mercoledì 31 agosto 2016
Benedetto XVI a Sydney: la vita è una ricerca del vero, del bene e del bello (YouTube)
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Il 15 luglio 2008 iniziava la XXIII Giornata mondiale della gioventù a Sydney. Benedetto XVI raggiungeva la metropoli australiana via mare su un battello in compagnia di moltissimi giovani e veniva accolto da una folla oceanica di giovani.
Durante la Festa di accoglienza Benedetto XVI tenne un bellissimo discorso attualissimo per le tematiche affrontate.
Grazie come sempre a Gemma :-)
R.
FESTA DI ACCOGLIENZA DEI GIOVANI
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Molo di Barangaroo di Sydney
Giovedì, 17 luglio 2008
Cari giovani,
quale gioia è potervi salutare qui a Barangaroo, sulle sponde della magnifica baia di Sydney, con il famoso ponte e l’Opera House. Molti di voi sono di questo Paese, dall’interno o dalle dinamiche comunità multiculturali delle città australiane. Altri di voi sono giunti dalle isole sparse dell’Oceania, altri ancora dall’Asia, dal Medio Oriente, dall’Africa e dalle Americhe. Un certo numero di voi, in verità, è arrivato da così lontano quanto me, dall’Europa! Qualunque sia il Paese da cui proveniamo, finalmente siamo qui, a Sydney! E insieme siamo presenti in questo nostro mondo come famiglia di Dio, quali discepoli di Cristo, confermati dal suo Spirito per essere testimoni del suo amore e della sua verità davanti a tutti.
Desidero anzitutto ringraziare gli Anziani degli Aborigeni che mi hanno dato il benvenuto prima che io salissi sul battello nella Rose Bay. Sono profondamente commosso di trovarmi nella vostra terra, sapendo delle sofferenze e delle ingiustizie che essa ha sopportato, ma cosciente anche del risanamento e della speranza ora in atto, di cui giustamente tutti i cittadini australiani possono essere fieri. Ai giovani indigeni – aborigeni e abitanti delle Isole dello Stretto di Torres – e Tokelauani esprimo il mio grazie per il toccante benvenuto. Attraverso di voi, invio cordiali saluti ai vostri popoli.
Signor Cardinale Pell e Mons. Arcivescovo Wilson: vi ringrazio per le vostre calde espressioni di benvenuto. So che i vostri sentimenti riecheggiano nel cuore dei giovani qui radunati questa sera, e perciò vi ringrazio tutti. Di fronte a me vedo un’immagine vibrante della Chiesa universale. La varietà di Nazioni e di culture dalle quali voi provenite dimostra che davvero la Buona Novella di Cristo è per tutti e per ciascuno; essa ha raggiunto i confini della terra. E tuttavia so anche che un buon numero fra voi è tuttora alla ricerca di una patria spirituale. Alcuni fra voi, assolutamente benvenuti tra noi, non sono cattolici o cristiani. Altri tra voi, forse, si muovono ai confini della vita della parrocchia e della Chiesa. A voi desidero offrire il mio incoraggiamento: avvicinatevi all’amorevole abbraccio di Cristo; riconoscete la Chiesa come vostra casa. Nessuno è obbligato a rimanere all’esterno, poiché dal giorno di Pentecoste la Chiesa è una e universale.
Questa sera desidero includere anche quanti non sono presenti fra di noi. Penso specialmente ai malati o ai disabili psichici, ai giovani in prigione, a quanti faticano ai margini delle nostre società ed a coloro che per una qualche ragione si sentono alienati dalla Chiesa. A loro dico: Gesù ti è vicino! Sperimenta il suo abbraccio che guarisce, la sua compassione, la sua misericordia!
