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venerdì 28 giugno 2013

Le radici dell'astio nei confronti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Kung invoca un nuovo Concilio. Nel 2013? No...nel 1985

LE RADICI DELL'ASTIO NEI CONFRONTI DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI. LO SPECIALE DEL BLOG

Cari amici, eccoci al quarto tassello del nostro studio.
Siamo di nuovo a Kung che, negli anni, non ha mai cambiato strategia. Scrive un articolo in tedesco che poi viene tradotto in tutte le lingue. Allora, come ora, e' Repubblica che si incarica del compito per l'Italia.
Anche questo articolo, risalente al 1985, sembra scritto un giorno fa.
Kung rispolvera il suo argomento del cuore: un Concilio Vaticano III. Certo! Fa impressione la data di questa riflessione. A vent'anni dalla chiusura del Vaticano II si invoca la convocazione di una nuova Assemblea. E per discutere che cosa? I temi che ancora oggi sono sul tappeto per Kung: celibato dei preti, sessualità, liberta' di coscienza e di insegnamento della teologia (come se non ci fosse gia'!), apertura al mondo, ecumenismo all'acqua di rose etc.
L'articolo e' un attacco a Giovanni Paolo II ed all'allora cardinale Ratzinger.
Si parla addirittura di inquisizione. Ma dove? Ma quando? Vediamo oggi i frutti della liberta' di coscienza e soprattutto di insegnamento di tanti teologi, soprattutto nel nord Europa.
E' ancora piu' chiaro dove affondano le radici dell'astio nei confronti di Ratzinger-Benedetto XVI.
Egli, in perfetta sintonia con Papa Wojtyla, ha parlato della Verita' del Cristianesimo mettendo in guardia verso l'apertura indiscriminata alle istanze del relativismo.
Ovvio che questo approccio doveva essere fermamente combattuto da chi, invece, sognava una Chiesa che non parlasse chiaro ma in modo sfumato.
Se essa avesse dato retta a Kung gia' dal 1985 dove sarebbe ora?
Difficile dirlo cosi' come e' difficile non ammettere che Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger, sul piano teologico, si sono scontrati con chi godeva della massima considerazioni sui mass media e nelle universita'.
Il potere della telecrazia...e ritorniamo alla splendida omelia pronunciata dall'allora arcivescovo di Monaco e Frisinga il 10 agosto 1978, a pochi giorni dalla morte di Paolo VI. Clicca qui per rileggere il testo.
R.

CHIEDO UN NUOVO CONCILIO


05 ottobre 1985 —   pagina 26   sezione: CULTURA


di HANS KUNG


E' VERO che il Concilio Vaticano II viene enfaticamente evocato da Giovanni Paolo II, così come da Ratzinger. Ma entrambi contrappongono a tutti gli "spiriti maligni del Concilio" il "vero Concilio", che, lungi dal segnare un nuovo inizio, è semplicemente la continuazione del passato

