizia, gioia, libertà, fiducia. Quanto bisogno abbiamo di recuperare tutto ciò! La porta chiusa ci danneggia, ci atrofizza, ci separa. 
Iniziamo l'Anno della fede e paradossalmente l'immagine che propone il Papa è quella della porta, una porta che occorre varcare per poter trovare quello che ci manca tanto. La Chiesa, attraverso la croce e il cuore del pastore Benedetto XVI, ci invita a varcare la soglia, a fare un passo per prendere una decisione intima e libera: spingerci a entrare in una nuova vita.
La porta della fede ci rinvia agli Atti degli apostoli: «Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede» (Atti degli apostoli, 14, 27). Dio prende sempre l'iniziativa e non vuole che nessuno resti escluso. Dio bussa alla porta dei nostri cuori: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse, 3, 20). La fede è una grazia, un regalo di Dio: «Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza […]; in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio» (Benedetto XVI, Porta fidei, 11 ottobre 2011, n. 7). Oltrepassare questa porta presuppone intraprendere un cammino che dura tutta la vita; mentre andiamo avanti, passando dinanzi a tante porte che oggigiorno si offrono dinanzi a noi, molte delle quali sono false porte, che invitano in modo assai allettante ma menzognero a inoltrarvisi, che promettono una felicità vuota, narcisista e con scadenza stabilita; porte che ci conducono in crocevia dove, quale che sia la scelta che faremo, si troveranno a breve o lungo termine angoscia e disorientamento, porte autoreferenziali che si esauriscono in se stesse e senz'alcuna garanzia per il futuro.
Mentre le porte delle case sono chiuse, le porte dello shopping sono sempre aperte. Si oltrepassa la porta della fede, si varca questa soglia, quando la Parola di Dio è annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che ci trasforma (Porta fidei, n. 1). Una grazia che ha un nome concreto, e questo nome è Gesù. Gesù è la porta (Giovanni, 10, 9). Lui, e solo Lui, è e sarà sempre la porta. Nessuno va al Padre se non attraverso di Lui (Giovanni, 14, 6). Se non c'è Cristo, non c'è cammino verso Dio. In quanto porta, ci apre la strada verso Dio e come Buon Pastore è l'Unico che si prende cura di noi a costo della sua vita. Gesù è la porta e bussa alla nostra porta per fargli varcare la soglia della nostra vita. «Non abbiate paura... spalancate la porta a Cristo», ci diceva il beato Giovanni Paolo II all'inizio del suo pontificato. Aprire le porte del cuore, come fecero i discepoli di Emmaus, chiedendogli di rimanere con noi per poter attraversare le porte della fede e perché il Signore stesso ci porti a capire le ragioni per le quali si crede, per poi andare ad annunciarlo. La fede presuppone che si decida di stare con il Signore per vivere con lui e condividerlo con i fratelli. Ringraziamo Dio per questa opportunità di apprezzare la nostra vita di figli di Dio, per questo cammino di fede che ha avuto inizio nella nostra vita con l'acqua del Battesimo, l'inesauribile e fecondo spruzzo che ci rende figli di Dio e membri fratelli nella Chiesa. La mèta, il destino o fine è l'incontro con Dio con cui siamo già entrati in comunione e che vuole restaurarci, purificarci, elevarci, santificarci e darci la felicità a cui anela il nostro cuore.
Vogliamo ringraziare Dio perché ha seminato nel cuore della nostra Chiesa arcidiocesana il desiderio di diffondere e dare a piene mani il dono del Battesimo. Ciò è il frutto di un lungo cammino iniziato con la domanda «Come essere Chiesa a Buenos Aires?», passato attraverso uno stato di Assemblea per radicarsi nello stato di Missione come opzione pastorale permanente. Iniziare quest'Anno della fede è un nuovo richiamo per approfondire nella nostra vita questa fede ricevuta. Professare la fede con le parole implica viverla nel cuore e mostrarla con le opere: una testimonianza e un impegno pubblico. Il discepolo di Cristo, figlio della Chiesa, non può mai pensare che credere sia un fatto provato. Sfida importante e impegnativa giorno per giorno, persuasi del fatto che «colui il quale ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Filippesi, 1, 6). Guardando alla nostra realtà in quanto discepoli missionari, ci chiediamo: «In che consiste la sfida del varcare la soglia della fede?».
