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mercoledì 17 luglio 2013

L'esilio spagnolo di san Paolo. In un convegno a Tarragona avanzate nuove ipotesi sugli ultimi anni di vita dell'apostolo

In un convegno a Tarragona avanzate nuove ipotesi sugli ultimi anni di vita dell'apostolo

L'esilio spagnolo di san Paolo

di Armand Puig i Tárrech*

«Gli ultimi anni di vita di san Paolo apostolo»: Con questo titolo, si è svolto a Tarragona, in Spagna, un congresso internazionale che ha riunito oltre trenta esperti di studi paolini. La storica città catalana, la Tarraco romana, capitale della provincia Hispania Citerior o Tarraconensis, era il luogo ideale per interrogarsi sui fatti e sulle circostanze che possono aver determinato una questione complessa ma di grande interesse. Con il sostegno dell'arcivescovado di Tarragona, del Governo catalano, della Facoltà di Teologia della Catalogna, e dell'Istituto superiore di scienze religiose Sant Fructuós -- così chiamato in onore al vescovo martire Fruttuoso di Tarragona, il protomartire ispanico -- si è svolto un congresso che rappresenta un punto di riferimento imprescindibile. È ormai lontano il 1742, anno in cui il bibliotecario di Wittemberg, Johann Just Spier, pubblicò le 62 pagine della sua Historia critica de hispanico Pauli apostoli itinere, che terminavano negando il viaggio dell'apostolo in terra ispanica. Per Spier, le informazioni contenute nelle fonti cristiane antiche che testimoniano tale viaggio, non supererebbero il vaglio di una seria analisi critica. Secondo lo studioso tedesco, era chiaro che Paolo sarebbe voluto andare in Hispania (cfr. Romani, 15, 24. 28), ma non era altrettanto sicuro che avesse effettivamente realizzato il suo proposito.
Dopo il congresso di Tarragona (2013), le tesi di Spier, riprese successivamente da una buona parte dell'esegesi critica tedesca e anglosassone, hanno perso la loro consistenza. In primo luogo, vi sono buone ragioni per affermare l'esistenza di un viaggio di Paolo In Hispania e, di conseguenza, non vi sono motivi evidenti per negare la sua presenza in territorio ispanico. La ricerca esegetica si trova quindi in una posizione aperta, che deve esprimersi in termini di “plausibilità” e di “possibilità”.
In secondo luogo, Tarragona è la città ispanica che soddisfaceva le condizioni di carattere geografico, economico, sociale, politico, culturale e religioso per essere la destinazione del viaggio di Paolo. Lo dimostra il confronto con altre città dell'impero, anch'esse porti e capitali di provincia, che Paolo evangelizzò (Efeso in Asia, Tessalonica in Macedonia, o Corinto in Acaia). In terzo luogo, e malgrado le informazioni, peraltro scarse, di Ireneo da Lione e Tertulliano sulla diffusione del cristianesimo in Hispania intorno al 200 dell'era cristiana e sull'esistenza di una fiorente comunità cristiana a Tarraco a metà del III secolo, non ci sono testimonianze antiche di un culto a san Paolo a Tarragona -- ve ne sono invece di un culto a Santa Tecla -- e ciò porta a concludere che la missione paolina a Tarragona non dovette essere un successo.
Di fatto, come hanno opportunamente spiegato John Barclay, e Jörg Frey nell'intervento iniziale e in quello finale del congresso, l'ultimo periodo della vita di Paolo trascorre sotto il segno della prigionia e dell'insuccesso: il Signore ha sottoposto il grande missionario alla prova delle catene e a grandi difficoltà nel portare avanti, nonostante tutto, la sua vocazione di apostolo dei gentili. Sembrerebbe che il compito che Dio gli aveva affidato (cfr. Galati, 1, 15-16) e che Paolo aveva fedelmente svolto durante un decennio d'incontenibile attività, sia ora diventato un «apostolato interno», dove risplendono intensamente la gratitudine e la forza della Parola di Dio, l'unica che «non è incatenata» (2 Timoteo, 2, 9).
Il congresso di Tarragona, al quale hanno partecipato esegeti, studiosi del mondo romano, storici del diritto romano, archeologi e patrologi, è stato suddiviso in tre blocchi, corrispondenti alle tre questioni principali: il progetto missionario occidentale di Paolo, espresso nella Lettera ai Romani, con Roma come base di azione e l'Hispania come campo apostolico (Reimund Bieringer, Michel Quesnel, Nicholas T. Wright, Eddie Adams); le questioni legali relative al processo di Paolo e i problemi con le autorità romane durante il ministero dell'apostolo (Loveday Alexander, Agustí Borrell, Heike Omerzu, Friedrich W. Horn); le fonti canoniche e non canoniche sugli ultimi anni della vita di Paolo, a partire dal biennio romano (Tobias Nicklas, Benoît Standaert, Rainer Riesner, Jens Herzer).