Quasi duemila anni orsono gli Apostoli, radunati nella sala superiore della casa insieme con Maria (cfr At 1,14) e con alcune donne fedeli, furono riempiti di Spirito Santo (cfr At 2,4). In quello straordinario momento, che segnò la nascita della Chiesa, la confusione e la paura che avevano afferrato i discepoli di Cristo si trasformarono in una vigorosa convinzione e in consapevolezza di uno scopo. Si sentirono spinti a parlare del loro incontro con Gesù risorto, che oramai chiamavano affettuosamente il Signore. In molti modi gli Apostoli erano persone ordinarie. Nessuno poteva affermare di essere il discepolo perfetto. Avevano mancato di riconoscere Cristo (cfr Lc 24,13-32), avevano dovuto vergognarsi della loro ambizione (cfr Lc 22,24-27), lo avevano anche rinnegato (cfr Lc 22,54-62). E tuttavia, quando furono ripieni di Spirito Santo, furono trafitti dalla verità del Vangelo di Cristo e ispirati a proclamarlo senza timore. Rinfrancati, gridarono: pentitevi, fatevi battezzare, ricevete lo Spirito Santo (cfr At 2,37-38)! Fondata sull’insegnamento degli Apostoli, sull’adesione a loro, sullo spezzare il pane e sulla preghiera (cfr At 2,42), la giovane comunità cristiana si fece avanti per opporsi alla perversità della cultura che la circondava (cfr At 2,40), per prendersi cura dei propri membri (cfr At 2,44-47), per difendere la propria fede in Gesù di fronte alle ostilità (cfr At 4,33) e per guarire i malati (cfr At 5,12-16). E in adempimento del comando di Cristo stesso, partirono, testimoniando la storia più grande di tutti i tempi: quella che Dio si è fatto uno di noi, che il divino è entrato nella storia umana per poterla trasformare, e che siamo chiamati ad immergerci nell’amore salvifico di Cristo che trionfa sul male e sulla morte. Nel suo famoso discorso all’areopago, san Paolo introdusse il messaggio così: Dio dona ogni cosa, compresa la vita e il respiro, a ciascuno, così che tutte le Nazioni possano ricercare Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni. Infatti egli non è lontano da ciascuno di noi, poiché in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (cfr At 17, 25-28).
Da quel momento, uomini e donne sono usciti fuori per raccontare la stessa vicenda, testimoniando l’amore e la verità di Cristo, e contribuendo alla missione della Chiesa. Oggi pensiamo a quei pionieri – sacerdoti, suore e frati - che giunsero a questi lidi e in altre parti del Pacifico, dall’Irlanda, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e da altre parti d’Europa. La maggior parte di loro erano giovani, alcuni persino non ancora ventenni, e quando salutarono per sempre i genitori, i fratelli, le sorelle, gli amici, ben sapevano che sarebbe stato improbabile per loro ritornare a casa. Le loro vite furono una testimonianza cristiana priva di interessi egoistici. Divennero umili ma tenaci costruttori di così gran parte dell’eredità sociale e spirituale che ancora oggi reca bontà, compassione e scopo a queste Nazioni. E furono capaci di ispirare un’altra generazione. Viene alla mente immediatamente la fede che sostenne la beata Mary MacKillop nella sua decisa determinazione di educare specialmente i poveri, e il beato Peter To Rot nella sua ferma convinzione che la guida di una comunità deve sempre rifarsi al Vangelo. Pensate anche ai vostri nonni e ai vostri genitori, i vostri primi maestri nella fede. Anch’essi hanno fatto innumerevoli sacrifici di tempo e di energia, mossi dall’amore per voi. Con il sostegno dei sacerdoti e degli insegnanti della vostra parrocchia, essi hanno il compito, non sempre facile ma altamente gratificante, di guidarvi verso tutto ciò che è buono e vero, mediante il loro esempio personale, il loro modo di insegnare e di vivere la fede cristiana.
Oggi è il mio turno. Ad alcuni di noi può sembrare di essere giunti alla fine del mondo! Per le persone della vostra età, comunque, ogni volo è una prospettiva eccitante. Ma per me, questo volo è stato in qualche misura causa di apprensione. E tuttavia la vista del nostro pianeta dall’alto è stata davvero magnifica. Il luccichio del Mediterraneo, la magnificenza del deserto nordafricano, la lussureggiante foresta dell’Asia, la vastità dell’Oceano Pacifico, l’orizzonte sul quale il sole sorge e cala, il maestoso splendore della bellezza naturale dell’Australia, di cui ho potuto godere nei giorni scorsi; tutto ciò suscita un profondo senso di reverente timore. È come se uno catturasse rapide immagini della storia della creazione raccontata nella Genesi: la luce e le tenebre, il sole e la luna, le acque, la terra e le creature viventi. Tutto ciò è “buono” agli occhi di Dio (cfr Gn 1,1–2,4). Immersi in simile bellezza, come si potrebbe non far eco alle parole del Salmista nel lodare il Creatore: “Quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8,2)?
Ma vi è di più, qualcosa di difficile percezione dall’alto dei cieli: uomini e donne creati niente di meno che ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,26). Al cuore della meraviglia della creazione ci siamo voi ed io, la famiglia umana “coronata di gloria e di onore” (cfr Sal 8,6). Quale meraviglia! Con il Salmista sussurriamo: “Che cosa è l’uomo perché te ne curi?” (cfr Sal 8,5). Introdotti nel silenzio, in uno spirito di gratitudine, nella potenza della santità, noi riflettiamo.