Varcare la soglia della fede è la sfida a scoprire che -- sebbene oggi sembra che regni la morte nelle sue varie forme e la storia sia guidata dalla legge del più forte o più furbo, e l'odio e l'ambizione funzionino come motore di tante lotte umane -- siamo tuttavia anche pienamente convinti che questa triste realtà possa cambiare e debba cambiare decisamente perché «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Romani, 8, 31). Varcare la soglia della fede presuppone che non si abbia vergogna di avere il cuore di un bambino che, credendo ancora in ciò che è impossibile, può vivere nella speranza. L'unica cosa che possa dare senso e trasformare la storia è chiedere senza stancarsi, pregare senza perdersi d'animo e adorare perché il nostro sguardo si trasfiguri. Varcare la soglia della fede ci porta a implorare per ciascuno «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Filippesi, 2, 5), sperimentando così un modo nuovo di pensare, di comunicare fra noi, di guardarci, di rispettarci, di essere in famiglia, di pianificare il futuro, di vivere l'amore e la vocazione. Varcare la soglia della fede è agire, aver fiducia nella forza dello Spirito Santo presente nella Chiesa e che si manifesta anche nei segni dei tempi; è accompagnare il movimento continuo della vita e della storia senza cadere nel disfattismo paralizzante secondo cui il passato è sempre migliore del presente. Urge pensare il nuovo, apportare il nuovo, creare il nuovo, impastando la vita con il nuovo lievito della giustizia e della santità (1 Corinzi, 5, 8). Varcare la soglia della fede implica avere occhi che si meraviglino e un cuore non assuefatto a impigrire, in grado di riconoscere che ogni volta che una donna dà alla luce un figlio si continua a scommettere sulla vita e sul futuro, che quando ci preoccupiamo dell'innocenza dei bambini garantiamo la verità di un domani e quando coccoliamo la vita dedita di un anziano facciamo un atto di giustizia e accarezziamo le nostre radici.
Varcare la soglia della fede è il lavoro vissuto con dignità e vocazione di servizio, con l'abnegazione di chi ricomincia continuamente, senza arrendersi dinanzi alla vita, come se tutto ciò che è stato fatto fosse soltanto un passo verso il regno, pienezza di vita. È l'attesa silenziosa dopo la semina quotidiana, è contemplare il frutto raccolto ringraziando il Signore perché è buono, chiedendo di non abbandonare l'opera delle sue mani (Salmo 137). Varcare la soglia della fede richiede di lottare per la libertà e la convivenza sebbene l'ambiente intorno si mostri rinunciatario, nella certezza che il Signore ci chiede di «praticare la giustizia, amare la bontà e camminare umilmente» con il nostro Dio (Michea, 6, 8). Varcare la soglia della fede comporta la costante trasformazione dei nostri atteggiamenti, modi e regole di vita; riformulare e non mettere toppe o dare una riverniciatura, conferire la forma nuova che Gesù Cristo dà a tutto ciò che la sua mano e il suo Vangelo di vita tocca, spingerci a fare qualcosa di inedito per la società e per la Chiesa; perché «se uno è in Cristo, è una nuova creatura » (2 Corinzi, 5, 17). Varcare la soglia della fede ci porta a perdonare e a saper strappare un sorriso, significa avvicinarsi a chiunque viva alla periferia della vita e chiamarlo col proprio nome, significa badare alle fragilità dei più deboli e sostenere le loro ginocchia vacillanti con la certezza che quello che facciamo per il più piccolo dei nostri fratelli lo stiamo facendo per Gesù stesso (Matteo, 24, 40). Varcare la soglia della fede presuppone celebrare la vita, farci trasformare perché siamo diventati uno con Gesù a mensa dell'Eucaristia celebrata nella comunità, e quindi stare con le mani e il cuore occupati, lavorando al grande progetto del Regno: tutto il resto ci sarà dato in aggiunta (Matteo, 6, 33). Varcare la soglia della fede significa vivere nello spirito del concilio e di Aparecida, Chiesa dalle porte aperte non solo per accogliere, ma fondamentalmente per uscire fuori e riempire con il Vangelo le strade e la vita degli uomini del nostro tempo.
Varcare la soglia della fede per la nostra Chiesa arcidiocesana, presuppone sentirci confermati nella missione di essere una Chiesa che vive, prega e lavora in prospettiva missionaria. Varcare la soglia della fede significa in definitiva accettare la novità della vita di Gesù Cristo risuscitato nella nostra povera carne per farne un segno della vita nuova.
Meditando tutto ciò, volgiamo lo sguardo a Maria; che Lei, Vergine Madre possa accompagnarci nel varcare la soglia della fede e portare nella nostra Chiesa di Buenos Aires lo Spirito Santo, come a Nazaret, perché noi possiamo adorare come lei il Signore e andare ad annunciare le meraviglie che ha fatto in noi.

