Che ci aiuti a seguire i suoi passi
di Antonio Cañizares Llovera
È stato reso pubblico il decreto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti in virtù del quale il nome di san Giuseppe viene aggiunto nelle preghiere eucaristiche ii, III e iv, apposto dopo quello di Maria, Vergine e Madre di Dio. Già dal pontificato di Giovanni XXIII il suo nome era stato aggiunto nella prima preghiera, il cosiddetto “Canone romano”. Ci rallegriamo di questa scelta che in tanti aspettavamo.
San Giuseppe, è senza alcun dubbio una figura vicina e cara al cuore del popolo di Dio, una figura che invita a cantare incessantemente la misericordia del Padre, perché il Signore ha compiuto in lui grandi opere e ha mostrato la sua infinita misericordia verso gli uomini. Non possiamo dimenticare che la figura di san Giuseppe, pur restando alquanto nascosta e nel silenzio, riveste un'importanza fondamentale nella storia della salvezza. A lui Dio affidò la custodia dei suoi tesori più preziosi: il suo Figlio unigenito, fattosi carne, e la sua Madre santa, sempre Vergine. A lui obbedì Gesù Cristo, autore della nostra salvezza; in lui abbiamo il grande intercessore presso il Figlio di Dio, nostro redentore, che nacque dalla Vergine Maria, sua sposa; in lui abbiamo l'esempio dell'uomo fedele e credente e del servo prudente.
Sono pochissime le allusioni a san Giuseppe nei Vangeli, e solo in Matteo e in Luca; tuttavia, con grande sobrietà, ci offrono i tratti che delineano questa singolare figura, nella quale Dio ha trovato una docilità totale per portare a termine le sue promesse. Giuseppe, sposato con Maria, era della casa di Davide. Così unì Gesù alla discendenza davidica, di modo che, compiendo le promesse fatte sul Messia, il Figlio della Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo, potesse veramente chiamarsi «figlio di Davide». Davide non vedrà il suo successore promesso, «il cui trono durerà per sempre», perché questo successore annunciato, velatamente nella profezia di Natan, è Gesù.
Davide confida in Dio. Allo stesso modo, Giuseppe confida in Dio quando ascolta il messaggero, l'angelo, che gli dice: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». E Giuseppe «fece come gli aveva ordinato l'angelo».
Matteo dice che Giuseppe, «poiché era un uomo giusto», obbedì al mandato. Dire che era giusto significa dire tutto di Giuseppe; non significa solo che era un uomo buono e comprensivo; vuole indicare anche e semplicemente il vigore e la solidità di tutta la sua persona che si caratterizzano nella sua identità più profonda, fino a definirlo per il suo vivere della fede, come «il giusto vive della fede», il suo confidare pienamente nel Signore, e quindi il suo essere interamente benedetto da Dio, come l'albero che cresce accanto alle acque del fiume. Il giusto è colui che cammina nella legge del Signore e ascolta le sue richieste, colui che vive nella totale comunione con il volere divino e realizza la sua verità, colui che resta fermo nell'incrollabile fedeltà di Dio, e prende parte alla sua consistenza, che è quella di Dio stesso.
Per l'uomo giusto, come viene ritenuto e giudicato Giuseppe, giunge il momento della prova, una dura prova per la sua fede e per la sua fedeltà. Promesso di Maria, prima di andare a vivere con lei scopre la sua misteriosa maternità e ne resta turbato. L'evangelista Matteo sottolinea proprio che, essendo giusto, non voleva ripudiarla e decise quindi di licenziarla in segreto. Ma, di notte, in sogno, l'angelo gli fece capire che era opera dello Spirito Santo; e Giuseppe, fidandosi di Dio, e rinunciando a se stesso e al suo giudizio, al suo modo di vedere le cose e al suo progetto, accetta e collabora con il piano di salvezza: lascia che Dio sia Dio, senza imporgli alcuno stampo o criterio umano preesistente, prestabilito dall'uomo.
Certo l'intervento divino nella sua vita non poteva non turbarne il cuore, sommerso nell'oscurità della notte, e della mancanza di luce in quel momento. Confidare in Dio non significa infatti vedere tutto chiaro secondo i nostri criteri, non significa realizzare ciò che abbiamo programmato; confidare in Dio vuol dire espropriare se stessi, ossia svuotarsi di se stessi, rinunciare a se stessi, perché solo chi accetta di perdersi per Dio può essere “giusto”, con la giustizia o la verità di Dio, come san Giuseppe; ovvero può conformare la propria volontà e il proprio volere a Dio, al suo disegno, e così vivere e camminare nella verità e nella luce.
