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venerdì 3 maggio 2013

Il ritorno di Benedetto. Mancava ancora qualcosa, fino a ieri, quando ci siamo detti: è tornato a casa (Corradi)


Quel volo di elicottero come sigillo di una pagina di storia 

Marina Corradi 

È stato bello, ieri, vedere l’elicottero avvicinarsi e passare accanto al Cupolone, e abbassarsi nell’atterraggio. Come il fragore delle pale ha taciuto, ecco, ci siamo detti, contenti: è tornato a casa. 
Avevamo ancora negli occhi l’alzarsi in volo di un altro elicottero, la sera del 28 febbraio; e quell’apparecchio che sorvolava Roma come in un addio ci aveva lasciato addosso la traccia di uno smarrimento e di un’angoscia. Ci era sembrato, l’andarsene il Papa da San Pietro, la scena di uno di quei film americani che raccontano venture ma non lontane apocalissi. Per un momento, nel rombo delle pale che si andava allontanando, avevamo perfino dubitato che il soglio di Pietro potesse vacillare, dopo duemila anni. 
Due mesi dopo, alla stessa ora, un elicottero ha riportato Benedetto a casa. Lo ha accolto con un abbraccio Francesco, un Papa già profondamente amato dal popolo cristiano. E allora, in un momento abbiamo come rivisto il film di questi due mesi. La rinuncia, l’ultima udienza, il congedo. E poi i giorni del Conclave, e l’attesa, nella piazza battuta dalla pioggia, con gli occhi fissi al camino della Sistina. E la fumata bianca infine contro il cielo già buio, e quella folla che di corsa arrivava da tutta Roma, come presa da una collettiva viscerale contentezza: perchè di nuovo Roma aveva un Papa. E l’innamorarsi della piazza, immediato, di quell’uomo che esordiva semplicemente: «Cari fratelli e sorelle, buonasera». 
Sì, adesso, avendo visto e vissuto queste settimane, possiamo ripensare all’elicottero che lasciava il Vaticano, il 28 febbraio, senza più quel malessere addosso. Ora abbiamo visto quale disegno si è svolto sotto ai nostri occhi, ora cominciamo a capire che quella rinuncia si fondava su una profondissima fede: sulla assoluta certezza che la barca della Chiesa non è degli uomini, ma di Cristo, «che non la lascia affondare». 
E abbiamo riletto e colmato di senso le parole di Benedetto al Seminario romano maggiore, due giorni prima dell’annuncio: «Essendo cristiani, sappiamo che nostro è il futuro e l’albero della Chiesa non è un albero morente, ma l’albero che cresce sempre di nuovo. Quindi, abbiamo motivo di non lasciarci impressionare - come ha detto papa Giovanni - dai profeti di sventura, che dicono: la Chiesa, bene, è un albero venuto dal grano di senape, cresciuto in due millenni, adesso ha il tempo dietro di sé, adesso è il tempo in cui muore. No. La Chiesa si rinnova sempre, rinasce sempre». 
Ci sembrano queste parole, adesso, già tese a rincuorarci, a dirci in anticipo: non abbiate paura. E ci soffermiamo, ancora, proprio sull’ultima frase di Benedetto, nella Sala Clementina, quel promettere «incondizionata reverenza e obbedienza» al futuro Papa che, sconosciuto, già gli stava davanti, tra i cardinali; ma promettere con la formula della Regola Bollata numero 76 delle Fonti francescane, con cui san Francesco si sottometteva a papa Onorio. Il che, certo, può essere una coincidenza, però di quelle coincidenze che ci interrogano, perchè sembrano un segno. 
E dunque ora che abbiamo visto e vissuto questi due mesi della Chiesa, quell’elicottero che se ne andava da Roma non ci sembra più un brutto sogno; e invece l’altro, che è arrivato ieri, sigilla in fondo queste settimane. Vivrà, il Papa emerito, in una clausura, in cui ha promesso di portare «tutti e tutto». Fra quattro mura, ma mai solo, nel respiro costante della preghiera. Non ci aveva abbandonati, e adesso lo sappiamo. Però come siamo stati contenti nel vedere, ieri, l’elicottero arrivare, e abbassarsi. Perchè è nel «recinto di San Pietro», che quell’amato vecchio deve stare. Perchè mancava ancora qualcosa, fino a ieri, quando ci siamo detti: è tornato a casa. 