Gli innegabili testi conservatori del Vaticano II, imposti dal gruppo curiale (la "nota praevia" sui privilegi papali venne formalmente imposta al Concilio da Paolo VI), sono interpretati con lo sguardo rivolto risolutamente al passato, mentre le sue epocali aperture al futuro vengono ignorate in punti fondamentali: invece delle parole programmatiche del Concilio, di nuovo le parole d' ordine di un magistero autoritario; invece dell' "aggiornamento" nello spirito del Vangelo, di nuovo la cosiddetta "dottrina cattolica" tradizionale; invece della "collegialità" del Papa con i vescovi, di nuovo un irrigidito centralismo romano; invece dell' "apertura" al mondo moderno, di nuovo una crescente lamentazione e deprecazione del presunto "adattamento"; invece dell' "ecumenismo", di nuovo l' accentuazione di tutto ciò che è strettamente cattolico-romano; non si parla più della distinzione tra Chiesa di Cristo e Chiesa cattolico-romana, tra la sostanza della dottrina della fede e il suo rivestimento linguistico storico, e di una "gerarchia delle verità". 
Con tutto ciò il Vaticano non galleggia come un semplice turacciolo sulle onde di una corrente mondiale conservatrice. No, esso fa politica, molto attivamente e, per quanto riguarda l' America centrale e latina (come ha ammesso pubblicamente e con energia il presidente Reagan) addirittura in diretto accordo con la Casa Bianca. Il tutto senza preoccuparsi della delusione e della frustrazione della base: ad esempio persino i più modesti desiderata intraecclesiali ed ecumenici dei sinodi tedesco, austriaco e svizzero - che hanno lavorato per anni con idealismo e con largo sacrificio di tempo e di denaro -, sono stati respinti senza alcuna giustificazione da una Curia soddisfatta di sè; chi continua a interessarsi a che vengano accolti? E intanto il numero dei praticanti, dei battesimi e dei matrimoni in chiesa continua a diminuire... 
Nonostante tutto, il giuridismo, il clericalismo e il trionfalismo romani, pur aspramente criticati dai vescovi del Concilio, rinascono a vita nuova, ringiovaniti artificialmente e in veste rammodernata: soprattutto nel "nuovo" diritto ecclesiastico (Cic), che, contro le intenzioni del Concilio, non pone alcun limite al potere del Papa, della Curia e dei nunzi; anzi, riduce l' importanza dei Concili ecumenici, assegna compiti puramente consultivi alle conferenze episcopali, riconduce i laici alla piena sudditanza nei confronti della gerarchia e ignora sistematicamente la dimensione ecumenica. Questo "diritto" della Chiesa viene tradotto dalla Curia in una politica molto pratica, anche durante le frequenti assenze del Papa, mediante una quantità di nuovi documenti, decreti, esortazioni e istruzioni: dai decreti sul paradiso e l' inferno fino al rifiuto, altamente ideologico, dell' ordinazione delle donne; dal divieto della predicazione dei laici (ora valido anche per i relatori e le relatrici pastorali formati teologicamente) fino alla proibizione del servizio delle donne all' altare; dal diretto intervento curiale nei grandi ordini religiosi (elezione del generale dei gesuiti, statuto delle carmelitane, visita inquisitoria delle congregazioni femminili americane) fino ai ben noti procedimenti disciplinari nei confronti dei teologi
Al tempo del Concilio sarebbe sembrato incredibile: l' Inquisizione, che cambia continuamente il proprio nome (ora si chiama "Congregazione per la dottrina della fede") e un po' anche i propri metodi (ora ricorre a un tono più dolce, a "colloqui informativi" e ad azioni dietro le quinte), ma non certo i propri princìpi (procedura segreta, rifiuto della visione degli atti, dell' assistenza giuridica e dell' appello: la stessa autorità accusa e giudica), è tornata a lavorare a pieno regime, specialmente contro i moralisti nord-americani, i dogmatici dell' Europa centrale, i teologi latino-americani e africani della liberazione. Viene invece favorita con tutti i mezzi l' organizzazione segreta spagnola "Opus Dei", un' istituzione teologicamente e politicamente reazionaria, immischiata nelle banche, nelle università e nei governi, che ostenta tratti medievali e controriformistici e che questo Papa, il quale le era vicino già a Cracovia, ha sottratto al controllo dei vescovi. La catena delle contraddizioni si prolunga: un continuo parlare di diritti umani, ma nessuna giustizia concreta per i teologi e per le suore; violente proteste contro le discriminazioni nella società, ma all' interno della Chiesa la discriminazione viene praticata nei confronti delle donne; una lunga enciclica sulla misericordia, ma nessuna misericordia concreta per i divorziati e i sacerdoti sposati (circa 70.000, di cui 7.000 nella sola Germania) e così via. Anche sotto questo profilo, "anni magri". Più discordia che concordia Sull' utilità dei viaggi papali si è parlato molto nei mass media, e nessuno contesta che per singole persone e per determinati paesi questi viaggi abbiano avuto un significato positivo. Alcuni impulsi spirituali saranno pur scaturiti dagli innumerevoli discorsi, appelli e servizi religiosi. Ma per la Chiesa vista nel suo complesso? In molti paesi i viaggi papali non hanno forse suscitato grandi speranze di cambiamenti, speranze che poi sono state amaramente deluse? Forse che in una sola delle tante nazioni visitate si è fatto qualcosa di decisivo per migliorare la situazione? Per quanto riguarda la sua patria polacca, il Papa ha indubbiamente sopravvalutato la propria possibilità di imporre reali mutamenti politici; ed ora deve assistere impotente allo spettacolo di un popolo passato dall' entusiasmo alla rassegnazione. Nell' Europa occidentale e negli Stati Uniti, gli antagonismi tra quanti, nella Chiesa, guardano conciliarmente in avanti e i tradizionalisti, invece che superati, sono stati rafforzati e inaspriti; spesso, invece di curare le ferite della Chiesa, questo Papa le inasprisce, favorendo così, involontariamente, più la discordia che la concordia. Una censura vaticana preventiva impedisce per lo più che nei suoi viaggi il Papa si confronti con i veri problemi del clero e del popolo; egli non va per ascoltare, ma per insegnare. Quando però - come in Svizzera e in Olanda - è costretto a confrontarsi con domande non censurate, risulta evidente quanto poco, in realtà, il magistero abbia da dire sui bisogni più pressanti degli uomini e dei loro pastori. Ciò salta agli occhi soprattutto per ciò che riguarda i problemi delle donne. Contro le donne moderne, che cercano una forma di vita adeguata ai tempi, questo Papa conduce una battaglia quasi spettrale: dal divieto alle donne di servire all' altare al divieto della contraccezione, a quello dell' ordinazione delle donne e della modernizzazione degli ordini femminili. Ma non ci si illuda: la questione femminile è destinata a diventare sempre più il test di questo pontificato. In America latina, a causa della campagna vaticana contro la teologia della liberazione - oltre che per la "penitenza del silenzio" imposta al professore brasiliano Leonardo Boff e per l' indegno trattamento riservato da Roma a cardinali e vescovi latino-americani - il Papa ha finito per perdere la simpatia di cui godeva in quei paesi. Ora anche là ci si comincia a rendere sempre più chiaramente conto dell' ambiguità di molti dei suoi appelli sociali. E anche in Africa, dove all' inizio l' entusiasmo delle masse era particolarmente grande, si va diffondendo la freddezza, come è accaduto per i viaggi papali in Svizzera e in Olanda (dove per la prima volta sono stati notevolmente pochi i curiosi!): al di là di tutte le adesioni verbali all' "africanizzazione" della Chiesa, il Papa ha polemizzato duramente con la "teologia africana" e non ha dimostrato la minima comprensione per tradizioni tribali - certamente problematiche, ma profondamente radicate - come il "matrimonio graduale" (prima un figlio e poi il matrimonio) e il primitivo ordinamento poligamico (che, com' è noto, si incontra anche presso i Patriarchi di Israele), e anche il matrimonio dei preti, di fatto largamente tollerato. L' annuncio programmatico "Crescete e moltiplicatevi", fatto risuonare per tutta l' Africa, assieme alla condanna (in sè contraddittoria) dell' aborto e della contraccezione, secondo molti commenti della stampa, rende il Papa corresponsabile dell' esplosione demografica, della fame e della penosa miseria cronica di milioni e milioni di bambini. La canonizzazione come "martire della castità" di una suora assassinata e la consacrazione di una cattedrale (l' architetto è italiano) costata trentacinque milioni di marchi, la più grande dell' Africa, ad Abidjan nel cuore di una povertà indescrivibile, ignorano la realtà africana quanto le prediche in favore della continenza sessuale (o del metodo Ogino-Knaus) e del celibato. Molti si chiedono: a che servono tutti i discorsi sociali in favore dell' umanità, della giustizia e della pace, se la Chiesa risulta assente soprattutto su quei problemi politico-sociali ai quali essa potrebbe arrecare un contributo determinante? Ciò vale, non da ultimo, per l' intero campo dell' ecumenismo. E' triste constatare come in nessun punto, sotto questo pontificato, sia stato raggiunto un reale progresso ecumenico. Al contrario; i non cattolici parlano di campagne propagandistiche cattolico-romane del Papa, in quanto in pratica i loro rappresentanti vengono ricevuti come statisti, e non come partners di pari dignità. Tutto ciò ha portato al raffredarsi, estremamente preoccupante, del clima ecumenico, alla delusione e alla frustrazione tra le persone di sentimenti ecumenici di tutte le Chiese e, purtroppo, anche al rinascere dei vecchi complessi anticattolici di paura e degli atteggiamenti difensivi scomparsi durante i "sette anni grassi". Il Rapporto sulla fede di Ratzinger ci dirà chiaramente che cosa si deve pensare dei solenni discorsi romani in materia di ecumenismo. Il ristagno intraecclesiale e quello ecumenico - blocco dei mutamenti reali e inflazione delle parole inconcludenti - vanno di pari passo. Vescovi tra due fuochi Per fortuna, però, il movimento conciliare ed ecumenico, benchè ostacolato continuamente dall' alto, va avanti nella base, nelle singole comunità. La conseguenza non può essere che una crescente estraniazione della "Chiesa dall' alto" dalla "Chiesa dal basso"; estraniazione che arriva all' indifferenza. Più che mai oggi dipende dal singolo parroco e dai singoli laici impegnati che una comunità sia pastoralmente viva, liturgicamente attiva, ecumenicamente impegnata e socialmente interessata. Ma tra Roma e le comunità ci sono i vescovi; e ad essi in questa crisi spetta un ruolo decisivo. I vescovi - che in molti paesi d' Europa, America, Africa e anche Asia, sono notevolmente più aperti ai bisogni e alle speranze degli uomini che non molti curiali del quartier generale - si trovano attualmente tra due fuochi: quello delle attese della base e quello degli ordini di Roma. A volte il Papa in persona interviene presso di loro affinchè prendano pubblicamente posizione contro l' ordinazione delle donne o la contraccezione. Anzi gli càpita di andare addirittura in bestia se - di fronte alla crescente carenza di sacerdoti e a una pastorale languente (fra cinque o dieci anni non solo nella Svizzera di lingua tedesca, ma anche in altri paesi solo la metà delle parrocchie potrebbe essere curata da parroci!) - deve confrontarsi col fatto di decine di migliaia di sacerdoti sposati, i cui rappresentanti proprio recentemente hanno tenuto alle porte di Roma un loro proprio sinodo, chiedendo di venire riammessi al servizio della Chiesa. In vista dei mutamenti a lungo termine, per il Vaticano - come per ogni altro sistema politico - è di capitale importanza la politica personale. E in vista dell' attuale svolta della politica romana, il privilegio (riservato alla Curia dai casi della storia) delle nomine dei vescovi è indubbiamente lo strumento principale, se si prescinde dalle nomine dei cardinali, da sempre competenza di Roma, e dall' appoggio accordato ai teologi ligi al sistema. Solo poche diocesi hanno conservato alcuni limitati diritti dell' antica elezione del vescovo da parte del clero e del popolo (elezione che, come è noto, costituisce un fondamentale punto controverso anche tra il Vaticano e la Repubblica Popolare Cinese, che è favorevole all' autoamministrazione delle Chiese). La strategia a lungo termine di Roma (come conferma anche Ratzinger) è più che mai quella di sostituire l' episcopato aperto del periodo post-conciliare con vescovi dottrinariamente ligi (in maniera particolarmente deplorevole in Olanda; a Parigi, a Detroit e in Vaticano sono stati preferiti candidati di origine polacca o slava), che vengono sottoposti ad esame per ciò che riguarda la loro ortodossia ed impegnati con giuramento: press' a poco come avviene nell' Urss per gli alti funzionari. Ma non è soltanto nei grandi ordini dei gesuiti, dei domenicani e dei francescani che si avanzano riserve nei confronti del Papa autoritario; nella stessa Curia romana ci si lamenta e si ironizza sulla "slavofilia" del Papa e sulla "polonizzazione" della Chiesa. Un appello Lo strumento tattico adeguato alla strategia a lungo termine di un' ampia restaurazione e di una definitiva sottomissione dell' ancora troppo autonomo episcopato è, per il Vaticano, l' imminente sinodo dei vescovi. Esso si propone di verificare i risultati del Vaticano II e di formularne criteri interpretativi, le linee direttrici e le delimitazioni (cattolico - non cattolico!). Si noti bene: invece di un sinodo "ordinario" (per il quale i vescovi stessi potrebbero eleggere i loro rappresentati) Roma ha convocato, senza urgenza, un sinodo "straordinario". In questo tipo di sinodo hanno posto soltanto i presidenti delle conferenze episcopali: gente piuttosto conservatrice, e in ogni caso approvata da Roma. Non che essi abbiano potere decisionale, solo il papa può decidere; e in tal modo la collegialità, proclamata solennemente dal Concilio, in Vaticano è rimasta lettera morta. Anzi, a Roma si è quasi riusciti a ridurre il sinodo dei vescovi a un puro e semplice organo di consenso. Così anche in questo sinodo tutto è guidato ancora una volta dall' apparato curiale, che, già dal punto di vista numerico, con i suoi cardinali di Curia e con i membri di nomina pontificia, vi è super-rappresentato e che, oltre alla preparazione dei documenti nello spirito ratzingeriano, controlla saldamente anche l' ordine del giorno e l' orientamento dei lavori. La separazione tra i poteri continua a rimanere estranea al diritto ecclesiastico cattolico. E i teologi critici (per la Curia il Vaticano II è stato un deplorevole "concilio dei teologi") vengono tenuti lontani. Quindi, secondo la dichiarata concezione romana, le cose dovrebbero svolgersi molto rapidamente: in due settimane si conta di venire a capo di tutti i problemi. In verità, in queste condizioni, a un vescovo che volesse criticare l' attuale corso sarebbe necessaria la libertà apostolica di un Paolo che, secondo la sua stessa testimonianza (Galati 2, 11 ss.), "resistette in faccia" a Pietro, perchè "non si comportava rettamente secondo la verità del Vangelo"... Ad ogni modo le acque hanno incominciato a muoversi: un vescovo francese ha criticato il Rapporto sulla fede del cardinale Ratzinger come "proposte di vacanza" (propos de vacances), delle quali non si saprebbe dire se il rapporteur le esprime come privato, come teologo o come titolare di un ufficio. Ecco dunque le domande fondamentali: i conti della Curia torneranno anche questa volta? I vescovi diranno la verità? Esprimeranno - opportune importune - anche i "tabuizzati" bisogni e le speranze delle loro comunità e del loro clero? Spezzeranno, se necessario, l' incantesimo curiale, così come al Vaticano II lo spezzarono i cardinali Frings e Lienart, protestando contro l' intera procedura autoritaria e avviando un processo di riflessione? E' chiaro che i vescovi, come già i loro predecessori al Concilio, si troveranno di fronte a un difficile dilemma: o cercare il futuro nel passato e integrarsi nel corso restauratore della Curia romana (ma allora - come si è visto chiaramente in Olanda - dovranno affrontare una pericolosa prova di forza con l' episcopato, il clero e il popolo). Oppure progettare il futuro nel presente e, come già al Vaticano II, rischiare con libertà cristiana anche il conflitto con la Curia; in tal caso, patrocinando risolutamente la coerente continuazione del rinnovamento conciliare, si assicureranno l' ampio consenso del popolo e dei loro parroci. Dovrebbe far riflettere i vescovi quello che un gruppo di parroci di Monaco ha scritto a proposito del Rapporto sulla fede del loro antico vescovo (Sddeutsche Zeitung del 17/18 agosto 1983): "La nostra pratica pastorale ci ha fatto confrontare con alcuni infelici fenomeni derivanti dal rinnovamento conciliare; sappiamo però anche che una Chiesa che volesse ritornare a prima del Vaticano II, si allontanerebbe dalla società moderna e sarebbe destinata ad assumere un' importanza marginale. E chi - come Ratzinger - si eleva, in maniera così trionfalistica, al di sopra di tutto ciò che non è o non sembra essere cattolico-romano, si pone al di fuori di ogni possibilità di dialogo". In effetti, chi, dopo una rivoluzione come il Vaticano II, crede di poter restaurare l' Ancien Règime, si illude, come già si illusero Metternich e gli altri restauratori del "nuovo equilibrio". Di qui - in solidarietà con questi confratelli e innumerevoli cattolici - l' appello di un uomo che vent' anni fa, in qualità di teologo conciliare, contribuito alla configurazione del Vaticano II: al sinodo e nelle diocesi possano i vescovi agire come in quel Concilio. Possano essi impegnarsi, nello spirito del Vangelo e obbedendo alla propria coscienza, in favore delle comunità e dei sacerdoti loro affidati; ma in primo luogo in favore della gioventù, che vive sempre più lontana dalla Chiesa, e delle donne, che, a causa di una gerarchia maschilista, autoritaria e celibetaria se ne vanno silenziosamente in numero crescente; e anche in favore di quanti hanno fallito nel matrimonio o nei confronti della legge del celibato; dei teologi e delle suore, demoralizzati o ingiustamente puniti; dell' intesa definitiva tra le Chiese cristiane, del dialogo senza preconcetti con ebrei, musulmani e credenti di altre fedi, e, non da ultimo, di fronte al ritorno dell' Inquisizione, in favore della libertà di pensiero, di coscienza e di insegnamento nella nostra Chiesa cattolica. Un sinodo dei vescovi può raggiungere tutti questi obiettivi? No. Per questo, c' è bisogno di un terzo Concilio Vaticano. 

