venerdì 30 giugno 2017

Benedetto XVI: il malato deve “chiamare” i presbiteri, e questi devono rispondere in una "allenza evangelica" (YouTube). Dedicato al piccolo Charlie e ai tanti malati senza voce



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L'11 febbraio 2010, in occasione della Santa Messa per la XVIII Giornata Mondiale del Malato, Benedetto XVI tenne un'omelia particolarmente intensa sull'alleanza evangelica fra sacerdoti e malati. Dedichiamo questo splendido testo al piccolo Charlie Gard.
L'omelia integrale si trova qui.
Grazie come sempre a Gemma!

In particolare:

"Nel brano della Lettera di Giacomo, appena proclamato, l’Apostolo invita ad attendere con costanza la venuta ormai prossima del Signore e, in tale contesto, rivolge una particolare esortazione riguardante i malati. Questa collocazione è molto interessante, perché rispecchia l’azione di Gesù, che guarendo i malati mostrava la vicinanza del Regno di Dio. La malattia è vista nella prospettiva degli ultimi tempi, con il realismo della speranza tipicamente cristiano. “Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode” (Gc 5,13). Sembra di sentire parole simili di san Paolo, quando invita a vivere ogni cosa in relazione alla radicale novità di Cristo, alla sua morte e risurrezione (cfr 1 Cor 7,29-31). “Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato” (Gc 5,14-15). Qui è evidente il prolungamento di Cristo nella sua Chiesa: è ancora Lui che agisce, mediante i presbiteri; è il suo stesso Spirito che opera mediante il segno sacramentale dell’olio; è a Lui che si rivolge la fede, espressa nella preghiera; e, come accadeva alle persone guarite da Gesù, ad ogni malato si può dire: la tua fede, sorretta dalla fede dei fratelli e delle sorelle, ti ha salvato.

Da questo testo, che contiene il fondamento e la prassi del sacramento dell’Unzione dei malati, si ricava al tempo stesso una visione del ruolo dei malati nella Chiesa

Un ruolo attivo nel “provocare”, per così dire, la preghiera fatta con fede. “Chi è malato, chiami i presbiteri”. In questo Anno Sacerdotale, mi piace sottolineare il legame tra i malati e i sacerdoti, una specie di alleanza, di “complicità” evangelica. Entrambi hanno un compito: il malato deve “chiamare” i presbiteri, e questi devono rispondere, per attirare sull’esperienza della malattia la presenza e l’azione del Risorto e del suo Spirito. 

E qui possiamo vedere tutta l’importanza della pastorale dei malati, il cui valore è davvero incalcolabile, per il bene immenso che fa in primo luogo al malato e al sacerdote stesso, ma anche ai familiari, ai conoscenti, alla comunità e, attraverso vie ignote e misteriose, a tutta la Chiesa e al mondo. In effetti, quando la Parola di Dio parla di guarigione, di salvezza, di salute del malato, intende questi concetti in senso integrale, non separando mai anima e corpo: un malato guarito dalla preghiera di Cristo, mediante la Chiesa, è una gioia sulla terra e nel cielo, è una primizia di vita eterna.

Cari amici, come ho scritto nell’Enciclica Spe salvi, “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società” (n. 30). Istituendo un Dicastero dedicato alla pastorale sanitaria, la Santa Sede ha voluto offrire il proprio contributo anche per promuovere un mondo più capace di accogliere e curare i malati come persone. Ha voluto, infatti, aiutarli a vivere l’esperienza dell’infermità in modo umano, non rinnegandola, ma offrendo ad essa un senso. Vorrei concludere queste riflessioni con un pensiero del Venerabile Papa Giovanni Paolo II, che egli ha testimoniato con la propria vita. Nella Lettera apostolica Salvifici doloris egli ha scritto: “Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza” (n. 30). Ci aiuti la Vergine Maria a vivere pienamente questa missione".

