domenica 31 dicembre 2017

Benedetto XVI: Ogni presepe è un incontro con la Vita immortale (Urbi et Orbi 2008)



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In occasione del Messaggio e della benedizione Urbi et Orbi (25 dicembre 2008), Benedetto XVI si soffermò sul Mistero del Natale come "festa di luce" e sull'importanza del Presepe.
Il testo integrale si trova qui. A questo link (l'allora) tradizionale saluto del Papa nelle tante lingue del mondo. Grazie come sempre a Gemma per il regalo.
A tutti una buona e serata fine d'anno :-)
R.

In particolare:

"E’ apparsa! Questo è ciò che la Chiesa oggi celebra. La grazia di Dio, ricca di bontà e di tenerezza, non è più nascosta, ma "è apparsa", si è manifestata nella carne, ha mostrato il suo volto. Dove? A Betlemme. Quando? Sotto Cesare Augusto, durante il primo censimento, al quale fa cenno anche l’evangelista Luca. E chi è il rivelatore? Un neonato, il Figlio della Vergine Maria. In Lui è apparsa la grazia di Dio Salvatore nostro. Per questo quel Bambino si chiama Jehoshua, Gesù, che significa "Dio salva".

La grazia di Dio è apparsa: ecco perché il Natale è festa di luce. Non una luce totale, come quella che avvolge ogni cosa in pieno giorno, ma un chiarore che si accende nella notte e si diffonde a partire da un punto preciso dell’universo: dalla grotta di Betlemme, dove il divino Bambino è "venuto alla luce". In realtà, è Lui la luce stessa che si propaga, come ben raffigurano tanti dipinti della Natività. Lui è la luce, che apparendo rompe la caligine, dissipa le tenebre e ci permette di capire il senso ed il valore della nostra esistenza e della storia. Ogni presepe è un invito semplice ed eloquente ad aprire il cuore e la mente al mistero della vita. E’ un incontro con la Vita immortale, che si è fatta mortale nella mistica scena del Natale; una scena che possiamo ammirare anche qui, in questa Piazza, come in innumerevoli chiese e cappelle del mondo intero, e in ogni casa dove è adorato il nome di Gesù.

La grazia di Dio è apparsa a tutti gli uomini. Sì, Gesù, il volto del Dio-che-salva, non si è manifestato solo per pochi, per alcuni, ma per tutti. E’ vero, nella umile disadorna dimora di Betlemme lo hanno incontrato poche persone, ma Lui è venuto per tutti: giudei e pagani, ricchi e poveri, vicini e lontani, credenti e non credenti… tutti. La grazia soprannaturale, per volere di Dio, è destinata ad ogni creatura.

Fratelli e sorelle che mi ascoltate, a tutti gli uomini è destinato l’annuncio di speranza che costituisce il cuore del messaggio di Natale. Per tutti è nato Gesù e, come a Betlemme Maria lo offrì ai pastori, in questo giorno la Chiesa lo presenta all’intera umanità, perché ogni persona e ogni umana situazione possa sperimentare la potenza della grazia salvatrice di Dio, che sola può trasformare il male in bene, che sola può cambiare il cuore dell’uomo e renderlo un’"oasi" di pace.

Cari fratelli e sorelle, oggi "è apparsa la grazia di Dio Salvatore" (cfr Tt 2,11), in questo nostro mondo, con le sue potenzialità e le sue debolezze, i suoi progressi e le sue crisi, con le sue speranze e le sue angosce. Oggi, rifulge la luce di Gesù Cristo, Figlio dell’Altissimo e figlio della Vergine Maria: "Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo". Lo adoriamo quest’oggi, in ogni angolo della terra, avvolto in fasce e deposto in una povera mangiatoia. Lo adoriamo in silenzio mentre Lui, ancora infante, sembra dirci a nostra consolazione: Non abbiate paura, "Io sono Dio, non ce n’è altri" (Is 45,22). Venite a me, uomini e donne, popoli e nazioni, venite a me, non temete: sono venuto a portarvi l’amore del Padre, a mostrarvi la via della pace.

Andiamo, dunque, fratelli! Affrettiamoci, come i pastori nella notte di Betlemme. Dio ci è venuto incontro e ci ha mostrato il suo volto, ricco di grazia e di misericordia! Non sia vana per noi la sua venuta! Cerchiamo Gesù, lasciamoci attirare dalla sua luce, che dissipa dal cuore dell’uomo la tristezza e la paura; avviciniamoci con fiducia; con umiltà prostriamoci per adorarlo. Buon Natale a tutti!"

lunedì 25 dicembre 2017

BUON NATALE A TUTTI :-)

Carissimi Amici,
i migliori e più sinceri auguri di Buon Natale a tutti Voi ed alle vostre famiglie :-)
Un abbraccio!!!
Raffaella

Omelia per il Natale del card. Ratzinger a Monaco (1978): Il bambino bussa...

Dio bussa

Omelia di Joseph Ratzinger

Se consideriamo la liturgia del Natale della Chiesa, ecco ci appare come un tessuto prezioso composto da molteplici fili: i fili dell'Antico Testamento, principalmente dei Salmi e dei profeti, quelli delle lettere di Paolo e infine le diverse tonalità di tre evangelisti, Matteo, Luca e Giovanni. Due di essi, però, Luca e Giovanni, formano la vera bitonalità natalizia da cui è costituita la fede nel Natale della Chiesa. Se non si tiene conto di ciò, si distrugge l'autentico mistero del Natale.
Luca, che fa risalire la sua tradizione alle cose sulle quali Maria ha riflettuto e che ha serbato in sé nella contemplazione del mistero di Dio, nel suo racconto ci fa conoscere la partecipazione umana e il fervore materno con cui la madre del Signore ha vissuto gli eventi della Notte Santa.
Giovanni non prende in considerazione i particolari umani del racconto per far giungere invece lo sguardo fino agli abissi dell'eternità, per farci riconoscere i veri ordini di grandezza dell'evento: la parola si è fatta carne e dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia. Per questo i Concili della Chiesa delle origini si sono sforzati di esprimere con le parole questa cosa grande, inattesa è sempre inconcepibile e indicibile: nel tempo il figlio eterno di Dio è diventato figlio di Maria. Colui che è generato dal Padre nell'eternità è diventato uomo nella storia grazie a Maria. Il vero figlio di Dio e figlio vero dell'uomo.

Oggi nella cristianità questi dogmi non contano più molto. Ci sembrano troppo grandi e troppo remoti per poter influenzare la nostra vita. E ignorarli o non prenderli troppo in considerazione, facendo del figlio di Dio più o meno il suo rappresentante, sembra essere quasi una specie di "trasgressione perdonabile" per i cristiani. 
Si adduce il pretesto che tutti questi concetti sono talmente lontani da noi che non riusciremmo mai a tradurli in parole in modo convincente e in fondo neppure a comprenderli. Inoltre ci siamo fatti un'idea tale della tolleranza e del pluralismo, che credere che la verità si sia effettivamente manifestata sembra essere nientemeno che una violazione della tolleranza. Però, se pensiamo in questo modo, cancelliamo la verità, facciamo dell'uomo un essere a cui è definitivamente precluso il vero e costringiamo noi stessi  e il mondo ad aderire a un vuoto relativismo. 
Non riconosciamo quello che di salvifico c'è nel Natale, che esso cioè dà la luce, che si è manifestata e che si è rivelata a noi la via, che è veramente via perché è la verità. Se non riconosciamo che Dio si è fatto uomo non possiamo veramente festeggiare e custodire nel nostro cuore  il Natale, con la sua gioia grande che s' irradia oltre noi stessi. Se questo fatto viene ignorato, molte cose possono funzionare anche a lungo, ma in realtà la Chiesa comincia a spegnersi, a partire dal suo cuore. E finirà per essere disprezzata e calpestata dagli uomini, proprio nel momento in cui crederà di essere diventata per essi accettabile.
La parola si è fatta carne. Accanto a questa verità presentataci da Giovanni, deve però esserci anche la verità di Maria, che ci è stata rivelata da Luca. Dio si è fatto carne. Questo non è soltanto un evento incommensurabilmente grande e lontano da noi, è qualcosa di molto umano e a noi molto vicino: Dio si è fatto bambino, un bambino che ha bisogno di una madre. È diventato un bambino, una creatura che entra nel mondo piangendo, la cui prima voce è uno strillo che chiede aiuto, il cui primo gesto è rappresentato dalle mani tese in cerca di sicurezza. Dio è diventato un bambino. D'altra parte sentiamo anche dire che queste cose non sono che sentimentalismo, che sarebbe meglio lasciare da parte. Ma il Nuovo Testamento ha altre idee al riguardo. Per la fede della Bibbia e della Chiesa è importante che Dio abbia voluto essere una simile creatura, dipendente dalla madre, dipendente dall'amore soccorrevole dell'uomo. Dio ha voluto essere una creatura che dipende dagli uomini per suscitare in noi l'amore che ci purifica e ci salva. Dio è diventato un bambino, e il bambino è una creatura che dipende dagli altri. 
Così nell'essere bambino c'è già il tema della ricerca di asilo, un tema fondamentale del Natale. E quante variazioni ha visto questo tema nella storia! Oggi ne sperimentiamo una molto angosciosa: il bambino bussa alle porte del nostro mondo. A ragione deploriamo di continuo il fatto che l'ambiente in cui viviamo sia diventato ostile ai bambini, che rifiuti al bambino lo spazio interiore ed esteriore in cui questi potrebbe realizzare la propria esistenza nella libertà e nella gioia.