Nella storia Giuseppe è l'uomo che ha dato la più grande prova di fedeltà e di fiducia a Dio, persino dinanzi a un annuncio così sorprendente. In lui vediamo la fede del nostro padre Abramo, padre dei credenti. In Giuseppe troviamo un autentico erede della stessa fede di Abramo; fede in Dio che guida gli eventi della storia secondo il suo misterioso disegno salvifico. In realtà, come dice la Lettera agli Ebrei parlando di Abramo, anche Giuseppe «credette contro ogni speranza». Ebbe totale fiducia in Dio. La sua fede è come quella della sua sposa Maria, che dice: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». In questa fede, e proprio grazie a essa, vediamo quanto Giuseppe sia unito alla sua sposa per compiere la volontà di Dio, per fare quello che Dio vuole, per ascoltare e obbedire alla Parola di Dio, a ciò che Dio ordina, e realizzare così il disegno divino: beato «perché ha ascoltato la parola di Dio», l'ha accolta, le ha obbedito, senza nessuna certezza umana, fidandosi solamente di quello che il messaggero gli ha trasmesso. Come lo stesso Gesù, fattosi uomo nel grembo di Maria, per opera dello Spirito Santo: «un corpo mi hai preparato (...). Ecco io vengo (...). Per fare, o Dio, la tua volontà».
Questa grandezza di Giuseppe, che è la grandezza della fede, come quella di Maria, emerge ancora di più perché ha compiuto la sua missione in modo umile e nascosto nella casa di Nazareth. Del resto, Dio stesso, nella persona del suo Figlio incarnato, ha scelto questo cammino e questo stile -- quelli dell'umiltà e del nascondimento -- nella sua esistenza terrena. Giuseppe, come lo descriveva il beato Giovanni Paolo II, è l'uomo del silenzio, del «silenzio di Nazareth». È lo stile che lo caratterizza in tutta la sua esistenza: come nella notte in cui è nato Gesù, come quando ascolta l'anziano Simeone, o quando Gesù viene ritrovato nel tempio e ricorda ai sui genitori che deve occuparsi delle cose del Padre suo, perché solo Dio è nostro Padre e «ogni paternità viene da Dio».
Possiamo considerare san Giuseppe benedetto e beato, perché fu il primo a cui venne confidato direttamente il mistero dell'incarnazione, il compimento delle promesse di Dio, del Dio con noi, l'Emmanuele. E come Maria, mantenne questo segreto nascosto ai secoli e rivelato nella pienezza dei tempi. Lo serbò nel cuore e lo custodì; perché il «segreto» era il Figlio di Maria, al quale avrebbe dato il nome di Gesù, il «Salvatore» di tutti gli uomini, messia e Signore.
A Giuseppe il Padre celeste affidò la cura quotidiana di suo figlio, sulla terra, una cura realizzata nell'ubbidienza, nell'umiltà e nel silenzio. A lui spettarono l'onore e la gloria di allevare Gesù, ossia di nutrirlo e d'istruirlo, di guidarlo lungo i cammini della vita perché imparasse a essere uomo, perché imparasse a lavorare come uomo, ad amare come uomo con cuore di uomo, perché s'inserisse in una storia e in una tradizione concreta, quella del Popolo di Dio eletto e amato, per educarlo come uomo e per educarlo anche nella preghiera di quel popolo a pregare come uomo.
Quanto è meraviglioso il fatto che il Figlio di Dio si sia sottomesso così a Giuseppe e abbia imparato a obbedire e a camminare nella vita dell'uomo accanto a Giuseppe! Come riflette bene tutto ciò quel meraviglioso dipinto di El Greco, esposto nella sacrestia della cattedrale di Toledo, a detta degli esperti uno dei quadri più belli del pittore, toledano di adozione: Gesù, bambino, pieno di gioia guidato da Giuseppe, che l'osserva attentamente con uno sguardo di tenerezza e di fede incomparabili, che cammina con lui, che lo tiene con la mano, con lo sguardo rivolto a Gesù e all'orizzonte, o meglio al cielo, ripercorrendo il cammino della propria vita.
Come non rendere grazie a Dio per questa meraviglia che Egli ha compiuto tra gli uomini: Giuseppe, il giusto, sposo della Vergine Maria, il falegname di Nazareth, del quale Gesù era ritenuto il figlio, per disprezzarlo per la sua umile condizione, ma così grande agli occhi di Dio da affidargli la custodia di suo Figlio e di sua Madre, Dio che continua oggi ad affidargli la protezione e il sostegno della Chiesa, di cui Maria è immagine e madre?