Che cosa scopriamo? Forse con riluttanza giungiamo ad ammettere che vi sono anche delle ferite che segnano la superficie della terra: l’erosione, la deforestazione, lo sperpero delle risorse minerali e marine per alimentare un insaziabile consumismo. Alcuni di voi giungono da isole-Stato, la cui esistenza stessa è minacciata dall’aumento dei livelli delle acque; altri da Nazioni che soffrono gli effetti di siccità devastanti. La meravigliosa creazione di Dio viene talvolta sperimentata come una realtà quasi ostile per i suoi custodi, persino come qualcosa di pericoloso. Come può ciò che è “buono” apparire così minaccioso?
E c’è di più. Che dire dell’uomo, del vertice della creazione di Dio? Ogni giorno incontriamo il genio delle conquiste umane. Dai progressi nelle scienze mediche e dalla sapiente applicazione della tecnologia fino alla creatività riflessa nelle arti, in molti modi cresce costantemente la qualità e la soddisfazione della vita della gente. Anche tra voi vi è una pronta disponibilità ad accogliere le abbondanti opportunità che vi vengono offerte. Alcuni di voi eccellono negli studi, nello sport, nella musica, o nella danza e nel teatro, altri tra voi hanno un acuto senso della giustizia sociale e dell’etica e molti di voi si assumono impegni di servizio e di volontariato. Tutti noi, giovani e vecchi, abbiamo momenti nei quali la bontà innata della persona umana - percepibile forse nel gesto di un piccolo bambino o nella disponibilità di un adulto a perdonare - ci riempie di profonda gioia e gratitudine.
E tuttavia tali momenti non durano a lungo. Perciò, ancora, riflettiamo. E scopriamo che non soltanto l’ambiente naturale, ma anche quello sociale - l’habitat che ci creiamo noi stessi - ha le sue cicatrici; ferite che stanno ad indicare che qualcosa non è a posto. Anche qui nelle nostre vite personali e nelle nostre comunità possiamo incontrare ostilità a volte pericolose; un veleno che minaccia di corrodere ciò che è buono, riplasmare ciò che siamo e distorcere lo scopo per il quale siamo stati creati. Gli esempi abbondano, come voi ben sapete. Fra i più in evidenza vi sono l’abuso di alcool e di droghe, l’esaltazione della violenza e il degrado sessuale, presentati spesso dalla televisione e da internet come divertimento. Mi domando come potrebbe uno che fosse posto faccia a faccia con persone che soffrono realmente violenza e sfruttamento sessuale spiegare che queste tragedie, riprodotte in forma virtuale, sono da considerare semplicemente come “divertimento”.
Vi è anche qualcosa di sinistro che sgorga dal fatto che libertà e tolleranza sono così spesso separate dalla verità. Questo è alimentato dall’idea, oggi ampiamente diffusa, che non vi sia una verità assoluta a guidare le nostre vite. Il relativismo, dando valore in pratica indiscriminatamente a tutto, ha reso l’“esperienza” importante più di tutto. In realtà, le esperienze, staccate da ogni considerazione di ciò che è buono o vero, possono condurre non ad una genuina libertà, bensì ad una confusione morale o intellettuale, ad un indebolimento dei principi, alla perdita dell’autostima e persino alla disperazione.
Cari amici, la vita non è governata dalla sorte, non è casuale. La vostra personale esistenza è stata voluta da Dio, benedetta da lui e ad essa è stato dato uno scopo (cfr Gn 1,28)! La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze, per quanto utili molti di tali eventi possano essere. È una ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia. Non lasciatevi ingannare da quanti vedono in voi semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.
Cristo offre di più! Anzi, offre tutto! Solo lui, che è la Verità, può essere la Via e pertanto anche la Vita. Così la “via” che gli Apostoli recarono sino ai confini della terra è la vita in Cristo. È la vita della Chiesa. E l’ingresso in questa vita, nella via cristiana, è il Battesimo.
Questa sera desidero pertanto ricordare brevemente qualcosa della nostra comprensione del Battesimo, prima di considerare domani lo Spirito Santo. Nel giorno del Battesimo Dio vi ha introdotto nella sua santità (cfr 2 Pt 1,4). Siete stati adottati quali figli e figlie del Padre e siete stati incorporati in Cristo. Siete divenuti abitazione del suo Spirito (cfr 1 Cor 6,19). Perciò, verso la fine del rito del Battesimo, il sacerdote si è rivolto ai vostri genitori e ai partecipanti, e chiamandovi per nome ha detto: “Sei diventato nuova creatura” (Rito del Battesimo, 99).