Il bambino bussa. Questa ricerca d'asilo va ancora più in profondità. Non esiste soltanto l'ambiente ostile ai bambini, prima di questo c'è anche il fatto che al bambino è chiusa la porta attraverso la quale potrebbe accedere a questo mondo, che si dice non abbia più posto per lui. Il bambino è visto come una specie di pericolo o come un incidente da evitare. 
L'arte di chiudergli la porta in faccia è considerata un portato dell'illuminismo e di una mentalità libera da pregiudizi. Spesso calpestare la vita che più di tutte è indifesa, quella che ancora non è nata, sembra non essere neppure più una trasgressione veniale, ma soltanto un parametro dell'emancipazione. Nel modo di pensare di questo nostro tempo - ma, se siamo sinceri, in segreto anche nel nostro modo di pensare - il bambino appare come colui che fa concorrenza alla nostra libertà, come colui che fa concorrenza al nostro futuro, che ci porta via il posto. 
Riempiamo lo spazio della nostra vita di oggetti e prodotti e non riusciamo mai ad averne abbastanza di cose che programmiamo e poi possiamo anche buttare via. Tutt'al più abbiamo posto per un animale che si adatti ai nostri capricci. Ma non abbiamo posto per una nuova libertà, per una nuova volontà che entra nella nostra vita e che non possiamo programmare e governare: per noi sarebbe troppo gravoso. Vogliamo soltanto ciò che si può programmare, il prodotto, le cose che siamo in grado di fare e che possiamo anche buttare via. 
Il bambino bussa. Se lo accogliessimo, dovremmo rivedere radicalmente il nostro rapporto con la vita, dovremmo essere disposti a non approfittare di essa soltanto a nostro vantaggio, dovremmo smettere di ritenerla soltanto un'opportunità utile a ricavare qualcosa da ciò che le circostanze ci offrono. Dovremmo invece viverla e considerarla come un dono per gli altri. Dovremmo imparare a vedere nel bambino, nella nuova libertà di un altro essere umano che nasce alla vita, non la distruzione della nostra libertà ma un'occasione che le viene offerta, non il concorrente che ci toglie il futuro e lo spazio vitale ma la forza creativa che dà la propria impronta al futuro e lo porta in sé. Possiamo dire di avere a che fare con qualcosa di molto profondo a seconda del modo in cui in ultima analisi intendiamo l'essere uomini: se dal punto di vista di un terribile egoismo che si sente perennemente minacciato, oppure da quello di una libertà fiduciosa che accoglie e sa accogliere un'altra libertà, perché sa che in fondo l'uomo è sorretto da Dio ed è pertanto chiamato alla comunione dell'amore e della libertà del vivere insieme.

Ricerca d'asilo. Nelle ultime settimane abbiamo visto immagini impressionanti dei profughi vietnamiti e siamo anche stati testimoni di uno spaventoso venir meno del sentimento di umanità.  Fino ad oggi prestare aiuto ai naufraghi era ritenuta una delle qualità primarie della natura umana. Nel caso di questi fuggiaschi tale regola non è sembrata essere più valida. 
Grazie a Dio negli ultimi tempi le cose sono un pó migliorate. Per fortuna anche gli stati  europei, anche il nostro paese, hanno aperto almeno un pó le loro porte per accogliere questi reietti. E io a questo punto vorrei ringraziare di cuore tutti coloro che si sono impegnati e hanno lottato affinché nel nostro paese le porte si aprissero. Ma con questo il problema non è ancora risolto. Ora che la questione ci riguarda, si presenteranno nuove difficoltà. E come i locandieri di Betlemme avevano certamente buoni motivi per dire a quella coppia di coniugi che non c'era più posto per loro, così anche noi troveremo di sicuro motivi plausibili per negarci all'amore. Pensiamo però a una cosa: nella storia del dopoguerra resterà a gloria del popolo tedesco il fatto che un paese devastato, privo di mezzi, distrutto, abbia accolto milioni di profughi, a volte certo brontolando, ma in fin dei conti aprendo le loro porte. Avremmo avuto buoni motivi per tirarci indietro, per dire che ogni cosa era distrutta e che  noi stessi non avevamo niente. Avessimo spartito il nostro poco, a ciascuno di noi sarebbe rimasto meno di niente. E tuttavia abbiamo detto di sì. E oggi sappiamo che coloro che vedevano nell'altro il rivale che ci avrebbe tolto lo spazio vitale non avevano ragione. Sappiamo che il grande sviluppo economico e la saldezza morale della prima generazione tedesca del dopoguerra furono resi possibili in maniera determinante dalla forza morale, spirituale e umana di coloro che erano giunti nel nostro paese distrutto e che sono stati non dei rivali, ma delle energie per una nuova vita e un nuovo futuro. E conosciamo anche un esempio che è il contrario di questo. Nel Medio Oriente ai profughi dalla Palestina non è mai stata aperta una porta. Dove la persona è accolta e bene accetta, essa diventa una forza della creatività, della speranza e dell'amore, invece dove  essa è respinta produce un'intossicazione dalle proporzioni devastanti. E vediamo come questo focolaio di veleni non soltanto sconvolga e minacci fino alle radici il Medio Oriente, ma metta in pericolo anche tutto il mondo, perché il mondo è soltanto uno. Sarebbe una vera infamia se noi, che abbiamo potuto accogliere delle persone in una nazione distrutta, bombardata e saccheggiata facendo loro posto, ora nel nostro paese pieno di ricchezza dovessimo dire: "No, non abbiamo più posto!".

Ricerca d'asilo. Si riferisce a essa anche la colletta natalizia dell'Adveniat promossa dalla Chiesa. I popoli dell'America Latina bussano e ci chiedono di far partecipare anche loro al godimento dei beni di questo mondo, che sono dati per tutti. "Venne nella sua proprietà e i suoi non lo accolsero. 
A quanti però lo accolsero diede il potere di divenire figli di Dio". In quest'ora chiediamo a Dio che ci apra il cuore, rendiamoci capaci di sentire il suo bussare e di aprire le porte senza paura, accogliamolo,  diventando così suoi figli, figli del bambino nel quale in questa notte è sorta per il mondo la vera luce.
Amen

Omelia per il Natale del 1978

Da: Sul Natale (Lindau)

© 1978 Libreria Editrice Vaticana

venerdì 22 dicembre 2017

Tormenti vaticani e chiavi di lettura diverse (R.)

Cari amici,
ieri molte news sono uscite dal vaticano. 
Direi che le più interessanti sono quelle che riguardano Maradiaga (clicca qui) e i funerali di Law (clicca qui).
C'è poi quella che i media definiscono "sferzata" alla curia, che tanto spazio sta avendo sui giornali,  ma che in realtà non dice nulla di nuovo e conferma un certo stile a cui ormai siamo abituati.
L'articolo di Fittibaldi su Maradiaga è molto interessante perchè quest'ultimo è considerato uno dei paladini della "rivoluzione" (vabbè...) e uno dei più autorevoli e ascoltati araldi del progressismo cattolico, quello della "chiesa povera per i poveri", tanto per capirci...
Negli Usa le vittime dei preti pedofili di Boston hanno preso molto male la notizia della celebrazione in Basilica dei funerali di Law. Un tempo simili proteste avrebbero occupato le prime pagine di tutti i quotidiani a livello MONDIALE. Ora invece si preferisce sorvolare sull'argomento spinoso. 
C'è poi qualcuno che non esita a dare la colpa a Papa Wojtyla. Certamente fu lui a nominare l'ex arcivescovo di Boston arciprete di Santa Maria Maggiore, ma è anche vero che in questi cinque anni il cardinale non è mai stato allontanato anzi...è stato sempre presente nelle occasioni ufficiali e i funerali, in pompa magna di ieri, ne sono la prova. Ovviamente silenzio mediatico e in alcuni casi un "semisilenzio". Gramellini parla dell'evento (clicca qui) ma non cita quali "prelati d'alto bordo" (parole sye) fossero presenti. Ennò, cari miei! Se Ratzinger fosse Papa, il suo nome non sarebbe stato fatto? Ma figuriamoci!
In ogni caso si dovrebbe parlare di un altro importantissimo cardinale che, salito agli "onori" delle cronache nel 2010, era finito in disgrazia per poi godere di una nuovissima primavera a partire dal 2013. Eh...i miracoli di San Gallo ;-)
Quanto alla "sferzata" alla curia, i giornali pullulano di interpretazioni: Franco, per esempio, si pone su una linea "romantica" (clicca qui), che personalmente non condivido; altri, come Allen (qui), arrivano a paragonare quanto sta accadendo ora con il calvario subìto da Papa Benedetto. Peccato che quest'ultimo non avesse tutti i media come grandi difensori d'ufficio anzi...allora gli "eroi" erano proprio ranocchi e corvi.
Il più equilibrato e onesto risulta, come sempre, Marco Tosatti. Qui il suo commento.
Negli anni di Pontificato di Papa Ratzinger non sono mancati gli sgambetti della curia così come l'opposizione (palese o sotterranea) di molti cardinale e vescovi, da Roma a Milano, dai confini del mondo fino al famoso cantone di San Gallo in Svizzera...
Eppure il Papa non si lamentò mai e spesso e volentieri si assunse colpe non sue. Ora invece la colpa è sempre degli altri...
Un'ultima annotazione più che altro personale: visto che ormai regna ovunque il politicamente e mediaticamente corretto, mi permetto di fare un appunto. Gradirei enormemente che non si usasse con leggerezza la parola "cancro". Chi ha avuto modo, purtroppo, di confrontarsi con questa malattia non ama sentire il termine pronunciato come sinonimo di "corruzione" o di "complotto". Visto che gli episodi si ripetono, forse sarebbe il caso che i consiglieri suggeriscano una parola più rispettosa. Grazie.
R.