Come non fare menzione del suo nome, accanto a quello della sua sposa, la Vergine Madre di Dio, Maria, nelle preghiere eucaristiche, se occupa un posto così importante nella storia della salvezza, nella pienezza di questa storia, nell'opera redentrice di Gesù, il Salvatore, nato da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo? Come non tenerlo presente ogni volta che celebriamo il memoriale del mistero pasquale, nell'Eucaristia, che fa la Chiesa, essendo così legato a ciò che è la Chiesa, e la custodisce, come suo protettore universale?
Che questo inserimento del nome di san Giuseppe ci aiuti tutti a seguire i suoi passi, la sua fede, la sua fedeltà e la sua prontezza nel compimento silenzioso della missione che la Chiesa affida a ognuno di noi, per servire Gesù, nel quale è la salvezza del mondo intero, e servirlo come lui, suo grande servo e servitore, lo ha servito: con tutto il suo essere, con tutto il suo cuore.
(©L'Osservatore Romano 20 giugno 2013)
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giovedì 20 giugno 2013
mercoledì 19 giugno 2013
Il culto di San Giuseppe nella tradizione della Chiesa (Barba)
Il culto nella tradizione della Chiesa
di Maurizio Barba*
È sorprendente il fatto che il culto di san Giuseppe sia stato introdotto ufficialmente nella Chiesa in epoca tardiva, mentre sin dai tempi più remoti il ricordo o la devozione del vir iustus sono stati sempre vivi nella mente e nel cuore dei Padri della Chiesa, degli scrittori ecclesiastici, dei Pontefici, degli autori cattolici e dei fedeli. Se una certa prudenza di non mettere in risalto la figura di san Giuseppe si è andata facendo strada in tempi nei quali la polemica in difesa della divinità del Figlio di Dio e della verginità della Madre di Dio era alquanto accesa, un riservato e silenzioso impulso maturava nell'animo umano verso lo sposo di Maria e padre putativo di Gesù.
I modesti accenni che la Sacra Scrittura riserva a san Giuseppe sono sviluppati dall'abbondante letteratura apocrifa e patristica. Il Protoevangelo di Giacomo (ii-III secolo) come anche la Storia di Giuseppe il falegname (iv secolo) e il Vangelo dello pseudo-Matteo (vi secolo) cercano di colmare il silenzio biblico con racconti carichi di devozione. Per la loro forma letteraria alcuni di questi testi apocrifi, come ad esempio la Storia di Giuseppe il falegname, nella quale sono state rinvenute tracce di una devozione popolare, pare fossero usati anche nella liturgia in occasione della festa di san Giuseppe, specialmente nei monasteri copti.
Anche nella letteratura patristica incontriamo una certa predilezione verso san Giuseppe da parte di alcuni esponenti come ad esempio san Girolamo, sant'Efrem il Siro, sant'Agostino, San Giovanni Crisostomo, anche se nei loro scritti la menzione del santo è sempre posta in relazione con Gesù, e Maria, nell'ottica del mistero della salvezza.
I primi indizi di un culto a san Giuseppe risalgono al VII secolo: il vescovo della Gallia Arculfo, durante il suo pellegrinaggio nella Terra Santa ne attesta la presenza a Nazaret nel 670; i calendari copti, dei secoli tra l'VIII e il ix, ne testimoniano la festa il 20 luglio e il Menologio di Basilio ii il 25 dicembre in relazione con i magi.
Dall'oriente pare che il culto a san Giuseppe fu portato in occidente: una chiesa era a lui dedicata a Bologna nel 1129, e nel XIII secolo il primo Ufficio proprio del santo appare nel codice 9598-606 di Bruxelles che attesta la data del 19 marzo; nei secoli XIV e XV il culto di san Giuseppe ebbe un notevole sviluppo a opera dei francescani -- si pensi a Ubertino da Casale e al cancelliere Gersone -- e dei carmelitani che lo inserirono nel loro Breviario.