(traduzione dal tedesco di Giovanni Moretto)


© Copyright Repubblica, 5 ottobre 1985

Il no dei lefebvriani: il Concilio Vaticano II ha "distrutto l'autorità della Chiesa"

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martedì 11 giugno 2013

Benedetto XVI e la libertà religiosa nel Vaticano II (Restán)

Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:

Benedicto XVI y la libertad religiosa en el Vaticano II

José Luis Restán 

Con ambas sorprendentes visitas el nuevo Papa enviaba un mensaje sobre su deseo de sanar las discordias que han lacerado el cuerpo de la Iglesia tras la difícil digestión de los textos conciliares. A unos y otros quería decirles que la única clave justa para interpretar el Concilio es la "hermenéutica de la reforma", es decir, la renovación dentro de la continuidad del único sujeto-Iglesia… un sujeto que crece en el tiempo y se desarrolla, pero permaneciendo siempre el mismo, único sujeto del pueblo de Dios en camino. El tema de la doctrina sobre la libertad religiosa es ciertamente una de esas encrucijadas que ilustran el complejo engarce de renovación y continuidad.

Como explica en este discurso Benedicto XVI, el Concilio pretendió definir de modo nuevo la relación entre la Iglesia y la modernidad a través de tres círculos de preguntas: la relación entre la fe y las ciencias, entre la Iglesia y el Estado moderno, y entre el cristianismo y las religiones del mundo. Las dos últimas hacen referencia al problema de la libertad religiosa, constituida ya entonces como uno de los pilares del Estado democrático.
Recordemos el núcleo de este pasaje dentro de aquel memorable discurso: “El concilio Vaticano II, reconociendo y haciendo suyo, con el decreto sobre la libertad religiosa, un principio esencial del Estado moderno, recogió de nuevo el patrimonio más profundo de la Iglesia. Esta puede ser consciente de que con ello se encuentra en plena sintonía con la enseñanza de Jesús mismo (cf. Mt 22, 21), así como con la Iglesia de los mártires, con los mártires de todos los tiempos. La Iglesia antigua, con naturalidad, oraba por los emperadores y por los responsables políticos, considerando esto como un deber suyo (cf. 1 Tm 2, 2); pero, en cambio, a la vez que oraba por los emperadores, se negaba a adorarlos, y así rechazaba claramente la religión del Estado. Los mártires de la Iglesia primitiva murieron por su fe en el Dios que se había revelado en Jesucristo, y precisamente así murieron también por la libertad de conciencia y por la libertad de profesar la propia fe, una profesión que ningún Estado puede imponer, sino que sólo puede hacerse propia con la gracia de Dios, en libertad de conciencia. (Discurso a la Curia Romana, 22-12-2005)  
En un artículo publicado en L’Osservatore Romano con motivo del 50 aniversario del Concilio Vaticano II, Benedicto XVI amplía la explicación ofrecida en discurso a la Curia de diciembre de 2005 y sostiene que “la doctrina sobre la tolerancia, tal como había sido elaborada en sus detalles por Pío XII, no resultaba suficiente ante la evolución del pensamiento filosófico y la autocomprensión del Estado moderno”. Esta insuficiencia que detecta el Papa Ratzinger tiene que ver con la inercia de un contexto de incomprensión mutua entre la Iglesia y cierto espíritu de la edad moderna, empeñado en  la marginación de Dios y de la Tradición cristiana. A este espíritu violentamente anticristiano respondió el Papa Pío IX con una condena áspera y radical. Así se compone un escenario de mutuo rechazo que hacía imposible cualquier entendimiento. Y aunque se había producido un acercamiento progresivo, especialmente tras la II Guerra Mundial, Benedicto XVI considera que las respuestas no eran satisfactorias.
El Estado democrático, que tras la cruel contienda había tornado a mirar con mayor simpatía la doctrina filosófica y jurídica vinculada a la tradición eclesial, postulaba sin reservas la libertad de elegir y practicar la religión, y la libertad de cambiarla, como pertenecientes al conjunto de las libertades fundamentales del hombre. ¿Había en esto alguna contradicción o escollo insalvable en la Tradición de la Iglesia? El Concilio responderá que no, provocando un duro rechazo (quizás el más rocoso y profundo) entre quienes lo impugnan en nombre de esa misma Tradición, acusando al Vaticano II de ruptura.    
En este punto Benedicto XVI se muestra claramente a favor de la formulación conciliar, pero consciente de las dificultades de su recepción por parte de los sectores tradicionalistas ha querido exponer cuidadosa y articuladamente sus razones. Y así, en el artículo antes mencionado sostiene que “esa concepción no podía ser ajena a la fe cristiana, que había entrado en el mundo con la pretensión de que el Estado no pudiera decidir sobre la verdad y no pudiera exigir ningún tipo de culto”. Observemos que para ilustrar la continuidad con la Tradición el papa se sitúa en los orígenes de la época apostólica. “los cristianos rezaban por el emperador, pero no lo veneraban… desde este punto de vista, se puede afirmar que el cristianismo trajo al mundo con su nacimiento el principio de la libertad de religión”. No sólo eso, según la audaz formulación pronunciada ante la Curia, “los mártires de la Iglesia primitiva murieron por su fe en el Dios que se había revelado en Jesucristo, y precisamente así murieron también por la libertad de conciencia y por la libertad de profesar la propia fe, una profesión que ningún Estado puede imponer, sino que sólo puede hacerse propia con la gracia de Dios, en libertad de conciencia”.
Esta argumentación es esencial para desentrañar el nudo gordiano que plantean quienes consideran que el decreto conciliar sobre la libertad religiosa del Vaticano II rompe con la Tradición católica. El Papa, garante por su ministerio de esa misma Tradición, señala una continuidad de fondo difícilmente rebatible con argumentos históricos y teológicos. Es cierto que la comprensión de la libertad religiosa, de su contenido, amplitud y consecuencias históricas, ha experimentado una evolución al compás de los tiempos en el magisterio pontificio. En ese sentido la mención a Pío IX introducida en el discurso a la Curia es significativa. En la dinámica de la renovación en la continuidad, propia del carácter histórico y de presente que siempre tiene la vida eclesial, existen decisiones de fondo siempre válidas, mientras que las formas de su aplicación a contextos nuevos pueden cambiar. Esto se refleja muy bien en la evolución de la comprensión eclesial de la libertad religiosa.
Lo que algunos canonizan como posición inequívoca de la Tradición al respecto, responde en el fondo a la necesidad de conjurar el peligro de identificar la libertad de religión como expresión de la incapacidad del hombre de encontrar la verdad. Sin embargo, explicó Benedicto XVI, “es totalmente diferente considerar la libertad de religión como una necesidad que deriva de la  convivencia  humana, más aún, como una consecuencia intrínseca de la verdad que no se puede imponer desde fuera, sino  que  el hombre la debe hacer suya sólo mediante un proceso de convicción”.
Joseph Ratzinger, que vivió durante su juventud en carne propia la pretensión totalitaria del nazismo, considera que para desenredar este asunto objeto de inacabables polémicas, fue providencial la elección de Juan pablo II, un papa llegado de un país en el que la libertad de religión era rechazada a causa del marxismo, que es en el fondo una forma particular de filosofía estatal moderna. La sugestiva indicación de Benedicto XVI es que Juan Pablo II, al proceder de una situación análoga a la de la Iglesia antigua,  permitía hacer visible nuevamente la íntima conexión entre la fe cristiana y la libertad de religión y de culto. De pronto sucedió algo que parecía inédito a la opinión común, especialmente la reflejada por los medios de comunicación: la Iglesia, a través de un Papa llegado del Este, era reconocida como abanderada de las libertades (y esencialmente de la libertad religiosa) haciendo añicos las imágenes que indefectiblemente la situaban en el polo de la polémica anti-liberal. No es que la Iglesia hubiese cambiado su doctrina, que continuaba siendo igualmente crítica con una concepción de la libertad como ausencia de vínculos o como incapacidad de conocer la verdad, sino que de pronto se hizo visible un aspecto que las anteriores circunstancias históricas habían contribuido a oscurecer.        
Por otra parte no puede negarse que al definir una nueva relación entre la fe de la Iglesia y algunos elementos esenciales del pensamiento moderno, el Concilio Vaticano II revisó o incluso corrigió algunas decisiones históricas de la autoridad eclesial precedente. Pero según Benedicto XVI, en esta aparente discontinuidad la Iglesia mantuvo y profundizó su íntima naturaleza y su verdadera identidad.
La decisión, precisión y esmero con que el Papa Ratzinger sostiene esta posición nos habla de la importancia que tiene precisamente para la nueva evangelización. En el pensamiento del Papa está muy presente la conciencia de que nos adentramos en una etapa histórica (al menos en Occidente) en que no será la Iglesia quien plasme la cultura común, expresada en la costumbre y en las leyes. Más bien la comunidad eclesial se constituye ya en muchos lugares como una “minoría creativa”, aunque el horizonte de su vocación debe ser siempre la totalidad del mundo, y por eso debe mantener la vigilancia para no convertirse en una ciudadela amurallada. Es una situación que el Papa conecta (salvando todas las distancias) con los primeros siglos de la era cristiana. La defensa de la libertad religiosa para todos (evidentemente también para los católicos) es un elemento sustancial de una auténtica democracia, de una verdadera convivencia civil, pero es también una salvaguarda necesaria para la vida y misión de los cristianos y de sus comunidades, cuya vocación es fundamentalmente el testimonio a campo abierto.
La Iglesia no espera del Estado democrático (como los primeros cristianos no lo esperaban del César) ni privilegios ni sustituciones en lo que es su misión. Reconoce y respeta a las legítimas autoridades, incluso reza por ellas, aunque su juicio histórico sobre su forma de ejercer el poder pueda ser en muchos casos negativo. Pero les reclama la libertad y la seguridad que corresponden a cualquier realidad social. Reivindica su derecho a tener su propia voz, a contribuir al bien común y a oponerse cuando lo crea necesario, porque el Estado nunca puede ser objeto de veneración, ni es la fuente de la justicia y el derecho. Curiosamente la defensa de la libertad religiosa que encarna hoy la Iglesia constituye un servicio precioso a favor de una sana laicidad, y en sentido inverso, es un dique frente a la pulsión totalitaria que según Tocqueville siempre amenaza al poder político, aunque se base en el consenso democrático.        
Para los católicos de esta era la indicación de Benedicto XVI en el texto que comentamos es de vital importancia porque nos recuerda que no podemos poner la confianza en las realizaciones políticas, aunque nunca nos resultarán indiferentes. No serán las leyes ni las decisiones políticas las que cambien la mentalidad y el corazón de los hombres. Es legítimo aspirar como católicos a conformar esas leyes en la dirección más justa que sea posible, y a plasmar políticas que sirvan a la dignidad del hombre del modo más adecuado. Sabemos que en muchas ocasiones esto será imposible, pero incluso cuando se alcance en alguna medida, esa no puede ser la roca sobre la que asentar nuestra esperanza. Sólo el encuentro con Jesucristo presente en su Iglesia puede ofrecer el sentido y la esperanza de la vida; sólo la fe (que es fruto de la gracia y de la libertad) genera un sujeto que obra según la caridad y se compromete por la justicia. Del Estado cabe esperar un espacio que favorezca la libertad y albergue cordialmente ese testimonio.
Concluyo con las palabras que Benedicto XVI dirigió a la multitud de fieles congregados en Hyde Park durante la Vigilia por la beatificación de John Henry Newman: “No podemos guardar para nosotros mismos la verdad que nos hace libres; hay que dar testimonio de ella... No lejos de aquí, en Tyburn, un gran número de hermanos y hermanas nuestros murieron por la fe... En nuestro tiempo, el precio que hay que pagar por la fidelidad al Evangelio ya no es ser ahorcado, descoyuntado y descuartizado, pero a menudo implica ser excluido, ridiculizado o parodiado. Y sin embargo, la Iglesia no puede sustraerse a la misión de anunciar a Cristo y su Evangelio como verdad salvadora, fuente de nuestra felicidad definitiva como individuos y fundamento de una sociedad justa y humana”.