sabato 16 dicembre 2017

Mons. Crepaldi: "i ponti non fondati sulla verità non reggono"

Clicca qui per leggere il testo dell'intervento.
Giustamente Mons. Crepaldi segnala la totale indifferenza se non il silenzio complice del mondo cattolico. Ancora più grave è stato (ed è) l'atteggiamento che in questi anni ha caratterizzato la gerarchia cattolica. Dopo i "ponti" costruiti sulle leggi sulle quali si poteva e si doveva dire almeno mezza parola (anche a costo di turbare la "pax mediatica"), ecco che oggi si diffonde in pompa magna la notizia che arriva direttamente da Firenze (clicca qui).
Direi che abbiamo abbondantemente superato la frutta. Ormai siamo al caffè e fra poco sarà tempo di pagare il conto.
R.

venerdì 8 dicembre 2017

Benedetto XVI: La Madonna sorretta da fede intrepida, speranza incrollabile e amore sconfinato (YouTube)



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L'8 dicembre 2007, come da tradizione, Benedetto XVI si recò in Piazza di Spagna per l'omaggio alla Statua della Vergine Immacolata. Tenne un discorso memorabile sulla figura ed il ruolo di Maria nella storia dell'umanità. Il testo integrale è consultabile qui

Grazie come sempre a Gemma e buona Festa dell'Immacolata a tutti :-)
R.


Cari fratelli e sorelle,

in un appuntamento divenuto ormai tradizionale, ci ritroviamo qui, in Piazza di Spagna, per offrire il nostro omaggio floreale alla Madonna, nel giorno in cui tutta la Chiesa celebra la festa della sua Immacolata Concezione. Seguendo le orme dei miei Predecessori, anch’io mi unisco a voi, cari fedeli di Roma, per sostare con affetto e amore filiali ai piedi di Maria, che da centocinquant’anni ormai veglia dall’alto di questa colonna sulla nostra Città. 
Quello odierno è dunque un gesto di fede e di devozione che la nostra comunità cristiana ripete di anno in anno, quasi a ribadire il proprio impegno di fedeltà verso Colei che, in tutte le circostanze della vita quotidiana, ci assicura il suo aiuto e la sua materna protezione.
Questa manifestazione religiosa è al tempo stesso un’occasione per offrire a quanti a Roma vivono o vi trascorrono alcuni giorni come pellegrini e turisti, l’opportunità di sentirsi, pur nella diversità delle culture, un’unica famiglia che si raccoglie attorno ad una Madre che ha condiviso le quotidiane fatiche di ogni donna e mamma di famiglia. Una madre però del tutto singolare, prescelta da Dio per una missione unica e misteriosa, quella di generare alla vita terrena il Verbo eterno del Padre, venuto nel mondo per la salvezza di tutti gli uomini. E Maria, Immacolata nella sua concezione - così la veneriamo quest’oggi con devota riconoscenza -, ha percorso il suo pellegrinaggio terreno sorretta da una fede intrepida, una speranza incrollabile e un amore umile e sconfinato, seguendo le orme del suo figlio Gesù
Gli è stata accanto con materna sollecitudine dalla nascita al Calvario, dove ha assistito alla sua crocifissione impietrita dal dolore, ma incrollabile nella speranza. Ella ha poi sperimentato la gioia della risurrezione, all’alba del terzo giorno, del nuovo giorno, quando il Crocifisso ha lasciato il sepolcro vincendo per sempre e in modo definitivo il potere del peccato e della morte.
Maria, nel cui grembo verginale Dio si è fatto uomo, è nostra Madre! Dall’alto della croce infatti, Gesù, prima di portare a compimento il suo sacrificio, ce l’ha donata come madre e a Lei ci ha affidati come suoi figli. Mistero di misericordia e di amore, dono che arricchisce la Chiesa di una feconda maternità spirituale. Volgiamo soprattutto quest’oggi il nostro sguardo verso di Lei, cari fratelli e sorelle, e, implorando il suo aiuto, disponiamoci a far tesoro di ogni suo materno insegnamento. 
Questa nostra celeste Madre non ci invita forse a fuggire il male e a compiere il bene seguendo docilmente la legge divina iscritta nel cuore di ogni cristiano? Lei, che ha conservata la speranza pur nel sommo della prova, non ci chiede forse di non perderci d’animo quando la sofferenza e la morte bussano alla porta delle nostre case? non ci chiede di guardare fiduciosi al nostro futuro? Non ci esorta la Vergine Immacolata ad essere fratelli gli uni degli altri, tutti accomunati dall’impegno di costruire insieme un mondo più giusto, solidale e pacifico?
Sì, cari amici! Ancora una volta, in questo giorno solenne, la Chiesa addita al mondo Maria come segno di sicura speranza e di definitiva vittoria del bene sul male. Colei che invochiamo "piena di grazia" ci ricorda che siamo tutti fratelli e che Dio è il nostro Creatore e il nostro Padre. Senza di Lui, o ancor peggio contro di Lui, noi uomini non potremo mai trovare la strada che conduce all’amore, non potremo mai sconfiggere il potere dell’odio e della violenza, non potremo mai costruire una stabile pace.
Accolgano gli uomini di ogni nazione e cultura questo messaggio di luce e di speranza: lo accolgano come dono dalle mani di Maria, Madre dell’intera umanità. Se la vita è un cammino, e questo cammino si fa spesso buio, duro e faticoso, quale stella potrà illuminarlo? Nella mia Enciclica Spe salvi, resa pubblica all’inizio dell’Avvento, ho scritto che la Chiesa guarda a Maria e la invoca come "stella della speranza" (n. 49). Nel nostro comune viaggio sul mare della storia abbiamo bisogno di "luci di speranza", di persone cioè che traggono luce da Cristo "ed offrono così orientamento per la nostra traversata" (ibid.). 
E chi meglio di Maria può essere per noi "Stella di speranza"? Lei, con il suo "sì", con l’offerta generosa della libertà ricevuta dal Creatore, ha consentito alla speranza dei millenni di diventare realtà, di entrare in questo mondo e nella sua storia. Per mezzo suo Dio si è fatto carne, è divenuto uno di noi, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi.
Per questo, animati da filiale confidenza, Le diciamo: "Insegnaci, Maria, a credere, a sperare e ad amare con Te; indicaci la via che conduce alla pace, la via verso il regno di Gesù. Tu, Stella della speranza, che trepidante ci attendi nella luce intramontabile dell’eterna Patria, brilla su di noi e guidaci nelle vicende di ogni giorno, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen!".

domenica 3 dicembre 2017

"Poveri" cardinali...forse stavano meglio quando stavano "peggio"

Clicca qui per leggere l'articolo di Tosatti.
Ricordiamo i commenti trionfanti e trionfalistici di molti cardinali all'indomani del conclave del 2013. Ricordiamo anche il mancato supporto della maggiorparte degli uomini in porpora nei confronti di Benedetto XVI.
Probabilmente ora lorsignori iniziano ad avere più di un "dubium" ma ormai è troppo tardi per loro e in fondo per tutti...
Auguri!
Buona domenica amici :-)
R.

domenica 26 novembre 2017

Gli araldi della primavera indignati per l'intervista di Franco al card. Müller (R.)

