sabato 11 novembre 2017

Pare che…(Valli)

Clicca qui per leggere l'articolo.
Il testo è esilarante ma anche ricco di spunti di riflessione...

venerdì 3 novembre 2017

Caso Weinandy (e tanti altri). Questa chiesa è troppo misericordiosa per me (Raffaella)

Cari amici,
il caso Weinandy (clicca qui) è solo l'ultimo in ordine di tempo. In questi anni quante di queste rimozioni e quanti "inviti" alle dimissioni abbiamo visto?
Eppure nessuno fiata. I mass media tacciono come tace la maggioranza dei preti, dei vescovi e dei cardinali.
Che cosa sarebbe successo se ai tempi di Benedetto XVI si fosse agito in questo modo? Non oso immaginare le vesti stracciate e i capelli strappati. Ora invece tutto va bene perché fa comodo così.
Bella coerenza, complimenti!
Peggio per loro (media e clero) perché, se al prossimo giro le cose dovessero cambiare, non potranno prendersela nuovamente con le vesti e i capelli, pena l'accusa di doppiopesismo e incoerenza. Certo...sappiamo bene che accuse del genere non li fermererebbero :-)
Quindi prepariamoci: se al prossimo giro la Chiesa tornerà a essere invisa al mondo, riprenderanno gli strali contro Papa e Vaticano. Insomma: tornerà tutto alla normalità :-)
Noi però ci troviamo a commentare il presente.
Strana questa chiesa così misericordiosa con molti (ma non con tutti), che si dice pronta anche ad accogliere le critiche (purché siano rivolte agli avversari) e ad ascoltare chiunque (purchè sia in sintonia con il nuovo corso).
Sì, è davvero strana, ma è colpa mia: questo eccesso di misericordia non fa per me :-)
Preferivo i vecchi autunni e i lontani inverni, quando la Chiesa veniva osteggiata da Scalfari, dai radicali e dai media (che piacciono alla gente che piace), ma che permetteva a un card. Martini di definirsi addirittura un ante Papa, a un don qualunque di andare in tv a sparlare del Pontefice, a una qualunque comica di prendersela con il Vaticano una settimana sì e l'altra pure, a un Kung di rilasciare interviste al vetriolo (poi puntualmente tradotte in italiano dal quotidiano diventato ora l'organo ufficioso delle sacre stanze) ecc. ecc. ecc.
Eh sì...è colpa mia! Purtroppo sono convinta che recitare un Rosario non sia MAI una provocazione e che, anzi, dovremmo farlo tutti e sempre più spesso.
Vedo sempre più lontana questa chiesa dall'alto tasso di benevolenza e penso che questo sia un male. Finchè ci si confronta, si dialoga e si muovono critiche, anche dure (noi del blog l'abbiamo sempre fatto con la curia, per esempio), si può essere sicuri che c'è interesse e affetto per l'istituzione (non mi riferisco alla fede ovviamente). Quando si passa all'alzata di spalle e al disinteresse, non c'è nulla di cui rallegrarsi.
Leggo che in tanti, non solo fra i preti ma anche fra i vescovi, la pensano come Weinandy e allora mi chiedo: perché non parlano? Per paura? Non è un atteggiamento corretto permettere che sia solo uno a mettere la faccia e la firma su una lettera garantendo solo un appoggio "esterno" e anonimo.
D'altra parte i cultori del nuovo corso non possono dormire sonni tranquilli.
Se mai la pax mediatica si dovesse incrinare o se, per qualsiasi ragione, la primavera dovesse in qualche modo venire turbata da venti o tempeste, gli araldi della rivoluzione sarebbero i primi a cambiare bandiera. 
Chi ora tace per paura sfogherebbe in un attimo la propria rabbia.
Chi brama e trama per un posto al sole non esiterebbe un secondo a saltare sul carro del vincitore.
Tutta questa struttura misericordiosa mi ricorda un po' il classico gigante con i piedi di argilla o, se vogliamo, il più banale castello di sabbia.
Le rimozioni e gli inviti alle dimissioni mi ricordano, invece, uno dei capolavori di Agatha Christie, "Dieci piccoli indiani".
Chi ha letto il libro o ha visto una delle tante rappresentazioni teatrali e cinematografiche sa benissimo come la storia va a finire :-)
R.

Dialogo e misericordia colpiscono ancora. Dimesso il teologo Thomas Weinandy (Tosatti e Magister)

Clicca qui per leggere la notizia e il commento di Marco Tosatti.
Qui il testo della lettera di Thomas Weinandy.

giovedì 2 novembre 2017

Benedetto XVI: La morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo (YouTube)



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Il 3 novembre 2012, in occasione della Santa Messa in suffragio dei vescovi e dei cardinali defunti durante l'anno, Benedetto XVI tenne un'omelia sul vero significato della morte per un cristiano.
Il testo si trova qui.
Oggi ricordiamo particolarmente tutti i nostri cari defunti che si sono addormentati nell'attesa della Risurrezione e in modo speciale la nostra Mariateresa.
Grazie come sempre a Gemma per il video!
R.

La trascrizione:

"Nei nostri cuori è presente e vivo il clima della comunione dei Santi e della commemorazione dei fedeli defunti, che la liturgia ci ha fatto vivere in modo intenso nelle celebrazioni dei  giorni scorsi. 
In particolare, la visita ai cimiteri ci ha permesso di rinnovare il legame con le persone care che ci hanno lasciato; la morte, paradossalmente, conserva ciò che la vita non può trattenere. 
Come i nostri defunti hanno vissuto, che cosa hanno amato, temuto e sperato, che cosa hanno rifiutato, lo scopriamo, infatti, in modo singolare proprio dalle tombe, che sono rimaste quasi come uno specchio della loro esistenza, del loro mondo: esse ci interpellano e ci inducono a riannodare un dialogo che la morte ha messo in crisi. 
Così, i luoghi della sepoltura costituiscono come una sorta di assemblea, nella quale i vivi incontrano i propri defunti e con loro rinsaldano i vincoli di una comunione che la morte non ha potuto interrompere. 
E qui a Roma, in quei cimiteri peculiari che sono le catacombe, avvertiamo, come in nessun altro luogo, i legami profondi con la cristianità antica, che sentiamo così vicina. Quando ci inoltriamo nei corridoi delle catacombe romane - come pure in quelli dei cimiteri delle nostre città e dei nostri paesi -, è come se noi varcassimo una soglia immateriale ed entrassimo in comunicazione con coloro che lì custodiscono il loro passato, fatto di gioie e di dolori, di sconfitte e di speranze. Ciò avviene, perché la morte riguarda l’uomo di oggi esattamente come quello di allora; e anche se tante cose dei tempi passati ci sono diventate estranee, la morte è rimasta la stessa.

Di fronte a questa realtà, l’essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio. 
Ma come rispondiamo noi cristiani alla questione della morte? Rispondiamo con la fede in Dio, con uno sguardo di solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Allora la morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo. La fede ci dice che la vera immortalità alla quale aspiriamo non è un’idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore, e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l’intera creazione. 
La nostra speranza allora riposa sull’amore di Dio che risplende nella Croce di Cristo e che fa risuonare nel cuore le parole di Gesù al buon ladrone: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). 
Questa è la vita giunta alla sua pienezza: quella in Dio; una vita che noi ora possiamo soltanto intravedere come si scorge il cielo sereno attraverso la nebbia".

mercoledì 1 novembre 2017

Benedetto XVI ai giovani inglesi: "Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi di seconde scelte. Vi sto chiedendo di non perseguire un obiettivo limitato, ignorando tutti gli altri" (YouTube)



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Il 17 settembre 2010, in occasione del suo Viaggio Apostolico nel Regno Unito, Benedetto XVI incontrò gli studenti delle scuole e dei collegi cattolici del Regno Unito. Parlò in maniera splendida della santità e invitò tutti ad aspirare ad essa.
Il testo integrale si trova qui.
Grazie a Gemma per il bellissimo lavoro :-)


Ecco la trascrizione del testo del video:

"Non capita spesso ad un Papa — in verità nemmeno a qualsiasi altra persona — l’opportunità di parlare contemporaneamente agli studenti di tutte le scuole cattoliche dell’Inghilterra, del Galles e della Scozia. E dal momento che ora io ho questa possibilità, c’è qualcosa che mi sta davvero molto a cuore di dirvi. Ho la speranza che fra voi che oggi siete qui ad ascoltarmi vi siano alcuni dei futuri santi del ventunesimo secolo. La cosa che Dio desidera maggiormente per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli vi ama molto più di quanto voi possiate immaginare e desidera per voi il massimo. E la cosa migliore di tutte per voi è di gran lunga il crescere in santità.
Forse alcuni di voi non ci hanno mai pensato prima d’ora. Forse alcuni pensano che essere santi non sia per loro. Lasciatemi spiegare cosa intendo dire. Quando si è giovani, si è soliti pensare a persone che stimiamo e ammiriamo, persone alle quali vorremmo assomigliare. Potrebbe trattarsi di qualcuno che incontriamo nella nostra vita quotidiana e che teniamo in grande stima. Oppure potrebbe essere qualcuno di famoso. Viviamo in una cultura della celebrità ed i giovani sono spesso incoraggiati ad avere come modello figure del mondo dello sport o dello spettacolo. Io vorrei farvi questa domanda: quali sono le qualità che vedete negli altri e che voi stessi vorreste maggiormente possedere? Quale tipo di persona vorreste davvero essere?

Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi di seconde scelte. Vi sto chiedendo di non perseguire un obiettivo limitato, ignorando tutti gli altri. Avere soldi rende possibile essere generosi e fare del bene nel mondo, ma, da solo, non è sufficiente a renderci felici. Essere grandemente dotati in alcune attività o professioni è una cosa buona, ma non potrà mai soddisfarci, finché non puntiamo a qualcosa di ancora più grande. Potrà renderci famosi, ma non ci renderà felici. La felicità è qualcosa che tutti desideriamo, ma una delle grandi tragedie di questo mondo è che così tanti non riescono mai a trovarla, perché la cercano nei posti sbagliati. La soluzione è molto semplice: la vera felicità va cercata in Dio. 

Abbiamo bisogno del coraggio di porre le nostre speranze più profonde solo in Dio: non nel denaro, in una carriera, nel successo mondano, o nelle nostre relazioni con gli altri, ma in Dio. Lui solo può soddisfare il bisogno più profondo del nostro cuore.
Dio non solo ci ama con una profondità e intensità che difficilmente possiamo immaginare: egli ci invita a rispondere a questo amore. Tutti voi sapete cosa accade quando incontrate qualcuno di interessante e attraente, come desideriate essere amici di quella persona. Sperate sempre che quella persona vi trovi a sua volta interessanti ed attraenti e voglia fare amicizia con voi. Dio desidera la vostra amicizia. E, una volta che voi siete entrati in amicizia con Dio, ogni cosa nella vostra vita inizia a cambiare. Mentre giungete a conoscerlo meglio, vi rendete conto di voler riflettere nella vostra stessa vita qualcosa della sua infinita bontà. Siete attratti dalla pratica della virtù. Incominciate a vedere l’avidità e l’egoismo, e tutti gli altri peccati, per quello che realmente sono, tendenze distruttive e pericolose che causano profonda sofferenza e grande danno, e volete evitare di cadere voi stessi in quella trappola. Incominciate a provare compassione per quanti sono in difficoltà e desiderate fare qualcosa per aiutarli. Desiderate venire in aiuto al povero e all’affamato, confortare il sofferente, essere buoni e generosi. Quando queste cose iniziano a starvi a cuore, siete già pienamente incamminati sulla via della santità".

Benedetto XVI: per me sono "indicatori di strada" le persone buone...che non saranno mai canonizzate (YouTube)



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Nell'udienza generale del 13 maggio 2011 Benedetto XVI dedica la catechesi alla "santità" ed aggiunge un bellissimo brano "a braccio" riproposto in questo video. La frase esatta (troncata nel titolo) è la seguente: "In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono "indicatori di strada", ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità".

BUONA FESTA DI OGNISSANTI A TUTTI :-)

Grazie a Gemma per il video.

venerdì 27 ottobre 2017

Una preghiera per una cara amica del blog volata prematuramente in Cielo

Cari amici,
purtroppo oggi è un giorno molto triste per tutti.
Una nostra carissima amica, Mariateresa, che per tanti anni è stata con noi sul blog e che ha sempre nutrito una stima e un affetto profondissimi per Papa Benedetto, è prematuramente scomparsa.
Non ci sono molte parole da dire in queste circostanze. Conta solo la preghiera e il nostro abbraccio virtuale alla famiglia.
Recitiamo quindi tutti una preghiera per Mariateresa ricordando la sua grande intelligenza e la carica di ironia e di simpatia che per tanto tempo ci ha regalato.
Riposa in pace, amica carissima!
Il blog

lunedì 23 ottobre 2017

Benedetto XVI a Verona: In un mondo che cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre la stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza (YouTube)



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Il 19 ottobre 2006, in occasione del IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia, Benedetto XVI si recò a Verona. Celebrò la Santa Messa davanti a migliaia di fedeli e tenne un'omelia straordinaria, una delle pietre miliari del suo Pontificato. Riletta oggi, ha una portata profetica eccezionale anche in considerazione della confusione attuale.
Grazie come sempre a Gemma per il lavoro :-)
Il testo è consultabile qui.

In particolare:

"Dal giorno della Pentecoste, infatti, la luce del Signore risorto ha trasfigurato la vita degli Apostoli. 
Essi ormai avevano la chiara percezione di non essere semplicemente discepoli di una dottrina nuova ed interessante, ma testimoni prescelti e responsabili di una rivelazione a cui era legata la salvezza dei loro contemporanei e di tutte le future generazioni. 
La fede pasquale riempiva il loro cuore di un ardore e di uno zelo straordinario, che li rendeva pronti ad affrontare ogni difficoltà e persino la morte, ed imprimeva alle loro parole un'irresistibile energia di persuasione. E così, un manipolo di persone, sprovviste di umane risorse e forti soltanto della loro fede, affrontò senza paura dure persecuzioni e il martirio. Scrive l'apostolo Giovanni: "Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5, 4b). La verità di quest'affermazione è documentata anche in Italia da quasi due millenni di storia cristiana, con innumerevoli testimonianze di martiri, di santi e beati, che hanno lasciato tracce indelebili in ogni angolo della bella Penisola nella quale viviamo. Alcuni di loro sono stati evocati all'inizio del Convegno e i loro volti ne accompagnano i lavori.
Noi oggi siamo gli eredi di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio da questa costatazione nasce la domanda: che ne è della nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla? 
La certezza che Cristo è risorto ci assicura che nessuna forza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Ci anima anche la consapevolezza che soltanto Cristo può pienamente soddisfare le attese profonde di ogni cuore umano e rispondere agli interrogativi più inquietanti sul dolore, l'ingiustizia e il male, sulla morte e l'aldilà. 
Dunque, la nostra fede è fondata, ma occorre che questa fede diventi vita in ciascuno di noi. C'è allora un vasto e capillare sforzo da compiere perché ogni cristiano si trasformi in "testimone" capace e pronto ad assumere l'impegno di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima (cfr 1 Pt 3, 15). Per questo occorre tornare ad annunciare con vigore e gioia l'evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del Cristianesimo, fulcro portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo umano. Solo da Dio può venire il cambiamento decisivo del mondo. Soltanto a partire dalla Risurrezione si comprende la vera natura della Chiesa e della sua testimonianza, che non è qualcosa di staccato dal mistero pasquale, bensì ne è frutto, manifestazione e attuazione da parte di quanti, ricevendo lo Spirito Santo, sono inviati da Cristo a proseguire la sua stessa missione (cfr Gv 20, 21-23).
"Testimoni di Gesù risorto": questa definizione dei cristiani deriva direttamente dal brano del Vangelo di Luca oggi proclamato, ma anche dagli Atti degli Apostoli (cfr At 1, 8.22). Testimoni di Gesù risorto. Quel "di" va capito bene! Vuol dire che il testimone è "di" Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di Lui, farLo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua presenza. È esattamente il contrario di quello che avviene per l'altra espressione: "speranza del mondo". 
Qui la preposizione "del" non indica affatto appartenenza, perché Cristo non è del mondo, come pure i cristiani non devono essere del mondo. La speranza, che è Cristo, è nel mondo, è per il mondo, ma lo è proprio perché Cristo è Dio, è "il Santo" (in ebraico Qadosh). Cristo è speranza per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è Dio
Anche i cristiani possono portare al mondo la speranza, perché sono di Cristo e di Dio nella misura in cui muoiono con Lui al peccato e risorgono con Lui alla vita nuova dell'amore, del perdono, del servizio, della non-violenza. Come dice sant'Agostino: "Hai creduto, sei stato battezzato: è morta la vita vecchia, è stata uccisa sulla croce, sepolta nel battesimo. È stata sepolta la vecchia, nella quale malamente sei vissuto: risorga la nuova" (Sermone Guelf. IX, in M. Pellegrino, Vox Patrum, 177). Solo se, come Cristo, non sono del mondo, i cristiani possono essere speranza nel mondo e per il mondo.
Cari fratelli e sorelle, il mio augurio, che sicuramente voi tutti condividete, è che la Chiesa in Italia possa ripartire da questo Convegno come sospinta dalla parola del Signore risorto che ripete a tutti e a ciascuno: siate nel mondo di oggi testimoni della mia passione e della mia risurrezione (cfr Lc 24, 48). 
In un mondo che cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre la stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza! Nel suo nome recate a tutti l'annuncio della conversione e del perdono dei peccati, ma date voi per primi testimonianza di una vita convertita e perdonata. Sappiamo bene che questo non è possibile senza essere "rivestiti di potenza dall'alto" (Lc 24, 49), cioè senza la forza interiore dello Spirito del Risorto. 
Per riceverla occorre, come disse Gesù ai discepoli, non allontanarsi da Gerusalemme, rimanere nella "città" dove si è consumato il mistero della salvezza, il supremo Atto d'amore di Dio per l'umanità. Occorre rimanere in preghiera con Maria, la Madre che Cristo ci ha donato dalla Croce. Per i cristiani, cittadini del mondo, restare in Gerusalemme non può che significare rimanere nella Chiesa, la "città di Dio", dove attingere dai Sacramenti l'"unzione" dello Spirito Santo.

