sabato 16 dicembre 2017

Mons. Crepaldi: "i ponti non fondati sulla verità non reggono"

Clicca qui per leggere il testo dell'intervento.
Giustamente Mons. Crepaldi segnala la totale indifferenza se non il silenzio complice del mondo cattolico. Ancora più grave è stato (ed è) l'atteggiamento che in questi anni ha caratterizzato la gerarchia cattolica. Dopo i "ponti" costruiti sulle leggi sulle quali si poteva e si doveva dire almeno mezza parola (anche a costo di turbare la "pax mediatica"), ecco che oggi si diffonde in pompa magna la notizia che arriva direttamente da Firenze (clicca qui).
Direi che abbiamo abbondantemente superato la frutta. Ormai siamo al caffè e fra poco sarà tempo di pagare il conto.
R.

venerdì 8 dicembre 2017

Benedetto XVI: La Madonna sorretta da fede intrepida, speranza incrollabile e amore sconfinato (YouTube)



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L'8 dicembre 2007, come da tradizione, Benedetto XVI si recò in Piazza di Spagna per l'omaggio alla Statua della Vergine Immacolata. Tenne un discorso memorabile sulla figura ed il ruolo di Maria nella storia dell'umanità. Il testo integrale è consultabile qui

Grazie come sempre a Gemma e buona Festa dell'Immacolata a tutti :-)
R.


Cari fratelli e sorelle,

in un appuntamento divenuto ormai tradizionale, ci ritroviamo qui, in Piazza di Spagna, per offrire il nostro omaggio floreale alla Madonna, nel giorno in cui tutta la Chiesa celebra la festa della sua Immacolata Concezione. Seguendo le orme dei miei Predecessori, anch’io mi unisco a voi, cari fedeli di Roma, per sostare con affetto e amore filiali ai piedi di Maria, che da centocinquant’anni ormai veglia dall’alto di questa colonna sulla nostra Città. 
Quello odierno è dunque un gesto di fede e di devozione che la nostra comunità cristiana ripete di anno in anno, quasi a ribadire il proprio impegno di fedeltà verso Colei che, in tutte le circostanze della vita quotidiana, ci assicura il suo aiuto e la sua materna protezione.
Questa manifestazione religiosa è al tempo stesso un’occasione per offrire a quanti a Roma vivono o vi trascorrono alcuni giorni come pellegrini e turisti, l’opportunità di sentirsi, pur nella diversità delle culture, un’unica famiglia che si raccoglie attorno ad una Madre che ha condiviso le quotidiane fatiche di ogni donna e mamma di famiglia. Una madre però del tutto singolare, prescelta da Dio per una missione unica e misteriosa, quella di generare alla vita terrena il Verbo eterno del Padre, venuto nel mondo per la salvezza di tutti gli uomini. E Maria, Immacolata nella sua concezione - così la veneriamo quest’oggi con devota riconoscenza -, ha percorso il suo pellegrinaggio terreno sorretta da una fede intrepida, una speranza incrollabile e un amore umile e sconfinato, seguendo le orme del suo figlio Gesù
Gli è stata accanto con materna sollecitudine dalla nascita al Calvario, dove ha assistito alla sua crocifissione impietrita dal dolore, ma incrollabile nella speranza. Ella ha poi sperimentato la gioia della risurrezione, all’alba del terzo giorno, del nuovo giorno, quando il Crocifisso ha lasciato il sepolcro vincendo per sempre e in modo definitivo il potere del peccato e della morte.