(©L'Osservatore Romano 6 aprile 2013)

sabato 6 aprile 2013

Il generale dei Francescani nominato nuovo segretario per i religiosi. Prima di lasciare l'Argentina Bergoglio benedì missione neocatecumenali (Izzo)

PAPA: GENERALE FRANCESCANI NUOVO SEGRETARIO RELIGIOSI

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 6 apr. 

Padre Jose' Rodriguez Carballo, attuale generale dei frati minori, e' il nuovo segretario della Congregazione per i religiosi. Lo ha nominato oggi Papa Francesco. Spagnolo, 60 anni, sostituisce  Joseph William Tobin, che era stato trasferito negli Stati Uniti quale aecivescovo di Indianapolis a causa di incomprensioni con la Congregazione della Dottrina della Fede riguardo al dossier sulle suore  americane. Carballo e' il primo ecclesiastico chiamato da Papa Francesco ad assumere un ruolo nella Curia Romana.

© Copyright (AGI)

PAPA: PRIMA DI PARTIRE DA BUENOS AIRES BENEDI' MISSIONE NEOCATECUMENALI

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 6 apr. 

Da domani  per cinque domeniche consecutive l'annuncio del Vangelo risuonera' in 100 piazze di Roma per iniziativa del Cammino neocatecumenale, presente a Roma con 500 comunita'. In ciascuna delle 100 piazze saranno portate un ambone e una croce per creare un ambiente di preghiera ma anche di festa con canti accompagnati dalle chitarre. L'iniziativa e' benedetta dal cardinale vicario Agostino Vallini cosi' come in altre diocesi i vescovi hanno assicurato il loro incoraggiamento a queste presenze nelle piazze e nelle strade in occasione dell'Anno della Fede. E, riferisce la Radio Vaticana, prima di venire al Conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio che era gia' all'aeroporto aveva contattato i dirigenti del Cammino per chiedere loro di segnalare le piazze all'ausiliare e di contare sulla sua benedizione e sul suo appoggio. 