Un abbraccio filiale al card. Robert Sarah

Cari amici,
non servono molte parole: solo la preghiera e un abbraccio filiale al card. Sarah.
Per me valgono le parole espresse da Benedetto XVI nei confronti del porporato a proposito della liturgia che con lui è (era?) in buone mani.
Intensifichiamo la preghiera in questo momento di grande confusione. Ciò che trovo veramente indegna è la soddisfazione di tanti che sui social godono del linciaggio mediatico contro il cardinale. Visto che non siamo cambiati noi ma sono cambiati gli altri, possiamo serenamente affermare di conoscere bene quel tipo di linciaggio (perpetrato per tanti anni nei confronti di Ratzinger) e non possiamo né potremo mai unirci al coro degli araldi soddisfatti. Pensiamo solo a che cosa sarebbe accaduto se Papa Benedetto avesse richiamato all'ordine uno dei tanti vescovi e cardinali che si opponevano al suo Magistero...
R.

LA VICENDA

venerdì 20 ottobre 2017

Benedetto XVI a Verona per il IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia (19 ottobre 2006)



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Un video che raccoglie alcune delle immagini più belle della visita di Benedetto XVI a Verona in occasione del IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia (19 ottobre 2006).
Particolarmente intensi i saluti finali che il Papa riservò ai tantissimi fedeli accorsi.
Grazie come sempre a Gemma.
Prestissimo potremmo rivedere e riascoltare una pietra miliare del Pontificato di Benedetto: l'omelia di Verona :-)
R.

martedì 10 ottobre 2017

Il Vangelo secondo Scalfari a cui dovremmo aderire in nome del dialogo?

Clicca qui per leggere la lettera di "pezzo grosso" a Marco Tosatti.
A forza di scuotere la testa mi verrà un bel torcicollo.
Ai vangeli vari dei fondatori, ai portavoce che tacciono e, in generale, a chi preferisce gli applausi alla Verità, io antepongo il Rosario recitato dai nostri fratelli polacchi.
R.

lunedì 9 ottobre 2017

Benedetto XVI in preghiera e adorazione al Santuario di Altötting (11.09.2006). La preghiera del blog per il Santo Padre



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In occasione del suo Viaggio Apostolico in Baviera, nel settembre del 2006, Benedetto XVI si recò nel "cuore pulsante" della sua terra, presso il Santuario di Altötting, a lui particolarmente caro.
Dopo avere celebrato la Santa Messa, il Papa si soffermò in adorazione del Santissimo Sacramento.
Grazie come sempre a Gemma per il video.
Come il Papa, anche noi, ci poniamo in ginocchio davanti al Santissimo Sacramente e rivolgiamo una preghiera a Dio affinché protegga e preservi Papa Benedetto.
Un abbraccio di cuore
Il blog.

venerdì 6 ottobre 2017

Trento e Lutero per me pari sono. Un'indagine choc su cattolici e protestanti (Magister)

Clicca qui per leggere l'articolo.
Voglio essere sincera: queste notizie, gravissime, non mi sorprendono più e di certo non me la prendo come un tempo. Quando passerò alla totale indifferenza, dovrò pormi due o tre domande...
R.

martedì 26 settembre 2017

Benedetto XVI presiede il Concistoro per la creazione di 15 nuovi cardinali (24 marzo 2006)



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Il 24 marzo 2006 Benedetto XVI presiedette il Concistoro per la creazione di 15 nuovi cardinali (12 elettori e 3 ultraottantenni), fra i quali il compianto cardinale Carlo Caffarra. Qui il video con l'omelia tenuta in quella occasione.
Fu lo stesso Papa a dare l'annuncio del Concistoro alla fine dell'udienza generale del 22 febbraio 2006, Solennità della Cattedra di San Pietro.
Grazie come sempre a Gemma :-)
Di seguito le parole di Benedetto XVI.

Ecco i nomi dei nuovi Cardinali: 

1. Mons. WILLIAM JOSEPH LEVADA, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; 
2. Mons. FRANC RODÉ, C.M., Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; 
3. Mons. AGOSTINO VALLINI, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica; 
4. Mons. JORGE LIBERATO UROSA SAVINO, Arcivescovo di Caracas; 
5. Mons. GAUDENCIO B. ROSALES, Arcivescovo di Manila; 
6. Mons. JEAN-PIERRE RICARD, Arcivescovo di Bordeaux; 
7. Mons. ANTONIO CAÑIZARES LLOVERA, Arcivescovo di Toledo; 
8. Mons. NICOLAS CHEONG-JIN-SUK, Arcivescovo di Seoul; 
9. Mons. SEAN PATRICK O'MALLEY, O.F.M. Cap., Arcivescovo di Boston; 
10. Mons. STANISLAW DZIWISZ, Arcivescovo di Cracovia; 
11. Mons. CARLO CAFFARRA, Arcivescovo di Bologna; 
12. Mons. JOSEPH ZEN ZE-KIUN, S.D.B., Vescovo di Hong Kong.

Ho deciso inoltre di elevare alla dignità cardinalizia tre ecclesiastici di età superiore agli ottant'anni, in considerazione dei servizi da essi resi alla Chiesa con esemplare fedeltà ed ammirevole dedizione. 
Essi sono: 

1. Mons. ANDREA CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO, Arciprete della Basilica di S. Paolo fuori le Mura; 
2. Mons. PETER POREKU DERY, Arcivescovo emerito di Tamale (Ghana); 
3. P. ALBERT VANHOYE, S.I., il quale fu benemerito Rettore del Pontificio Istituto Biblico e Segretario della Pontificia Commissione Biblica. Un grande esegeta.

lunedì 25 settembre 2017

Vaticano, bloccato il sito www.correctiofilialis.org. Autogol da brividi. Riflessioni (R.). La nota del vaticano

Clicca qui per leggere l'incredibile notizia che merita qualche riflessione per punti.

1) Siamo di fronte a un autogol mediatico di proporzioni enormi (altro che le presunte "gaffes" comunicative, peraltro costruite a tavolino dentro e fuori le "sacre" stanze, dei bei tempi di Benedetto XVI). Grazie a questa trovata anche i siti, che fino a poco fa ignoravano completamente la "correzione filiale" per non urtare la pax mediatica, sono ora costretti a rilanciare lo scoop parlando, di conseguenza, anche della notizia nascosta. Il sito del Corriere ne fa l'apertura. Repubblica sta ancora cercando di metabolizzare il tutto. Ne sta parlando addirittura il Tg5.

2) Davvero si pensa che bloccare i pc servirà a scoraggiare chi vuole aderire all'iniziativa? Sono tutti forse prigionieri in vaticano? Se uno vuole firmare, basta che usi il suo smartphone personale o esca dalle Mura (eh sì perché in vaticano ci sono!) e si colleghi al sito.

3) L'iniziativa vaticana "rischia" comunque di mettere finalmente a nudo le contraddizioni fra una misericordia sbandierata e una pratica quotidiana completamente diversa.

4) Infine...pensiamo a che cosa sarebbe successo se il vaticano avesse bloccato i computer interni dal 2005 al 2013. Avremmo visto vesti stracciate, capelli strappati, interviste a destra e a manca. Sono sicura che qualcuno sta già pensando alla difesa d'ufficio anche se stavolta sarà davvero dura giustificare una cosa del genere.

LA REPLICA DEL VATICANO:

Vaticano: "Nessun blocco a sito che accusa Papa di eresie"

domenica 24 settembre 2017

Amoris Laetitia, la "correzione filiale" scritta da 62 studiosi (Tosatti e Magister)

Clicca qui per leggere il post di Marco Tosatti e qui per quello di Sandro Magister.
A questo link il testo integrale del documento (in inglese).
Buona domenica a tutti :-)
R.

venerdì 22 settembre 2017

Mettiamo i puntini sulle "i" sul caso Inzoli. Ratzinger campione nella lotta agli abusi anche in questo caso (R.)