Maria, nel cui grembo verginale Dio si è fatto uomo, è nostra Madre! Dall’alto della croce infatti, Gesù, prima di portare a compimento il suo sacrificio, ce l’ha donata come madre e a Lei ci ha affidati come suoi figli. Mistero di misericordia e di amore, dono che arricchisce la Chiesa di una feconda maternità spirituale. Volgiamo soprattutto quest’oggi il nostro sguardo verso di Lei, cari fratelli e sorelle, e, implorando il suo aiuto, disponiamoci a far tesoro di ogni suo materno insegnamento. 
Questa nostra celeste Madre non ci invita forse a fuggire il male e a compiere il bene seguendo docilmente la legge divina iscritta nel cuore di ogni cristiano? Lei, che ha conservata la speranza pur nel sommo della prova, non ci chiede forse di non perderci d’animo quando la sofferenza e la morte bussano alla porta delle nostre case? non ci chiede di guardare fiduciosi al nostro futuro? Non ci esorta la Vergine Immacolata ad essere fratelli gli uni degli altri, tutti accomunati dall’impegno di costruire insieme un mondo più giusto, solidale e pacifico?
Sì, cari amici! Ancora una volta, in questo giorno solenne, la Chiesa addita al mondo Maria come segno di sicura speranza e di definitiva vittoria del bene sul male. Colei che invochiamo "piena di grazia" ci ricorda che siamo tutti fratelli e che Dio è il nostro Creatore e il nostro Padre. Senza di Lui, o ancor peggio contro di Lui, noi uomini non potremo mai trovare la strada che conduce all’amore, non potremo mai sconfiggere il potere dell’odio e della violenza, non potremo mai costruire una stabile pace.
Accolgano gli uomini di ogni nazione e cultura questo messaggio di luce e di speranza: lo accolgano come dono dalle mani di Maria, Madre dell’intera umanità. Se la vita è un cammino, e questo cammino si fa spesso buio, duro e faticoso, quale stella potrà illuminarlo? Nella mia Enciclica Spe salvi, resa pubblica all’inizio dell’Avvento, ho scritto che la Chiesa guarda a Maria e la invoca come "stella della speranza" (n. 49). Nel nostro comune viaggio sul mare della storia abbiamo bisogno di "luci di speranza", di persone cioè che traggono luce da Cristo "ed offrono così orientamento per la nostra traversata" (ibid.). 
E chi meglio di Maria può essere per noi "Stella di speranza"? Lei, con il suo "sì", con l’offerta generosa della libertà ricevuta dal Creatore, ha consentito alla speranza dei millenni di diventare realtà, di entrare in questo mondo e nella sua storia. Per mezzo suo Dio si è fatto carne, è divenuto uno di noi, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi.
Per questo, animati da filiale confidenza, Le diciamo: "Insegnaci, Maria, a credere, a sperare e ad amare con Te; indicaci la via che conduce alla pace, la via verso il regno di Gesù. Tu, Stella della speranza, che trepidante ci attendi nella luce intramontabile dell’eterna Patria, brilla su di noi e guidaci nelle vicende di ogni giorno, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen!".