Clicca qui per leggere l'intervista integrale che tanto sta allarmando vaticanisti e commentatori.
Non mi pare che il cardinale minacci uno scisma o addirittura lanci avvertimenti in "alto loco" come mi è capitato di leggere qua e là sui siti e sui social. Semplicemente, da teologo e profondo conoscitore dell'Europa e della sua storia (e, essendo tedesco, dello scisma luterano), mette in guardia la chiesa dal rischio di una "dinamica scismatica, difficile poi da recuperare".
Non si deve avere paura di chi, come Müller o come i cardinali firmatari dei "dubia", parla chiaramente, ma di chi resta in silenzio per interesse personale (leggi: per fare carriera) o per paura (incredibile il fatto che sia sufficiente il "chiacchiericcio" di qualcuno per decretare il "licenziamento" del Prefetto della CDF).
C'è poi un altro grande silenzio che dovrebbe seriamente preoccupare le alte sfere: il crescente silenzio dei fedeli che si identifica con la totale indifferenza verso la chiesa e, purtroppo, spesso verso i Sacramenti.
Quanto poi alla presunta popolarità del nuovo corso, non prenderei per oro colato ciò che dicono o scrivono i mass media. Vedo sempre più disaffezione e tante spalle alzate quando si parla di questioni che hanno a che fare con la gerarchia ecclesiastica.
Non a caso si moltiplicano le iniziative "private" come la recita del Santo Rosario nelle chiese, nelle scuole e anche presso i confini degli Stati (iniziative che tanto disturbano quando non mandano su tutte le furie gli araldi). Non è certo la recita del Rosario che deve preoccupare...anzi! Ben venga! Semmai è la chiesa gerarchica che dovrebbe chiedersi come mai i fedeli sentano il bisogno di organizzarsi da soli indipendentemente se non a dispetto dei pastori.
Buona domenica a tutti :-)
R.

lunedì 20 novembre 2017

Benedetto XVI e San Bonaventura (playlist)

Benedettto XVI: la categoria più alta per san Tommaso è il vero, per san Bonaventura è il bene (YouTube)

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Il 17 marzo 2010, in occasione dell'udienza generale, Benedetto XVI dedicò la terza catechesi a San Bonaventura. Si soffermò in particolare sul rapporto fra Bonaventura e San Tommaso d'Aquino e sul modo diverso di concepire la teologia.
Il testo della integrale della catechesi si trova qui.
Abbiamo già avuto modo di ascoltare le prime due catechesi su San Bonaventura. I link sono riprodotti qui sotto e nel post precedente.
Grazie come sempre a Gemma per il lavoro svolto :-)

Prima catechesi su San Bonaventura

Seconda catechesi su San Bonaventura.

In particolare:

continuando la riflessione di mercoledì scorso, vorrei approfondire con voi altri aspetti della dottrina di san Bonaventura da Bagnoregio. Egli è un eminente teologo, che merita di essere messo accanto ad un altro grandissimo pensatore, suo contemporaneo, san Tommaso d’Aquino. Entrambi hanno scrutato i misteri della Rivelazione, valorizzando le risorse della ragione umana, in quel fecondo dialogo tra fede e ragione che caratterizza il Medioevo cristiano, facendone un’epoca di grande vivacità intellettuale, oltre che di fede e di rinnovamento ecclesiale, spesso non sufficientemente evidenziata. 
Una prima differenza concerne il concetto di teologia. Ambedue i dottori si chiedono se la teologia sia una scienza pratica o una scienza teorica, speculativa. San Tommaso riflette su due possibili risposte contrastanti. La prima dice: la teologia è riflessione sulla fede e scopo della fede è che l’uomo diventi buono, viva secondo la volontà di Dio. Quindi, lo scopo della teologia dovrebbe essere quello di guidare sulla via giusta, buona; di conseguenza essa, in fondo, è una scienza pratica. L’altra posizione dice: la teologia cerca di conoscere Dio. Noi siamo opera di Dio; Dio sta al di sopra del nostro fare. Dio opera in noi l’agire giusto. Quindi si tratta sostanzialmente non del nostro fare, ma del conoscere Dio, non del nostro operare. La conclusione di san Tommaso è: la teologia implica ambedue gli aspetti: è teorica, cerca di conoscere Dio sempre di più, ed è pratica: cerca di orientare la nostra vita al bene. Ma c’è un primato della conoscenza: dobbiamo soprattutto conoscere Dio, poi segue l’agire secondo Dio (Summa Theologiae Ia, q. 1, art. 4). Questo primato della conoscenza in confronto con la prassi è significativo per l’orientamento fondamentale di san Tommaso.

La risposta di san Bonaventura è molto simile, ma gli accenti sono diversi. San Bonaventura conosce gli stessi argomenti nell’una e nell’altra direzione, come san Tommaso, ma per rispondere alla domanda se la teologia sia una scienza pratica o teorica, san Bonaventura fa una triplice distinzione – allarga, quindi, l’alternativa tra teorico (primato della conoscenza) e pratico (primato della prassi), aggiungendo un terzo atteggiamento, che chiama “sapienziale” e affermando  che la sapienza abbraccia ambedue gli aspetti. E poi continua: la sapienza cerca la contemplazione (come la più alta forma della conoscenza) e ha come intenzione “ut boni fiamus” - che diventiamo buoni, soprattutto questo: divenire buoni (cfr Breviloquium, Prologus, 5). Poi aggiunge: “La fede è nell’intelletto, in modo tale che provoca l’affetto. Ad esempio: conoscere che Cristo è morto “per noi” non rimane conoscenza, ma diventa necessariamente affetto, amore” (Proemium in I Sent., q. 3).

Nella stessa linea si muove la sua difesa della teologia, cioè della riflessione razionale e metodica della fede. San Bonaventura elenca alcuni argomenti contro il fare teologia, forse diffusi anche in una parte dei frati francescani e presenti anche nel nostro tempo: la ragione svuoterebbe la fede, sarebbe un atteggiamento violento nei confronti della parola di Dio, dobbiamo ascoltare e non analizzare la parola di Dio (cfr Lettera di san Francesco d’Assisi a sant’Antonio di Padova). A questi argomenti contro la teologia, che dimostrano i pericoli esistenti nella teologia stessa, il Santo risponde: è vero che c’è un modo arrogante di fare teologia, una superbia della ragione, che si pone al di sopra della parola di Dio. Ma la vera teologia, il lavoro razionale della vera e della buona teologia ha un’altra origine, non la superbia della ragione. Chi ama vuol conoscere sempre meglio e sempre più l’amato; la vera teologia non impegna la ragione e la sua ricerca motivata dalla superbia, “sed propter amorem eius cui assentit” – “motivata dall’amore di Colui, al quale ha dato il suo consenso” (Proemium in I Sent., q. 2), e vuol meglio conoscere l’amato: questa è l’intenzione fondamentale della teologia. Per san Bonaventura è quindi determinante alla fine il primato dell’amore".


Di conseguenza, san Tommaso e san Bonaventura definiscono in modo diverso la destinazione ultima dell’uomo, la sua piena felicità: per san Tommaso il fine supremo, al quale si dirige il nostro desiderio è: vedere Dio. In questo semplice atto del vedere Dio trovano soluzione tutti i problemi: siamo felici, nient’altro è necessario.
Per san Bonaventura il destino ultimo dell’uomo è invece: amare Dio, l’incontrarsi ed unirsi del suo e del nostro amore. Questa è per lui la definizione più adeguata della nostra felicità.

In tale linea, potremmo anche dire che la categoria più alta per san Tommaso è il vero, mentre per san Bonaventura è il bene. Sarebbe sbagliato vedere in queste due risposte una contraddizione. Per ambedue il vero è anche il bene, ed il bene è anche il vero; vedere Dio è amare ed amare è vedere. Si tratta quindi di accenti diversi di una visione fondamentalmente comune. Ambedue gli accenti hanno formato tradizioni diverse e spiritualità diverse e così hanno mostrato la fecondità della fede, una nella diversità delle sue espressioni.

Ritorniamo a san Bonaventura. E’ evidente che l’accento specifico della sua teologia, del quale ho dato solo un esempio, si spiega a partire dal carisma francescano: il Poverello di Assisi, al di là dei dibattiti intellettuali del suo tempo, aveva mostrato con tutta la sua vita il primato dell’amore; era un’icona vivente e innamorata di Cristo e così ha reso presente, nel suo tempo, la figura del Signore – ha convinto i suoi contemporanei non con le parole, ma con la sua vita. In tutte le opere di san Bonaventura, proprio anche le opere scientifiche, di scuola, si vede e si trova questa ispirazione francescana; si nota, cioè, che egli pensa partendo dall’incontro col Poverello d’Assisi.

sabato 11 novembre 2017

Pare che…(Valli)

Clicca qui per leggere l'articolo.
Il testo è esilarante ma anche ricco di spunti di riflessione...

venerdì 3 novembre 2017

Caso Weinandy (e tanti altri). Questa chiesa è troppo misericordiosa per me (Raffaella)