Clicca qui per leggere il commento, puntuale e preciso, di Sandro Magister.
Innanzitutto non possiamo non stigmatizzare il comportamento di chi mette le notizie scomode sotto il cestino della carta straccia.
Dalle parole pronunciate ieri e dal commento di giornali online e agenzie è del tutto scomparso il riferimento a Benedetto XVI e alla Congregazione per la dottrina della fede.
Sembra quasi che nel 2014 Inzoli attendesse ancora la pena (da parte della chiesa) e che, fra due soluzioni, sia stata scelta quella più magnanima.
E invece no!
Nel 2012 Inzoli fu ridotto allo stato laicale da Benedetto XVI con provvedimento della CDF (Mueller!).
Nel 2014 quella decisione è stata rivista, cancellata ed a Inzoli è stata comminata una pena più lieve salvo poi ripensamento (forse perché qualcuno aveva sollevato il caso sui media?) nel 2017.
Peccato che non ci sia alcun riferimento a Ratzinger e alla sua condotta irreprensibile contro i pedofili.
Piaccia o non piaccia, dia fastidio o meno, è Benedetto XVI il campione della lotta alla pedofilia nella chiesa. Almeno se ne prenda atto!
R.

giovedì 21 settembre 2017

Concistoro 2006 per la creazione di 15 cardinali (fra cui Carlo Caffarra). Benedetto XVI: Il primo “Servo dei servi di Dio” è dunque Gesù. Dietro di Lui, e uniti a Lui, gli Apostoli; e tra questi, in modo speciale, Pietro, al quale il Signore ha affidato la responsabilità di guidare il suo gregge



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Il 24 marzo 2006 Benedetto XVI creò quindici nuovi cardinali fra cui il compianto Carlo Caffarra, allora arcivescovo di Bologna. In quella occasione tenne un'omelia molto intensa sul compito del Papa, dei vescovi e dei cardinali.
Grazie come sempre a Gemma :-)

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO PER LA CREAZIONE DI NUOVI CARDINALI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Piazza San Pietro
Venerdì, 24 marzo 2006

Venerati Cardinali, Patriarchi e Vescovi,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!

In questa vigilia della solennità dell’Annunciazione del Signore, il clima penitenziale della Quaresima lascia spazio alla festa: oggi, infatti, il Collegio dei Cardinali si arricchisce di quindici nuovi membri. Anzitutto a voi, cari Fratelli, che ho avuto la gioia di creare Cardinali, rivolgo il mio saluto con viva cordialità, mentre ringrazio il Card. William Joseph Levada per i sentimenti e i pensieri che a nome di tutti voi mi ha poc’anzi espresso. Sono lieto poi di salutare gli altri Signori Cardinali, i venerati Patriarchi, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose e i numerosi fedeli, in modo particolare i familiari, qui convenuti per fare corona, nella preghiera e nella gioia cristiana, ai nuovi Porporati. Con speciale riconoscenza accolgo le distinte Autorità governative e civili, che rappresentano diverse Nazioni e Istituzioni. Il Concistoro Ordinario pubblico è un avvenimento che manifesta con grande eloquenza la natura universale della Chiesa, diffusa in ogni angolo del mondo per annunciare a tutti la Buona Novella di Cristo Salvatore. L’amato Giovanni Paolo II ne celebrò ben nove, contribuendo così in maniera determinante a rinnovare il Collegio Cardinalizio, secondo gli orientamenti che il Concilio Vaticano II e il Servo di Dio Paolo VI avevano dato. Se è vero che nel corso dei secoli molte cose sono mutate per quanto concerne il Collegio cardinalizio, non sono però cambiate la sostanza e la natura essenziale di questo importante organismo ecclesiale. Le sue antiche radici, il suo sviluppo storico e l’odierna sua composizione ne fanno veramente una sorta di “Senato”, chiamato a cooperare strettamente con il Successore di Pietro nell’adempimento dei compiti connessi con l’universale suo ministero apostolico.

La Parola di Dio, che poc’anzi è stata proclamata, ci porta indietro nel tempo. Con l’evangelista Marco siamo risaliti all’origine stessa della Chiesa e, in particolare, all’origine del ministero petrino. Con gli occhi del cuore abbiamo rivisto il Signore Gesù, a lode e gloria del quale l’atto che stiamo compiendo è totalmente orientato e dedicato. Egli ci ha detto parole che ci hanno richiamato alla mente la definizione del Romano Pontefice cara a san Gregorio Magno: “Servus servorum Dei”. Infatti, Gesù, spiegando ai dodici Apostoli che la loro autorità avrebbe dovuto essere esercitata in modo ben diverso da quello dei “capi delle nazioni”, riassume tale modalità nello stile del servizio: “Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore (διάκονος); e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti (qui Gesù usa la parola più forte: δουλος)” (Mc 10,43-44). La totale e generosa disponibilità nel servire gli altri è il segno distintivo di chi nella Chiesa è posto in autorità, perché così è stato per il Figlio dell’uomo, il quale non venne “per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45). Pur essendo Dio, anzi, spinto proprio dalla sua divinità, Egli assunse la forma di servo – “formam servi” -, come mirabilmente si esprime l’inno a Cristo contenuto nella Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-7).

Il primo “Servo dei servi di Dio” è dunque Gesù. Dietro di Lui, e uniti a Lui, gli Apostoli; e tra questi, in modo speciale, Pietro, al quale il Signore ha affidato la responsabilità di guidare il suo gregge. Compito del Papa è di farsi per primo servitore di tutti. La testimonianza di tale atteggiamento emerge chiaramente dalla prima Lettura di questa Liturgia, che ci ripropone un’esortazione di Pietro ai “presbiteri” e agli anziani della comunità (cfr 1 Pt 5,1). E’ un’esortazione fatta con quell’autorità che all’Apostolo deriva dall’essere stato testimone delle sofferenze di Cristo, Buon Pastore. Si sente che le parole di Pietro provengono dall’esperienza personale del servizio al gregge di Dio, ma prima e più ancora si fondano sull’esperienza diretta del comportamento di Gesù: del suo modo di servire fino al sacrificio di sé, del suo umiliarsi fino alla morte e alla morte di croce, confidando solo nel Padre, che lo ha esaltato al tempo opportuno. Pietro, come Paolo, è stato intimamente “conquistato” da Cristo – “comprehensus sum a Christo Iesu” (cfr Fil 3,12) -, e come Paolo può esortare gli anziani con piena autorevolezza, perché non è più lui che vive, ma Cristo vive in lui – “vivo autem iam non ego, vivit vero in me Christus” (Gal 2,20).

Sì, venerati e cari Fratelli, quanto afferma il Principe degli Apostoli si addice particolarmente a chi è chiamato a vestire la porpora cardinalizia: “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” (1 Pt 5,1). Sono parole che, anche nella loro struttura essenziale, richiamano il mistero pasquale, particolarmente presente al nostro cuore in questi giorni di Quaresima. San Pietro le riferisce a se stesso in quanto “anziano come loro” (συμπρεσβύτερος), lasciando con ciò intendere che l’anziano nella Chiesa, il presbitero, per l’esperienza accumulata negli anni e per le prove affrontate e superate, deve essere particolarmente “sintonizzato” con l’intimo dinamismo del mistero pasquale. Quante volte, cari Fratelli che avete poc'anzi ricevuto la dignità cardinalizia, avete trovato in queste parole motivo di meditazione e di spirituale stimolo a seguire le orme del Signore crocifisso e risorto! Esse avranno un’ulteriore e impegnativa conferma in ciò che la nuova responsabilità esigerà da voi. Più strettamente legati al Successore di Pietro, sarete chiamati a collaborare con lui nell’adempimento del suo peculiare servizio ecclesiale, e ciò significherà per voi una più intensa partecipazione al mistero della Croce nella condivisione delle sofferenze di Cristo. E noi tutti siamo realmente testimoni delle sue sofferenze oggi, nel mondo e anche nella Chiesa, e proprio così siamo anche partecipi della sua gloria. Questo vi consentirà di attingere più abbondantemente alle sorgenti della grazia e di diffonderne intorno a voi più efficacemente i frutti benefici.