domenica 3 dicembre 2017

"Poveri" cardinali...forse stavano meglio quando stavano "peggio"

Clicca qui per leggere l'articolo di Tosatti.
Ricordiamo i commenti trionfanti e trionfalistici di molti cardinali all'indomani del conclave del 2013. Ricordiamo anche il mancato supporto della maggiorparte degli uomini in porpora nei confronti di Benedetto XVI.
Probabilmente ora lorsignori iniziano ad avere più di un "dubium" ma ormai è troppo tardi per loro e in fondo per tutti...
Auguri!
Buona domenica amici :-)
R.

domenica 26 novembre 2017

Gli araldi della primavera indignati per l'intervista di Franco al card. Müller (R.)

Clicca qui per leggere l'intervista integrale che tanto sta allarmando vaticanisti e commentatori.
Non mi pare che il cardinale minacci uno scisma o addirittura lanci avvertimenti in "alto loco" come mi è capitato di leggere qua e là sui siti e sui social. Semplicemente, da teologo e profondo conoscitore dell'Europa e della sua storia (e, essendo tedesco, dello scisma luterano), mette in guardia la chiesa dal rischio di una "dinamica scismatica, difficile poi da recuperare".
Non si deve avere paura di chi, come Müller o come i cardinali firmatari dei "dubia", parla chiaramente, ma di chi resta in silenzio per interesse personale (leggi: per fare carriera) o per paura (incredibile il fatto che sia sufficiente il "chiacchiericcio" di qualcuno per decretare il "licenziamento" del Prefetto della CDF).
C'è poi un altro grande silenzio che dovrebbe seriamente preoccupare le alte sfere: il crescente silenzio dei fedeli che si identifica con la totale indifferenza verso la chiesa e, purtroppo, spesso verso i Sacramenti.
Quanto poi alla presunta popolarità del nuovo corso, non prenderei per oro colato ciò che dicono o scrivono i mass media. Vedo sempre più disaffezione e tante spalle alzate quando si parla di questioni che hanno a che fare con la gerarchia ecclesiastica.
Non a caso si moltiplicano le iniziative "private" come la recita del Santo Rosario nelle chiese, nelle scuole e anche presso i confini degli Stati (iniziative che tanto disturbano quando non mandano su tutte le furie gli araldi). Non è certo la recita del Rosario che deve preoccupare...anzi! Ben venga! Semmai è la chiesa gerarchica che dovrebbe chiedersi come mai i fedeli sentano il bisogno di organizzarsi da soli indipendentemente se non a dispetto dei pastori.
Buona domenica a tutti :-)
R.

lunedì 20 novembre 2017

Benedetto XVI e San Bonaventura (playlist)

Benedettto XVI: la categoria più alta per san Tommaso è il vero, per san Bonaventura è il bene (YouTube)

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Il 17 marzo 2010, in occasione dell'udienza generale, Benedetto XVI dedicò la terza catechesi a San Bonaventura. Si soffermò in particolare sul rapporto fra Bonaventura e San Tommaso d'Aquino e sul modo diverso di concepire la teologia.
Il testo della integrale della catechesi si trova qui.
Abbiamo già avuto modo di ascoltare le prime due catechesi su San Bonaventura. I link sono riprodotti qui sotto e nel post precedente.
Grazie come sempre a Gemma per il lavoro svolto :-)

Prima catechesi su San Bonaventura

Seconda catechesi su San Bonaventura.

In particolare:

continuando la riflessione di mercoledì scorso, vorrei approfondire con voi altri aspetti della dottrina di san Bonaventura da Bagnoregio. Egli è un eminente teologo, che merita di essere messo accanto ad un altro grandissimo pensatore, suo contemporaneo, san Tommaso d’Aquino. Entrambi hanno scrutato i misteri della Rivelazione, valorizzando le risorse della ragione umana, in quel fecondo dialogo tra fede e ragione che caratterizza il Medioevo cristiano, facendone un’epoca di grande vivacità intellettuale, oltre che di fede e di rinnovamento ecclesiale, spesso non sufficientemente evidenziata. 
Una prima differenza concerne il concetto di teologia. Ambedue i dottori si chiedono se la teologia sia una scienza pratica o una scienza teorica, speculativa. San Tommaso riflette su due possibili risposte contrastanti. La prima dice: la teologia è riflessione sulla fede e scopo della fede è che l’uomo diventi buono, viva secondo la volontà di Dio. Quindi, lo scopo della teologia dovrebbe essere quello di guidare sulla via giusta, buona; di conseguenza essa, in fondo, è una scienza pratica. L’altra posizione dice: la teologia cerca di conoscere Dio. Noi siamo opera di Dio; Dio sta al di sopra del nostro fare. Dio opera in noi l’agire giusto. Quindi si tratta sostanzialmente non del nostro fare, ma del conoscere Dio, non del nostro operare. La conclusione di san Tommaso è: la teologia implica ambedue gli aspetti: è teorica, cerca di conoscere Dio sempre di più, ed è pratica: cerca di orientare la nostra vita al bene. Ma c’è un primato della conoscenza: dobbiamo soprattutto conoscere Dio, poi segue l’agire secondo Dio (Summa Theologiae Ia, q. 1, art. 4). Questo primato della conoscenza in confronto con la prassi è significativo per l’orientamento fondamentale di san Tommaso.