In ciascun blocco, l'analisi della questione principale veniva completata da alcuni temi che aiutavano a esaminarla: gli ebrei e i cristiani a Roma sotto Nerone (Karl-Wilhelm Niebuhr, Erich S. Gruen, Peter Lampe, Peter Oakes); le procedure e le pene legali relative a cittadini romani nel i secolo (Bernardo Santalucia, Juan Chapa, Valerio Marotta, John G. Cook); l'attività letteraria e missionaria di Paolo durante il processo romano: la Lettera ai Filippesi (Udo Schnelle, Daniel Gerber) e il viaggio in Hispania (Christos Karakolis e chi scrive). Nella parte finale del congresso è stata esaminata la tradizione romana della morte di Paolo dal punto di vista documentale e archeologico (Lucrezia Spera, Angelo di Berardino e Romano Penna). Gli atti saranno pubblicati in lingua inglese dalla casa editrice Mohr Siebeck (Tubinga, Germania) nel 2014.
Come possiamo ricostruire gli ultimi anni della vita di Paolo, dal momento in cui termina il biennio romano di prigionia mitigata dell'apostolo sotto custodia militare (Atti degli apostoli, 28, 16 e 30)? La soluzione più radicale è quella della sua condanna a morte e della sua immediata esecuzione, decretate dal tribunale imperiale a cui Paolo si era rivolto (Atti degli apostoli, 25, 11). Tuttavia a questa soluzione si possono fare tre obiezioni. In primo luogo, le testimonianze scritte: la prima lettera di Clemente (5, 5-7), secondo la quale Paolo sarebbe giunto «ai limiti dell'Occidente» -- questa frase, scritta a Roma, può indicare solo un territorio più in là di Roma -- e il Canone muratoriano (35-39), altro documento romano, secondo il quale Paolo avrebbe viaggiato «dall'Urbe in Hispania».
È indubbio che nella Roma del ii secolo esistesse la tradizione del viaggio ispanico di Paolo. È quindi evidente che su questo punto il pondus della prova ricade su coloro che scelgono di negare la validità di queste due informazioni.
In secondo luogo, come ha indicato Santalucia, è impossibile precisare la natura esatta dell'accusa che determinò la pena capitale per Paolo. È possibile supporre che i suoi accusatori (cfr. Atti degli apostoli, 24, 5) volessero incolparlo di seditio, ovvero di maiestas principis, per avere incitato la folla, e questa accusa avrebbe significato per Paolo la pena di morte se il procedimento si fosse svolto sotto Festo, governatore della Giudea, nella forma ordinaria. Ma non fu così.
Paolo si era rivolto a Cesare, e a Roma i tribunali imperiali adeguavano le pene alla gravità delle imputazioni, senza sottoporre necessariamente gli accusati alla lex Iulia de maiestate. È interessante ricordare a questo proposito che Gallione, proconsole dell'Acaia, si tirò fuori di fronte alle accuse mosse contro l'apostolo (cfr. Atti degli apostoli, 18, 14-15).
In terzo luogo ci sono le informazioni di 1 Clemente, v, 6, secondo cui Paolo fu «esiliato» (phygadeutheis) in un'occasione, e in un'altra fu «lapidato» (cfr. anche 2 Corinzi, 11, 25). Questa notizia coincide perfettamente con una delle pene a cui erano condannati quanti erano accusati di essere una minaccia, di maggiore o minore entità, per la stabilità dell'impero.
Nell'anno 62, terminato il biennio romano -- durante il quale Paolo potrebbe aver scritto la Lettera ai Filippesi -- la legge obbligava gli accusatori (prosecutores), in questo caso il Sinedrio di Gerusalemme, a presentarsi e a far pronunciare la sentenza contro l'apostolo. La sentenza fu l'esilio, ma non come per Archelao o Erode Antipa, che subirono la deportatio permanente nelle Gallie e in Hispania, con confisca dei beni e perdita del loro status politico. Paolo fu condannato a una relegatio mitigata, che consisteva in un esilio temporaneo fuori Roma -- e lontano dall'est dell'impero, da dove provenivano le accuse -- senza la perdita di beni e della sua condizione di cittadino romano, e con la possibilità di scegliere il luogo in cui vivere. È molto probabile che Paolo abbia scelto Tarraco. Ci troviamo nell'estate-autunno dell'anno 62.
La permanenza di Paolo a Tarragona sarebbe durata alcuni mesi o anni, tanti quanti indicava la sentenza del tribunale imperiale, ma la sua missione, svolta in condizioni di grande precarietà, dovette ottenere risultati molto limitati. L'apostolo tornò a Roma, dove fu costretto a presentarsi di nuovo dinanzi al tribunale imperiale -- il che non significa dinanzi a Nerone -- e questa volta sì, fu condannato a morte (cfr. 2 Timoteo, 4, 16-18).
Non conosciamo il verdetto, ma se dobbiamo aggiungere un altro biennio a quello romano, arriviamo all'estate-autunno del 64, nel periodo della terribile persecuzione di Nerone contro i cristiani romani (cfr. 1 Clemente, vi). Come ha spiegato Cook, lo status di cittadino romano di Paolo non significa necessariamente che sia stato decapitato, sebbene fosse questa la forma più comune di esecuzione dei cittadini romani. Il suo corpo, dal bosco di Aquas Salvias, luogo dell'esecuzione, fu portato nel cimitero sulla via Ostiense, dove, già a metà del ii secolo, era stato eretto un tropaeum che contrassegnava la tomba di Paolo apostolo e martire.