Alla fine del XV secolo Sisto iv (1471-1484) ne approva la festa di grado simplex fissandola al 19 marzo. Gregorio XV nel 1621, in seguito alle istanze di alcuni sovrani devoti del santo, la dichiarò festa di precetto. Clemente x nel 1670 la elevò a festa doppia di seconda classe e ne approvò l'Ufficio proprio nel 1714. Pio IX nel 1847, con il decreto della Sacra Congregazione dei Riti Inclytus patriarcha Joseph (10 settembre 1847), estese a tutta la Chiesa la festa del patrocinio di san Giuseppe -- inizialmente accordata ai carmelitani di Francia e d'Italia nel 1680 -- fissandone la data alla III Domenica dopo Pasqua e nel 1870 lo proclamò patrono della Chiesa universale, al fine di ottenere per i suoi meriti e per la sua intercessione, con più efficacia la misericordia di Dio perché fossero allontanati tutti i mali che affliggevano da ogni parte la Chiesa; inoltre, con la lettera apostolica Inclytum patriarcham (7 luglio 1871) riconobbe a san Giuseppe il diritto a un culto specifico, con l'introduzione di particolari «privilegi e onori» che spettano ai patroni secondo le rubriche del Messale e del Breviario romano (cioè la recita del Credo, l'inserimento dell'invocazione Cum beato Joseph nell'orazione A cunctis da far seguire immediatamente quella della beata Vergine Maria, l'aggiunta dell'antifona ai vespri Ecce fidelis servus, quella alle lodi Ipse Iesus e l'orazione Deus, qui ineffabili providentia). Pio X trasferì la festa del patrocinio al mercoledì dopo la III Domenica dopo Pasqua e con decreto della Congregazione dei Riti (18 marzo 1809) ne approvò le litanie in suo onore con le relative indulgenze. Benedetto XV approvò e concesse (9 aprile 1919) di introdurre nel Messale romano il testo del Prefazio proprio per le messe di san Giuseppe, sia festive che votive, in occasione del cinquantesimo anniversario della proclamazione di san Giuseppe a patrono universale della Chiesa; con il decreto della Congregazione dei Riti (23 febbraio 1921) fece introdurre il nome di san Giuseppe nelle invocazioni «Dio sia benedetto»; infine, con decreto della Sacra Congregazione dei Riti (26 ottobre 1921), volle estendere alla Chiesa universale la festa della «Santa Famiglia», istituita da Leone XIII nel 1895, stabilendo che fosse celebrata con rito doppio maggiore la domenica nell'ottava dell'Epifania, con diritti e privilegi della stessa domenica. Pio XII nel 1955 trasferì la festa del patrocinio di san Giuseppe al 1° maggio cambiando il titolo in “San Giuseppe operaio”. Giovanni XXIII, alla fine del primo periodo del concilio ecumenico Vaticano II, con il decreto Novis hisce temporibus della Sacra Congregazione dei Riti (13 novembre 1962), ne inserì il nome nel Canone romano.
A differenza dei Padri della Chiesa che trattarono di san Giuseppe solo occasionalmente nel contesto dei commenti ai passi evangelici che lo nominano, gli scrittori ecclesiastici e i grandi teologi scolastici -- tra i quali vanno segnalati ad esempio san Bernardo, san Tommaso d'Aquino, san Bonaventura, san Vincenzo Ferrer, san Bernardino da Siena, santa Teresa di Gesù, san Pietro Canisio, san Francesco di Sales, san Giovanni Eudes, san Vincenzo de' Paoli, san Leonardo da Porto Maurizio, sant'Alfonso Maria de' Liguori -- si interessarono a lui più ampiamente, creando un vero e proprio pensiero teologico sulla sua figura e missione mediante uno sviluppo letterario diversificato.
Nell'ambito della tradizione ecclesiale si colloca anche tutto un filone di produzione letteraria a opera di autori e scrittori cattolici che vanno dall'epoca più antica, come ad esempio: Remigio di Autun (secolo x), Ubertino da Casale (secolo XIV), Bartolomeo da Pisa e Bernardino da Feltre (secolo XV), Bernardino de' Bustis (secolo XVI), Giovanni da Cartagine, a quella più moderna, come Jacquinot (1645), Olier, Richard (1698), Bossuet (1697), Houdry (1718), Hello (1875), Maréchaux (1910), Sauvé (1920), Éphraïm (1996).
Ma il forte impulso alla diffusione del pensiero teologico su san Giuseppe fu dato dalla voce autorevole dei Pontefici che nel Magistero hanno fissato le linee essenziali della teologia giuseppina.
Pio IX, con la lettera apostolica Inclytum patriarcham (7 luglio 1871), riassumeva il magistero pontificio precedente relativo a san Giuseppe, e presentava un primo breve trattato sulla sua figura, con riferimento ai suoi titoli, grandezza, dignità, santità e missione.