http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=3882&te=15&idage=7395&vap=0&npag=1

giovedì 6 giugno 2013

Cinquant'anni di sorprese (Restán)

Cincuenta años de sorpresas

José Luis Restán

El 3 de junio se han cumplido cincuenta años de la muerte del beato Juan XXIII. El papa Francisco ha hecho memoria de la figura de Ángelo Roncalli subrayando la nota  de la obediencia. Fue un hombre de gobierno, un  conductor, pero un conductor que se dejó conducir por el Espíritu. Fue la obediencia evangélica, no tanto un programa genial ideado por sí mismo, la fuente de un pontificado que marcó la segunda mitad del siglo XX. Según Francisco esta obediencia es el legado más eficaz que nos ha dejado el papa Juan, porque canta con elocuencia que es Dios quien gobierna su Iglesia. 

Y es curioso cómo prepara y forja el Señor la vida de los que elige para guiar su barca. Durante años la trayectoria de Roncalli parecía alejarse más y más del centro romano, en oscuras misiones diplomáticas que podían haberse resuelto con la mera astucia y el cálculo, quizás con una pizca de resentimiento. Pero en Bulgaria, Grecia y Turquía Ángelo Roncalli hizo mucho más que despachar relaciones diplomáticas. Conoció al pueblo cristiano, mucha veces en minoría; comprendió los dramas de la gente sencilla en un momento de terrible convulsión; presenció el azote del totalitarismo, la herida de la división entre los cristianos y la tragedia del pueblo hebreo. Y volvió distinto. ¿Quién podía pensar que Alguien le preparaba para algo aparentemente tan diverso.
Seguramente fue esa obediencia evangélica la que le dispuso a emprender lo que para muchos era tan solo una aventura incierta. Juan XXIII conocía bien las entretelas de la Iglesia de su tiempo, aún bastante robusta en su presencia e instituciones; pero intuía  que la Iglesia no avanzaba, que parecía más una realidad del pasado que la portadora del futuro. Como diría cincuenta años después Benedicto XVI, "para muchos la fe ya no se alimentaba en el encuentro gozoso con Cristo sino que se había convertido en una mera cuestión de hábito". Y así lo precisó Juan XXIII en la histórica homilía de apertura del  Concilio Vaticano II: "El supremo interés del Concilio Ecuménico es que el sagrado depósito de la doctrina cristiana sea custodiado y enseñado de forma cada vez más eficaz... Es preciso que esta doctrina verdadera e inmutable, que ha de ser fielmente respetada, se profundice y presente según las exigencias de nuestro tiempo". De nuevo Benedicto XVI, testigo juvenil de aquella conciencia cargada de emoción, nos comunica "la tensión de hacer resplandecer la verdad y la belleza de la fe en nuestro tiempo, sin sacrificarla a las exigencias del presente ni encadenarla al pasado".
Al beato Juan XXIII se le pidió un último sacrificio, partir sin haber culminado la travesía del Concilio. Entonces apareció en escena el Papa Montini. Un hombre de delicadeza extraordinaria, de gran finura intelectual, conocedor de los movimientos profundos de una cultura que rompía su vínculo con la tradición cristiana. En medio de la tremenda tormenta postconciliar podemos imaginarlo como a esos capitanes que piden ser atados al timón de su barco para mantener el rumbo frente a un oleaje brutal. Las lágrimas de Montini son algo más que leyenda: a diferencia de Pedro que lloraba por su traición, él lloró por el sufrimiento que comportaba mantenerse fiel. Y si Juan XXIII llenó de alegre sorpresa al mundo con sus gestos e intuiciones que cambiaron la historia, Pablo VI sorprendió a propios y extraños con una libertad y un coraje que parecían contradictorios con su fragilidad física y delicadeza de carácter. Y así pudo preparar a la Iglesia para hablar al hombre contemporáneo, que tiene de Jesús una necesidad absoluta. 
Por aquellos años ya cuajaba la experiencia singular de un joven obispo polaco, la más inesperada de las sorpresas, y ya van unas cuantas. Tras el resplandor de la sonrisa de Juan Pablo I, una suerte de brisa de esperanza, sucede lo nunca visto. Karol Wojtyla, un obispo de 58 años forjado en la resistencia frente al nazismo y al comunismo, un pastor del otro lado del Telón de Acero que vive de manera natural la sintonía entre Iglesia y libertad, es llamado a la Sede de Pedro. La historia sólo la comprendemos desde su final; ahora podemos ver la fecundidad de aquella quizás mal denominada "Iglesia del silencio", el fruto de los mártires. Porque de aquella libertad, de aquella razón y de aquel sufrimiento nació Juan Pablo II. Y cuando los diferentes bloqueos históricos parecían ya postrar al cuerpo de la Iglesia en los márgenes de la historia él la condujo de nuevo al centro de las plazas, restituyéndole la función de comunicar la esperanza que le había sido expropiada por las ideologías.
Veintiséis años después, parecía imposible que alguien pudiese recoger el testigo de Wojtyla el magno, durante cuyo pontificado se pudieron calibrar ya los primeros frutos maduros del Concilio: el nuevo protagonismo de los laicos, la actualización de la Doctrina Social, los nuevos carismas, la interlocución con la cultura, el diálogo con los jóvenes... Una Iglesia que se había reconciliado con lo mejor de la razón moderna y con su ansia de auténtica libertad. Entonces los cardenales eligieron a Joseph Ratzinger, el humilde trabajador en los territorios más ásperos de la viña. Y no lo hicieron para que mantuviese el depósito bajo siete llaves sino conscientes de que era quien mejor podía encarnar el desafío del diálogo con el mundo postmoderno. A pesar de su avanzada edad y de los clichés que le endosaron, Benedicto XVI sorprendió a todos por su magisterio y su estilo comparable al de los grandes Padres de los primeros siglos, por su voluntad de purificar la Iglesia, por su simpatía con la búsqueda leal de todos los hombres y mujeres de esta época, y por su pureza evangélica, expresada de modo impresionante en los gestos y palabras de sus últimas semanas, cuando nos recordaba que la barca de la Iglesia no es de ninguno de nosotros, es del Señor, y Él no permite que se hunda... aunque a veces nos parezca que duerme mientras el mar se agita.
Han pasado cincuenta años desde que empezaba esta historia, y ahora la sorpresa ha llegado desde casi el fin del mundo. También es hermoso escrutar cómo el Señor fue madurando la experiencia de Jorge Bergoglio en el crisol del dolor y del amor, los misteriosos meandros (que ahora se iluminan) de su trayectoria religiosa y episcopal, su cercanía, piel con piel, a los pobres, a los sedientos de vida y de felicidad. El papa Juan viviendo la obediencia lanzó a la Iglesia a una singladura apasionante pero llena de peligros. Francisco ya ha dicho que prefiere una Iglesia accidentada por salir al encuentro del hombre, que bien pulida y resguardada pero enferma de espíritu mundano. En el ancho mar de la historia esta barca sigue adelante, guiada por hombres que Él prepara, elige y llama. Y que Dios nos guarde de la desmemoria y la ingratitud. 

http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=29569

sabato 11 maggio 2013

Preti del concilio. Come la riforma nella continuità si realizza nel ministero presbiterale (Marchetto)

Come la riforma nella continuità si realizza nel ministero presbiterale

Preti del concilio


di Agostino Marchetto


Il cardinale François Marty, nel suo Vatican ii. Les prêtres, formation, ministère et vie, già nel 1968 indicava con chiarezza come i due decreti conciliari riguardanti il sacerdozio -- Presbyterorum ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri e Optatam totius sulla formazione sacerdotale -- non possano venire letti separatamente.