Cari amici,
il caso Weinandy (clicca qui) è solo l'ultimo in ordine di tempo. In questi anni quante di queste rimozioni e quanti "inviti" alle dimissioni abbiamo visto?
Eppure nessuno fiata. I mass media tacciono come tace la maggioranza dei preti, dei vescovi e dei cardinali.
Che cosa sarebbe successo se ai tempi di Benedetto XVI si fosse agito in questo modo? Non oso immaginare le vesti stracciate e i capelli strappati. Ora invece tutto va bene perché fa comodo così.
Bella coerenza, complimenti!
Peggio per loro (media e clero) perché, se al prossimo giro le cose dovessero cambiare, non potranno prendersela nuovamente con le vesti e i capelli, pena l'accusa di doppiopesismo e incoerenza. Certo...sappiamo bene che accuse del genere non li fermererebbero :-)
Quindi prepariamoci: se al prossimo giro la Chiesa tornerà a essere invisa al mondo, riprenderanno gli strali contro Papa e Vaticano. Insomma: tornerà tutto alla normalità :-)
Noi però ci troviamo a commentare il presente.
Strana questa chiesa così misericordiosa con molti (ma non con tutti), che si dice pronta anche ad accogliere le critiche (purché siano rivolte agli avversari) e ad ascoltare chiunque (purchè sia in sintonia con il nuovo corso).
Sì, è davvero strana, ma è colpa mia: questo eccesso di misericordia non fa per me :-)
Preferivo i vecchi autunni e i lontani inverni, quando la Chiesa veniva osteggiata da Scalfari, dai radicali e dai media (che piacciono alla gente che piace), ma che permetteva a un card. Martini di definirsi addirittura un ante Papa, a un don qualunque di andare in tv a sparlare del Pontefice, a una qualunque comica di prendersela con il Vaticano una settimana sì e l'altra pure, a un Kung di rilasciare interviste al vetriolo (poi puntualmente tradotte in italiano dal quotidiano diventato ora l'organo ufficioso delle sacre stanze) ecc. ecc. ecc.
Eh sì...è colpa mia! Purtroppo sono convinta che recitare un Rosario non sia MAI una provocazione e che, anzi, dovremmo farlo tutti e sempre più spesso.
Vedo sempre più lontana questa chiesa dall'alto tasso di benevolenza e penso che questo sia un male. Finchè ci si confronta, si dialoga e si muovono critiche, anche dure (noi del blog l'abbiamo sempre fatto con la curia, per esempio), si può essere sicuri che c'è interesse e affetto per l'istituzione (non mi riferisco alla fede ovviamente). Quando si passa all'alzata di spalle e al disinteresse, non c'è nulla di cui rallegrarsi.
Leggo che in tanti, non solo fra i preti ma anche fra i vescovi, la pensano come Weinandy e allora mi chiedo: perché non parlano? Per paura? Non è un atteggiamento corretto permettere che sia solo uno a mettere la faccia e la firma su una lettera garantendo solo un appoggio "esterno" e anonimo.
D'altra parte i cultori del nuovo corso non possono dormire sonni tranquilli.
Se mai la pax mediatica si dovesse incrinare o se, per qualsiasi ragione, la primavera dovesse in qualche modo venire turbata da venti o tempeste, gli araldi della rivoluzione sarebbero i primi a cambiare bandiera. 
Chi ora tace per paura sfogherebbe in un attimo la propria rabbia.
Chi brama e trama per un posto al sole non esiterebbe un secondo a saltare sul carro del vincitore.
Tutta questa struttura misericordiosa mi ricorda un po' il classico gigante con i piedi di argilla o, se vogliamo, il più banale castello di sabbia.
Le rimozioni e gli inviti alle dimissioni mi ricordano, invece, uno dei capolavori di Agatha Christie, "Dieci piccoli indiani".
Chi ha letto il libro o ha visto una delle tante rappresentazioni teatrali e cinematografiche sa benissimo come la storia va a finire :-)
R.

Dialogo e misericordia colpiscono ancora. Dimesso il teologo Thomas Weinandy (Tosatti e Magister)

Clicca qui per leggere la notizia e il commento di Marco Tosatti.
Qui il testo della lettera di Thomas Weinandy.

giovedì 2 novembre 2017

Benedetto XVI: La morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo (YouTube)



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Il 3 novembre 2012, in occasione della Santa Messa in suffragio dei vescovi e dei cardinali defunti durante l'anno, Benedetto XVI tenne un'omelia sul vero significato della morte per un cristiano.
Il testo si trova qui.
Oggi ricordiamo particolarmente tutti i nostri cari defunti che si sono addormentati nell'attesa della Risurrezione e in modo speciale la nostra Mariateresa.
Grazie come sempre a Gemma per il video!
R.

La trascrizione:

"Nei nostri cuori è presente e vivo il clima della comunione dei Santi e della commemorazione dei fedeli defunti, che la liturgia ci ha fatto vivere in modo intenso nelle celebrazioni dei  giorni scorsi. 
In particolare, la visita ai cimiteri ci ha permesso di rinnovare il legame con le persone care che ci hanno lasciato; la morte, paradossalmente, conserva ciò che la vita non può trattenere. 
Come i nostri defunti hanno vissuto, che cosa hanno amato, temuto e sperato, che cosa hanno rifiutato, lo scopriamo, infatti, in modo singolare proprio dalle tombe, che sono rimaste quasi come uno specchio della loro esistenza, del loro mondo: esse ci interpellano e ci inducono a riannodare un dialogo che la morte ha messo in crisi. 
Così, i luoghi della sepoltura costituiscono come una sorta di assemblea, nella quale i vivi incontrano i propri defunti e con loro rinsaldano i vincoli di una comunione che la morte non ha potuto interrompere. 
E qui a Roma, in quei cimiteri peculiari che sono le catacombe, avvertiamo, come in nessun altro luogo, i legami profondi con la cristianità antica, che sentiamo così vicina. Quando ci inoltriamo nei corridoi delle catacombe romane - come pure in quelli dei cimiteri delle nostre città e dei nostri paesi -, è come se noi varcassimo una soglia immateriale ed entrassimo in comunicazione con coloro che lì custodiscono il loro passato, fatto di gioie e di dolori, di sconfitte e di speranze. Ciò avviene, perché la morte riguarda l’uomo di oggi esattamente come quello di allora; e anche se tante cose dei tempi passati ci sono diventate estranee, la morte è rimasta la stessa.

Di fronte a questa realtà, l’essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio. 
Ma come rispondiamo noi cristiani alla questione della morte? Rispondiamo con la fede in Dio, con uno sguardo di solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Allora la morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo. La fede ci dice che la vera immortalità alla quale aspiriamo non è un’idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore, e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l’intera creazione. 
La nostra speranza allora riposa sull’amore di Dio che risplende nella Croce di Cristo e che fa risuonare nel cuore le parole di Gesù al buon ladrone: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). 
Questa è la vita giunta alla sua pienezza: quella in Dio; una vita che noi ora possiamo soltanto intravedere come si scorge il cielo sereno attraverso la nebbia".

mercoledì 1 novembre 2017

Benedetto XVI ai giovani inglesi: "Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi di seconde scelte. Vi sto chiedendo di non perseguire un obiettivo limitato, ignorando tutti gli altri" (YouTube)



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Il 17 settembre 2010, in occasione del suo Viaggio Apostolico nel Regno Unito, Benedetto XVI incontrò gli studenti delle scuole e dei collegi cattolici del Regno Unito. Parlò in maniera splendida della santità e invitò tutti ad aspirare ad essa.
Il testo integrale si trova qui.
Grazie a Gemma per il bellissimo lavoro :-)


Ecco la trascrizione del testo del video:

"Non capita spesso ad un Papa — in verità nemmeno a qualsiasi altra persona — l’opportunità di parlare contemporaneamente agli studenti di tutte le scuole cattoliche dell’Inghilterra, del Galles e della Scozia. E dal momento che ora io ho questa possibilità, c’è qualcosa che mi sta davvero molto a cuore di dirvi. Ho la speranza che fra voi che oggi siete qui ad ascoltarmi vi siano alcuni dei futuri santi del ventunesimo secolo. La cosa che Dio desidera maggiormente per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli vi ama molto più di quanto voi possiate immaginare e desidera per voi il massimo. E la cosa migliore di tutte per voi è di gran lunga il crescere in santità.
Forse alcuni di voi non ci hanno mai pensato prima d’ora. Forse alcuni pensano che essere santi non sia per loro. Lasciatemi spiegare cosa intendo dire. Quando si è giovani, si è soliti pensare a persone che stimiamo e ammiriamo, persone alle quali vorremmo assomigliare. Potrebbe trattarsi di qualcuno che incontriamo nella nostra vita quotidiana e che teniamo in grande stima. Oppure potrebbe essere qualcuno di famoso. Viviamo in una cultura della celebrità ed i giovani sono spesso incoraggiati ad avere come modello figure del mondo dello sport o dello spettacolo. Io vorrei farvi questa domanda: quali sono le qualità che vedete negli altri e che voi stessi vorreste maggiormente possedere? Quale tipo di persona vorreste davvero essere?

Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi di seconde scelte. Vi sto chiedendo di non perseguire un obiettivo limitato, ignorando tutti gli altri. Avere soldi rende possibile essere generosi e fare del bene nel mondo, ma, da solo, non è sufficiente a renderci felici. Essere grandemente dotati in alcune attività o professioni è una cosa buona, ma non potrà mai soddisfarci, finché non puntiamo a qualcosa di ancora più grande. Potrà renderci famosi, ma non ci renderà felici. La felicità è qualcosa che tutti desideriamo, ma una delle grandi tragedie di questo mondo è che così tanti non riescono mai a trovarla, perché la cercano nei posti sbagliati. La soluzione è molto semplice: la vera felicità va cercata in Dio. 