Venerati e cari Fratelli, vorrei riassumere il senso di questa vostra nuova chiamata nella parola che ho posto al centro della mia prima Enciclica: caritas. Essa ben si associa anche al colore dell’abito cardinalizio. La porpora che indossate sia sempre espressione della caritas Christi, stimolandovi ad un amore appassionato per Cristo, per la sua Chiesa e per l’umanità. Avete ora un ulteriore motivo per cercare di rivivere gli stessi sentimenti che spinsero il Figlio di Dio fatto uomo a versare il suo sangue in espiazione dei peccati dell’intera umanità. Conto su di voi, venerati Fratelli, conto sull’intero Collegio di cui entrate a far parte, per annunciare al mondo che “Deus caritas est”, e per farlo anzitutto mediante la testimonianza di sincera comunione tra i cristiani: “Da questo – disse Gesù – tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Conto su di voi, cari Fratelli Cardinali, per far sì che il principio della carità possa irradiarsi e riesca a vivificare la Chiesa in ogni grado della sua gerarchia, in ogni Comunità e Istituto religioso, in ogni iniziativa spirituale, apostolica e di animazione sociale. Conto su di voi affinché il comune sforzo di fissare lo sguardo sul Cuore aperto di Cristo renda più sicuro e spedito il cammino verso la piena unità dei cristiani. Conto su di voi perché, grazie all’attenta valorizzazione dei piccoli e dei poveri, la Chiesa offra al mondo in modo incisivo l’annuncio e la sfida della civiltà dell’amore. Tutto questo mi piace vedere simboleggiato nella porpora di cui siete insigniti. Che essa sia veramente simbolo dell’ardente amore cristiano che traspare dalla vostra esistenza.

Affido questo auspicio alle mani materne della Vergine di Nazaret, dalla quale il Figlio di Dio prese il sangue che avrebbe poi versato sulla Croce come testimonianza suprema della sua carità. Nel mistero dell’Annunciazione, che ci apprestiamo a celebrare, ci viene rivelato che per opera dello Spirito Santo il Verbo divino si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Per intercessione di Maria, scenda abbondante sui nuovi Cardinali e su tutti noi l’effusione dello Spirito di verità e di carità affinché, sempre più pienamente conformi a Cristo, possiamo dedicarci instancabilmente all’edificazione della Chiesa e alla diffusione del Vangelo nel mondo. 

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana 

lunedì 18 settembre 2017

Ode alla gambetta tesa, alla beata ingerenza...

Repubblica, 18.09.17
Buongiorno Amici!
Certo che siamo alle comiche. Probabilmente i posteri considereranno questo periodo storico come una vera barzelletta.
Fino al 28 febbraio 2013 il Vaticano, la Cei e soprattutto il Papa non potevano dire una sola parola senza essere accusati di ingerenza nella politica italiana.
Si sprecavano le gambe tese che, evidentemente, oggi hanno subito una sorta di amputazione (poverette...).
Non solo i giornaloni applaudono all'ingerenza ma addirittura la sollecitano anche quando sanno benissimo che certi provvedimenti rischiano di sollevare un vespaio nel Paese (e giustamente).
Almeno il Vaticano dia il buon esempio: ius soli per chi nasce nelle strutture ecclesiastiche e asilo politico per chiunque lo richieda.

Oh povera gambetta tesa,
oh beata ingerenza,
ora vivi nell'indigenza,
tu che per anni hai vissuto lieta,
sempre però pronta a riviver nel capanno 
se al prossimo giro le cose cambieranno...
R.

p.s. leggo ora del nuovo scoop sul caso Orlandi. Chissà che cosa sarebbe accaduto fra il 2005 e il 2013 di fronte a simili rivelazioni.
Sono d'accordo con Carmelina: probabilmente tutto ciò ha lo scopo di gettare ombre sui Pontificati dal 1978 al 2005. E' anche vero che è il Vaticano attuale a dovere rispondere e che sono coinvolte persone legate a doppio filo al nuovo corso. Penso ad una persona in particolare che ho visto particolarmente sorridente il 28 febbraio 2013. Scommetto che ora ha poca voglia di ridere...

mercoledì 13 settembre 2017

L'Eucaristia che salva dagli idoli nell'omelia di Benedetto XVI all'Esplanade des Invalides (Parigi, 13 settembre 2008)



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Il 13 settembre 2008, nove anni fa, in occasione del suo Viaggio Apostolico in Francia, Benedetto XVI celebrò una Messa rimasta nel cuore dei Francesi (e non solo) presso l'Esplanade des Invalides a Parigi. Il ricordo commosso di quell'evento si trova anche in "Ultime conversazioni". Nel pomeriggio dello stesso giorno il Papa si recò a Lourdes per la visita alla Grotta e per la processione "aux frambeaux" che abbiamo rivisto già stamattina :-)
Grazie ancora a Gemma.
Rileggiamo e riascoltiamo.

CELEBRAZIONE EUCARISTICA ALL'ESPLANADE DES INVALIDES 

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Parigi, sabato 13 settembre 2008  

Signor Cardinale Vingt-Trois,
Signori Cardinali e cari Fratelli nell’Episcopato,
fratelli e sorelle in Cristo,

Gesù Cristo ci raccoglie in questo mirabile luogo, nel cuore di Parigi, in questo giorno in cui la Chiesa universale festeggia san Giovanni Crisostomo, uno dei suoi più grandi Dottori, che, con la sua testimonianza di vita e il suo insegnamento, ha mostrato efficacemente ai cristiani la via da seguire. Saluto con gioia tutte le Autorità che mi hanno accolto in questo nobile città, in modo particolare il Cardinale André Vingt-Trois, che ringrazio per le gentili parole rivoltemi. Saluto anche tutti i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi che mi circondano per la celebrazione del Sacrificio di Cristo. Ringrazio tutte le Personalità, in particolare il Signor Primo Ministro, che hanno voluto essere presenti qui stamane; le assicuro della mia preghiera fervente per il compimento della loro alta missione a servizio dei loro concittadini.

La prima Lettera di san Paolo, indirizzata ai Corinzi, ci fa scoprire, in quest’anno paolino, aperto il 28 giugno scorso, quanto i consigli dati dall’Apostolo restino attuali. “Fuggite l’idolatria” (1 Cor 10, 14), scrive ad una comunità molto segnata dal paganesimo e divisa tra l’adesione alla novità del Vangelo e l’osservanza delle antiche pratiche ereditate dagli avi. Fuggire gli idoli, questo allora voleva dire cessare di onorare le divinità dell’Olimpo, cessare di offrire loro sacrifici cruenti. Fuggire gli idoli, era mettersi alla scuola dei profeti dell’Antico Testamento, che denunciavano la tendenza dello spirito umano a forgiarsi delle false rappresentazioni di Dio. Come dice il Salmo 113 a proposito delle statue degli idoli, esse non sono che “argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano” (vv. 4-5). A parte il popolo d’Israele che aveva ricevuto la rivelazione del Dio unico, il mondo antico era asservito al culto degli idoli. Molto presenti a Corinto, gli errori del paganesimo dovevano essere denunciati, perché costituivano una potente alienazione e distoglievano l’uomo dal suo vero destino. Essi gli impedivano di riconoscere che Cristo è il solo e vero Salvatore, il solo che indica all’uomo la strada verso Dio.

Questo invito a fuggire gli idoli resta valido anche oggi. Il mondo contemporaneo non si è forse creato i propri idoli? Non ha forse imitato, magari a sua insaputa, i pagani dell’antichità, distogliendo l’uomo dal suo vero fine, dalla felicità di vivere eternamente con Dio? 
È questa una domanda che ogni uomo, onesto con se stesso, non può non porsi. Che cosa è importante nella mia vita? Che cosa metto io al primo posto? La parola “idolo” deriva dal greco e significa “immagine”, “figura”, “rappresentazione”, ma anche “spettro”, “fantasma”, “vana apparenza”. 
L’idolo è un inganno, perché distoglie dalla realtà chi lo serve per confinarlo nel regno dell’apparenza. Ora, non è questa una tentazione propria della nostra epoca, che è la sola sulla quale noi possiamo agire efficacemente? 

Tentazione d’idolatrare un passato che non esiste più, dimenticandone le carenze;  tentazione d’idolatrare un futuro che non esiste ancora, credendo che l’uomo, con le sole sue forze, possa realizzare la felicità eterna sulla terra! 

San Paolo spiega ai Colossesi che la cupidigia insaziabile è una idolatria (cfr 3, 5), e ricorda al suo discepolo Timoteo che la brama del denaro è la radice di tutti i mali. Per essercisi abbandonati, precisa, “alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (1 Tm 6, 10). Il denaro, la sete dell’avere, del potere e persino del sapere non hanno forse distolto l’uomo dal suo Fine vero dalla sua propria verità?