Leone XIII, nell'enciclica Quamquam pluries (15 agosto 1889), approfondiva la dottrina su san Giuseppe dai fondamenti della sua dignità sino alla ragione singolare per cui merita di essere proclamato patrono di tutta la Chiesa, modello e avvocato di tutte le famiglie cristiane. Autentico “teologo” di san Giuseppe, egli illuminava con questa enciclica la grandezza del santo come padre putativo di Gesù Cristo.
Benedetto XV, nel motu proprio Bonum sane (25 luglio 1920), ricordava l'efficacia della devozione a san Giuseppe come rimedio ai problemi del dopoguerra e raccomandava di supplicarlo in favore dei moribondi, poiché «egli è ritenuto meritatamente il loro più efficace protettore, essendo spirato con l'assistenza di Gesù e Maria».
Pio XII, nel discorso del 1° maggio 1955, in occasione del decimo anniversario delle Associazioni cristiane lavoratori italiani (Acli), proponeva la figura di san Giuseppe come patrono e modello degli operai.
Giovanni XXIII, nella lettera apostolica Le voci (19 marzo 1961), riassumeva gli atti dei precedenti Pontefici in onore di san Giuseppe e lo nominava protettore del concilio ecumenico Vaticano II.
Paolo VI, in diversi discorsi presentò la figura di san Giuseppe nella sua poliedrica ricchezza.
Giovanni Paolo II, nell'esortazione apostolica Redemptoris custos (15 agosto 1989) offriva un'ampia riflessione «sulla figura e la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa» e lo collocava chiaramente nel cuore del mistero della redenzione, sulla stessa linea delle grandi encicliche Redemptor hominis (4 marzo 1979) e Redemptoris mater (25 marzo 1987).
Non sfugge, infine, la particolare devozione anche degli ultimi due Papi: Benedetto XVI, che, oltre a portare il nome del santo come nome di battesimo, durante il suo pontificato più volte ha fatto riferimento al santo, e Papa Francesco, che nel suo stemma ha voluto esprimere la personale devozione verso il padre putativo di Gesù con l'inserimento del fiore di nardo, che nella tradizione araldica e iconografica rimanda al patrono della Chiesa universale. Per singolare coincidenza, poi, l'inizio del ministero petrino di Papa Francesco è stato celebrato proprio nel giorno della solennità di san Giuseppe.
In considerazione della volontà di Benedetto XVI, confermata da Papa Francesco, di inserire la menzione di san Giuseppe nelle Preghiere eucaristiche ii, III e iv del Messale romano, supportata anche dalla dottrina del recente magistero espresso nell'esortazione apostolica Redemptoris custos di Giovanni Paolo II, in cui viene presentato lo speciale vincolo di san Giuseppe con il mistero di Cristo, la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti ha proceduto a emanare il decreto con il quale si apporta tale intervento nel Messale romano.
Il documento, che riprende nel testo varie espressioni dell'esortazione apostolica Redemptoris custos di Giovanni Paolo II, porta la data del 1° maggio 2013, memoria di san Giuseppe lavoratore.
In esso viene espresso in maniera concisa il ruolo del santo nell'economia della salvezza, chiamato da Dio a esercitare la sua paternità a servizio della persona e della missione di Cristo con generosa umiltà e adorno di quelle virtù comuni, umane e semplici, che fungono da modello tipico per coloro che si mettono alla sequela di Cristo. L'esercizio della sua paternità è espresso mediante la duplice missione di prendersi amorevole cura della Beata Vergine Maria e di dedicarsi con gioioso impegno all'educazione di Gesù, divenendo in tal modo il “custode” dei tesori più preziosi di Dio. La sua paternità, poi, si manifesta anche nel sostegno che egli concede alla Chiesa, corpo mistico di Cristo, che beneficia della sua protezione.
Il documento, inoltre, sottolinea l'ininterrotta tradizione del culto che la Chiesa tributa al santo e la particolare devozione dei fedeli che da sempre ne hanno onorato la memoria di sposo castissimo della Madre di Dio e patrono celeste di tutta la Chiesa. Si fa, quindi, riferimento al fatto che durante il concilio ecumenico Vaticano II, il beato Giovanni XXIII ha voluto inserire il nome di san Giuseppe nel Canone romano, ponendo sotto il suo patrocinio la riuscita dell'assise conciliare.
Sulla scia di questo provvedimento e degli auspici pervenuti da più parti, il decreto mette in evidenza la benevola accoglienza di Benedetto XVI e la fattiva attuazione di Papa Francesco a introdurre nelle altre preghiere eucaristiche il nome di san Giuseppe con la formulazione appropriata del testo da inserire secondo lo stile delle diverse preghiere, considerata tipica per la lingua latina.