Intensifichiamo la preghiera per il piccolo Charlie

Se sarà confermata la decisione di interrompere le cure che tengono in vita al piccolo Charlie, oggi, per noi Occidentali, sarà come fare un salto nel buio o, forse, un salto all'indietro nel Novecento.
Intensifichiamo la preghiera per Charlie. Ci sarà tempo e modo di parlare e penso che stavolta i toni non saranno all'insegna della diplomazia, almeno i miei...
R.

p.s. Chi ha voglia legga anche le capriole dei giornali sul "caso" Pell e dintorni...ci sarebbe da rotolarsi dalle risate se il momento non fosse drammatico.

mercoledì 28 giugno 2017

Per il piccolo Charlie la nostra preghiera e le parole di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II

Il 30 maggio 2008 la rivista Tempi pubblicava un articolo del quale evidenziamo il seguente passaggio:

Anche Joseph Ratzinger venne toccato nei suoi affetti familiari dalla macchina di morte del regime nazista contro “i malati o i difettosi”. Il futuro Papa aveva un cugino, poco più giovane di lui, nato con la sindrome di Down. Nel 1941– Joseph aveva 14 anni – alcuni “medici” nazisti vennero nella casa del giovinetto, nella Baviera sud-orientale, e informarono gli zii di Ratzinger sulle nuove disposizioni del Terzo Reich, norme che proibivano ai figli handicappati di rimanere coi propri genitori. Di fronte alle vibrate proteste dei familiari, gli inviati del Reich si mostrarono inflessibili: portarono via il ragazzino e nessuno lo vide mai più. Solo più tardi la famiglia ricevette la notizia che il piccolo era morto. 
Il particolare, ad oggi inedito, è stato svelato da Brennan Pursell, giovane storico americano, docente alla DeSales University in Pennsylvania che – curiosità – da protestante ha fatto il suo ingresso nella Chiesa cattolica nel monastero benedettino di Metten, nella terra di Benedetto, la Baviera. Nei due anni di ricerca per scrivere Benedict of Bavaria. An Intimate Portrait of the Pope and His Homeland (CirclePress, 240 pagine, 24,50 dollari), uscito a marzo, Pursell, grazie al suo fluente tedesco, ha potuto incontrare conoscenti e parenti di Benedetto XVI e rivelare così il particolare inedito di quella “ferita” che il regime nazista inflisse al giovane Joseph con il rapimento e la soppressione fisica del cugino Down. 


Molto significativa anche la parte relativa alla cultura della morte e all'anti-cultura della morte nel discorso di Benedetto XVI ai parroci di Roma del 2 marzo 2006:

"Ieri abbiamo dato inizio alla Quaresima. La Liturgia di oggi ci offre una profonda indicazione del significato essenziale della Quaresima: è un indicatore di strada per la nostra vita. Perciò mi sembra - parlo riferendomi a Papa Giovanni Paolo II - che dobbiamo insistere un po' sulla prima Lettura della giornata di oggi. Il grande discorso di Mosè sulla soglia della Terra Santa, dopo i quarant'anni del pellegrinaggio nel deserto, è un riassunto di tutta la Torah, di tutta la Legge. Troviamo qui l'essenziale non solo per il popolo ebraico ma anche per noi. Questo essenziale è la parola di Dio: "Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita" (Dt 30, 19). Questa parola fondamentale della Quaresima è anche la parola fondamentale dell'eredità del nostro grande Papa Giovanni Paolo II: scegliere la vita. Questa è la nostra vocazione sacerdotale: scegliere noi stessi la vita e aiutare gli altri a scegliere la vita. Si tratta di rinnovare nella Quaresima la nostra, per così dire, "opzione fondamentale", l'opzione per la vita.
 
Ma, nasce subito la questione: come si sceglie la vita? come si fa? Riflettendo, mi è venuto in mente che la grande defezione dal Cristianesimo realizzatasi nell'Occidente negli ultimi cento anni, è stata attuata proprio in nome dell'opzione per la vita. 
È stato detto - penso a Nietzsche ma anche a tanti altri - che il Cristianesimo è una opzione contro la vita. Con la Croce, con tutti i Comandamenti, con tutti i "No" che ci propone, ci chiude la porta della vita. Ma noi, vogliamo avere la vita, e scegliamo, optiamo, finalmente, per la vita liberandoci dalla Croce, liberandoci da tutti questi Comandamenti e da tutti questi "No". Vogliamo avere la vita in abbondanza, nient'altro che la vita. Qui subito viene in mente la parola del Vangelo di oggi: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà" (Lc 9, 24). Questo è il paradosso che dobbiamo innanzitutto tener presente nell'opzione per la vita. Non arrogandoci la vita per noi ma solo dando la vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo trovarla. Questo è il senso ultimo della Croce: non prendere per sé ma dare la vita.
 