I due decreti, scriveva il porporato francese, sono inseparabili «e l'insieme degli studi che si riferiscono più direttamente al primo valgono per la corretta comprensione del secondo.
Così il decreto sulla formazione sacerdotale ne sottolinea la finalità pastorale, ma è quello sul ministero e la vita dei preti che ci manifesta soprattutto il vero contenuto della pastorale, il suo orientamento essenzialmente missionario, la duplice dimensione teocentrica e antropocentrica, l'esigenza di presenza fra gli uomini [e le donne] che esso comporta, la maniera di nutrire e unificare tutta la vita del presbitero».
Una sottolineatura di cui è utile tenere conto se si vuole comprendere il tema della riforma (o del rinnovamento) nella continuità dell'unico soggetto Chiesa indicata da Benedetto XVI come la corretta ermeneutica conciliare, nel famoso discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005.
In questo senso, è anche importante soffermarsi su quanto è scritto nel proemio di Presbyterorum ordinis: «Più di una volta questo sacro sinodo ha ricordato a tutti l'alta dignità dell'ordine dei presbiteri. Ma poiché questo ordine ha un compito estremamente importante e sempre più arduo da svolgere nell'ambito del rinnovamento della Chiesa di Cristo, è parsa di sommo interesse una trattazione più completa e più approfondita sui presbiteri».
Per comprendere chi sono i presbiteri bisogna quindi mantenere gli occhi fissi su Cristo, mediatore unico. Essi sono, infatti, i ministri di Cristo Capo, servitori del Popolo di Dio, ministri nella Chiesa (cfr. Presbyterorum ordinis, 1), cooperatori dell'ordine episcopale (cfr. Presbyterorum ordinis, 2, 4, 5, 7, 14, 15). Da ciò nasce anche la necessità di una comunione che è definita gerarchica. Un aggettivo, quest'ultimo, che non è più usato anche quando si parla della Chiesa-comunione, concetto e mistero-chiave nella visione conciliare, come risulta dall'ermeneutica che ci fu proposta dal Sinodo dei vescovi del 1985, convocato appunto in occasione del ventesimo anniversario della conclusione del Vaticano II. In effetti, però, solo con tale qualifica si possono mettere insieme il primo e il secondo millennio di vita della Chiesa cattolica. E il termine appare anche altrove e pure nella Nota explicativa praevia al terzo capitolo della Lumen gentium che riuscì a creare finalmente la quasi unanimità tra i padri conciliari anche sul tema dibattuto della collegialità.
Un altro punto di riforma (o rinnovamento) nella continuità, nel contesto del primo ufficio presbiterale, quello dell'annuncio del Vangelo (finalità dello stesso Vaticano II), è l'attenzione stabilita per la Chiesa particolare (locale) e universale, a un tempo, legata pure alla questione della incardinazione. Qui ci troviamo davanti a un'altra caratteristica del concilio, proprio nella linea della riforma nella continuità, e cioè dell'et-et, congiunzione eminentemente cattolica, che conferma appunto quella continuità dell'unico soggetto Chiesa a cui ci riferiamo nella corretta ermeneutica conciliare che non è di rottura e discontinuità. Nella stessa linea penso vada il riflesso su Presbyterorum ordinis della rivalutazione conciliare dei rapporti diciamo Chiesa-mondo contemporaneo. I presbiteri non sono dei separati perché devono «vivere con gli altri uomini come fratelli» (n. 3), ma per il celibato (n. 16), la povertà volontaria (n. 17) e l'obbedienza, basata sull'umiltà (n. 15) non sono del mondo (cfr. Giovanni, 17, 14-16, Presbyterorum ordinis, 17).
Da rilevare è pure che essi, i presbiteri, formano il “presbiterio”, un corpo, un ordo sacerdotale attorno al vescovo. Un altro punto di rilievo è poi il fatto che Presbyterorum ordinis mostra, sì, con chiarezza un ministero presbiteriale interamente ordinato all'evangelizzazione, ma che scaturisce e trova il suo compimento nella celebrazione del sacrificio di Cristo. Vi è qui (al n. 2) il legame inscindibile tra consacrazione e missione e pure, come si può costatare, la presenza di quel et-et. In questo senso, si può pertanto rilevare come il dinamismo pastorale del decreto risolverebbe anche la questione della frammentarietà quotidiana della vita dei presbiteri che troveranno in esso non solo l'unità e l'armonia nel loro agire, ma anche la santificazione. Si tratta di «carità pastorale» che ha la sua fonte anzitutto (da ciò, al n. 13, la viva raccomandazione della messa quotidiana) nel sacrificio eucaristico, centro e radice di tutta la vita dei presbiteri, la cui celebrazione dev'essere sempre più messa a fuoco nella preghiera (n. 5), con menzione anche all'Ufficio divino (nn. 5 e 13).
È interessante adesso notare come il decreto Optatam totius corrisponda ai capisaldi segnalati per Presbyterorum ordinis. Sottolineerei anzitutto «la funzione ecclesiale d'iniziazione al ministero», richiamando qui una convinzione profonda di Romano Guardini: «La scelta cristiana non viene propriamente compiuta riguardo alla concezione di Dio e nemmeno alla figura di Cristo, bensì riguardo alla Chiesa. Un'autentica efficacia è possibile soltanto in unione con essa. Ciò che può convincere l'uomo moderno non è un cristianesimo modernizzato in senso storico o psicologico o in qualsivoglia altro modo, ma soltanto l'annuncio senza limiti e interruzioni della rivelazione. Naturalmente è poi compito di chi insegna porre questo annuncio in relazione ai problemi e alle necessità del nostro tempo. Ciò che l'uomo contemporaneo desidera udire è il totale e puro annuncio cristiano. Forse risponderà negativamente all'annuncio, ma almeno sa di che cosa si tratta».
Questo va nella linea dell'edificazione di una Chiesa missionaria. In effetti gli aspiranti al sacerdozio contribuiscono a rinnovare la Chiesa nel suo slancio missionario introducendo al centro della sua vita un'aria di esigenze nuove. È un dato spirituale di cui bisogna trovare le componenti psicosociologiche e storiche. Si può dunque dire, a quest'ultimo riguardo, che le ragioni della entrata in seminario maggiore sono per lo più missionarie, corrispondono cioè all'ideale di sacerdote di Presbyterorum ordinis e che la funzione ecclesiale d'«iniziare all'ordine offre una possibilità permanente di rinnovarsi nella coscienza della sua missione».
Quali le condizioni per l'esercizio di questa funzione ecclesiale? Émile Marcus sintetizza così: «Il sacramento dell'ordine aggrega all'ordine dei ministri, a titolo di cooperatori dei vescovi, per il servizio del Popolo di Dio in crescita. Tale servizio è suscettibile di assumere dei volti diversi, tenuto conto delle condizioni nelle quali si esercita, in particolare per quanto concerne i rapporti Chiesa - mondo». Ma la vita dei presbiteri deve unificarsi nella carità pastorale in riferimento a Cristo pastore, concretamente soprattutto nella rettitudine delle sue relazioni con i diversi “prossimi” che risultano, dallo stesso Optatam totius, alla luce dei cerchi di dialogo indicati dall'Ecclesiam suam.
La formazione dovrà quindi essere a carattere pastorale, ma accettare al tempo stesso che siano apertamente poste le questioni più fondamentali sulla fede in un percorso che tocchi l'insieme del mistero cristiano, nel primo ciclo degli studi. In questo senso varrà dare un equipaggiamento piuttosto che un bagaglio, un metodo di lavoro. In genere però i preti trovano abbastanza difficoltà nell'impegno intellettuale. L'invenzione (creatività) pastorale, poi, dimensione della carità pastorale, non può che realizzarsi “nella Chiesa”. Essa ha delle norme alle quali i seminaristi devono imparare a sottomettersi. Ne segnalo due fra le più importanti, e cioè l'agire in unione con gli altri membri del presbyterium del vescovo e la lucidità teologica. Né la struttura gerarchica della Chiesa, né quella collegiale permettono d'inventare da soli. Il progredire della pastorale suppone un confronto permanente dei membri del presbyterium sotto la presidenza del vescovo (nel fedele ossequio all'autorità del vescovo dice Optatam totius, 4). Per quanto riguarda la lucidità teologica cito ancora Marcus su un tema a me caro: la continuità nella tradizione vivente della Chiesa. Egli attesta: «È particolarmente urgente educare a questa lucidità [teologica] nella necessità in cui ci troviamo, in tempi di cambiamenti, di render conto dell'unità della Tradizione vivente della Chiesa. Si preverrebbero [dunque] delle difficoltà [per dei fedeli spaesati] se si mostrasse in che [e come] la Chiesa, attraverso discipline che evolvono, mette in opera il mistero della salvezza. Allora anche quando i pastori fanno prova di spirito creativo, devono render conto di questa continuità: un solo Corpo di Cristo che cresce lungo lo scorrere dei secoli».
A tale proposito, anche nel decreto Optatam totius si possono individuare alcuni punti in cui è presente quel et-et che abbiamo già visto in Presbyterorum ordinis. E questo fin dal proemio in cui riaffermando «le leggi già collaudate dall'esperienza dei secoli», si ingiunge di inserire «elementi nuovi rispondenti al tenore dei decreti e delle costituzioni conciliari e alle mutate condizioni dei tempi». È il segno della riforma nella continuità che è il filo rosso della nostra ricerca e che mette anche insieme i principi di formazione sacerdotale applicabile a tutti i Paesi, l'universale dunque (presente al n. 20), e l'adattamento alle necessità pastorali delle varie regioni (nn. 1 e 2), perciò il locale.
Ciò vale pure per l'opera che favorisce le vocazioni sacerdotali per la quale il decreto in primo luogo raccomanda i mezzi «tradizionali di comune cooperazione, nonché una istruzione cristiana anche con i vari mezzi di comunicazione sociale» (Optatam totius, 2). Il discorso dell'adattamento è ripreso altresì, in relazione ai seminari minori, per quanto riguarda la direzione spirituale e quella dei superiori per i quali si richiamano «le norme di una sana psicologia» (Optatam totius, 3). Il decreto prosegue così al n. 6: «Con vigile cura, proporzionata all'età dei singoli (…) si indaghi sulla retta intenzione e la libera volontà dei candidati, sulla loro idoneità spirituale, morale e intellettuale, sulla necessaria salute fisica e psichica, considerando anche le eventuali inclinazioni ereditarie. Si ponderi altresì la capacità dei candidati a sopportare gli oneri sacerdotali e ad esercitare i doveri pastorali».
Lo stesso spirito del mettere insieme nova et vetera troviamo nell'auspicata formazione spirituale di cui al n. 8, nel quale si incoraggiano «gli esercizi di pietà raccomandati dalla veneranda tradizione della Chiesa, ma si eviterà che la formazione spirituale consista solo in questi esercizi, né si diriga al solo sentimento religioso. Gli alunni imparino piuttosto a vivere secondo il Vangelo, a radicarsi nella fede, nella speranza e nella carità in modo che attraverso di queste virtù possano acquistare lo spirito di preghiera, ottengano forza e difesa per la loro vocazione, rinvigoriscano le altre virtù e crescano nello zelo di guadagnare tutti gli uomini a Cristo».
In questo contesto osserviamo che tutto il n. 10 è dedicato alla «tradizione venerabile» del celibato sacerdotale per il regno dei cieli. Vi è qui un unicum, rispetto a tutti i testi conciliari, che desidero notare, vale a dire «la superiorità della verginità consacrata a Cristo» in relazione al matrimonio cristiano. Pure il n. 11 congiunge nova et vetera nell'invito a osservare scrupolosamente (nel contesto del dominio di sé, della disciplina, della maturità) «le norme della educazione cristiana, convenientemente perfezionate coi dati recenti della sana psicologia e pedagogia».
Al n. 16 è introdotto altresì l'aspetto ecumenico e pure un altro unicum, nel contesto della conoscenza delle altre religioni, e cioè la finalità del «riconoscere quel che per disposizione di Dio, vi è in esse di buono e di vero», ma con l'aggiunta «imparino a confutare gli errori, e siano in grado di comunicarne la pienezza della verità a coloro che non la possiedono». Imparino a confutare gli errori è un unicum.
La conclusione del decreto ritorna a mettere insieme Tradizione e riforma o rinnovamento, così: «I Padri di questo sacro concilio, proseguendo l'opera iniziata dal concilio Tridentino, mentre con fiducia affidano ai superiori e maestri dei seminari il compito di formare i futuri sacerdoti di Cristo secondo lo spirito di rinnovamento promosso dal concilio stesso, esortano vivamente coloro che si preparano al ministero sacerdotale, affinché abbiano piena consapevolezza che la speranza della Chiesa e la salvezza delle anime sono affidate in mano loro». Cioè nelle mani dei seminaristi.
Una conferma, infine, della giustezza del nostro parlare di riforma nella continuità la si può trovare consultando le note di Optatam totius, dove la citazione di Pio XII è prevalente. Non è caratteristica di questo solo documento poiché il predecessore di Giovanni XXIII è l'autore più citato nei testi conciliari, dopo le Sacre Scritture. È un ulteriore elemento atto a sgonfiare il mito della novità in pur ben noti interpreti del concilio, come se esso fosse vero e ricevibile solo nei suoi aspetti di novità. Giustamente oggi, poco a poco, le cose si stanno riequilibrando nella ricerca di una storia conciliare veritiera e di una corretta ermeneutica per una giusta ricezione del concilio ecumenico Vaticano II.