Infine, per quanto riguarda la traduzione delle medesime formule nelle altre lingue oltre al latino, il decreto afferma che per le lingue moderne occidentali di maggior diffusione se ne occuperà la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, mentre per quelle da redigere nelle altre lingue si demanda la preparazione, come stabilito dal diritto, alla relativa Conferenza dei vescovi con la seguente approvazione della Santa Sede.
*Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti
(©L'Osservatore Romano 20 giugno 2013)
di Maurizio Barba*
È sorprendente il fatto che il culto di san Giuseppe sia stato introdotto ufficialmente nella Chiesa in epoca tardiva, mentre sin dai tempi più remoti il ricordo o la devozione del vir iustus sono stati sempre vivi nella mente e nel cuore dei Padri della Chiesa, degli scrittori ecclesiastici, dei Pontefici, degli autori cattolici e dei fedeli. Se una certa prudenza di non mettere in risalto la figura di san Giuseppe si è andata facendo strada in tempi nei quali la polemica in difesa della divinità del Figlio di Dio e della verginità della Madre di Dio era alquanto accesa, un riservato e silenzioso impulso maturava nell'animo umano verso lo sposo di Maria e padre putativo di Gesù.
I modesti accenni che la Sacra Scrittura riserva a san Giuseppe sono sviluppati dall'abbondante letteratura apocrifa e patristica. Il Protoevangelo di Giacomo (ii-III secolo) come anche la Storia di Giuseppe il falegname (iv secolo) e il Vangelo dello pseudo-Matteo (vi secolo) cercano di colmare il silenzio biblico con racconti carichi di devozione. Per la loro forma letteraria alcuni di questi testi apocrifi, come ad esempio la Storia di Giuseppe il falegname, nella quale sono state rinvenute tracce di una devozione popolare, pare fossero usati anche nella liturgia in occasione della festa di san Giuseppe, specialmente nei monasteri copti.
Anche nella letteratura patristica incontriamo una certa predilezione verso san Giuseppe da parte di alcuni esponenti come ad esempio san Girolamo, sant'Efrem il Siro, sant'Agostino, San Giovanni Crisostomo, anche se nei loro scritti la menzione del santo è sempre posta in relazione con Gesù, e Maria, nell'ottica del mistero della salvezza.
I primi indizi di un culto a san Giuseppe risalgono al VII secolo: il vescovo della Gallia Arculfo, durante il suo pellegrinaggio nella Terra Santa ne attesta la presenza a Nazaret nel 670; i calendari copti, dei secoli tra l'VIII e il ix, ne testimoniano la festa il 20 luglio e il Menologio di Basilio ii il 25 dicembre in relazione con i magi.
Dall'oriente pare che il culto a san Giuseppe fu portato in occidente: una chiesa era a lui dedicata a Bologna nel 1129, e nel XIII secolo il primo Ufficio proprio del santo appare nel codice 9598-606 di Bruxelles che attesta la data del 19 marzo; nei secoli XIV e XV il culto di san Giuseppe ebbe un notevole sviluppo a opera dei francescani -- si pensi a Ubertino da Casale e al cancelliere Gersone -- e dei carmelitani che lo inserirono nel loro Breviario.