*Preside della Facoltà di Teologia della Catalogna (Barcellona)

(©L'Osservatore Romano 17luglio 2013)

sabato 13 luglio 2013

La Santa Sede al Salone del Libro di Torino (Guidi)

Lo ha annunciato a Torino il cardinale segretario di Stato 

La Santa Sede al Salone del Libro

di Silvia Guidi

Il Vaticano sarà il Paese ospite della prossima edizione del Salone del Libro di Torino, in programma dall'8 al 12 maggio 2014. L'annuncio è stato dato dal segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, con una lettera consegnata personalmente al presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota. "Alla proposta ricevuta dalle autorità torinesi la Santa Sede ha risposto positivamente - ha detto il porporato, che venerdì ha visitato il Museo Egizio di Torino - Speriamo di poter dare il nostro contributo al Salone. Anche nell'era del digitale il libro non scompare. È importante per la nostra vita, la vita della fede e la cultura di un popolo. Nella visita al museo ho potuto ammirare magnifici papiri che ci ricordano come il libro e la scrittura affondino in radici molto remote, collegando così il Salone del Libro a una tradizione millenaria. Ieri abbiamo celebrato la festa di san Benedetto, e mi piace ricordare che l'ordine benedettino ha salvato i codici antichi della letteratura greca e romana. E con pazienza e dedizione ha tramandato non solo i codici della tradizione cristiana ma anche quelli di una religione del libro come l'islam". 
L'organizzazione dell'evento, ha spiegato Bertone, sarà curata da un'apposita commissione presieduta dal cardinale Gianfranco Ravasi. "La notizia era nell'aria; in teoria la presenza dello Stato della Città del Vaticano era prevista per il 2015 - spiega a "L'Osservatore Romano" don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana e delegato operativo per la Santa Sede al Salone torinese - ma vari motivi, come la contemporaneità con l'Expo di Milano e il bicentenario di don Bosco hanno convinto la Regione Piemonte ad anticipare di un anno. Sarà un'ottima occasione per vedere l'intera produzione editoriale delVaticano, dai Musei all'Archivio, dalla Biblioteca Apostolica a tutte le altre istituzioni culturali". 
Adesso è prematuro parlarne, continua don Costa, ma sarà preparato un programma per dare visibilità all'insieme della realtà culturale della Santa Sede. 
"Il padiglione, allestito con la produzione legata alla Libreria Editrice Vaticana, e gli eventi - spiega il cardinale Ravasi al nostro giornale - saranno un'occasione per mostrare la ricchezza e la complessità del tema religioso. Penso anche a un dialogo tra due grandi scrittori, uno credente e uno non credente, attorno a un tema fondamentale, un tema "ultimo", in modo da far scaturire e mettere a confronto due letture diverse. Una sorta di emblema del dialogo, una riflessione profonda aliena da formalità e superficialità. Questa potrebbe essere l'apertura, seguita da una serie di altri appuntamenti. Pensavamo ci fossero tempi più lunghi, ma poi la coincidenza con altri eventi ha fatto decidere altrimenti".
Accanto al dialogo, sarà presente un altro aspetto importante: "non dimentichiamo - ha aggiunto il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura - che il Vaticano ospita la più importante, nobile e alta biblioteca che esista al mondo, che ha custodito il libro con amore, anche il libro della cultura classica. La Chiesa cattolica, nella sua lunghissima storia, ha dialogato con i mondi più lontani, e di conseguenza la Biblioteca Apostolica Vaticana custodisce una molteplicità di lingue e di forme linguistiche". Una ricchezza difficile da immaginare a chi guarda la realtà culturale del piccolo Stato dall'esterno, con sguardo distratto o carico di pregiudizio. "La stessa Tipografia Vaticana - continua Ravasi - aveva a disposizione i caratteri di decine e decine di idiomi diversi per stampare i suoi libri". 
"Che la prima volta del Vaticano al Salone Internazionale del Libro coincida con il Pontificato di un Papa di origini piemontesi - ha detto il presidente del Piemonte Roberto Cota, commentando la notizia - costituisce un evento doppiamente eccezionale e straordinario". E ha sottolineato il sindaco di Torino Piero Fassino: "Questa presenza non può che essere un ulteriore rafforzamento dell'identità europea e internazionale del Salone. È evidente che il Salone del 2014 costituisce una connessione con il 2015, anno in cui sarà celebrato il bicentenario della nascita di don Bosco e il centocinquantenario della nascita di don Alberione".
Al termine dell'incontro con il cardinale Bertone il presidente del Salone, Rolando Picchioni, ha dichiarato: "La presenza della Santa Sede rappresenta il risultato di oltre un anno di lavoro diplomatico e di trattative culminate ieri con la telefonata del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; Ravasi ha confermato di essere stato designato ufficialmente come presidente della delegazione della Santa Sede". Non sarà un semplice stand ma, ha aggiunto Picchioni, "un comitato lavorerà per declinare l'immensa storia della Chiesa".

(©L'Osservatore Romano 13 luglio 2013)

giovedì 11 luglio 2013

San Benedetto nell'inno di Paul Claudel (Biffi)

San Benedetto nell'inno di Paul Claudel

Quando al poeta mancò il cuore

di Inos Biffi

«All'uscita dall'infanzia»: è il tempo in cui Paul Claudel vede affacciarsi Benedetto, che si sente rivolte le gravi parole di Gesù: «Se l'uomo perde la sua anima, tutti i beni di questo mondo sono cose di nessun valore»; se lo dissipano e lo dominano «i suoi sogni a caso, le sue passioni, i suoi pensieri, come capre che vanno al pascolo, di qua, di là, in alto, in basso, ribelli e sparpagliate, e lasciano che l'anima si laceri e si frantumi, forse che ne abbiamo un'altra di ricambio?». Benedetto, rifiutando le acque inquinate, la coppa dell'amarezza e il fango che ha in noi la sua sorgente, «si mette in cammino, con il suo bastone in mano» e spinge «le sue pecore indocili sulla strada invisibile e sicura, la via stretta, che è la più facile», e che il poeta vede tracciata, «minuscola e unica», mentre tutt'intorno si estende un gran deserto, e una palude immensa, e a destra e a sinistra una monotonia di sabbia dopo sabbia. Ma è poi così duro rinunciare? Si tratta di dire di no «alla fame, alla sete, alla morte, all'inferno». In un mondo instabile e malfermo, è tanto dolce sentirsi sicuro: «Sicuro del proprio piede, sicuro del cammino e di ciò che si trova al suo traguardo, sicuro dei fratelli e di tutta la Chiesa in marcia attorno a noi, sicuro del Padre che ci guida!». Felice colui «che al centro del suo crocevia ha piantato la sua croce», colui «che alloggia Dio nel proprio cuore» e i cui pensieri «si volgono unicamente a Lui sette volte al giorno, come i monaci in coro»; felice «colui che ha mutato il carcere in clausura».
È stata la prima e ferma scelta di Benedetto, dal quale provengono molteplici ammonimenti e consigli salutari: «Piuttosto che ritornare a Dio, è più semplice non lasciarlo»; «Si è più sicuri del perdono, quando si cerca di meritarlo»; «Si va più in fretta quando si cammina diritto»; «Perché tormentarsi tanto a causa delle cose della terra, quando è semplice non avere nulla? Saremo tutti morti questa sera»; «Perché discutere tanto e parlare, quando è così facile tacere?»; «Piuttosto che vincere Satana, è più semplice guardarsene. L'atto vale di più del discorso. Piuttosto che lottare contro il mondo, è più semplice non guardarlo, e chiudere il cappuccio».
Dio personalmente ce lo assicura: basta nutrirsi di Lui nel silenzio, camminare, lavorare e obbedire sotto la custodia della sua grazia: «perché domandare altro?». E ancora: «Poiché Dio stesso vi dimora, perché noi dovremmo uscire dal suo tempio? Perché rimpiangere il Caos? E poiché la nostra beatitudine nel Cielo sarà di cantare insieme, perché non incominciare subito? E se la beatitudine in Cielo è quella di amare, perché, ora, la guerra? Perché fratelli separarci? Portiamo l'uno all'altro le nostre voci, vicendevolmente necessarie per un pieno accordo».
Ed ecco due ultime beatitudini: «Felici i figli di san Benedetto che sono tutti insieme con lui!»; e «Felice il discepolo segreto, dal quale senza parole emana, come qualcuno che dice sì, il consenso alla pace!».
Attraverso il sonoro e frondoso linguaggio dell'Inno di san Benedetto, Claudel ha così tracciato con chiarezza il profilo di san Benedetto come di colui che non ha perso e sprecato tempo tergiversando ed esitando, ma imboccando senza indugio e ripensamenti la via dell'essenziale linearità evangelica, in cui tutto si trova raccolto e unificato.
Ma non è difficile avvertire che Paul Claudel sente particolarmente rivolti a sé quegli ammonimenti spirituali e quegli interrogativi che attraversano insistenti e quasi ossessionanti il suo poema. Egli, frequentando i monasteri di Solesmes e Ligugé, provò fortemente l'attrattiva alla vita monastica. Probabilmente non era la sua vocazione. O non ebbe il coraggio di seguirla. Egli l'aveva sognato. Confesserà che gliene «mancava il cuore»: «Quel sacrificio, che costituiva senza dubbio la mia vocazione principale era troppo grande per le mie forze». E, tuttavia, quella rinuncia lascerà in lui per tutto il resto della sua vita una ferita irrimarginabile. Egli non cessò mai di provarne rimpianto e nostalgia e di dichiarare il grave sbaglio fatto a non aver ceduto a quel «pungente desiderio mistico».