(©L'Osservatore Romano 10-11 maggio 2013)

giovedì 18 aprile 2013

Francesco e l’anticoncilio: “Significa essere testardi” (Accattoli). Riflessione (R.)

Clicca qui per leggere il commento.
Io invece tremo per come quelle parole rischiano di essere interpretate. 
Benedetto XVI e' stato accusato di avere bloccato la discussione nella Chiesa ma questa e' una clamorosa bugia. 
Mai come negli otto anni del suo Pontificato si e' discusso e parlato di Dio, di Gesu' e di teologia. In tutta franchezza non trovo giusto liquidare i "testardi" come se fossero persone moleste che devono restare sulla porta della chiesa senza fiatare e senza dare troppo fastidio. 
Lo scrive una come me che e' nata dopo il Concilio e non ha mai assistito ad una Messa Tridentina, ma non ha pregiudizi o particolari anticipi di antipatia verso questa o quella opinione.

martedì 16 aprile 2013

Messa per i dipendenti del Governatorato. Papa Francesco: nella chiesa andare avanti dà fastidio ad alcuni. Il Concilio è stato in continuità ma resta inapplicato (Izzo)

PAPA: CELEBRA PER I DIPENDENTI DEL GOVERNATORATO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 16 apr. 

Papa Francesco ha celebrato questa mattina la messa nella Cappella della Domus Santa Marta, alla presenza di alcuni dipendenti del Governatorato. Ne ha dato notizia la Radio Vaticana. 

© Copyright (AGI)

PAPA: NELLA CHIESA ANDARE AVANTI DA' FASTIDIO AD ALCUNI


Salvatore Izzo


(AGI) - CdV, 16 apr. 

"Per dirlo chiaramente: lo Spirito Santo ci da' fastidio. Perche' ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti". Sono parole di Papa Francesco nell'omelia della messa celebrata questa mattina nella Cappella della Domus Santa Marta. "E noi - ha denunciato il nuovo Pontefice - vogliamo che lo Spirito Santo si assopisca, vogliamo addomesticare lo Spirito Santo. E questo non va. Perche' Lui e' Dio e Lui e' quel vento che va e viene e tu non sai da dove. E' la forza di Dio, e' quello che ci da' la consolazione e la forza per andare avanti. Ma: andare avanti! E questo da fastidio. La comodita' e' piu' bella".
Oggi - ha proseguito il Papa - sembra che "siamo tutti contenti" per la presenza dello Spirito Santo, ma "non e' vero. Questa tentazione ancora e' di oggi, siamo come Pietro nella Trasfigurazione: 'Ah, che bello stare cosi', tutti insieme!', ma che non ci dia fastidio". "Di piu' - aggiunge Bergoglio - ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore". Nella sua omelia Francesco ha fatto un esempio preciso: il Concilio Vaticano II che si vorrebbe celebrare ma non vivere nelle sue conseguenze. Ed ha preso spunto dalla prima lettura del giorno che parla del martirio di Santo Stefano, il quale prima di essere lapidato annuncia la Risurrezione di Cristo risorto, ammonendo i presenti con parole forti: "Testardi! Voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo". Stefano ricorda quanti hanno perseguitato i profeti e dopo averli uccisi gli hanno costruito "una bella tomba" e solo dopo li hanno venerati. "Anche Gesu' - osserva il Papa - rimprovera i discepoli di Emmaus: 'Stolti e lenti di cuore, a credere a tutto quello che hanno annunciato i profeti!'". "Sempre, anche tra noi" - rileva il Pontefice - "c'e' quella resistenza allo Spirito Santo". 

© Copyright (AGI)

PAPA: IL CONCILIO E' STATO IN CONTINUITA' MA RESTA INAPPLICATO


Salvatore Izzo


(AGI) - CdV, 16 ott. 

"Dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuita' della crescita della Chiesa che e' stato il Concilio?". A porre queste domande e' stato Papa Francesco, che utilizza il termine "continuita'" citando cosi' l'interpretazione di Benedetto XVI nell'importante discorso del 20 dicembre 2005 alla Curia Romana sull'ermeneutica della continuita' che si oppone a quella della rottura teorizzata dalla Scuola di Bologna. Il nuovo Pontefice risponde che "no", il Concilio e' rimasto largamente inapplicato.
"Festeggiamo - ha detto - questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di piu': ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore". "Succede lo stesso - ha affermato il Papa - anche nella nostra vita personale": infatti, "lo Spirito ci spinge a prendere una strada piu' evangelica", ma noi resistiamo. Questa l'esortazione finale: "non opporre resistenza allo Spirito Santo. E' lo Spirito che ci fa liberi, con quella liberta' di Gesu', con quella liberta' dei figli di Dio!". "Non opporre resistenza allo Spirito Santo: e' questa - ha concluso Francesco - la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore: la docilita' allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santita', quella santita' tanto bella della Chiesa. La grazia della docilita' allo Spirito Santo".

© Copyright (AGI)

giovedì 11 aprile 2013

Interpretazione e ricezione del Vaticano II. Intervento del card. Walter Kasper (O.R.)