Alla fine del XV secolo Sisto iv (1471-1484) ne approva la festa di grado simplex fissandola al 19 marzo. Gregorio XV nel 1621, in seguito alle istanze di alcuni sovrani devoti del santo, la dichiarò festa di precetto. Clemente x nel 1670 la elevò a festa doppia di seconda classe e ne approvò l'Ufficio proprio nel 1714. Pio IX nel 1847, con il decreto della Sacra Congregazione dei Riti Inclytus patriarcha Joseph (10 settembre 1847), estese a tutta la Chiesa la festa del patrocinio di san Giuseppe -- inizialmente accordata ai carmelitani di Francia e d'Italia nel 1680 -- fissandone la data alla III Domenica dopo Pasqua e nel 1870 lo proclamò patrono della Chiesa universale, al fine di ottenere per i suoi meriti e per la sua intercessione, con più efficacia la misericordia di Dio perché fossero allontanati tutti i mali che affliggevano da ogni parte la Chiesa; inoltre, con la lettera apostolica Inclytum patriarcham (7 luglio 1871) riconobbe a san Giuseppe il diritto a un culto specifico, con l'introduzione di particolari «privilegi e onori» che spettano ai patroni secondo le rubriche del Messale e del Breviario romano (cioè la recita del Credo, l'inserimento dell'invocazione Cum beato Joseph nell'orazione A cunctis da far seguire immediatamente quella della beata Vergine Maria, l'aggiunta dell'antifona ai vespri Ecce fidelis servus, quella alle lodi Ipse Iesus e l'orazione Deus, qui ineffabili providentia). Pio X trasferì la festa del patrocinio al mercoledì dopo la III Domenica dopo Pasqua e con decreto della Congregazione dei Riti (18 marzo 1809) ne approvò le litanie in suo onore con le relative indulgenze. Benedetto XV approvò e concesse (9 aprile 1919) di introdurre nel Messale romano il testo del Prefazio proprio per le messe di san Giuseppe, sia festive che votive, in occasione del cinquantesimo anniversario della proclamazione di san Giuseppe a patrono universale della Chiesa; con il decreto della Congregazione dei Riti (23 febbraio 1921) fece introdurre il nome di san Giuseppe nelle invocazioni «Dio sia benedetto»; infine, con decreto della Sacra Congregazione dei Riti (26 ottobre 1921), volle estendere alla Chiesa universale la festa della «Santa Famiglia», istituita da Leone XIII nel 1895, stabilendo che fosse celebrata con rito doppio maggiore la domenica nell'ottava dell'Epifania, con diritti e privilegi della stessa domenica. Pio XII nel 1955 trasferì la festa del patrocinio di san Giuseppe al 1° maggio cambiando il titolo in “San Giuseppe operaio”. Giovanni XXIII, alla fine del primo periodo del concilio ecumenico Vaticano II, con il decreto Novis hisce temporibus della Sacra Congregazione dei Riti (13 novembre 1962), ne inserì il nome nel Canone romano.
A differenza dei Padri della Chiesa che trattarono di san Giuseppe solo occasionalmente nel contesto dei commenti ai passi evangelici che lo nominano, gli scrittori ecclesiastici e i grandi teologi scolastici -- tra i quali vanno segnalati ad esempio san Bernardo, san Tommaso d'Aquino, san Bonaventura, san Vincenzo Ferrer, san Bernardino da Siena, santa Teresa di Gesù, san Pietro Canisio, san Francesco di Sales, san Giovanni Eudes, san Vincenzo de' Paoli, san Leonardo da Porto Maurizio, sant'Alfonso Maria de' Liguori -- si interessarono a lui più ampiamente, creando un vero e proprio pensiero teologico sulla sua figura e missione mediante uno sviluppo letterario diversificato.
Nell'ambito della tradizione ecclesiale si colloca anche tutto un filone di produzione letteraria a opera di autori e scrittori cattolici che vanno dall'epoca più antica, come ad esempio: Remigio di Autun (secolo x), Ubertino da Casale (secolo XIV), Bartolomeo da Pisa e Bernardino da Feltre (secolo XV), Bernardino de' Bustis (secolo XVI), Giovanni da Cartagine, a quella più moderna, come Jacquinot (1645), Olier, Richard (1698), Bossuet (1697), Houdry (1718), Hello (1875), Maréchaux (1910), Sauvé (1920), Éphraïm (1996).
Ma il forte impulso alla diffusione del pensiero teologico su san Giuseppe fu dato dalla voce autorevole dei Pontefici che nel Magistero hanno fissato le linee essenziali della teologia giuseppina.
Pio IX, con la lettera apostolica Inclytum patriarcham (7 luglio 1871), riassumeva il magistero pontificio precedente relativo a san Giuseppe, e presentava un primo breve trattato sulla sua figura, con riferimento ai suoi titoli, grandezza, dignità, santità e missione.
Leone XIII, nell'enciclica Quamquam pluries (15 agosto 1889), approfondiva la dottrina su san Giuseppe dai fondamenti della sua dignità sino alla ragione singolare per cui merita di essere proclamato patrono di tutta la Chiesa, modello e avvocato di tutte le famiglie cristiane. Autentico “teologo” di san Giuseppe, egli illuminava con questa enciclica la grandezza del santo come padre putativo di Gesù Cristo.
Benedetto XV, nel motu proprio Bonum sane (25 luglio 1920), ricordava l'efficacia della devozione a san Giuseppe come rimedio ai problemi del dopoguerra e raccomandava di supplicarlo in favore dei moribondi, poiché «egli è ritenuto meritatamente il loro più efficace protettore, essendo spirato con l'assistenza di Gesù e Maria».