(©L'Osservatore Romano 11 luglio 2013)

mercoledì 3 luglio 2013

Il fallimento dell'ateismo. Quell'intuizione di Rousseau (Rémi Brague)

Il fallimento dell'ateismo

Quell'intuizione di Rousseau

di Rémi Brague

Non tutti hanno una religione. Di solito si obietta che l'uomo è e resta un animale religioso, che se non ha un Dio, ha un idolo (Scheler), e di conseguenza non ci sarebbero veri atei. Mettiamo da parte questa considerazione a buon mercato, per non renderci il compito troppo facile. La non-religiosità è il risultato di una situazione tipicamente moderna. Nella modernità l'uomo occidentale ha provato a immaginare una vita senza Dio e in alcuni casi a viverla. Ha cercato di trasformare la celebre formula che per Ugo Grozio era un esperimento intellettuale, etsi deus non daretur, in una regola di vita. E così la religione è diventata un optional.
Il progetto della modernità consisteva nel liberare l'uomo in particolare da due vincoli fondamentali, che avevano segnato ogni cultura precedente. Essi erano di natura cosmologica e teologica. Il vincolo cosmologico risultava nel sentirsi parte dell'ordine del mondo, imitandolo e considerandolo come una garanzia contro il definitivo collasso dell'essere e del bene. Il vincolo teologico consisteva nell'ubbidire alla legge divina. La religione in questo contesto assumeva il significato suggerito da una delle sue due etimologie: religare. Dal punto di vista della linguistica questa etimologia è alquanto dubbia, molto meno plausibile di religere. Dal punto di vista della storia della sua ricezione, però, è di gran lunga la più interessante e ricca di spunti: la religione è, infatti, un legame. E la recisione di ogni legame avviene in modo radicale quando l'uomo è posto al di sopra di se stesso. Il risultato si è rivelato tuttavia negativo.
Da qui, la mia tesi: la versione ateistica del progetto dell'età moderna è fallito. Noi viviamo nel mezzo di una complessa serie di tentativi di edulcorare questo fatto, mentre non dovremmo nasconderlo e dovremmo ammetterlo onestamente.
Ho accennato a una distinzione tra il progetto della modernità in generale e la sua variante ateistica. Si potrebbe obiettare che quest'ultimo non è ancora completo e tanto meno fallito. L'uomo moderno occidentale è riuscito a creare società che non necessitano di alcun fondamento che vada al di là dell'uomo stesso, società a cui non manca nulla o quasi. Si è dimostrato possibile stabilire un principio di coesistenza pacifica tra gli uomini. Va riconosciuto anche il successo di un certo ateismo metodologico nello studio della natura. È possibile rinunciare alla “Ipotesi Dio” (Laplace) nella spiegazione del mondo. Il che per altro presuppone che l'idea di Dio serva a fornire una spiegazione dell'origine o della struttura del mondo, cosa che contesto.
L'ateismo mostra tutti i suoi limiti dov'è in gioco l'essere dell'uomo, perché non è in grado di rispondere a una domanda fondamentale: quella, appunto, sul valore della vita umana. Finora la si poneva in considerazione della vita dell'individuo, se essa, per dirla con Schopenhauer, «copra i suoi costi» oppure no. Oggi la domanda si è acuita perché si pone su un piano collettivo, ovvero: l'umanità non danneggia forse l'equilibrio degli esseri viventi sulla Terra? Se la presenza dell'umanità comporta costi così alti, non sarebbe meglio che venisse meno?
L'impossibilità di rispondere alla domanda sulla legittimità dell'uomo dipende direttamente dall'esito del progetto di un umanesimo ateo. Se l'uomo dipende solo da se stesso, non abbiamo una sommità da cui si possa prendere una decisione sul valore o sul disvalore dell'uomo. Sartre l'aveva detto: che l'uomo possa legittimamente giudicare se stesso con favore è, per così dire, una sfacciataggine difficile da accettare.
Senza un legame con un essere trascendente che lo ponga nell'essere e lo giustifichi nel suo essere, l'uomo non può continuare a vivere responsabilmente. Una società che si lascia permeare e informare dall'ateismo è destinata semplicemente a scomparire. Nel suo lavoro di critica della religione apparso nel 1927, Freud parlò, come recitava il titolo, del Futuro di un'illusione. Oggi sappiamo che l'ateismo non ha un futuro, poiché compromette il futuro del genere umano.
Già Rousseau l'aveva capito. In un commento alla professione di fede del vicario savoiardo, nell'Emilio, paragona l'ateismo al fanatismo. All'ateismo sono da imputare molte vittime. Esso è sì meno crudele del fanatismo, non fa scorrere come questo il sangue, eppure, silenziosamente, ha un effetto ancora più devastante: «I suoi principi non procurano agli uomini la morte, ma impediscono loro di nascere». Oggi abbiamo imparato che il giudizio relativamente positivo di Rousseau sull'ateismo, al quale va concessa l'attenuante di una certa ingenuità, vale solo nella sua versione privata. Le efferatezze delle più importanti ideologie atee, cioè dei regimi del XX secolo, hanno infatti di gran lunga superato i peggiori crimini delle religioni. Ciò che non perde di attualità è l'osservazione di Rousseau sull'azione a lungo termine dell'ateismo, che è distruttrice della vita.