Cari amici, a casa, a scuola, all’università, nei luoghi di lavoro e di svago, ricordatevi che siete creature nuove. Come cristiani, voi siete in questo mondo sapendo che Dio ha un volto umano – Gesù Cristo – la “via” che soddisfa ogni anelito umano, e la “vita” della quale siamo chiamati a dare testimonianza, camminando sempre nella sua luce (cfr ibid., 100). Il compito di testimone non è facile. Vi sono molti, oggi, i quali pretendono che Dio debba essere lasciato “in panchina” e che la religione e la fede, per quanto accettabili sul piano individuale, debbano essere o escluse dalla vita pubblica o utilizzate solo per perseguire limitati scopi pragmatici. Questa visione secolarizzata tenta di spiegare la vita umana e di plasmare la società con pochi riferimenti o con nessun riferimento al Creatore. Si presenta come una forza neutrale, imparziale e rispettosa di ciascuno. In realtà, come ogni ideologia, il secolarismo impone una visione globale. Se Dio è irrilevante nella vita pubblica, allora la società potrà essere plasmata secondo un’immagine priva di Dio. Ma quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l’ordine naturale, lo scopo e il “bene” comincia a svanire. Ciò che ostentatamente è stato promosso come umana ingegnosità si è ben presto manifestato come follia, avidità e sfruttamento egoistico. E così ci siamo resi sempre più conto del bisogno di umiltà di fronte alla delicata complessità del mondo di Dio.
E che dire del nostro ambiente sociale? Siamo ugualmente vigili quanto ai segni del nostro volgere le spalle alla struttura morale di cui Dio ha dotato l’umanità (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2007, 8)? Sappiamo riconoscere che l’innata dignità di ogni individuo poggia sulla sua più profonda identità, quale immagine del Creatore, e che perciò i diritti umani sono universali, basati sulla legge naturale, e non qualcosa dipendente da negoziati o da condiscendenza, men che meno da compromesso? E così siamo condotti a riflettere su quale posto hanno nelle nostre società i poveri, i vecchi, gli immigranti, i privi di voce. Come può essere che la violenza domestica tormenti tante madri e bambini? Come può essere che lo spazio umano più mirabile e sacro, il grembo materno, sia diventato luogo di violenza indicibile?
Cari amici, la creazione di Dio è unica ed è buona. Le preoccupazioni per la non violenza, lo sviluppo sostenibile, la giustizia e la pace, la cura del nostro ambiente sono di vitale importanza per l’umanità. Tutto ciò non può però essere compreso a prescindere da una profonda riflessione sull’innata dignità di ogni vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, una dignità che è conferita da Dio stesso e perciò inviolabile. Il nostro mondo si è stancato dell’avidità, dello sfruttamento e della divisione, del tedio di falsi idoli e di risposte parziali, e della pena di false promesse. Il nostro cuore e la nostra mente anelano ad una visione della vita dove regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità, e dove l’identità sia trovata in una comunione rispettosa. Questa è opera dello Spirito Santo! Questa è la speranza offerta dal Vangelo di Gesù Cristo! È per rendere testimonianza a questa realtà che siete stati ricreati nel Battesimo e rafforzati mediante i doni dello Spirito nella Cresima. Sia questo il messaggio che voi portate da Sydney al mondo!
Mi rivolgo ora con affetto ai giovani di lingua italiana. Cari amici, anche questa volta avete risposto numerosi al mio invito, nonostante le difficoltà dovute alla distanza. Vi ringrazio, e voglio salutare anche i vostri coetanei che dall’Italia sono spiritualmente uniti a noi. Vi invito a vivere con grande impegno interiore queste giornate: aprite il cuore al dono dello Spirito Santo, per essere rafforzati nella fede e nella capacità di rendere testimonianza al Signore risorto. Arrivederci!
[Chers jeunes francophones, poussés par le désir d’approfondir votre foi, vous êtes venus des extrémités de la terre pour vivre à Sydney l’expérience unique et communautaire d’une rencontre privilégiée avec le Seigneur. C’est l’Esprit Saint qui vous a rassemblés ici. Puisse-t-Il vous permettre de expérimenter sa présence dans votre cœur et vous pousser à rendre témoignage avec ardeur de Jésus-Christ mort et ressuscité pour vous!
Liebe Freunde, die ihr mich in meiner Muttersprache versteht, von Herzen grüße ich euch alle. Erweist euch überall als freudige Zeugen der frohmachenden Botschaft Jesu! Sprecht mutig von eurem Glauben, auch wenn ihr zuweilen auf Widerspruch stößt und das Kreuz der Ablehnung erfährt. Der Herr, der für uns ein größeres Kreuz getragen hat, wird euch beistehen. Gott schenke euch eine gute, gesegnete Zeit hier in Australien.