Cari fratelli e sorelle, la questione che ci pone la liturgia di questo giorno trova la risposta in questa stessa liturgia, che noi abbiamo ereditato dai nostri Padri nella fede, e in particolare da san Paolo stesso (cfr 1 Cor 11, 23). Nel suo commento a questo testo san Giovanni Crisostomo fa rilevare che san Paolo condanna severamente l’idolatria come una “colpa grave”, uno “scandalo”, una vera “peste” (Omelia 24 sulla Prima Lettera ai Corinzi, 1). Egli aggiunge immediatamente che questa condanna radicale dell’idolatria non è in alcun caso una condanna della persona dell’idolatra. Mai, nei nostri giudizi, dobbiamo confondere il peccato, che è inaccettabile, e il peccatore del quale non possiamo giudicare lo stato di coscienza e che, in ogni caso, è sempre suscettibile di conversione e di perdono. San Paolo si appella in questo alla ragione dei suoi lettori: “Parlo come a persone intelligenti; giudicate voi stessi quello che dico” (1 Cor 10, 15). Mai Dio domanda all’uomo di fare sacrificio della sua ragione! Mai la ragione entra in contraddizione reale con la fede! L’unico Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – ha creato la nostra ragione e ci dona la fede, proponendo alla nostra libertà di riceverla come un dono prezioso. È il culto degli idoli che distoglie l’uomo da questa prospettiva, e la ragione stessa può forgiarsi degli idoli. Domandiamo, dunque, a Dio che ci vede e ci ascolta di aiutarci a purificarci da tutti gli idoli, per accedere alla verità del nostro essere, per accedere alla verità del suo Essere infinito!

Come giungere a Dio? Come giungere a trovare o ritrovare Colui che l’uomo cerca nel più profondo di se stesso, pur dimenticandolo così sovente? San Paolo ci domanda di fare uso non solamente della nostra ragione, ma soprattutto della nostra fede per scoprirlo. Ora, che cosa ci dice la fede? Il pane che noi spezziamo è comunione al Corpo di Cristo; il calice di ringraziamento che noi benediciamo è comunione al Sangue di Cristo. Rivelazione straordinaria, che ci viene da Cristo e ci è trasmessa dagli Apostoli e da tutta la Chiesa da quasi duemila anni: Cristo ha istituito il sacramento dell’Eucaristia la sera del Giovedì Santo. 

Egli ha voluto che il suo sacrificio fosse nuovamente presentato, in modo incruento, ogni volta che un sacerdote ridice le parole della consacrazione sul pane e sul vino. Milioni di volte da venti secoli, nella più umile delle cappelle come nella più grandiosa delle basiliche o delle cattedrali, il Signore risorto si è donato al suo popolo, divenendo così, secondo la formula di sant’Agostino, “più intimo a noi che noi medesimi” (cfr Confess.  III, 6.11).

Fratelli e sorelle, circondiamo della più grande venerazione il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, il Santissimo Sacramento della presenza reale del Signore alla sua Chiesa e all’intera umanità. Non trascuriamo nulla per manifestarGli il nostro rispetto ed il nostro amore! DiamoGli i più grandi segni d’onore! Mediante le nostre parole, i nostri silenzi e i nostri gesti, non accettiamo mai che in noi ed intorno a noi si appanni la fede nel Cristo risorto, presente nell’Eucaristia. Come dice magnificamente lo stesso san Giovanni Crisostomo: “Passiamo in rassegna gli ineffabili benefici di Dio e tutti i beni di cui Egli ci fa gioire, quando noi gli offriamo questo calice, quando noi ci comunichiamo, ringraziandolo di aver liberato il genere umano dall’errore, di aver avvicinato a sé coloro che se ne erano allontanati, di aver fatto di disperati e di atei di questo mondo un popolo di fratelli, di coeredi del Figlio di Dio” (Omelia 24 sulla Prima Lettera ai Corinzi, 1). In effetti, egli prosegue, “ciò che è nel calice è precisamente ciò che è colato dal suo costato ed è a questo che noi partecipiamo” (ibid.). Non c’è soltanto partecipazione e condivisione, c’è anche “unione”, egli ci dice.

La Messa è il sacrificio d’azione di grazie per eccellenza, quello che ci permette d’unire la nostra azione di grazie a quella del Salvatore, il Figlio eterno del Padre. In se stessa la Messa ci invita anche a fuggire gli idoli, perché, è san Paolo ad insistervi, “non potete bere il calice del Signore ed il calice dei demoni” (1 Cor 10, 21). 

La Messa ci invita a discernere ciò che, in noi, obbedisce allo Spirito di Dio e ciò che, in noi, resta in ascolto dello spirito del male. Nella Messa noi non vogliamo appartenere che al Cristo e riprendiamo con gratitudine – con “azione di grazie” – il grido del Salmista: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato” (Sal 116, 12). Sì, come rendere grazie al Signore per la vita che Egli mi ha donato? La risposta alla domanda del Salmista si trova nel Salmo stesso, perché la Parola di Dio risponde misericordiosamente essa stessa alle domande che pone. Come rendere grazie al Signore per tutto il bene che Egli ci fa, se non attenendoci alle stesse sue parole: “Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore” (Sal 116, 13)?

Alzare il calice della salvezza ed invocare il nome del Signore non è forse precisamente il mezzo migliore di “fuggire gli idoli”, come ci chiede san Paolo? Ogni volta che una Messa è celebrata, ogni volta che il Cristo si rende sacramentalmente presente nella sua Chiesa, è l’opera della nostra salvezza che si compie. Celebrare l’Eucaristia significa perciò riconoscere che Dio solo è in grado di donarci la felicità in pienezza, di insegnarci i veri valori, i valori eterni che non conosceranno mai tramonto. Dio è presente sull’altare, ma Egli è pure presente sull’altare del nostro cuore quando, comunicandoci, noi lo riceviamo nel Sacramento eucaristico. Lui solo ci insegna a fuggire gli idoli, miraggi del pensiero.

Ora, cari fratelli e sorelle, chi può elevare il calice della salvezza ed invocare il nome del Signore per conto dell’intero popolo di Dio, se non il sacerdote ordinato per questo scopo dal Vescovo? Qui, cari abitanti di Parigi e della regione parigina, ma anche voi tutti che siete venuti dall’intera Francia e da altri Paesi confinanti, permettetemi di lanciare un appello pieno di fiducia nella fede e nella generosità dei giovani, che si pongono la domanda sulla vocazione religiosa o sacerdotale: Non abbiate paura! Non abbiate paura di donare la vostra vita a Cristo! Niente rimpiazzerà mai il ministero dei sacerdoti nella vita della Chiesa. Niente rimpiazzerà mai una Messa per la salvezza del mondo! Cari giovani o meno giovani che mi ascoltate, non lasciate senza risposta la chiamata di Cristo. San Giovanni Crisostomo, nel suo Trattato sul sacerdozio, ha mostrato quanto la risposta dell’uomo possa essere lenta a venire, ma egli è l’esempio vivente dell’azione di Dio su una libertà umana che si lascia modellare dalla sua grazia.

Infine, se riprendiamo le parole che Cristo ci ha lasciato nel suo Vangelo, vedremo che Egli in persona ci ha insegnato a fuggire l’idolatria, invitandoci a costruire la nostra casa “sulla roccia” (Lc 6, 48). Chi è questa roccia, se non Lui stesso? I nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni non acquistano la loro vera dimensione che se le riferiamo al messaggio del Vangelo: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6, 45). Quando parliamo, cerchiamo noi il bene del nostro interlocutore? Quando pensiamo, cerchiamo di mettere il nostro pensiero in sintonia con il pensiero di Dio? Quando agiamo, cerchiamo di diffondere l’Amore che ci fa vivere? San Giovanni Crisostomo dice ancora: “Ora, se noi partecipiamo tutti del medesimo pane e se tutti diveniamo questa stessa sostanza, perché non mostriamo la medesima carità? Perché, per la stessa ragione, non diventiamo un unico tutt’uno? … O uomo, è il Cristo che è venuto a cercarti, a cercare te che eri così lontano da lui, per unirsi a te; e tu non ti vuoi unire al tuo fratello?” (Omelia 24 sulla Prima Lettera ai Corinti, 2).

La speranza resterà sempre la più forte! La Chiesa, costruita sulla roccia di Cristo, possiede le promesse della vita eterna non perché i suoi membri siano più santi degli altri uomini, ma perché Cristo ha fatto questa promessa a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”(Mt 16, 18). In questa speranza indefettibile nella presenza eterna di Dio in ciascuna delle nostre anime, in questa gioia di sapere che Cristo è con noi fino alla fine dei tempi, in questa forza che lo Spirito dona a tutti gli uomini e a tutte le donne che accettano di lasciarsi afferrare da Lui, io vi affido, cari cristiani di Parigi e di Francia all’azione potente e misericordiosa del Dio d’amore che è morto per noi sulla Croce e risorto vittoriosamente al mattino di Pasqua. A tutti gli uomini di buona volontà che mi ascoltano, io ridico con san Paolo: Fuggite il culto degli idoli, non smettete di fare il bene!