(©L'Osservatore Romano 1-2 luglio 2013)

venerdì 28 giugno 2013

Papa Francesco lascia ai vescovi il dibattito con il mondo (Angela Ambrogetti)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Mariateresa. Davvero molto interessante.
Angela Ambrogetti e' ormai una dei pochi vaticanisti che non ha paura di mettere qualche puntino sulle "i" quando e' necessario.
Spero che siano solo voci quelle che riguardano le prossime nomine...

martedì 25 giugno 2013

L'indifferenza alla bellezza (e alla sua economia). Un articolo di Roberto Mussapi

Su segnalazione di Eufemia leggiamo:

IL CASO DEL COLOSSEO CHIUSO

L'indifferenza alla bellezza (e alla sua economia)

Roberto Mussapi

Romeo il Gatto del Colosseo è uno dei personaggi comici indimenticabili del cinema. Spalle da puma, pelo rossiccio, aitante e bullo quanto basta, cuore buono quanto basta, troneggia come protagonista in un grande film americano, realizzato da Walt Disney. Gli aristogatti uno dei capolavori di Disney, conferma la fama universale del luogo: pari alle piramidi, al Partenone. Il Colosseo è il simbolo di una capitale del mondo che resterà tale anche dopo la caduta dell’impero, divenendo centro dell’Occidente cristiano. Roma è capitale perenne, perdurante dai fasti papali barocchi, dal segno di Michelangelo, Caravaggio, Bernini, a De Sica, Rossellini, Mastroianni, Fellini.
Un mito vivente, non un reperto da teca museale. Inoltre i milioni di turisti che accorrono al Colosseo soggiornano a Roma, circolano a piedi nel cuore della Capitale, fanno una scappatella alla Sistina, in piazza Navona, al Pantheon, tanto per dire, e poi pranzano e cenano a gricia, matriciana, carbonara, cacio e pepe... a Roma. Tale la fama del Colosseo che Totò apre un film divenuto famoso vendendolo a un ricco e ingenuo americano: da lì ha inizio la rocambolesca, patetica avventura di Guardie e ladri. Il Colosseo è la punta di un iceberg immenso: il patrimonio artistico della città di Roma, e dell’Italia, il più ampio del mondo. Un tesoro di fronte a cui gli stranieri impallidiscono, ammutoliti, e gli italiani, a livello istituzionale, spesso si disinteressano, con un’apatia che è amoralità e peccato, se trascurare, offendere, danneggiare la bellezza è amoralità e peccato. Ora in piena estate il Colosseo è chiuso a singhiozzo per una grottesca questione sindacale, da film del Sordi minore e meno amabile. Alla chiusura di giovedì ne è seguita un’altra. La folla di visitatori frustrati e immagino arrabbiati è prima di tutto una moltitudine di accorrenti alla città di Roma da varie parti del mondo. Che trova serrate le saracinesche del mito principe della capitale. È inimmaginabile disinteressarsi di questa chiusura che impedisce a migliaia di persone l’accesso al monumento della Roma che tutto il mondo conosce dalla storia e dal cinema. Ed è sintomatico: Pompei, la città sepolta dall’eruzione e bloccata nella sua vita, salvata grazie alla lava e nonostante gli italiani per quasi due millenni, sta cedendo per disinteresse.
Abbiamo un patrimonio artistico, architettonico, unico al mondo. Se gli spagnoli o i francesi avessero strade che si chiamano via Appia, via Aurelia, le avrebbero conservate come percorsi di culto storico. Pare che in Italia siano solo strade. La questione è civile, culturale, politica nel senso letterale della parola: riguarda la polis, la comunità, la città, la nazione. Ma il riflesso dell’indifferenza (pena da girone dantesco) alla cultura e alla memoria determina danni economici, come rilevano gli operatori del settore turistico, alberghiero. In crisi, bisognosi di respiro, di sostegno. Posti di lavoro. Da noi il turismo è anche natura, sole, luce, mare (e anche qui non si fa molto per preservare). Ma è contemporaneamente architettura, arte che il mondo ammira, e che l’Italia, a livello istituzionale, disprezza. La folla di turisti non comprende. Roma è da sempre meta di innumerevoli visitatori, d’estate di più, ora di più, grazie all’effetto creato da Papa Francesco, che ha, con semplicità e potenza, esaltato in forma nuova la centralità della capitale. Aumentano gli stranieri che accorrono a Roma per il suo radiante mistero di capitale di arte e religione. Le istituzioni, lungi dall’approfittare della situazione, approfittare per il bene di Roma e del Paese, ci espongono a queste figure. La crisi italiana, si è già scritto su queste pagine, non è solo e non è principalmente economica. È innanzitutto questo: indifferenza alla memoria, alla storia, alla bellezza, a quanto tutti ammirano e ci invidiano.