Così, Nuovo e Vecchio Testamento vanno insieme. Nella prima Lettura del Deuteronomio la risposta di Dio è: "Io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva" (30, 16). Questo, a prima vista non ci piace, ma è la strada: l'opzione per la vita e l'opzione per Dio sono identiche. Il Signore lo dice nel Vangelo di san Giovanni: "Questa è la vita eterna: che conoscano te" (Gv 17, 3). 
La vita umana è una relazione. Solo in relazione, non chiusi in noi stessi, possiamo avere la vita. E la relazione fondamentale è la relazione col Creatore, altrimenti le altre relazioni sono fragili. Scegliere Dio, quindi: questo è essenziale. Un mondo vuoto di Dio, un mondo che ha dimenticato Dio, perde la vita e cade in una cultura di morte. Scegliere la vita, fare l'opzione per la vita, quindi, è, innanzitutto, scegliere l'opzione-relazione con Dio. 
Ma, subito nasce la questione: con quale Dio? Qui, di nuovo, ci aiuta il Vangelo: con quel Dio che ci ha mostrato il suo volto in Cristo, con quel Dio che ha vinto l'odio sulla Croce, cioè nell'amore sino alla fine. Così, scegliendo questo Dio, scegliamo la vita.
 
Il Papa Giovanni Paolo II ci ha donato la grande Enciclica Evangelium vitae. In essa - è quasi un ritratto dei problemi della cultura odierna, delle speranze e dei pericoli - diviene visibile che una società che dimentica Dio, che esclude Dio e, proprio per avere la vita, cade in una cultura di morte. Proprio volendo avere la vita si dice "No" al bambino, perché mi toglie qualche parte della mia vita; si dice "No" al futuro, per avere tutto il presente; si dice "No" sia alla vita che nasce sia alla vita sofferente, che va verso la morte. Questa apparente cultura della vita diventa l'anti-cultura della morte, dove Dio è assente, dove è assente quel Dio che non ordina l'odio ma vince l'odio. Qui facciamo la vera opzione per la vita

Tutto, allora, è connesso: la più profonda opzione per Cristo Crocifisso con la più completa opzione per la vita, dal primo momento fino all'ultimo momento.
 
Questo, mi sembra, in qualche modo, anche il nucleo della nostra pastorale: aiutare a fare una vera opzione per la vita, rinnovare la relazione con Dio come la relazione che ci dà vita e ci mostra la strada per la vita. E così amare di nuovo Cristo, che dall'Essere più ignoto, al quale non arrivavamo e che rimaneva enigmatico, si è reso un Dio noto, un Dio dal volto umano, un Dio che è amore. Teniamo presente proprio questo punto fondamentale per la vita e consideriamo che in questo programma è presente tutto il Vangelo, dall'Antico al Nuovo Testamento, che ha come centro Cristo. La Quaresima, per noi stessi, dovrebbe essere il tempo per rinnovare la nostra conoscenza di Dio, la nostra amicizia con Gesù, per essere così capaci di guidare gli altri in modo convincente alla opzione per la vita, che è innanzitutto opzione per Dio. A noi stessi deve risultare chiaro che scegliendo Cristo non abbiamo scelto la negazione della vita, ma abbiamo scelto realmente la vita in abbondanza.
 
L'opzione cristiana è, in fondo, molto semplice: è l'opzione del "Sì" alla vita. Ma questo "Sì", si realizza solo con un Dio non ignoto, con un Dio dal volto umano. Si realizza seguendo questo Dio nella comunione dell'amore. 
Quanto ho fin qui detto vuol essere un modo di rinnovare il nostro ricordo nei riguardi del grande Papa Giovanni Paolo II".

Infine il testo della bellissima poesia di Giovanni Paolo II "Ci alzeremo in piedi".

Ci alzeremo in piedi ogni volta che
la vita umana viene minacciata...
Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita
viene attaccata prima della nascita
Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha
l'autorità di distruggere la vita non nata...
Ci alzeremo quando un bambino viene visto
come un peso
o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione
e grideremo che ogni bambino
è un dono unico e irripetibile di Dio...
Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio
viene abbandonata all'egoismo umano...
e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale...
Ci alzeremo quando il valore della famiglia
è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...
e riaffermeremo che la famiglia è necessaria
non solo per il bene dell'individuo
ma anche per quello della società...
Ci alzeremo quando la libertà
viene usata per dominare i deboli,
per dissipare le risorse naturali e l'energia
e per negare i bisogni fondamentali alle persone
e reclameremo giustizia...
Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti
vengono abbandonati in solitudine
e proclameremo che essi sono degni di amore,
di cura e di rispetto.