Abbiamo bisogno del coraggio di porre le nostre speranze più profonde solo in Dio: non nel denaro, in una carriera, nel successo mondano, o nelle nostre relazioni con gli altri, ma in Dio. Lui solo può soddisfare il bisogno più profondo del nostro cuore.
Dio non solo ci ama con una profondità e intensità che difficilmente possiamo immaginare: egli ci invita a rispondere a questo amore. Tutti voi sapete cosa accade quando incontrate qualcuno di interessante e attraente, come desideriate essere amici di quella persona. Sperate sempre che quella persona vi trovi a sua volta interessanti ed attraenti e voglia fare amicizia con voi. Dio desidera la vostra amicizia. E, una volta che voi siete entrati in amicizia con Dio, ogni cosa nella vostra vita inizia a cambiare. Mentre giungete a conoscerlo meglio, vi rendete conto di voler riflettere nella vostra stessa vita qualcosa della sua infinita bontà. Siete attratti dalla pratica della virtù. Incominciate a vedere l’avidità e l’egoismo, e tutti gli altri peccati, per quello che realmente sono, tendenze distruttive e pericolose che causano profonda sofferenza e grande danno, e volete evitare di cadere voi stessi in quella trappola. Incominciate a provare compassione per quanti sono in difficoltà e desiderate fare qualcosa per aiutarli. Desiderate venire in aiuto al povero e all’affamato, confortare il sofferente, essere buoni e generosi. Quando queste cose iniziano a starvi a cuore, siete già pienamente incamminati sulla via della santità".

Benedetto XVI: per me sono "indicatori di strada" le persone buone...che non saranno mai canonizzate (YouTube)



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Nell'udienza generale del 13 maggio 2011 Benedetto XVI dedica la catechesi alla "santità" ed aggiunge un bellissimo brano "a braccio" riproposto in questo video. La frase esatta (troncata nel titolo) è la seguente: "In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono "indicatori di strada", ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità".

BUONA FESTA DI OGNISSANTI A TUTTI :-)

Grazie a Gemma per il video.

venerdì 27 ottobre 2017

Una preghiera per una cara amica del blog volata prematuramente in Cielo

Cari amici,
purtroppo oggi è un giorno molto triste per tutti.
Una nostra carissima amica, Mariateresa, che per tanti anni è stata con noi sul blog e che ha sempre nutrito una stima e un affetto profondissimi per Papa Benedetto, è prematuramente scomparsa.
Non ci sono molte parole da dire in queste circostanze. Conta solo la preghiera e il nostro abbraccio virtuale alla famiglia.
Recitiamo quindi tutti una preghiera per Mariateresa ricordando la sua grande intelligenza e la carica di ironia e di simpatia che per tanto tempo ci ha regalato.
Riposa in pace, amica carissima!
Il blog

lunedì 23 ottobre 2017

Benedetto XVI a Verona: In un mondo che cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre la stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza (YouTube)



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Il 19 ottobre 2006, in occasione del IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia, Benedetto XVI si recò a Verona. Celebrò la Santa Messa davanti a migliaia di fedeli e tenne un'omelia straordinaria, una delle pietre miliari del suo Pontificato. Riletta oggi, ha una portata profetica eccezionale anche in considerazione della confusione attuale.
Grazie come sempre a Gemma per il lavoro :-)
Il testo è consultabile qui.

In particolare:

"Dal giorno della Pentecoste, infatti, la luce del Signore risorto ha trasfigurato la vita degli Apostoli. 
Essi ormai avevano la chiara percezione di non essere semplicemente discepoli di una dottrina nuova ed interessante, ma testimoni prescelti e responsabili di una rivelazione a cui era legata la salvezza dei loro contemporanei e di tutte le future generazioni. 
La fede pasquale riempiva il loro cuore di un ardore e di uno zelo straordinario, che li rendeva pronti ad affrontare ogni difficoltà e persino la morte, ed imprimeva alle loro parole un'irresistibile energia di persuasione. E così, un manipolo di persone, sprovviste di umane risorse e forti soltanto della loro fede, affrontò senza paura dure persecuzioni e il martirio. Scrive l'apostolo Giovanni: "Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5, 4b). La verità di quest'affermazione è documentata anche in Italia da quasi due millenni di storia cristiana, con innumerevoli testimonianze di martiri, di santi e beati, che hanno lasciato tracce indelebili in ogni angolo della bella Penisola nella quale viviamo. Alcuni di loro sono stati evocati all'inizio del Convegno e i loro volti ne accompagnano i lavori.
Noi oggi siamo gli eredi di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio da questa costatazione nasce la domanda: che ne è della nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla? 
La certezza che Cristo è risorto ci assicura che nessuna forza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Ci anima anche la consapevolezza che soltanto Cristo può pienamente soddisfare le attese profonde di ogni cuore umano e rispondere agli interrogativi più inquietanti sul dolore, l'ingiustizia e il male, sulla morte e l'aldilà. 
Dunque, la nostra fede è fondata, ma occorre che questa fede diventi vita in ciascuno di noi. C'è allora un vasto e capillare sforzo da compiere perché ogni cristiano si trasformi in "testimone" capace e pronto ad assumere l'impegno di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima (cfr 1 Pt 3, 15). Per questo occorre tornare ad annunciare con vigore e gioia l'evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del Cristianesimo, fulcro portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo umano. Solo da Dio può venire il cambiamento decisivo del mondo. Soltanto a partire dalla Risurrezione si comprende la vera natura della Chiesa e della sua testimonianza, che non è qualcosa di staccato dal mistero pasquale, bensì ne è frutto, manifestazione e attuazione da parte di quanti, ricevendo lo Spirito Santo, sono inviati da Cristo a proseguire la sua stessa missione (cfr Gv 20, 21-23).
"Testimoni di Gesù risorto": questa definizione dei cristiani deriva direttamente dal brano del Vangelo di Luca oggi proclamato, ma anche dagli Atti degli Apostoli (cfr At 1, 8.22). Testimoni di Gesù risorto. Quel "di" va capito bene! Vuol dire che il testimone è "di" Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di Lui, farLo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua presenza. È esattamente il contrario di quello che avviene per l'altra espressione: "speranza del mondo". 
Qui la preposizione "del" non indica affatto appartenenza, perché Cristo non è del mondo, come pure i cristiani non devono essere del mondo. La speranza, che è Cristo, è nel mondo, è per il mondo, ma lo è proprio perché Cristo è Dio, è "il Santo" (in ebraico Qadosh). Cristo è speranza per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è Dio
Anche i cristiani possono portare al mondo la speranza, perché sono di Cristo e di Dio nella misura in cui muoiono con Lui al peccato e risorgono con Lui alla vita nuova dell'amore, del perdono, del servizio, della non-violenza. Come dice sant'Agostino: "Hai creduto, sei stato battezzato: è morta la vita vecchia, è stata uccisa sulla croce, sepolta nel battesimo. È stata sepolta la vecchia, nella quale malamente sei vissuto: risorga la nuova" (Sermone Guelf. IX, in M. Pellegrino, Vox Patrum, 177). Solo se, come Cristo, non sono del mondo, i cristiani possono essere speranza nel mondo e per il mondo.
Cari fratelli e sorelle, il mio augurio, che sicuramente voi tutti condividete, è che la Chiesa in Italia possa ripartire da questo Convegno come sospinta dalla parola del Signore risorto che ripete a tutti e a ciascuno: siate nel mondo di oggi testimoni della mia passione e della mia risurrezione (cfr Lc 24, 48). 
In un mondo che cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre la stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza! Nel suo nome recate a tutti l'annuncio della conversione e del perdono dei peccati, ma date voi per primi testimonianza di una vita convertita e perdonata. Sappiamo bene che questo non è possibile senza essere "rivestiti di potenza dall'alto" (Lc 24, 49), cioè senza la forza interiore dello Spirito del Risorto. 
Per riceverla occorre, come disse Gesù ai discepoli, non allontanarsi da Gerusalemme, rimanere nella "città" dove si è consumato il mistero della salvezza, il supremo Atto d'amore di Dio per l'umanità. Occorre rimanere in preghiera con Maria, la Madre che Cristo ci ha donato dalla Croce. Per i cristiani, cittadini del mondo, restare in Gerusalemme non può che significare rimanere nella Chiesa, la "città di Dio", dove attingere dai Sacramenti l'"unzione" dello Spirito Santo.