© Copyright Avvenire, 25 giugno 2013

giovedì 13 giugno 2013

Il 13 giugno 313 l'imperatore d'oriente Licinio pubblicò il rescritto di Nicomedia. Quando la religione cristiana da tollerata divenne «licita»

Il 13 giugno 313 l'imperatore d'oriente Licinio pubblicò il rescritto di Nicomedia

Il vero editto di Milano

Quando la religione cristiana da tollerata divenne «licita»

di Manlio Simonetti

Si è da poco spenta l'eco delle celebrazioni che hanno pubblicizzato il centenario dell'editto di Milano del febbraio 313 col quale gli imperatori Licinio e Costantino accordarono libertà di culto ai cristiani, e siamo già al 13 giugno, data in cui ricorre il centenario dell'editto di Nicomedia, emanato da Licinio ma interessante direttamente anche Costantino. Per poter presentare con una certa chiarezza il significato e l'importanza di questo atto, è indispensabile ripercorrere brevemente alcuni importanti avvenimenti di quegli anni, in modo da poterci orientare in un contesto storico molto aggrovigliato. Nel 303 l'imperatore Diocleziano e i suoi colleghi misero fine a una pace quasi cinquantennale tra l'Impero romano e la Chiesa, che aveva fatto seguito alla persecuzione di Valeriano (357-38), indicendo una nuova persecuzione.
Mentre questa infieriva sia in oriente sia in occidente, ma solo in alcune regioni con grande violenza, senza comunque riuscire ad aver ragione della resistenza dei cristiani, il complicato sistema di governo messo in opera da Diocleziano, la cosiddetta tetrarchia, al fine di assicurare il pacifico trapasso da un imperatore all'altro falliva clamorosamente, dando origine a una serie di guerre intestine, finché, dopo l'abdicazione di Diocleziano, l'imperatore Galerio, morente e scoraggiato per il fallimento sia della politica anticristiana sia del sistema tetrarchico di governo, emanò nel 311 un editto di tolleranza a beneficio dei cristiani.
Era un editto onesto: Galerio era un pagano convinto e tale restò fino alla fine; ma convinto finalmente che con la costrizione e la forza non si poteva debellare il tenace attaccamento dei cristiani alla loro fede, preferì metter fine alle violenze, dichiarando che la religione cristiana ormai sarebbe stata “tollerata”, con solo alcune restrizioni di poco conto.
Continuati, dopo la morte di Galerio, i conflitti tra i vari pretendenti al potere, agl'inizi del 313, sconfitto e tolto di mezzo Massenzio, Costantino era rimasto unico signore di tutta la parte occidentale dell'impero, mentre l'oriente era diviso tra Licinio e Massimino Daia.
Nel febbraio del 313 Costantino e Licinio s'incontrarono a Milano, dove proclamarono un nuovo editto a favore dei cristiani: rispetto a quello precedente di Galerio, la religione cristiana da tollerata diventava licita, perciò parificata a tutte le altre praticate nell'ambito dell'impero, e venivano eliminate le poche restrizioni presenti nel precedente editto. Le notizie, tutte di parte cristiana, relative all'emanazione dell'editto di Milano, sono state revocate in dubbio da parte di alcuni studiosi moderni, ma a torto nonostante la loro effettiva genericità.
In effetti, in data 13 giugno 313 Licinio, già impegnato in guerra con Massimino Daia, proclamò un editto che estendeva ai cristiani delle regioni d'oriente da lui recentemente conquistate i benefici dell'editto di Milano. Sconfitto definitivamente e tolto di mezzo Massimino e rimasto Licinio unico signore dell'oriente, i benefici dell'editto furono estesi ai cristiani di tutte le regioni d'oriente, dove essi, soprattutto in Egitto e in Siria, erano molto più numerosi che in occidente.
A questo punto s'impone un chiarimento riguardo all'atteggiamento di questi protagonisti nei confronti dei cristiani. Massimino Daia era un pagano convinto e, oltre che perseguitare i cristiani, aveva cercato anche di rivitalizzare in vario modo l'ormai in gran parte sclerotizzato culto delle religioni pagane. Aveva aderito solo obtorto collo alle disposizioni degli editti del 311 e del 313, e in definitiva aveva sempre manifestato la più aperta ostilità nei confronti dei cristiani, che nelle regioni da lui governate ebbero a soffrire di più e più a lungo che nelle altre regioni dell'impero.
Anche Licinio, che era stato molto vicino a Galerio, era pagano ma pragmaticamente più disponibile e aperto nei confronti dei cristiani, che perciò beneficiarono pienamente delle norme emanate a loro favore. Non fu per altro disposto a favorirli in modo particolare e non tollerò ingerenze dei vescovi nell'amministrazione della cosa pubblica.
In questo senso la sua politica verso i cristiani si differenziò molto da quella di Costantino, che soprattutto dopo la vittoria di Ponte Milvio a spese di Massenzio, che lo rese unico signore dell'occidente, manifestò in vario e aperto modo il suo spiccato favore verso i cristiani rispetto alle altre confessioni religiose, per altro rigorosamente rispettate. Questa politica, in confronto con quella di Licinio, presentava alcunché di paradossale, in quanto -- l'abbiamo già rilevato -- proprio in oriente i cristiani erano molto più diffusi e influenti che non in occidente.
I rapporti tra i due imperatori, nonostante le acquisite parentele, non erano dei migliori, e la stessa implacabile logica del potere faceva facilmente capire che la diarchia non era destinata a durare. Dato questo stato di cose, le simpatie anche dei cristiani d'oriente si volgevano verso Costantino, e così favorivano l'instaurarsi di una spirale perversa: la consapevolezza che anche i cristiani sotto il suo dominio simpatizzavano per Costantino spingeva Licinio a sospettare sempre più di loro, provocando un progressivo peggioramento del suo atteggiamento nei loro confronti, destinato ad aggravarsi a mano a mano che peggiorava il rapporto col collega, cui corrispondeva, da parte cristiana, l'altrettanto progressivo intensificarsi delle simpatie per Costantino.
Si arrivò così a veri e propri atti di persecuzione da parte di Licinio a danno dei cristiani d'oriente. Non fu certo questo peggioramento il casus belli che provocò lo scoppio delle ostilità, ma certo anch'esso vi contribuì in qualche misura.
Dopo una breve guerra, con vittoria di Costantino, nel 314, cui fece seguito un'effimera pace, la guerra decisiva si ebbe nel 324 e, a causa dei recenti provvedimenti coercitivi emanati da Licinio a danno dei cristiani, essa fu avvertita addirittura come guerra di religione. In questo senso la sconfitta di Licinio, che innalzò Costantino al rango e al potere di unico imperatore, segnò anche il decisivo consolidamento della politica filocristiana da lui inaugurata nel 313, che assicurava alla religione cristiana una collocazione di privilegio nella struttura dell'impero, destinata a dilatarsi e potenziarsi sempre di più sotto i suoi successori.