Dedichiamo le parole di Benedetto e di Giovanni Paolo al piccolo e innocente Charlie assicurando la nostra preghiera per la sua fragile ma preziosa vita.
Il blog

lunedì 26 giugno 2017

Benedetto XVI revoca la scomunica ai vescovi Lefebvriani: si scatena una violenta campagna mediatica (docufilm del blog)



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Il 24 gennaio 2009 un comunicato della sala stampa vaticana rendeva noto che Papa Benedetto XVI, tramite un atto di misericordia, aveva deciso di togliere la scomunica ai quattro vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza il consenso di Giovanni Paolo II.
Come è noto il vescovo che ordina altri vescovi senza l'approvazione del Pontefice viene automaticamente scomunicato e, insieme a lui, i sacerdoti ordinati.
Benedetto XVI desiderava che si arrivasse a una conciliazione fra Cattolici e il passo di rimettere la scomunica era un atto di misericordia che i confratelli vescovi e cardinali avrebbero dovuto accogliere ed applaudire. Ciò non avvenne! I media internazionali scatenarono contro Papa Benedetto una campagna mediatica particolarmente violenta ma furono aiutati e sostenuti da una numerosa "flotta" di sacerdoti, vescovi e cardinali che, quando non attaccavano direttamente la decisione di Benedetto XVI, facevano a gara per prenderne le distanze.
Il Papa scrisse una straordinaria lettera ai vescovi cattolici, sicuramente una pietra miliare del suo Pontificato, e avviò i colloqui dottrinali per raggiungere la piena unità fra i seguaci di Mons. Lefebvre e la chiesa cattolica.
Il 28 febbraio 2013 si concludeva il luminoso Pontificato di Benedetto.
Negli ultimi mesi (fra il 2016 e il 2017) voci sempre più insistenti parlano di una riconciliazione completa fra i Lefebvriani ai quali dovrebbe essere concessa una "prelatura personale" (come quella per l'Opus Dei). Siamo quindi tornati nella medesima situazione del 2009: atto di misericordia, dialogo, addirittura concessione di uno status giuridico. NON UNA VOCE CRITICA si sta levando né all'interno della chiesa né sui media. La domanda è: perché? Come mai tanto livore, tanta cattiveria, tante offese nei confronti di Benedetto XVI e ora "odiamo solo silenzi"? 
Ripercorriamo, grazie allo straordinario lavoro di Gemma, i mesi successivi alla revoca della scomunica e riflettiamo sul modo di comportarsi dei giornalisti ma soprattutto degli uomini di chiesa. 
Qui non si tratta di auspicare che sia riservato anche ad altri il trattamento subìto da Papa Ratzinger ma di imparare a farsi e a fare qualche domanda scomoda.
Lo speciale del blog sulla revoca della scomunica ai Lefebvriani è consultabile qui.

martedì 20 giugno 2017

Dubia, un'altra lettera dei quattro cardinali rimasta senza risposta (Magister)

Clicca qui per leggere il commento e il testo della lettera.
Qui un post di Marco Tosatti.
Domandare è lecito rispondere è cortesia...dice il saggio.

Approfitto di questo post per ribadire che provo un profondo disagio (ma non è la parola giusta...) per una cei e un vaticano che entrano sempre più in politica assumendosi un ruolo che a essi non compete. Spetta allo Stato stabilire la legge sulla cittadinanza. Dal momento che in vaticano non risulta esserci una normativa sullo ius soli, che possa dare il buon esempio a noi Italiani, consiglierei maggiore prudenza.
Mi piacerebbe sentire meno politica e più misericordia per le tante sofferenze patite dalle vittime degli attentati di matrice islamica e magari un appello per il piccolo Charlie, bimbo innocente.
Personalmente ho sempre pensato che la chiesa e il vaticano potessero parlare di qualunque argomento, ma qui sembra che ci si occupi solo di materie che piacciono alla gente che piace escludendo i cittadini e, fra di essi, i fedeli. Questo spiegherebbe anche la disaffezione sempre più marcata verso le celebrazioni, le udienze ecc. ecc. ecc.
Per non parlare dell'otto per mille...
R.

sabato 17 giugno 2017

Un applauso a Marco Tosatti senza ulteriori commenti (R.)

Clicca qui per leggere il commento.
Non aggiungo altri commenti perchè approvo dalla prima lettera maiuscola all'ultimo puntino di sospensione.