Un abbraccio filiale al card. Robert Sarah

Cari amici,
non servono molte parole: solo la preghiera e un abbraccio filiale al card. Sarah.
Per me valgono le parole espresse da Benedetto XVI nei confronti del porporato a proposito della liturgia che con lui è (era?) in buone mani.
Intensifichiamo la preghiera in questo momento di grande confusione. Ciò che trovo veramente indegna è la soddisfazione di tanti che sui social godono del linciaggio mediatico contro il cardinale. Visto che non siamo cambiati noi ma sono cambiati gli altri, possiamo serenamente affermare di conoscere bene quel tipo di linciaggio (perpetrato per tanti anni nei confronti di Ratzinger) e non possiamo né potremo mai unirci al coro degli araldi soddisfatti. Pensiamo solo a che cosa sarebbe accaduto se Papa Benedetto avesse richiamato all'ordine uno dei tanti vescovi e cardinali che si opponevano al suo Magistero...
R.

LA VICENDA

venerdì 20 ottobre 2017

Benedetto XVI a Verona per il IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia (19 ottobre 2006)



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Un video che raccoglie alcune delle immagini più belle della visita di Benedetto XVI a Verona in occasione del IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia (19 ottobre 2006).
Particolarmente intensi i saluti finali che il Papa riservò ai tantissimi fedeli accorsi.
Grazie come sempre a Gemma.
Prestissimo potremmo rivedere e riascoltare una pietra miliare del Pontificato di Benedetto: l'omelia di Verona :-)
R.

martedì 10 ottobre 2017

Il Vangelo secondo Scalfari a cui dovremmo aderire in nome del dialogo?

Clicca qui per leggere la lettera di "pezzo grosso" a Marco Tosatti.
A forza di scuotere la testa mi verrà un bel torcicollo.
Ai vangeli vari dei fondatori, ai portavoce che tacciono e, in generale, a chi preferisce gli applausi alla Verità, io antepongo il Rosario recitato dai nostri fratelli polacchi.
R.

lunedì 9 ottobre 2017

Benedetto XVI in preghiera e adorazione al Santuario di Altötting (11.09.2006). La preghiera del blog per il Santo Padre



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In occasione del suo Viaggio Apostolico in Baviera, nel settembre del 2006, Benedetto XVI si recò nel "cuore pulsante" della sua terra, presso il Santuario di Altötting, a lui particolarmente caro.
Dopo avere celebrato la Santa Messa, il Papa si soffermò in adorazione del Santissimo Sacramento.
Grazie come sempre a Gemma per il video.
Come il Papa, anche noi, ci poniamo in ginocchio davanti al Santissimo Sacramente e rivolgiamo una preghiera a Dio affinché protegga e preservi Papa Benedetto.
Un abbraccio di cuore
Il blog.

venerdì 6 ottobre 2017

Trento e Lutero per me pari sono. Un'indagine choc su cattolici e protestanti (Magister)

Clicca qui per leggere l'articolo.
Voglio essere sincera: queste notizie, gravissime, non mi sorprendono più e di certo non me la prendo come un tempo. Quando passerò alla totale indifferenza, dovrò pormi due o tre domande...
R.

martedì 26 settembre 2017

Benedetto XVI presiede il Concistoro per la creazione di 15 nuovi cardinali (24 marzo 2006)



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Il 24 marzo 2006 Benedetto XVI presiedette il Concistoro per la creazione di 15 nuovi cardinali (12 elettori e 3 ultraottantenni), fra i quali il compianto cardinale Carlo Caffarra. Qui il video con l'omelia tenuta in quella occasione.
Fu lo stesso Papa a dare l'annuncio del Concistoro alla fine dell'udienza generale del 22 febbraio 2006, Solennità della Cattedra di San Pietro.
Grazie come sempre a Gemma :-)
Di seguito le parole di Benedetto XVI.

Ecco i nomi dei nuovi Cardinali: 

1. Mons. WILLIAM JOSEPH LEVADA, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; 
2. Mons. FRANC RODÉ, C.M., Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; 
3. Mons. AGOSTINO VALLINI, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica; 
4. Mons. JORGE LIBERATO UROSA SAVINO, Arcivescovo di Caracas; 
5. Mons. GAUDENCIO B. ROSALES, Arcivescovo di Manila; 
6. Mons. JEAN-PIERRE RICARD, Arcivescovo di Bordeaux; 
7. Mons. ANTONIO CAÑIZARES LLOVERA, Arcivescovo di Toledo; 
8. Mons. NICOLAS CHEONG-JIN-SUK, Arcivescovo di Seoul; 
9. Mons. SEAN PATRICK O'MALLEY, O.F.M. Cap., Arcivescovo di Boston; 
10. Mons. STANISLAW DZIWISZ, Arcivescovo di Cracovia; 
11. Mons. CARLO CAFFARRA, Arcivescovo di Bologna; 
12. Mons. JOSEPH ZEN ZE-KIUN, S.D.B., Vescovo di Hong Kong.

Ho deciso inoltre di elevare alla dignità cardinalizia tre ecclesiastici di età superiore agli ottant'anni, in considerazione dei servizi da essi resi alla Chiesa con esemplare fedeltà ed ammirevole dedizione. 
Essi sono: 

1. Mons. ANDREA CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO, Arciprete della Basilica di S. Paolo fuori le Mura; 
2. Mons. PETER POREKU DERY, Arcivescovo emerito di Tamale (Ghana); 
3. P. ALBERT VANHOYE, S.I., il quale fu benemerito Rettore del Pontificio Istituto Biblico e Segretario della Pontificia Commissione Biblica. Un grande esegeta.

lunedì 25 settembre 2017

Vaticano, bloccato il sito www.correctiofilialis.org. Autogol da brividi. Riflessioni (R.). La nota del vaticano

Clicca qui per leggere l'incredibile notizia che merita qualche riflessione per punti.

1) Siamo di fronte a un autogol mediatico di proporzioni enormi (altro che le presunte "gaffes" comunicative, peraltro costruite a tavolino dentro e fuori le "sacre" stanze, dei bei tempi di Benedetto XVI). Grazie a questa trovata anche i siti, che fino a poco fa ignoravano completamente la "correzione filiale" per non urtare la pax mediatica, sono ora costretti a rilanciare lo scoop parlando, di conseguenza, anche della notizia nascosta. Il sito del Corriere ne fa l'apertura. Repubblica sta ancora cercando di metabolizzare il tutto. Ne sta parlando addirittura il Tg5.

2) Davvero si pensa che bloccare i pc servirà a scoraggiare chi vuole aderire all'iniziativa? Sono tutti forse prigionieri in vaticano? Se uno vuole firmare, basta che usi il suo smartphone personale o esca dalle Mura (eh sì perché in vaticano ci sono!) e si colleghi al sito.

3) L'iniziativa vaticana "rischia" comunque di mettere finalmente a nudo le contraddizioni fra una misericordia sbandierata e una pratica quotidiana completamente diversa.

4) Infine...pensiamo a che cosa sarebbe successo se il vaticano avesse bloccato i computer interni dal 2005 al 2013. Avremmo visto vesti stracciate, capelli strappati, interviste a destra e a manca. Sono sicura che qualcuno sta già pensando alla difesa d'ufficio anche se stavolta sarà davvero dura giustificare una cosa del genere.

LA REPLICA DEL VATICANO:

Vaticano: "Nessun blocco a sito che accusa Papa di eresie"

domenica 24 settembre 2017

Amoris Laetitia, la "correzione filiale" scritta da 62 studiosi (Tosatti e Magister)

Clicca qui per leggere il post di Marco Tosatti e qui per quello di Sandro Magister.
A questo link il testo integrale del documento (in inglese).
Buona domenica a tutti :-)
R.

venerdì 22 settembre 2017

Mettiamo i puntini sulle "i" sul caso Inzoli. Ratzinger campione nella lotta agli abusi anche in questo caso (R.)

Clicca qui per leggere il commento, puntuale e preciso, di Sandro Magister.
Innanzitutto non possiamo non stigmatizzare il comportamento di chi mette le notizie scomode sotto il cestino della carta straccia.
Dalle parole pronunciate ieri e dal commento di giornali online e agenzie è del tutto scomparso il riferimento a Benedetto XVI e alla Congregazione per la dottrina della fede.
Sembra quasi che nel 2014 Inzoli attendesse ancora la pena (da parte della chiesa) e che, fra due soluzioni, sia stata scelta quella più magnanima.
E invece no!
Nel 2012 Inzoli fu ridotto allo stato laicale da Benedetto XVI con provvedimento della CDF (Mueller!).
Nel 2014 quella decisione è stata rivista, cancellata ed a Inzoli è stata comminata una pena più lieve salvo poi ripensamento (forse perché qualcuno aveva sollevato il caso sui media?) nel 2017.
Peccato che non ci sia alcun riferimento a Ratzinger e alla sua condotta irreprensibile contro i pedofili.
Piaccia o non piaccia, dia fastidio o meno, è Benedetto XVI il campione della lotta alla pedofilia nella chiesa. Almeno se ne prenda atto!
R.

giovedì 21 settembre 2017

Concistoro 2006 per la creazione di 15 cardinali (fra cui Carlo Caffarra). Benedetto XVI: Il primo “Servo dei servi di Dio” è dunque Gesù. Dietro di Lui, e uniti a Lui, gli Apostoli; e tra questi, in modo speciale, Pietro, al quale il Signore ha affidato la responsabilità di guidare il suo gregge



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Il 24 marzo 2006 Benedetto XVI creò quindici nuovi cardinali fra cui il compianto Carlo Caffarra, allora arcivescovo di Bologna. In quella occasione tenne un'omelia molto intensa sul compito del Papa, dei vescovi e dei cardinali.
Grazie come sempre a Gemma :-)

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO PER LA CREAZIONE DI NUOVI CARDINALI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Piazza San Pietro
Venerdì, 24 marzo 2006

Venerati Cardinali, Patriarchi e Vescovi,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!