(©L'Osservatore Romano 13 giugno 2013)

L'iperrealismo: alcune precisazioni storiografiche (Rodolfo Papa)

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L'iconofobia contemporanea e le sue implicazioni (Rodolfo Papa)

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Quale relazione intercorre tra religioni e sistema artistico? (Rodolfo Papa)

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giovedì 6 giugno 2013

L'eredità del latino. Il motu proprio "Latina Lingua" di Benedetto XVI (O.R.)

L'eredità del latino

«Senza pensare a un ripristino universale dello studio del latino in tutte le scuole, almeno i seminaristi e quanti si preparano al sacerdozio è bene che conoscano i fondamenti del latino, come eredi privilegiati di un'eredità unica nel cammino secolare della Chiesa nella nostra Europa occidentale»: così il gesuita GianPaolo Salvini conclude -- nel numero in uscita della «Civiltà Cattolica» -- il suo articolo dedicato alla Pontificia Accademia di Latinità istituita lo scorso 10 novembre da Benedetto XVI con il motu proprio Latina lingua

Ragionando su quanto il presidente dell'Accademia, il rettore dell'università di Bologna Ivano Dionigi, scrisse il 22 novembre su «L'Osservatore Romano» (nell'articolo Il latino è morto. Viva il latino), Salvini sottolinea l'importanza della nuova istituzione culturale perché se è vero che non si possono ignorare tendenze culturali inarrestabili, è anche vero che non si deve «buttare a mare il vero e proprio tesoro costituito dal latino e da quanto esso ha rappresentato nei secoli e rappresenta tuttora». Non a caso la Chiesa usa ancora il latino in alcune grandi celebrazioni internazionali «per sottolineare la sua universalità e il suo legame irrinunciabile con la propria tradizione».

(©L'Osservatore Romano 31 maggio 2013)

mercoledì 5 giugno 2013

Pompili (Cei): Il teatro oggi rappresenta un potente antidoto rispetto alle derive tecnocratiche (Izzo)

TEATRO: POMPILI (CEI), POTENTE ANTIDOTO PER DERIVE TECNOCRATICHE

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 4 giu. 

"Il teatro oggi rappresenta un potente antidoto, e dunque una riserva di liberta' rispetto alle derive tecnocratiche e riduttive della comunicazione". Monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell'Ufficio Nazionale Comunicazioni Sociali, ha spiegato cosi' ai giornalisti l'impegno della Conferenza Episcopale Italiana a sostegno dei "Teatri del Sacro", il Festival dedicato ai temi della spiritualita' in scena a Lucca dal 10 al 16 giugno.
Presentando la rassegna, Pompili ha anche sottolineato la funzione del teatro, come "luogo peculiare della comunicazione corpo a corpo", e per questo "laboratorio dove sperimentare collettivamente ipotesi di soluzioni non individuali alle crisi sistemiche". Il perdono, la morte, la bellezza del creato, la passione dell'uomo, la mistica alcuni dei temi che saranno affrontati nella settimana lucchese attraverso 22 spettacoli che debutteranno in prima assoluta alla rassegna lucchese: un "corpo a corpo libero e sincero con le domande dello spirito", ha precisato Fabrizio Fiaschini, presidente Federgat presentando gli spettacoli in cartellone. Spettacoli molto diversi, ha detto Fiaschini, ma "uniti nell'urgenza di rispondere alle inquietudini e alle speranze del tempo presente". Non solo una vetrina, dunque, ma un'esperienza da vivere con il pubblico: attivati per questa edizione due laboratori per spettatori in contemporanea alla rassegna. Dopo il debutto al festival, gli spettacoli saranno riproposti - sempre grazie a finanziamenti Cei - nei teatri nazionali e nelle oltre mille Sale della comunita' diffuse sul territorio.

© Copyright (AGI)

lunedì 27 maggio 2013

Una scommessa a favore della speranza. Il direttore emerito della «Civiltà Cattolica» su Vangelo e società