Interpretazione e ricezione del Vaticano II

Un concilio ancora in cammino

Ha destato in noi la gioia di Dio: non facciamocela rovinare

di Walter Kasper

Era l'epoca della guerra fredda; l'anno prima dell'inizio del concilio era stato costruito il Muro di Berlino e, durante il periodo della prima sessione, il mondo, a causa della crisi di Cuba, si ritrovò sull'orlo del baratro della guerra atomica. Oggi, cinquant'anni dopo, viviamo in un mondo globalizzato, completamente diverso e in rapido cambiamento, con nuove questioni e nuove sfide. La fede ottimistica nel progresso e lo spirito dell'incamminarsi verso nuovi confini sono volati via da tempo. Per la maggior parte dei cattolici, gli sviluppi, messi in moto dal concilio, fanno parte della vita quotidiana della Chiesa. Ma ciò che vi sperimentano non è il grande avvio e non è la primavera della Chiesa che ci aspettavamo allora, ma è, piuttosto, una Chiesa dall'aspetto invernale, che mostra segni chiari di crisi.
Per chi conosca la storia dei venti concili riconosciuti come ecumenici, questo non costituirà una sorpresa. I tempi postconciliari furono quasi sempre turbolenti. Il Vaticano II, però, rappresenta un caso particolare. Diversamente dai concili precedenti, non fu convocato per estromettere dottrine eretiche o per comporre uno scisma; non proclamò alcun dogma formale e non prese nemmeno deliberazioni disciplinari formali. Giovanni XXIII aveva una prospettiva più ampia. Vide profilarsi un'epoca nuova, cui andò incontro con ottimismo, nella fiducia incrollabile in Dio. Parlò di un obiettivo pastorale del concilio, intendendo un aggiornamento, un “diventare oggi” della Chiesa. Non s'intendeva un adattamento banale allo spirito dei tempi, ma l'appello a far parlare la fede trasmessa nell'oggi.
La larga maggioranza dei padri conciliari colse l'idea. Volle cogliere le richieste dei movimenti di rinnovamento biblico, liturgico, patristico, pastorale ed ecumenico, sorti tra le due guerre mondiali; cominciare una nuova pagina della storia con l'ebraismo, carica di gravami, ed entrare in dialogo con la cultura moderna. Fu il progetto di una modernizzazione che non voleva e neanche poteva essere modernismo.
Una minoranza influente oppose resistenza pervicace a questo tentativo della maggioranza. Il successore di Giovanni XXIII, Papa Paolo VI, era fondamentalmente dalla parte della maggioranza, ma cercò di coinvolgere la minoranza e, in linea con l'antica tradizione conciliare, di raggiungere un'approvazione, per quanto possibile all'unanimità, dei documenti conciliari, che in totale furono sedici. Ci riuscì; ma si pagò un prezzo. In molti punti, si dovettero trovare formule di compromesso, in cui, spesso, le posizioni della maggioranza si trovano immediatamente accanto a quelle della minoranza, pensate per delimitarle.
Così, i testi conciliari hanno in sé un enorme potenziale conflittuale; aprono la porta a una ricezione selettiva nell'una o nell'altra direzione. Quale direzione indica la bussola del concilio e dove conduce il cammino della Chiesa cattolica, nell'ancor giovane XXI secolo? Resta nella fiducia credente di Giovanni XXIII o fa il cammino a ritroso, verso sterili atteggiamenti di difesa?
Si possono distinguere tre fasi della ricezione, fino ai giorni nostri. Anzitutto, la prima fase della ricezione entusiastica. Karl Rahner, subito dopo essere ritornato dal concilio, in una conferenza a Monaco parlò di “inizio dell'inizio”. Ma Rahner restò cautamente scettico in ciò che riguardava il futuro. Altri si spinsero oltre e vollero lasciare in disparte ciò che considerarono elementi della tradizione trascinati nel concilio come accessori, frutto di compromesso, e, come Hans Küng, effettuando un salto di quasi duemila anni di storia della Chiesa, interpretarono la dottrina della Chiesa in modo del tutto nuovo, partendo dalla Sacra Scrittura.
La reazione non si fece attendere a lungo. Venne non solo dall'arcivescovo Lefebvre e dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, da lui fondata, ma anche da teologi che, durante il concilio, erano stati annoverati tra i progressisti (Jacques Maritain, Louis Bouyer, Henri de Lubac). Diversamente da Lefebvre, loro non criticarono il concilio in sé, ma criticarono la sua ricezione. Di fatto, nei primi due decenni dopo il concilio, si ebbe un esodo di molti sacerdoti e religiosi; in molti ambiti si ebbero uno scadimento della prassi ecclesiastica e movimenti di protesta di sacerdoti, religiosi e laici. Papa Paolo VI parlò di «fumo di Satana», entrato da qualche fessura nel tempio di Dio.
Ancora oggi, alcuni critici considerano il Vaticano II, nel contesto della storia della Chiesa, come una sciagura e come la maggiore calamità in tempi recenti. Ma rappresenta un cortocircuito ritenere che tutto quel che avvenne dopo il concilio sia accaduto anche a causa del concilio. I critici misconoscono i trend di lungo respiro che agirono già prima del concilio e che conobbero una notevole accelerazione nei rivolgimenti sociali connessi con la protesta dei giovani e degli studenti nel 1968. Dopo il 1968 le tendenze emancipatrici ebbero effetti anche in ambiti ecclesiastici. Durante il concilio, furono i progressisti a essere i veri conservatori, che volevano rinnovare la tradizione antica; dopo, presero la parola progressisti di nuovo genere, che non si orientavano tanto alla tradizione più antica, quanto invece ai “segni dei tempi” e che volevano interpretare il Vangelo in base alla mutata situazione sociale.
Il Sinodo episcopale straordinario del 1985, venti anni dopo la fine del concilio, iniziò la terza fase della recezione. Il Sinodo ebbe il compito di fare un bilancio. Consapevole della crisi, non volle però unirsi al diffuso coro di lamenti. Parlò di situazione ambivalente, in cui, oltre ad aspetti negativi, c'erano anche buoni frutti: il rinnovamento liturgico, che portò a una maggiore sottolineatura della Parola di Dio e a una partecipazione più forte dell'intera comunità celebrante; la partecipazione e cooperazione rafforzate dei laici alla vita della Chiesa; gli avvicinamenti ecumenici; le aperture al mondo moderno e alla sua cultura e molti altri ancora.
Fondamentalmente, il Sinodo sottolineò che la Chiesa, in tutti i concili, è sempre la stessa e che l'ultimo concilio debba quindi essere interpretato in rapporto a tutti gli altri. Con questa regola ermeneutica, il Sinodo divenne il punto di cristallizzazione della terza fase della ricezione, quella magistrale. Il primo passo ufficiale della ricezione fu la riforma liturgica; soprattutto, fu l'introduzione del nuovo Messale, entrato in vigore la prima Domenica d'Avvento del 1970. Questa riforma fu accolta con gratitudine dalla larga maggioranza, ma incontrò anche critiche, in parte per ragioni teologiche e, in parte, anche perché alcuni avevano nostalgia della sacralità e dell'estetica del rito in uso fino ad allora.
I documenti conciliari non sono rimasti lettera morta. Hanno dato l'impronta alla vita in diocesi, parrocchie e comunità religiose, mediante il rinnovamento della liturgia, una spiritualità caratterizzata da un più forte connotato biblico e la partecipazione dei laici e stimolato il dialogo ecumenico e interreligioso. Il concilio è stato accolto positivamente in particolare dai nuovi movimenti spirituali, sorti negli anni Settanta, che hanno portato alla luce, in modo nuovo, la molteplicità dei carismi e la vocazione universale alla santità.
Neanche la ricezione ufficiale è rimasta ferma. In parte, è passata dal concilio nelle riforme liturgiche, in cui il concilio si atteneva ancora al latino come lingua normale liturgica e non si parlava di una celebrazione orientata verso il popolo. Lo stesso vale per le indicazioni sociali ed etiche di Papa Giovanni Paolo II per l'attuazione della libertà religiosa mediante la rescissione di concordati che collidevano contro di essa e, infine, riguardo alla “politica” dei diritti umani, con cui Giovanni Paolo II ha fornito un contributo essenziale alla sconfitta delle dittature comuniste dell'Europa Orientale. Vale anche accennare alla sua enciclica sull'ecumenismo, Ut unum sint (1995), che ha approfondito le enunciazioni ecumeniche del concilio portandole avanti con energia. Tutto questo ha trasformato positivamente, sotto molti aspetti, il volto della Chiesa tanto all'interno quanto all'esterno. L'ecumenismo, altro tema importante, ha dato molti buoni frutti, più di quanti ci si aspettasse al tempo del concilio.
Una Chiesa che si appoggi al mainstream sociale diventa, in ultimo, superflua
Non diventa interessante se si orna con piume non sue, ma se fa valere la propria causa in modo credibile e convincente e se compare come contrafforte all'opinione pubblica dominante. 
Cinquant'anni dopo la sua apertura, c'è occasione di occuparsi ancora, approfonditamente, dei testi conciliari, per trarne i tesori, non ancora esauriti, che vi si trovano. Naturalmente, non si può mitizzare il concilio o ridurlo a un paio di frasi a effetto. Non si può nemmeno usarlo come cava di pietra da cui prendere il materiale per singole tesi desiderate. È necessaria un'ermeneutica conciliare, cioè un'interpretazione meditata.
Punto di partenza devono essere i testi conciliari, la cui interpretazione va fatta secondo le regole e i criteri universalmente riconosciuti per l'interpretazione dei concili. Bisogna trarre il senso di ogni affermazione, con cautela, dalla storia della redazione, spesso complessa; poi, bisogna collocarla nel complesso, articolato e ricco di tensioni, di tutte le affermazioni conciliari; di nuovo, bisogna intendere ciò nel complesso della intera Tradizione e del suo sviluppo storico, come pure della ricezione avuta nel frattempo. Infine, ogni singola affermazione va interpretata, nel quadro della gerarchia delle verità, partendo dal suo centro cristologico. La ricezione, sotto la direzione e moderazione del Magistero, è questione dell'intero popolo di Dio.
Un ulteriore, importante indizio l'ha dato Papa Benedetto XVI, in un discorso ai cardinali e ai collaboratori della Curia romana, tenuto il 22 dicembre 2005, in occasione del quarantesimo anniversario della chiusura del concilio. Così ha introdotto la fase più recente del dibattito sull'interpretazione del concilio. Ha chiarito che il consenso non deve essere solo sincronico (riguardante la Chiesa attuale) ma anche diacronico (riguardante la Chiesa in ogni epoca). Ha contrapposto due ermeneutiche: quella della discontinuità e della rottura, che respinse, e quella «della riforma, del rinnovamento». 
Le parole del Papa sono state, spesso, interpretate in modo unilaterale, tralasciando di considerare che non ha contrapposto, come molti affermano, l'ermeneutica della discontinuità all'ermeneutica della continuità. 
Il Papa parlò di un'ermeneutica della riforma e del «rinnovamento nella continuità» della Chiesa.
Quello della riforma è, nel complesso della Tradizione medioevale, un termine fondamentale e una sfida che si ripropone di continuo. Riforma non significa solo necessario adattamento pratico di singoli paragrafi a circostanze nuove. Chi parla di riforma, presuppone che sussistano deficit e disfunzioni che rendono necessario rifarsi a tradizioni più antiche, dimenticate, in particolare all'inizio apostolico, rinnovandole creativamente.
Il discorso del Papa sulla riforma e il rinnovamento nella continuità, riflette una concezione viva della Tradizione, che, se alle argomentazioni fondamentali seguono conseguenze pratiche, potrebbe riaccendere nuovamente il fuoco del concilio, cioè potrebbe, nella continuità, portare di nuovo l'impulso innovatore del concilio.
Domandiamo: Come può apparire tale rinnovamento e verso dove può andare il cammino ulteriore? Come applicare la eredità dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI oggi? Non ho un programma complessivo. Posso, accennare solo ad alcuni, pochi, punti di vista. Innanzitutto, il concilio ha accolto, in modo critico-costruttivo, richieste importanti della modernità. Oggi, mezzo secolo dopo, dall'età moderna siamo passati a quella postmoderna. Molte vecchie questioni si pongono in modo nuovo; anche molti ideali dell'illuminismo vengono oggi messi in discussione. La fede nel progresso, che c'era allora, come pure la fiducia nella ragione, sono scosse. Ciò non significa che il concilio non sia più attuale. La Chiesa deve prendere sul serio le richiese legittime dell'età moderna. Deve difendere la fede sia contro il pluralismo e il relativismo postmoderni sia contro le tendenze fondamentaliste che rifuggono dalla ragione.
Seconda sfida: Nell'era postmoderna, è quella che viene non solo dal nostro mondo occidentale secolarizzato e relativista ma dall'emisfero Sud, cioè la sfida della povertà della grande maggioranza degli uomini. Papa Francesco con la sua opzione per una Chiesa povera per i poveri lo ha ricordato. Lo ha fatto in continuità con il Vaticano II, che nella Lumen gentium in una sezione spesso dimenticata parla della sequela del Gesù diventato per noi povero e della povertà e semplicità apostolica della Chiesa. In questo senso Papa Francesco sin dal primo giorno del suo pontificato ha dato la sua interpretazione direi profetica del concilio e ha dato avvio a una nuova fase della sua recezione. Lui ha cambiato l'agenda: in testa adesso ci sono i problemi dell'emisfero Sud. Ciò porta a un terzo punto: dobbiamo prendere atto che la situazione della Chiesa è cambiata dai tempi del concilio. All'inizio del secolo scorso solo un quarto dei cattolici si trovava fuori d'Europa; oggi solo un quarto vive in Europa e oltre due terzi dei cattolici vivono nell'emisfero Sud, dove la Chiesa cresce. Nel nostro mondo globalizzato la Chiesa è diventata Chiesa mondiale e universale, in modo nuovo. Il problema dell'unità e della molteplicità si pone, quindi, in modo affatto nuovo.
Il concilio ha concepito la Chiesa come communio, cioè partecipazione alla comunione trinitaria e come unità nella molteplicità. Certo, l'unità nel ministero petrino è un bene alto e un vero dono del Signore alla sua Chiesa; una ricaduta nella mentalità da Chiesa nazionale sarebbe, nel nostro mondo globalizzato, tutt'altro che capace d'indicare la via verso il futuro. Ma accettare un centro non significa accettare un centralismo debordante. 
Già nel 1963, Joseph Ratzinger ha richiamato l'attenzione sul fatto che l'unità nel ministero petrino non dev'essere necessariamente intesa come unità amministrativa, ma lascia spazio a una molteplicità di forme amministrative, disciplinari e liturgiche. Giovanni Paolo II, nell'enciclica Ut unum sint (1995), ha sollecitato a meditare su nuove forme di esercizio del primato. Benedetto XVI almeno due volte ha ripreso questa frase. Pertanto è stato molto significativo, che Papa Francesco abbia fatto riferimento al vescovo di Roma che presiede nella carità, famosa affermazione di Ignazio di Antiochia. Essa è d'importanza fondamentale non solo per il proseguimento del dialogo ecumenico soprattutto con le Chiese ortodosse, ma anche per la Chiesa cattolica stessa.
Quarto punto di vista. Il problema dell'unità nella molteplicità si acuisce nella questione della libertà del singolo essere umano e del singolo cristiano. Oggi, si parla molto dell'individualizzazione della nostra società. Il problema si pone anche nella Chiesa. I problemi si pongono per molti cristiani e pastori, soprattutto nelle questioni etiche.
L'ultimo punto è il più importante: la questione di Dio. Già il concilio ha annoverato l'ateismo, nelle sue varie modulazioni, tra le questioni serie di quest'epoca. Tale situazione, da allora, si è acuita in modo drammatico. Il problema di oggi è, che Dio per molti non è più un problema, ovvero sembra che non sia più un problema e che la sua esistenza non interessi più. Il problema è l'indifferenza.
In tale situazione non possiamo preoccuparci soltanto degli effetti sociali, culturali e politici della fede, considerando la fede in Dio come premessa ovvia. Non basta neanche avere cura soltanto delle questioni di riforma interne alla nostra Chiesa; queste sono interessanti solo per gli insider. Le persone lì fuori, nell'“atrio delle genti”, hanno altre domande: da dove vengo e dove vado? Perché e per quale fine esisto? Perché il male, perché la sofferenza del mondo? Perché devo soffrire? Come posso trovare felicità, dove trovare uno che mi sia vicino, mi capisca, mi conforta, mi dia un po' di speranza?
Non dobbiamo parlare di una trascendenza vaga, ma, dobbiamo parlare concretamente, del Dio che, in Gesù Cristo, si è rivelato come Dio con noi e per noi, del Dio infinitamente misericordioso, che ci aspetta, che in ogni situazione ci dà una nuova chance e a cui noi, nella preghiera, possiamo dire «Abbà, Padre». Dobbiamo parlare della misericordia di Dio, quella misericordia, che è -- come ha detto Papa Francesco -- il nome del nostro Dio.
Il cammino avviato dal concilio non è finito. La eredità ricca che i due Papi Giovanni XXIII e Paolo VI ci hanno lasciata ancora non è esaurita. Dobbiamo percorrerlo, con pazienza ma anche con determinazione e coraggio e, nonostante tutto, con hilaritas, gioia interiore. Come disse il profeta: «La gioia per Dio è la nostra forza» (Neemia, 8, 10). Il concilio ha destato la gioia per Dio, per la fede, per la Chiesa. Bisogna anzitutto riaccenderla di nuovo in noi, affinché possa entusiasmare anche gli altri. La gioia è contagiosa. Certo, ognuno di noi è solo una piccola luce. Anche il movimento di rinnovamento preconciliare cominciò con singoli individui e piccoli gruppi. Nel rinnovamento postconciliare, non andrà diversamente. Però, se non ci facciamo rovinare la gioia, allora, un giorno, essa potrà passare agli altri. Può contribuire a far sì che la Chiesa, in un mondo che cambia velocemente ed è profondamente insicuro, diventi, in modo nuovo, bussola e segno d'incoraggiamento.