In questa vigilia della solennità dell’Annunciazione del Signore, il clima penitenziale della Quaresima lascia spazio alla festa: oggi, infatti, il Collegio dei Cardinali si arricchisce di quindici nuovi membri. Anzitutto a voi, cari Fratelli, che ho avuto la gioia di creare Cardinali, rivolgo il mio saluto con viva cordialità, mentre ringrazio il Card. William Joseph Levada per i sentimenti e i pensieri che a nome di tutti voi mi ha poc’anzi espresso. Sono lieto poi di salutare gli altri Signori Cardinali, i venerati Patriarchi, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose e i numerosi fedeli, in modo particolare i familiari, qui convenuti per fare corona, nella preghiera e nella gioia cristiana, ai nuovi Porporati. Con speciale riconoscenza accolgo le distinte Autorità governative e civili, che rappresentano diverse Nazioni e Istituzioni. Il Concistoro Ordinario pubblico è un avvenimento che manifesta con grande eloquenza la natura universale della Chiesa, diffusa in ogni angolo del mondo per annunciare a tutti la Buona Novella di Cristo Salvatore. L’amato Giovanni Paolo II ne celebrò ben nove, contribuendo così in maniera determinante a rinnovare il Collegio Cardinalizio, secondo gli orientamenti che il Concilio Vaticano II e il Servo di Dio Paolo VI avevano dato. Se è vero che nel corso dei secoli molte cose sono mutate per quanto concerne il Collegio cardinalizio, non sono però cambiate la sostanza e la natura essenziale di questo importante organismo ecclesiale. Le sue antiche radici, il suo sviluppo storico e l’odierna sua composizione ne fanno veramente una sorta di “Senato”, chiamato a cooperare strettamente con il Successore di Pietro nell’adempimento dei compiti connessi con l’universale suo ministero apostolico.

La Parola di Dio, che poc’anzi è stata proclamata, ci porta indietro nel tempo. Con l’evangelista Marco siamo risaliti all’origine stessa della Chiesa e, in particolare, all’origine del ministero petrino. Con gli occhi del cuore abbiamo rivisto il Signore Gesù, a lode e gloria del quale l’atto che stiamo compiendo è totalmente orientato e dedicato. Egli ci ha detto parole che ci hanno richiamato alla mente la definizione del Romano Pontefice cara a san Gregorio Magno: “Servus servorum Dei”. Infatti, Gesù, spiegando ai dodici Apostoli che la loro autorità avrebbe dovuto essere esercitata in modo ben diverso da quello dei “capi delle nazioni”, riassume tale modalità nello stile del servizio: “Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore (διάκονος); e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti (qui Gesù usa la parola più forte: δουλος)” (Mc 10,43-44). La totale e generosa disponibilità nel servire gli altri è il segno distintivo di chi nella Chiesa è posto in autorità, perché così è stato per il Figlio dell’uomo, il quale non venne “per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45). Pur essendo Dio, anzi, spinto proprio dalla sua divinità, Egli assunse la forma di servo – “formam servi” -, come mirabilmente si esprime l’inno a Cristo contenuto nella Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-7).

Il primo “Servo dei servi di Dio” è dunque Gesù. Dietro di Lui, e uniti a Lui, gli Apostoli; e tra questi, in modo speciale, Pietro, al quale il Signore ha affidato la responsabilità di guidare il suo gregge. Compito del Papa è di farsi per primo servitore di tutti. La testimonianza di tale atteggiamento emerge chiaramente dalla prima Lettura di questa Liturgia, che ci ripropone un’esortazione di Pietro ai “presbiteri” e agli anziani della comunità (cfr 1 Pt 5,1). E’ un’esortazione fatta con quell’autorità che all’Apostolo deriva dall’essere stato testimone delle sofferenze di Cristo, Buon Pastore. Si sente che le parole di Pietro provengono dall’esperienza personale del servizio al gregge di Dio, ma prima e più ancora si fondano sull’esperienza diretta del comportamento di Gesù: del suo modo di servire fino al sacrificio di sé, del suo umiliarsi fino alla morte e alla morte di croce, confidando solo nel Padre, che lo ha esaltato al tempo opportuno. Pietro, come Paolo, è stato intimamente “conquistato” da Cristo – “comprehensus sum a Christo Iesu” (cfr Fil 3,12) -, e come Paolo può esortare gli anziani con piena autorevolezza, perché non è più lui che vive, ma Cristo vive in lui – “vivo autem iam non ego, vivit vero in me Christus” (Gal 2,20).

Sì, venerati e cari Fratelli, quanto afferma il Principe degli Apostoli si addice particolarmente a chi è chiamato a vestire la porpora cardinalizia: “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” (1 Pt 5,1). Sono parole che, anche nella loro struttura essenziale, richiamano il mistero pasquale, particolarmente presente al nostro cuore in questi giorni di Quaresima. San Pietro le riferisce a se stesso in quanto “anziano come loro” (συμπρεσβύτερος), lasciando con ciò intendere che l’anziano nella Chiesa, il presbitero, per l’esperienza accumulata negli anni e per le prove affrontate e superate, deve essere particolarmente “sintonizzato” con l’intimo dinamismo del mistero pasquale. Quante volte, cari Fratelli che avete poc'anzi ricevuto la dignità cardinalizia, avete trovato in queste parole motivo di meditazione e di spirituale stimolo a seguire le orme del Signore crocifisso e risorto! Esse avranno un’ulteriore e impegnativa conferma in ciò che la nuova responsabilità esigerà da voi. Più strettamente legati al Successore di Pietro, sarete chiamati a collaborare con lui nell’adempimento del suo peculiare servizio ecclesiale, e ciò significherà per voi una più intensa partecipazione al mistero della Croce nella condivisione delle sofferenze di Cristo. E noi tutti siamo realmente testimoni delle sue sofferenze oggi, nel mondo e anche nella Chiesa, e proprio così siamo anche partecipi della sua gloria. Questo vi consentirà di attingere più abbondantemente alle sorgenti della grazia e di diffonderne intorno a voi più efficacemente i frutti benefici.

Venerati e cari Fratelli, vorrei riassumere il senso di questa vostra nuova chiamata nella parola che ho posto al centro della mia prima Enciclica: caritas. Essa ben si associa anche al colore dell’abito cardinalizio. La porpora che indossate sia sempre espressione della caritas Christi, stimolandovi ad un amore appassionato per Cristo, per la sua Chiesa e per l’umanità. Avete ora un ulteriore motivo per cercare di rivivere gli stessi sentimenti che spinsero il Figlio di Dio fatto uomo a versare il suo sangue in espiazione dei peccati dell’intera umanità. Conto su di voi, venerati Fratelli, conto sull’intero Collegio di cui entrate a far parte, per annunciare al mondo che “Deus caritas est”, e per farlo anzitutto mediante la testimonianza di sincera comunione tra i cristiani: “Da questo – disse Gesù – tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Conto su di voi, cari Fratelli Cardinali, per far sì che il principio della carità possa irradiarsi e riesca a vivificare la Chiesa in ogni grado della sua gerarchia, in ogni Comunità e Istituto religioso, in ogni iniziativa spirituale, apostolica e di animazione sociale. Conto su di voi affinché il comune sforzo di fissare lo sguardo sul Cuore aperto di Cristo renda più sicuro e spedito il cammino verso la piena unità dei cristiani. Conto su di voi perché, grazie all’attenta valorizzazione dei piccoli e dei poveri, la Chiesa offra al mondo in modo incisivo l’annuncio e la sfida della civiltà dell’amore. Tutto questo mi piace vedere simboleggiato nella porpora di cui siete insigniti. Che essa sia veramente simbolo dell’ardente amore cristiano che traspare dalla vostra esistenza.

Affido questo auspicio alle mani materne della Vergine di Nazaret, dalla quale il Figlio di Dio prese il sangue che avrebbe poi versato sulla Croce come testimonianza suprema della sua carità. Nel mistero dell’Annunciazione, che ci apprestiamo a celebrare, ci viene rivelato che per opera dello Spirito Santo il Verbo divino si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Per intercessione di Maria, scenda abbondante sui nuovi Cardinali e su tutti noi l’effusione dello Spirito di verità e di carità affinché, sempre più pienamente conformi a Cristo, possiamo dedicarci instancabilmente all’edificazione della Chiesa e alla diffusione del Vangelo nel mondo. 

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