Il direttore emerito della «Civiltà Cattolica» su Vangelo e società

Una scommessa a favore della speranza

di GianPaolo Salvini

Qualcuno ha definito la dottrina sociale della Chiesa «l'incontro tra il Vangelo e la società», espressione suggestiva, perché precisa subito i due poli tra i quali deve svilupparsi una tensione positiva, creativa, che non si può risolvere eliminando uno dei due poli, ma anzi rafforzando la tensione in modo che ne scaturisca un pensiero vitale e fecondo. La fede infatti non cambia nel suo nucleo fondamentale, ma la società muta in continuazione e muta quindi anche il tipo di luce di cui ha bisogno per il suo cammino.
Nei trattati classici di morale esisteva un capitolo specifico, che si chiamava De iustitita et iure, nel quale sarebbe dovuta nascere e svilupparsi la riflessione in materia sociale. Storicamente però l'avvio è stato diverso. La dottrina sociale della Chiesa è nata con la Rerum novarum di Leone XIII (1891) per rispondere a un'emergenza storica, provocata dalla rivoluzione industriale, dallo sfruttamento disumano dei lavoratori dipendenti soprattutto nelle fabbriche di allora e dalla provocazione rappresentata da soluzioni proposte da altri e che la Chiesa giudicava più pericolose del male a cui si voleva porre rimedio, come il socialismo ispirato al marxismo ateo.
Anche se Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987) dice che la dottrina sociale non è una terza via né un'ideologia, ma «appartiene al campo della teologia, e specialmente della teologia morale», la dottrina sociale ha continuato a svilupparsi seguendo un filone autonomo, scandito dall'apparire periodico di documenti del Magistero, cominciando dal 1931, per aggiornare la Rerum novarum a mano a mano che la società cambiava.
Le prime encicliche sono incentrate sulla cosiddetta «questione operaia» divenuta poi «questione sociale». L'intervento della Chiesa avveniva in difesa del lavoratore, per aprirsi poi all'economia mondiale globalizzata e finanziarizzata di oggi. La dottrina sociale è nata in difesa dei deboli e lo è sempre rimasta, ma allo stesso tempo lotta contro le povertà. Un segno dei tempi da sottolineare è che mentre per sessant'anni si è commemorato il decennale della Rerum novarum, sia la Sollicitudo rei socialis sia l'ultima grande enciclica sociale, la Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI, sono state pubblicate per celebrare la Populorum progressio (1967) di Paolo VI: quasi a dire che l'orizzonte della dottrina sociale si è spostato dal piano nazionale o europeo a quello mondiale.
Anche se i princìpi dai quali la dottrina sociale parte, e in base ai quali illumina la realtà sociale ed economica per poter orientare il comportamento umano alla luce del Vangelo, sono sempre gli stessi --, come la concezione dell'uomo, della giustizia sociale, di uno sviluppo integrale e armonico -- è evidente che la realtà umana è mutevole. Basti pensare ai risultati della scienza e dell'applicazione alla tecnica, alla mobilità e al mondo virtuale e digitale. Il risultato è che la dottrina sociale, che prima concentrava i suoi interventi su un punto specifico, cerca ora di occuparsi dell'intero progetto di Dio sull'umanità, con il risultato che le ultime encicliche sono quasi enciclopedie. Questo è dovuto soprattutto al fatto che il nostro mondo è complesso, molteplice, globale e locale allo stesso tempo, i vari aspetti della vita sociale sono interdipendenti tra loro e i Papi desiderano mostrare di esserne consapevoli. È in certo senso una reazione alla specializzazione esasperata e alla frammentazione delle discipline, che consente spettacolari scoperte, ma con il rischio di perdere di vista l'unicità della vita, anche sociale, e soprattutto il fine delle discipline stesse, che non si trova all'interno di ciascuna disciplina, ma al di fuori di esse. Se uno non è attento, trasforma gli strumenti in fine e perde di vista il senso del cammino. La Caritas in veritate dice esplicitamente che «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli». Ciò a cui mira oggi la dottrina sociale è un nuovo umanesimo e l'uomo nella realtà quotidiana non è diviso in settori.
Un significativo cambiamento è avvenuto anche nel linguaggio, diventato più tecnico, specifico, grazie all'apporto di laici esperti nelle discipline economiche, finanziarie e sociali. Questo spiega il favore incontrato dagli ultimi documenti. Ad esempio imprenditori e sindacalisti vi riconoscono il proprio linguaggio. Il rovescio della medaglia è che più il linguaggio si fa concreto e pertinente alla vita delle imprese o dell'economia finanziaria, più diventa provvisorio, legato alla congiuntura, quindi discutibile e rivedibile. Sui sommi princìpi è relativamente facile trovare l'accordo. Molto meno su determinazioni concrete. Molti imprenditori credenti soffrono per lo scarto tra teoria molto bella e realtà quotidiana che sembra lontana. La dottrina sociale va interiorizzata, deve diventare radice del proprio agire, sapendo che la realtà non è mai l'ideale ma lo incarna.
Un altro aspetto nell'evoluzione della dottrina sociale in questo nuovo secolo è il cambiamento che c'è stato con il Vaticano II nei confronti del mondo moderno. E la dottrina sociale è tutta un confronto con il mondo moderno. Non per nulla essa è nata insieme al mondo moderno come lo intendiamo noi cioè con la rivoluzione industriale. La Chiesa per quasi due secoli si è sempre contrapposta alla modernità e a ciò che essa significava. Dopo il turbine della rivoluzione francese e di ciò di cui essa si faceva portatrice, mentre la rivoluzione industriale portava le sue novità, il Magistero è stato sempre molto critico su tutto ciò che la modernità portava con sé. Questo sia come impostazione dottrinale (basta pensare al Sillabo di Pio IX, anche se le singole proposizioni condannate vanno contestualizzate) sia per l'elevatissimo costo sociale che l'industrializzazione ha richiesto nei primi tempi. In realtà molte conquiste della modernità, come i diritti individuali, sociali, politici, discendono come parte integrante dal messaggio cristiano. Ma chi li ha difesi e rivendicati lo ha fatto in funzione antiecclesiastica e anticristiana, provocando una reazione uguale e contraria da parte della Chiesa, che ha fatto fatica a riconciliarsi con essi, anche per via delle vicende storiche in cui essi prendevano forma, non di rado persecutoria verso la Chiesa.
Il cambiamento si è avuto con il concilio Vaticano II, in particolare la Gaudium et spes: il più lungo dei documenti conciliari e anche l'ultimo ad essere stato approvato. In esso non c'è più nessuna condanna e il mondo moderno viene visto con una simpatia inedita, tanto che il documento è stato giudicato peccare di eccessivo ottimismo.
È bene ricordare anche il titolo della Gaudium et spes: «La Chiesa nel mondo contemporaneo» e non «e il mondo contemporaneo» o «di fronte al mondo contemporaneo». La Chiesa si ritiene in cammino con l'umanità, soggetta alle vicende storiche, alle debolezze degli uomini che la guidano, e non è solo la maestra che giudica, condanna o assolve.
Questo atteggiamento del concilio ha avuto un evidente influsso nella dottrina sociale, i cui documenti sono andati evolvendo, adattandosi a questo stile profondamente diverso, cercando di entrare in dialogo con il mondo moderno. Dialogare significa proporre le proprie motivazioni e dare il proprio contributo specifico, ma anche essere disposti a ricevere.
Durante il concilio venne pubblicata la Pacem in terris di Giovanni XXIII, che inizia questo stile nella dottrina sociale, distingue tra l'errore e l'errante, tra teorie filosofiche che non cambiano e movimenti storici che si ispirano ad esse e che possono evolversi anche positivamente e con i quali si può anche collaborare. Poco dopo il concilio uscì la Populorum progressio, che denuncia con linguaggio lapidario le gravissime distorsioni umane ed economiche presenti nel mondo, ma non condanna lo sviluppo, anzi lo definisce «il nuovo nome della pace».
Le encicliche successive hanno adottato lo stesso tono. In particolare la Caritas in veritate, che fa una vera apologia della scienza e la tecnica, denunciandone anche l'ambivalenza. Ma l'enciclica di Papa Ratzinger è piena di volontarismo e di fiducia nell'umanità che, con l'aiuto di Dio, potrà rendere il nostro mondo più degno di essere abitato, anche se la storia umana può conoscere ricadute e sconfitte.
Il nostro mondo è ammalato di catastrofismo. Gli ottimisti hanno poco successo. La dottrina sociale attualmente non fa dell'ottimismo a buon mercato, non nasconde gli immensi problemi da risolvere, ma scommette a favore della speranza.

(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2013)