Che Dio nostro Padre vi attragga a sé e faccia brillare su di voi lo splendore della sua gloria! Che il Figlio unico di Dio, nostro Maestro e nostro Fratello, vi riveli la bellezza del suo volto di Risorto! Che lo Spirito Santo vi colmi dei suoi doni e vi dia la gioia di conoscere la pace e la luce della Santissima Trinità, ora e nei secoli dei secoli! Amen. 

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

Benedetto XVI: Lourdes è uno di quei luoghi che Dio ha scelto per farvi risplendere un raggio particolare della sua bellezza; da ciò l’importanza che acquista qui il simbolo della luce (YouTube)



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Cari amici,
il 13 settembre 2008, esattamente nove anni fa, Benedetto XVI, in occasione del suo Viaggio Apostolico in Francia, si recò a Lourdes dove presiedette la commovente e suggestiva processione "aux flambeaux" insieme a centinaia di migliaia di fedeli radunati nella grande spianata nonostante la pioggia. Tenne anche una bellissima omelia sul significato della luce e sulla scelta particolare di Lourdes come luogo delle apparizioni della Vergine. Grazie come sempre a Gemma :-)
Il testo integrale si trova qui.

In particolare:

"Guardiamo a nostra volta quella “Donna vestita di sole”(Ap 12,1) che ci descrive la Scrittura. La Santissima Vergine Maria, la Donna gloriosa dell’Apocalisse, porta sul suo capo una corona di dodici stelle, che rappresentano le dodici tribù d’Israele, l’intero popolo di Dio, tutta la comunione dei santi, e insieme, ai suoi piedi, la luna, immagine della morte e della mortalità. Maria ha lasciato la morte dietro di sé; è interamente rivestita di vita, quella del Figlio, del Cristo risorto. Ella è così il segno della vittoria dell’amore, del bene e di Dio, che dona al nostro mondo la speranza di cui ha bisogno. Questa sera volgiamo il nostro sguardo verso Maria, così gloriosa e così umana, e lasciamo che sia lei a condurci verso Dio, che è il vincitore.
Numerose persone ne hanno reso testimonianza: l’incontro col viso luminoso di Bernadette sconvolgeva i cuori e gli sguardi. Sia durante le apparizioni che quando le raccontava, il suo viso diveniva tutto raggiante. Bernadette era ormai abitata dalla luce di Massabielle. La vita quotidiana della famiglia Soubirous, tuttavia, era tuttavia intessuta di miseria e di tristezza, di malattia e di incomprensione, di rifiuto e di povertà. Pur non mancando amore e calore nelle relazioni familiari, era difficile vivere nel “cachot” (la “prigione”). Ma le ombre della terra non hanno impedito di brillare alla luce del cielo: “La luce splende nelle tenebre…”(Gv 1,5). 

Lourdes è uno di quei luoghi che Dio ha scelto per farvi risplendere un raggio particolare della sua bellezza; da ciò l’importanza che acquista qui il simbolo della luce. A partire dalla quarta apparizione Bernadette, arrivando alla grotta, accendeva ogni mattina un cero benedetto e lo teneva nella mano sinistra, fin che la Vergine le si mostrava. Ben presto, vi furono persone che affidarono a Bernadette un cero perché lo conficcasse nella terra in fondo alla grotta. In breve tempo, anche altre persone deposero ceri in quel luogo di luce e di pace. La stessa Madre di Dio fece sapere di gradire l’omaggio toccante di quelle migliaia di ceri, che da allora rischiarano senza interruzione, per dare gloria a lei, il masso roccioso dell’apparizione. Da quel giorno, davanti alla grotta, notte e giorno, tanto d’estate quanto d’inverno, brilla un roveto ardente incendiato dalle preghiere dei pellegrini e dei malati, che esprimono le loro preoccupazioni e i loro bisogni, ma soprattutto la loro fede e la loro speranza.

Venendo in pellegrinaggio qui, a Lourdes, noi vogliamo entrare, sulle orme di Bernadette, in quella straordinaria prossimità tra il cielo e la terra che non si è mai smentita e che non cessa di consolidarsi. Durante le apparizioni è da rilevare che Bernadette recita la corona sotto gli occhi di Maria, che si unisce a lei al momento della dossologia. Questo fatto conferma il carattere profondamente teocentrico della preghiera del Rosario. Quando recitiamo la corona, Maria ci offre il suo cuore e il suo sguardo per contemplare la vita del Figlio suo, Cristo Gesù. Il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II venne due volte qui, a Lourdes. Noi sappiamo quanto, nella sua vita e nel suo ministero, la preghiera si appoggiasse sull’intercessione della Vergine Maria. Come molti suoi Predecessori sulla Sede di Pietro, anch’egli incoraggiò vivamente la preghiera della corona; lo fece, tra l’altro, in un modo del tutto singolare, arricchendo il Rosario con la meditazione dei Misteri della Luce. Questi sono del resto rappresentati sulla facciata della Basilica nei nuovi mosaici, inaugurati l’anno scorso. Come per tutti gli avvenimenti della vita di Cristo che essa “serbava meditandoli nel suo cuore” (Lc 2,19), Maria ci fa comprendere tutte le tappe del ministero pubblico come parte integrante della rivelazione della Gloria di Dio. Possa Lourdes, terra di luce, restare una scuola per imparare a recitare il Rosario, che introduce i discepoli di Gesù, sotto gli occhi della Madre sua, in un dialogo autentico e cordiale con il suo Maestro!
Per bocca di Bernardetta noi sentiamo la Vergine Maria chiederci di venire qui in processione per pregare con semplicità e fervore. La processione “aux flambeaux” traduce ai nostri occhi di carne il mistero della preghiera: nella comunione della Chiesa, che unisce eletti del cielo e pellegrini della terra, la luce zampilla dal dialogo tra l’uomo e il suo Signore e una strada luminosa si apre nella storia degli uomini, compresi anche i momenti più bui. Questa processione è un momento di grande gioia ecclesiale, ma anche un tempo di riflessione austera: le intenzioni che portiamo con noi sottolineano la nostra profonda comunione con tutti gli esseri che soffrono. Pensiamo alle vittime innocenti che subiscono la violenza, la guerra, il terrorismo, la carestia, o che portano le conseguenze delle ingiustizie, dei flagelli e delle calamità, dell’odio e dell’oppressione, degli attentati alla loro dignità umana e ai loro diritti fondamentali, alla loro libertà d’azione e di pensiero. Pensiamo anche a coloro che vivono problemi familiari o che soffrono in conseguenza della disoccupazione, della malattia, dell’infermità, della solitudine, della loro situazione di immigrati. Non voglio inoltre dimenticare coloro che patiscono a causa del nome di Cristo e che muoiono per Lui.
Maria ci insegna a pregare, a fare della nostra preghiera un atto d’amore per Dio e di carità fraterna. Pregando con Maria, il nostro cuore accoglie coloro che soffrono. Come potrebbe la nostra vita non esserne, di conseguenza, trasformata? Perché il nostro essere e la nostra vita tutta intera non dovrebbero diventare luoghi di ospitalità per il nostro prossimo? Lourdes è un luogo di luce, perché è un luogo di comunione, di speranza e di conversione...".

martedì 12 settembre 2017

12 settembre 2006: lectio di Ratisbona. 12 settembre 2008: discorso al Collège des Bernardins di Parigi



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Cari amici, il 12 settembre e' una data molto importante per il Pontificato di Benedetto XVI perché, a due anni di distanza, tenne due discorsi storici, due pietre miliari per la chiesa: il 12 settembre 2006 ci fu la lectio magistralis di Ratisbona (clicca qui per leggere il testo) e il 12 settembre 2008 il Papa pronunciò il bellissimo discorso al Collège des Bernardins di Parigi (clicca qui per leggere il testo).
Grazie alla nostra Gemma rivediamo e riascoltiamo i due interventi.
R.

mercoledì 6 settembre 2017

La nostra preghiera per il card. Carlo Caffarra, tornato alla Casa del Padre

Ho appena appreso della morte dell'arcivescovo emerito di Bologna, il cardinale Carlo Caffarra.
E' una notizia che mi addolora profondamente per l'affetto e l'ammirazione che ho sempre nutrito per questo grande Pastore e teologo. Il card. Caffarra era un Uomo di Dio, profondamente intelligente, onesto e libero. Il suo coraggio e il suo grande amore per Cristo e la sua Chiesa devono esserci di esempio.
Una preghiera dal profondo del cuore nella certezza che d'ora in poi il cardinale veglierà su tutti noi.
Riposi in pace.
Il blog.

Nuove rivelazioni sull'ultimo conclave. La censura impenetrabile dei media. Rimini e malaria docent? (R.)