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L'allora card. Bergoglio: ammiro il coraggio e la rettitudine di Benedetto XVI nella lotta alla pedofilia. E inoltre: Che il celibato porti come conseguenza la pedofilia è escluso

Oggi, intanto, il Papa argentino ha certificato pubblicamente che sulla pedofilia si muove sulla scia di Benedetto XVI.La posizione rigorosa di Jorge Mario Bergoglio sul dramma della pedofilia, espressa per la prima volta oggi da Pontefice, non però è nuova. 
Nel libro a due voci con il rabbino Abraham Skorka, ‘Sobre el cielo y la tierra’, pubblicato nel 2012, Bergoglio parlava così: “Che il celibato porti come conseguenza la pedofilia è escluso
Più del 70% dei casi di pedofilia avviene nel contesto familiare e di vicinato: nonni, zii, patrigni, vicini. Il problema non è collegato al celibato. Se un sacerdote è pedofilo, lo è prima di essere sacerdote. Quando ciò accade, non bisogna mai chiudere un occhio. Non si può stare in una posizione di potere e distruggere la vita a un’ altra persona. Nella diocesi non mi è mai accaduto, ma una volta un vescovo mi ha telefonato per chiedermi cosa doveva fare in una situazione di questo tipo e gli ho detto di togliere all’ interessato le licenze, di non permettergli di esercitare più il sacerdozio e di avviare un giudizio canonico presso il tribunale corrispondente a quella diocesi. Per me è questo l’ atteggiamento da assumere, non credo nelle posizioni che affermano di sostenere un certo spirito corporativo per evitare di danneggiare l’ immagine dell’ istituzione. 
Credo che negli Stati Uniti qualche volta si sia proposta questa soluzione: cambiare i sacerdoti. È una sciocchezza perché in quel modo il sacerdote porta il suo problema con sé. La reazione corporativa porta a questa conseguenza, per questo non sono d’ accordo con soluzioni simili. Di recente in Irlanda sono saltati fuori casi ventennali, e il papa attuale ha detto chiaramente: ‘Tolleranza zero con questo crimine’. 
Ammiro il coraggio e la rettitudine di Benedetto XVI al riguardo”.

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martedì 2 aprile 2013

Unioni gay, eutanasia e celibato dei preti: ecco che cosa ne pensa Papa Francesco

Da eutanasia a unioni gay, parla Bergoglio

di Manuela Tulli

Dagli episodi più intimi della sua vita al pensiero sulle grandi questioni, il cardinale Jorge Bergoglio si rivela in un libro-conversazione con il rabbino Abraham Skorka. Dal celibato dei preti all'eutanasia, dalla questione dei divorziati al capitalismo, dalle unioni gay fino agli anni della dittatura in Argentina, Bergoglio e Skorka aprono mente e cuore in questo dialogo raccolto nel libro "Il cielo e la terra" (Mondadori, pp 211, euro 9,90).
Il ricordo più intimo è per spiegare l'importanza del celibato dei sacerdoti: "Mentre ero seminarista - racconta il futuro Papa - rimasi abbagliato da una ragazza che conobbi al matrimonio di uno zio. Mi colpì la sua bellezza, il suo acume... e bé, rimasi in confusione per un bel po' di tempo, mi faceva girare la testa". Poi la decisione: "Tornai a scegliere il cammino religioso".
Questo per rimarcare: "Io sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori".
Rileggendo che cosa scriveva il cardinal Bergoglio (l'edizione argentina è del 2010), alcuni gesti di questi giorni assumono un significato ancora maggiore. A partire dal Giovedì Santo a Casal del Marmo. "Mi fa orrore andare in carcere - diceva l'arcivescovo di Buenos Aires - perché quello che si vede è molto duro ma vado comunque perché il Signore desidera che mi trovi a contatto con il bisognoso, il povero, il sofferente". Sull'eutanasia: nel caso di malati terminali "non siamo tenuti a conservare la vita con metodi straordinari" ma guai alla "eutanasia nascosta" quando per mancanza di mezzi "l'anziano non viene assistito a dovere ed è ridotto a materiale di scarto".