Pio XII, nel discorso del 1° maggio 1955, in occasione del decimo anniversario delle Associazioni cristiane lavoratori italiani (Acli), proponeva la figura di san Giuseppe come patrono e modello degli operai.
Giovanni XXIII, nella lettera apostolica Le voci (19 marzo 1961), riassumeva gli atti dei precedenti Pontefici in onore di san Giuseppe e lo nominava protettore del concilio ecumenico Vaticano II.
Paolo VI, in diversi discorsi presentò la figura di san Giuseppe nella sua poliedrica ricchezza.
Giovanni Paolo II, nell'esortazione apostolica Redemptoris custos (15 agosto 1989) offriva un'ampia riflessione «sulla figura e la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa» e lo collocava chiaramente nel cuore del mistero della redenzione, sulla stessa linea delle grandi encicliche Redemptor hominis (4 marzo 1979) e Redemptoris mater (25 marzo 1987).
Non sfugge, infine, la particolare devozione anche degli ultimi due Papi: Benedetto XVI, che, oltre a portare il nome del santo come nome di battesimo, durante il suo pontificato più volte ha fatto riferimento al santo, e Papa Francesco, che nel suo stemma ha voluto esprimere la personale devozione verso il padre putativo di Gesù con l'inserimento del fiore di nardo, che nella tradizione araldica e iconografica rimanda al patrono della Chiesa universale. Per singolare coincidenza, poi, l'inizio del ministero petrino di Papa Francesco è stato celebrato proprio nel giorno della solennità di san Giuseppe.
In considerazione della volontà di Benedetto XVI, confermata da Papa Francesco, di inserire la menzione di san Giuseppe nelle Preghiere eucaristiche ii, III e iv del Messale romano, supportata anche dalla dottrina del recente magistero espresso nell'esortazione apostolica Redemptoris custos di Giovanni Paolo II, in cui viene presentato lo speciale vincolo di san Giuseppe con il mistero di Cristo, la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti ha proceduto a emanare il decreto con il quale si apporta tale intervento nel Messale romano.
Il documento, che riprende nel testo varie espressioni dell'esortazione apostolica Redemptoris custos di Giovanni Paolo II, porta la data del 1° maggio 2013, memoria di san Giuseppe lavoratore.
In esso viene espresso in maniera concisa il ruolo del santo nell'economia della salvezza, chiamato da Dio a esercitare la sua paternità a servizio della persona e della missione di Cristo con generosa umiltà e adorno di quelle virtù comuni, umane e semplici, che fungono da modello tipico per coloro che si mettono alla sequela di Cristo. L'esercizio della sua paternità è espresso mediante la duplice missione di prendersi amorevole cura della Beata Vergine Maria e di dedicarsi con gioioso impegno all'educazione di Gesù, divenendo in tal modo il “custode” dei tesori più preziosi di Dio. La sua paternità, poi, si manifesta anche nel sostegno che egli concede alla Chiesa, corpo mistico di Cristo, che beneficia della sua protezione.
Il documento, inoltre, sottolinea l'ininterrotta tradizione del culto che la Chiesa tributa al santo e la particolare devozione dei fedeli che da sempre ne hanno onorato la memoria di sposo castissimo della Madre di Dio e patrono celeste di tutta la Chiesa. Si fa, quindi, riferimento al fatto che durante il concilio ecumenico Vaticano II, il beato Giovanni XXIII ha voluto inserire il nome di san Giuseppe nel Canone romano, ponendo sotto il suo patrocinio la riuscita dell'assise conciliare.
Sulla scia di questo provvedimento e degli auspici pervenuti da più parti, il decreto mette in evidenza la benevola accoglienza di Benedetto XVI e la fattiva attuazione di Papa Francesco a introdurre nelle altre preghiere eucaristiche il nome di san Giuseppe con la formulazione appropriata del testo da inserire secondo lo stile delle diverse preghiere, considerata tipica per la lingua latina.
Infine, per quanto riguarda la traduzione delle medesime formule nelle altre lingue oltre al latino, il decreto afferma che per le lingue moderne occidentali di maggior diffusione se ne occuperà la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, mentre per quelle da redigere nelle altre lingue si demanda la preparazione, come stabilito dal diritto, alla relativa Conferenza dei vescovi con la seguente approvazione della Santa Sede.
*Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti
(©L'Osservatore Romano 20 giugno 2013)
Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti che dispone l'inclusione nelle Preghiere Eucaristiche del nome San Giuseppe
Clicca qui per leggere il testo del Decreto.
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