Clicca qui per leggere l'articolo di Marco Tosatti.

Mi colpiscono molto queste manovre. Sono "sconvolta" soprattutto per "certe" telefonate.
Ai tempi di Benedetto XVI un libro come questo sarebbe stato catapultato sulle prime pagine di tutti i giornali, ora invece...
Ricordate le famose rivelazioni sul Conclave del 2005? Tennero banco per giorni sui giornali nell'autunno dello stesso anno per poi essere "ripescate opportunamente" nel marzo 2013.
Notizie come queste sarebbero degne per lo meno di una riflessione giornalistica e invece tutto tace.
Nulla di nuovo sotto il sole. Del resto ormai i giornali sembrano avere dimenticato quella che dovrebbe essere la loro vocazione primaria: dare le notizie e commentarle.
Due FATTI degli ultimi giorni confermano questa situazione difficilmente confutabile. Pensiamo al caso delle bestie di Rimini. Per giorni certi quotidiani hanno tentato di nascondere la notizia o comunque di minimizzarla. Una forma grezza di censura mascherata da improbabile garantismo. E la stessa cosa sta accadendo per il caso della bimba di Trento morta di malaria (una preghiera per la piccina!). Anche in questo caso sembra che la notizia determini un certo turbamento perché indagare su TUTTE le possibili cause dà parecchio fastidio. Anche qui la censura è mascherata da garantismo. Ma va là!
Il primo dovere del giornalista è quello di dare la notizia, non di nasconderla quando fa comodo a lui o, più probabilmente, all'editore.
Ovviamente tutto il garantismo sparisce quando si tratta di attaccare il nemico. Solo qualche mese fa i giornali si sono divertiti a mettere in prima pagina la foto di Mons. George Ratzinger (e quella di Benedetto XVI) a proposito dei casi di abuso a Ratisbona. Lì il garantismo è andato a farsi "benedire" anche se il monsignore non c'entrava nulla con le accuse e, tanto meno, c'entrava il Papa.
Censura e garantismo a correnti alterne a seconda di dove tira il vento dell'editore.
Garantismo...ma ci prendono proprio per "baluba" :-)

Tornando alle rivelazioni del libro di Catherine Pepinster, possiamo dire che non ci sorprende la censura dei media. Non si vuole affrontare un certo discorso :-)
Mi ha colpito molto la notizia della telefonata al card. Mueller...chissà che cosa sarebbe successo fra l'aprile 2005 e il febbraio 2013. Altri tempi, altri Papi...altri media!
E' un dato di fatto che in moltissimi sentiamo la mancanza di Benedetto XVI (come dei suoi predecessori). Si poteva anche dissentire da quanto la Chiesa insegnava, ma sicuramente Essa non era irrilevante. La liturgia poi era un bene straordinario e fondamentale. In tutta onestà dispiace molto che un patrimonio bimillenario si stia disperdendo a favore di una chiesa sempre più intenta a inseguire il mondo piuttosto che ad anticiparlo.
R.

Ecco come gli allievi di Benedetto XVI hanno affrontato il tema del martirio (Gagliarducci)

Clicca qui per leggere l'articolo.

lunedì 28 agosto 2017

La vita di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI nel libro di Buonanno e Caruso: presentazione (YouTube)



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In occasione della presentazione del volume "Joseph Ratzinger Benedetto XVI - Immagini di una vita" presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio (14 giugno 2017), i due autori, Maria Giuseppina Buonanno e Luca Caruso, hanno avuto modo di esporre il proprio lavoro e di parlare della vita di Benedetto XVI.
Grazie come sempre a Gemma :-)

martedì 22 agosto 2017

Benedetto XVI: è proprio nel silenzio esteriore, ma soprattutto in quello interiore, che Celestino V riesce a percepire la voce di Dio, capace di orientare la sua vita (YouTube)



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Il 4 luglio 2010 Benedetto XVI si recò in visita a Sulmona dove pronunciò un'omelia incentrata sulla figura di Celestino V. L'urna con la salma del Santo fu collocata proprio a fianco dell'altare. Possiamo quindi osservare il pallio che Benedetto XVI donò al suo predecessore l'anno precedente in occasione della sua visita ai luoghi colpiti dal gravissimo sisma del 6 aprile 2009. Grazie come sempre alla nostra Gemma :-)
Il testo integrale dell'omelia è consultabile qui.

In particolare:

Sono passati ben ottocento anni dalla nascita di san Pietro Celestino V, ma egli rimane nella storia per le note vicende del suo tempo e del suo pontificato e,soprattutto, per la sua santità. 
La santità, infatti, non perde mai la propria forza attrattiva, non cade nell’oblio, non passa mai di moda, anzi, col trascorrere del tempo, risplende con sempre maggiore luminosità, esprimendo la perenne tensione dell’uomo verso Dio. Dalla vita di san Pietro Celestino vorrei allora raccogliere alcuni insegnamenti, validi anche nei nostri giorni.

Pietro Angelerio sin dalla sua giovinezza è stato un “cercatore di Dio”, un uomo desideroso di trovare risposte ai grandi interrogativi della nostra esistenza: chi sono, da dove vengo, perché vivo, per chi vivo? Egli si mette in viaggio alla ricerca della verità e della felicità, si mette alla ricerca di Dio e, per ascoltarne la voce, decide di separarsi dal mondo e di vivere da eremita. Il silenzio diventa così l'elemento che caratterizza il suo vivere quotidiano. 
Ed è proprio nel silenzio esteriore, ma soprattutto in quello interiore, che egli riesce a percepire la voce di Dio, capace di orientare la sua vita. 

C’è qui un primo aspetto importante per noi: viviamo in una società in cui ogni spazio, ogni momento sembra debba essere “riempito” da iniziative, da attività, da suoni; spesso non c’è il tempo neppure per ascoltare e per dialogare. Cari fratelli e sorelle! Non abbiamo paura di fare silenzio fuori e dentro di noi, se vogliamo essere capaci non solo di percepire la voce di Dio, ma anche la voce di chi ci sta accanto, la voce degli altri.

Ma è importante sottolineare anche un secondo elemento: la scoperta del Signore che fa Pietro Angelerio non è il risultato di uno sforzo, ma è resa possibile dalla Grazia stessa di Dio, che lo previene. Ciò che egli aveva, ciò che egli era, non gli veniva da sé: gli era stato donato, era grazia, ed era perciò anche responsabilità davanti a Dio e davanti agli altri. Sebbene la nostra vita sia molto diversa, anche per noi vale la stessa cosa: tutto l’essenziale della nostra esistenza ci è stato donato senza nostro apporto. 

Il fatto che io viva non dipende da me; il fatto che ci siano state persone che mi hanno introdotto nella vita, che mi hanno insegnato cosa sia amare ed essere amati, che mi hanno trasmesso la fede e mi hanno aperto lo sguardo a Dio: tutto ciò è grazia e non è “fatto da me”. Da noi stessi non avremmo potuto fare nulla se non ci fosse stato donato: Dio ci anticipa sempre e in ogni singola vita c’è del bello e del buono che noi possiamo riconoscere facilmente come sua grazia, come raggio di luce della sua bontà. 

Per questo dobbiamo essere attenti, tenere sempre aperti gli “occhi interiori”, quelli del nostro cuore. E se noi impariamo a conoscere Dio nella sua bontà infinita, allora saremo capaci anche di vedere, con stupore, nella nostra vita – come i Santi – i segni di quel Dio, che ci è sempre vicino, che è sempre buono con noi, che ci dice: “Abbi fede in me!”.

Nel silenzio interiore, nella percezione della presenza del Signore, Pietro del Morrone aveva maturato, inoltre, un’esperienza viva della bellezza del creato, opera delle mani di Dio: ne sapeva cogliere il senso profondo, ne rispettava i segni e i ritmi, ne faceva uso per ciò che è essenziale alla vita. So che questa Chiesa locale, come pure le altre dell’Abruzzo e del Molise, sono attivamente impegnate in una campagna di sensibilizzazione per la promozione del bene comune e della salvaguardia del creato: vi incoraggio in questo sforzo, esortando tutti a sentirsi responsabili del proprio futuro, come pure di quello degli altri, anche rispettando e custodendo la creazione, frutto e segno dell’Amore di Dio.
...
Infine, un ultimo elemento: san Pietro Celestino, pur conducendo vita eremitica, non era “chiuso in se stesso”, ma era preso dalla passione di portare la buona notizia del Vangelo ai fratelli. E il segreto della sua fecondità pastorale stava proprio nel “rimanere” con il Signore, nella preghiera, come ci è stato ricordato anche nel brano evangelico odierno: il primo imperativo è sempre quello di pregare il Signore della messe (cfr Lc 10,2).