No alle unioni gay perché perché il rischio è quello di danneggiare bambini. "L'omosessualità è sempre esistita" ma "non era mai successo nella storia che si cercasse di darle lo stesso status del matrimonio". 
Comunismo e capitalismo sono accomunate nella loro "perversione spirituale" e "in entrambi i sistemi, benché antagonisti, si può ritrovare l'immagine dell'oppio". La questione del sacerdozio femminile: per il cardinal Bergoglio "la donna ha un'altra funzione, che si riflette nella figura di Maria". Critica anche il femminismo: "Pone le donne su un piano di lotta rivendicativa laddove sono molto di piu". Infine nel libro si trovano i germogli di atteggiamenti e indicazioni del Papa in questi primi giorni di pontificato. La scelta di una chiesa per i poveri: "L'impegno deve essere un corpo a corpo", dobbiamo "stabilire un contatto con il bisognoso". E anche per questo i preti debbono saper "camminare nel fango". "Oggi - raccontava al rabbino il futuro Papa - i preti non usano più la sottana. Ma un sacerdote appena ordinato lo faceva e alcuni parroci lo criticavano per questo. Allora chiese a un saggio sacerdote: Non è un bene che usi la sottana? E quello rispose: Il problema non è se la usi o meno ma che tu la tiri su quando devi farlo per lavorare con gli altri".

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Bergoglio dottore in teologia? No, dottorando (Magister)

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Il ricordo di Giovanni Paolo II nelle parole di Benedetto XVI e dell'allora card. Bergoglio (Radio Vaticana, versione spagnola)

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La Radio Vaticana spagnola cita molto spesso Benedetto XVI, al contrario di quella italiana, che per esempio oggi propone il servizio su Papa Wojtyla riportando solo le parole dell'allora card. Bergoglio.

Quando i Gesuiti emarginarono Bergoglio per essersi schierato prima con Arrupe e poi decisamente contro (Ingrao)

Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Gemma.

Wojtyla, Bergoglio: la coerenza di un uomo di Dio (Izzo)


WOJTYLA: BERGOGLIO, LA COERENZA DI UN UOMO DI DIO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 2 apr. 

Prima di partire per Roma per partecipare al Conclave che avrebbe eletto Benedetto XVI, l'arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio aveva celebrato una messa a Buenos Aires in memoria del Papa polacco, a due giorni dalla morte, avvenuta il 2 aprile 2005, esattamente 8 anni fa. Giovanni Paolo II - aveva detto in quell'occasione - e' stato un testimone coerente del Signore, in comunione con il suo popolo, "con la coerenza di un uomo di Dio". Con la coerenza di chi tutte le mattine "passava molte ore in adorazione" e per questo "si lasciava plasmare dalla forza di Dio". 
La coerenza - sottolineava il futuro Papa Francesco - "non si compra, la coerenza non si studia". La coerenza "va coltivata nel cuore con l'adorazione".
"Credo - aggiungeva il cardinale Bergoglio - che possiamo dire di Giovanni Paolo che era un uomo coerente perche' si e' lasciato "cesellare dalla volonta' di Dio". 
In un tempo in cui abbiamo bisogno di testimoni piu' che di maestri - concludeva l'arcivescovo di Buenos Aires - Giovanni Paolo II ha vissuto fino alla fine essendo proprio questo: "Un testimone fedele". Giovanni Paolo II non ha avuto paura "perche' ha vissuto la sua vita contemplando il Signore Risorto", ha poi sottolineato il cardinale Bergoglio nella Cattedrale di Buenos Aires il primo maggio del 2011 quando a Roma era il giorno della Beatificazione di Karol Wojtyla, ma anche in Argentina la Chiesa, e non solo, vive un giorno di festa. Giovanni Paolo - ribadisce il futuro Papa Francesco - non aveva paura e proprio per questo "abbatte' le dittature". 
"Il coraggio, la fermezza che ci da' la Risurrezione di Cristo - affermo' in tale occasione - la serenita' di essere perdonati attraverso la misericordia" del Signore ci "tolgono la paura". E concludeva, possano dunque risuonare anche oggi nel nostro cuore le parole di Gesu' e del Beato Giovanni Paolo: "Non abbiate paura".  

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