© Copyright Avvenire, 3 maggio 2013

mercoledì 24 aprile 2013

Benedetto XVI e Giorgio Napolitano. Il bene si fa e s’insegna (due grandi Vecchi). Il commento di Marina Corradi


Storie e scelte diverse, stesso spirito

Il bene si fa e s’insegna (due grandi Vecchi)

Marina Corradi

Due uomini in questi primi mesi del 2013 ci hanno stupito. Entrambi sono vecchi, se è lecito usare questo aggettivo senza l’aura dispregiativa per cui pare ormai più corretto dire 'anziani'. Due vecchi dunque, due grandi vecchi ci hanno meravigliato: Benedetto XVI perché si è ritirato, il presidente Napolitano perché è rimasto. Apparentemente scelte opposte. In realtà, nella profonda differenza dei ruoli, legate a un comune denominatore. Benedetto XVI, classe 1927, ha spiegato che negli ultimi mesi, sentendo la forze diminuire, aveva chiesto a Dio di fargli prendere la decisione più giusta, «non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa». Giorgio Napolitano, classe 1925, ha detto di non aver potuto declinare l’appello al reincarico, per quanto potesse costargli l’accoglierlo, «mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del Paese».
In entrambi i casi due uomini arrivati, nel loro ambito, al vertice del potere, si sono trovati a fare i conti con le energie e la stanchezza, e un carico oneroso; e se la scelta alla fine è stata opposta, analoga è la ragione che ha ispirato la loro decisione. Benedetto ha scelto «per il bene della Chiesa», Napolitano per il bene di un Paese nelle cui sorti profondamente si identifica. Entrambi dentro a una logica non egoistica, e ignorando ciò che converrebbe, ciò che sarebbe comodo. La scelta di Benedetto nel suo primo impatto è stata sconvolgente. È occorso del tempo, a molti di noi, per capire ciò che ci voleva dire: che la barca della Chiesa è di Cristo, «non è mia, non è nostra, ma è sua», ci ha ripetuto, nell’ultima Udienza. E dunque perfino un Papa può ritirarsi, incalzato dagli anni e dal peso sulle spalle, se ha coscienza di fare il bene della Chiesa.
Un bene più grande, nella certezza di un’appartenenza profonda e di un 'io' che si allarga in un ampio, corale 'noi'. Laicamente, due mesi dopo, Giorgio Napolitano, già comunista, sessant’anni in Parlamento, declina un sentimento parallelo, quando dice di aver scelto dentro a una radicata identificazione con le sorti del Paese. Per un uomo che a giugno compirà 88 anni sarebbe stato più facile lasciare: ma, nel frangente drammatico in cui l’Italia si trova, più forte è stata la coscienza di quell’'io' che si riconosce in un 'noi', nell’indissolubile destino degli individui che fanno un popolo. In un tempo di egoismi coriacei e di individualismo eretto a sistema, e di un potere che pensa prima di tutto a conservare se stesso, ci volevano due grandi vecchi, per mostrare che un’altra logica è possibile. La logica del bene comune, che sembra dimenticata, che è sembrata così drammaticamente latitante, in questi giorni in Parlamento.
E viene da domandarsi perché, per trovare l’impronta di questa volontà positiva e comune, bisogna guardare a chi ha più di ottant’anni. Forse è perché questi due uomini sono cresciuti in anni terribili, imparando però dalla storia che un bene comune esiste e va ostinatamente cercato? E che cosa si è interrotto allora, cosa non viene più tramandato? Una poesia di Mario Luzi domandava: «E ora che cosa non ricordano, che cosa non sanno?», alludendo quasi a una rottura nella catena delle generazioni. E se però si impara non per parole ma per testimonianza, guardiamoli bene questi due. Già quando si incontravano era evidente che, pur venendo da storie diverse e persino opposte, si intendevano profondamente. Per strade asimmetriche, per differenti destini essendo giunti a un sentire affine, che sorpassa le personali ambizioni e tende a un bene più grande. Quei due vecchi come il vino buono, che col passare degli anni si fa prezioso, e a volte straordinario.

© Copyright Avvenire, 24 aprile 2013