(©L'Osservatore Romano 12 aprile 2013)

martedì 9 aprile 2013

La finestra della fede. Dal Vaticano i al Vaticano II. In un inedito di Joseph Ratzinger del 1997 (O.R.)


In un inedito di Joseph Ratzinger

La finestra della fede

Dal Vaticano i al Vaticano II

Il concilio Vaticano i ebbe luogo proprio nel momento in cui, al termine della guerra franco-tedesca, sorsero due nuovi grandi stati nazionali: la Germania e l'Italia. 
Contemporaneamente lo Stato della Chiesa, il potere temporale del papato, scomparve definitivamente dalla carta geografica e dalla nostra storia. In quel momento il Vaticano i mise in luce la veste puramente spirituale, libera da ogni zavorra temporale, del papato, la descrisse nuovamente partendo dalla sequela del Cristo privo di potere terreno anche nella successione, così come anche Pietro, il pescatore, lo aveva seguito, senza alcun potere, fino alla crocifissione a Roma.
Da tutto questo possiamo quindi provare un po' di sollievo e di cordoglio riguardo al passato: sollievo per il fatto che è venuto meno molto di quello per cui ci si compiaceva; forse anche cordoglio per qualcosa che si sarebbe voluto conservare. È importante però che nel momento in cui il principio della nazione celebrò il proprio trionfo, quando la nazione veniva perfino adorata, il Concilio le contrappose il principio dell'unità. La nazione è un valore, non lo si vuole contestare. Ma laddove viene assolutizzata essa diventa pericolosa.
Nella storia degli ultimi centoquarant'anni vediamo quanto sangue e quante lacrime siano state versate a causa della sbornia del nazionalismo, non solo in Europa, ma in tutto il mondo. E questo perché tutti (anche noi cristiani, noi cattolici) erano per lo più anzitutto tedeschi, francesi, italiani, inglesi, e solo in un secondo momento cristiani e cattolici. 
Abbiamo troppo dimenticato ciò che abbiamo imparato proprio dalla Scrittura, cioè che noi tutti nella nostra diversità, che doveva essere ricchezza dell'essere insieme, siamo destinati a essere insieme figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, una grande famiglia, e che il mondo -- come dice la Scrittura -- non viene unito con la forza di una nazione particolarmente significativa che si concepisca come nazione dominante o prescelta, piuttosto viene unificato tramite colui che può legare cielo e terra -- Gesù Cristo. 
Così quel collocare il principio dell'unità al di sopra dei confini nazionali, benché purtroppo velleitario nella nostra storia, è risultato di grande attualità e non solo per allora.
Quel principio di unità è urgente anche oggi, poiché ci troviamo dentro talmente tanti intrecci e dipendenze politiche ed economiche che nessuno può più uscirne. Tanto più che vogliamo ritirarci nella dimensione spirituale, religiosa, nel nostro mondo, nel nostro guscio. Allora, se non il gruppo per cui simpatizziamo, è la coscienza, che spesso è solo un nome di copertura per i nostri personali desideri e per le nostre opinioni, ad essere intesa come ultima istanza. Tutto ciò possiede un valore proprio, ma lo si coglie, ed è vero e giusto, solo se si inquadra nella grande verità del nostro essere una cosa sola a partire da Dio Padre, da Gesù Cristo. Per questo motivo dobbiamo essere ancora oggi grati per il fatto che esista il Papa come punto di riferimento dell'unità, come forza visibile dell'unità; dovremmo riconoscere il fatto che l'unità non è solo dono, piuttosto ci pone delle esigenze, e solo dopo può arricchirci; dovremmo sforzarci di condividere nella grande unità ciò che è nostro, così che noi siamo in grado di ricevere anche dagli altri.
Qual è ora il messaggio del Concilio Vaticano II? Dalla molteplicità dei suoi testi non è facile estrapolare il messaggio centrale. Ma dovremmo ricordarci che il Concilio Vaticano i fu sciolto per la guerra tra i popoli, che esso non poté arrivare a un messaggio conclusivo. Così il Vaticano II ha continuato ciò che allora era stato interrotto, e diede forma alla parola definitiva sulla Chiesa e quella parola pronunciata nuovamente sulla Chiesa è Cristo. La prima frase del testo sulla Chiesa dice così: «La luce dei popoli è Cristo» (Lumen gentium 1). 
La Chiesa dunque esiste per tramandare questa luce. Essa non esiste per se stessa, ma come finestra che lascia penetrare la luce di Cristo in questo nostro mondo.

(©L'Osservatore Romano 10 aprile 2013)

Jean-Marie Guénois esalta la rottura fra i Pontificati

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I vaticanisti stanno facendo di tutto per esaltare la rottura. In realta' non si tratterebbe, da cio' che scrivono, di una spaccatura fra i Pontificato di Francesco e quello di Benedetto ma fra il primo e tutti i Papati precedenti visto che Joseph Ratzinger ha fatto dell'ermeneutica della continuita' uno dei cardini del suo Magistero. Certo fa comodo picchiare duro solo su Benedetto XVI ma tutti sanno perfettamente che non e' un'operazione onesta.
R.