La risposta di san Bonaventura è molto simile, ma gli accenti sono diversi. San Bonaventura conosce gli stessi argomenti nell’una e nell’altra direzione, come san Tommaso, ma per rispondere alla domanda se la teologia sia una scienza pratica o teorica, san Bonaventura fa una triplice distinzione – allarga, quindi, l’alternativa tra teorico (primato della conoscenza) e pratico (primato della prassi), aggiungendo un terzo atteggiamento, che chiama “sapienziale” e affermando  che la sapienza abbraccia ambedue gli aspetti. E poi continua: la sapienza cerca la contemplazione (come la più alta forma della conoscenza) e ha come intenzione “ut boni fiamus” - che diventiamo buoni, soprattutto questo: divenire buoni (cfr Breviloquium, Prologus, 5). Poi aggiunge: “La fede è nell’intelletto, in modo tale che provoca l’affetto. Ad esempio: conoscere che Cristo è morto “per noi” non rimane conoscenza, ma diventa necessariamente affetto, amore” (Proemium in I Sent., q. 3).

Nella stessa linea si muove la sua difesa della teologia, cioè della riflessione razionale e metodica della fede. San Bonaventura elenca alcuni argomenti contro il fare teologia, forse diffusi anche in una parte dei frati francescani e presenti anche nel nostro tempo: la ragione svuoterebbe la fede, sarebbe un atteggiamento violento nei confronti della parola di Dio, dobbiamo ascoltare e non analizzare la parola di Dio (cfr Lettera di san Francesco d’Assisi a sant’Antonio di Padova). A questi argomenti contro la teologia, che dimostrano i pericoli esistenti nella teologia stessa, il Santo risponde: è vero che c’è un modo arrogante di fare teologia, una superbia della ragione, che si pone al di sopra della parola di Dio. Ma la vera teologia, il lavoro razionale della vera e della buona teologia ha un’altra origine, non la superbia della ragione. Chi ama vuol conoscere sempre meglio e sempre più l’amato; la vera teologia non impegna la ragione e la sua ricerca motivata dalla superbia, “sed propter amorem eius cui assentit” – “motivata dall’amore di Colui, al quale ha dato il suo consenso” (Proemium in I Sent., q. 2), e vuol meglio conoscere l’amato: questa è l’intenzione fondamentale della teologia. Per san Bonaventura è quindi determinante alla fine il primato dell’amore".


Di conseguenza, san Tommaso e san Bonaventura definiscono in modo diverso la destinazione ultima dell’uomo, la sua piena felicità: per san Tommaso il fine supremo, al quale si dirige il nostro desiderio è: vedere Dio. In questo semplice atto del vedere Dio trovano soluzione tutti i problemi: siamo felici, nient’altro è necessario.
Per san Bonaventura il destino ultimo dell’uomo è invece: amare Dio, l’incontrarsi ed unirsi del suo e del nostro amore. Questa è per lui la definizione più adeguata della nostra felicità.

In tale linea, potremmo anche dire che la categoria più alta per san Tommaso è il vero, mentre per san Bonaventura è il bene. Sarebbe sbagliato vedere in queste due risposte una contraddizione. Per ambedue il vero è anche il bene, ed il bene è anche il vero; vedere Dio è amare ed amare è vedere. Si tratta quindi di accenti diversi di una visione fondamentalmente comune. Ambedue gli accenti hanno formato tradizioni diverse e spiritualità diverse e così hanno mostrato la fecondità della fede, una nella diversità delle sue espressioni.

Ritorniamo a san Bonaventura. E’ evidente che l’accento specifico della sua teologia, del quale ho dato solo un esempio, si spiega a partire dal carisma francescano: il Poverello di Assisi, al di là dei dibattiti intellettuali del suo tempo, aveva mostrato con tutta la sua vita il primato dell’amore; era un’icona vivente e innamorata di Cristo e così ha reso presente, nel suo tempo, la figura del Signore – ha convinto i suoi contemporanei non con le parole, ma con la sua vita. In tutte le opere di san Bonaventura, proprio anche le opere scientifiche, di scuola, si vede e si trova questa ispirazione francescana; si nota, cioè, che egli pensa partendo dall’incontro col Poverello d’Assisi.