Queridos jóvenes de lengua española, la misión de ser testigos del Señor en todos los lugares de la tierra es una apasionante tarea, que exige acoger su Palabra e identificarse con Él, compartiendo con los demás la alegría de haber encontrado al verdadero amigo que nunca defrauda. Que este reto agrande vuestra generosidad. Un saludo muy cordial a todos.
Queridos amigos dos vários países de língua oficial portuguesa, bem-vindos a Sidney! A todos saúdo com afecto: os de perto e os de longe. Lá, na vossa Pátria, tereis ouvido Jesus segredar-vos: «Sereis minhas testemunhas… até aos confins do mundo» (Act 1, 8). A viagem mais ou menos longa que enfrentastes para chegar até aqui, à Austrália ou – de seu nome cristão completo – «Terra Austral do Espírito Santo», não deixou em vós a sensação de terdes chegado aos confins do mundo? Pois bem! É com grande alegria que o Papa vos acolhe para vos confirmar como testemunhas de Jesus, por Ele acreditadas com o dom do seu próprio Espírito.]
© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana
lunedì 29 agosto 2016
Prof. Joseph Ratzinger: Non fa parte della rivelazione cristiana solo la parola di Dio, ma anche il silenzio di Dio (Da Introduzione al Cristianesimo)

Grazie al grande lavoro della nostra Gemma, possiamo leggere questo brano che definire straordinario e' un eufemismo.
In un momento in cui molti parlano del silenzio di Dio (alcuni a proposito, altri decisamente a sproposito...) è bello rileggere parole così belle e alte.
Il brano è tratto da "Introduzione al Cristianesimo" scritto dall'allora Professor Ratzinger nel 1968.
Particolarmente significativo e' il passaggio sul "silenzio di Dio", straordinariamente importante in questi giorni di dolore e di speranza.
Grazie ancora a Gemma :-)
Raffaella
Introduzione al cristianesimo
parte seconda - Gesù Cristo
2. Lo sviluppo della professione di fede in Cristo negli articoli di fede cristologica
3. << Discese agli inferi >>
Forse nessun articolo di fede suona così estraneo alla nostra coscienza odierna come questo. Assieme alla confessione della nascita di Gesù dalla vergine Maria e dell'Ascensione del Signore al cielo, esso è un forte stimolo alla "demitizzazione", che qui sembra possibile senza alcun pericolo e senza scandali. I pochi passi nei quali la Scrittura sembra dire qualcosa sull'argomento (1 Pt 3,19s; 4,6; Ef 4,9; Rm 10,7; Mt 12,40; At 2,27,31) sono di così difficile comprensione da poter essere facilmente interpretati nelle direzioni più diverse. Sicchè, se alla fine si elimina del tutto l'affermazione, sembra di aver ottenuto il vantaggio di liberarsi di una questione strana e diffcilmente inquadrabile nel nostro pensiero, pur senza rendersi colpevoli di una particolare infedeltà. Ma così facendo, si è davvero guadagnato qualcosa? O non si è piuttosto soltanto evitato di affrontare un aspetto difficile e oscuro del reale? Si può cercare di sfuggire ai problemi semplicemente negandoli, oppure si può cercare di risolverli prendendoli di petto.
La prima via è certo più comoda, ma soltanto la seconda fa progredire.
Invece di accantonare il problema, non dovremmo dunque imparare piuttosto a vedere come questo articolo di fede, al quale nel corso dell'anno liturgico è liturgicamente correlato il Sabato santo, ci interessi oggi più che mai da vicino, in quanto esprime in modo del tutto speciale l'esperienza del nostro tempo?
Al Venerdi santo, il nostro sguardo rimane sempre puntato sul Crocifisso; il Sabato santo, invece, è il giorno della "morte di Dio", il giorno che esprime e anticipa l'ineaudita esperienza del nostro tempo: la sensazione che Dio è semplicemente assente, che la tomba lo ricopre, che egli non è più desto, non parla più, sicchè non c'è più nemmeno bisogno di contestarne l'esistenza, ma si può tranquillamente farne a meno. "Dio è morto, e noi l'abbiamo ucciso" . Questa lapidaria affermazione di Nietzsche appartiene, quanto a linguaggio, alla tradizione della pietà cristiana centrata sulla Passione ed esprime il senso del Sabato santo, la 'discesa agli inferi'.
In relazione a questo articolo mi vengono sempre alla mente due scene bibliche. Innanzitutto quel crudele episodio dell'Antico Testamento , in cui Elia incita i sacerdoti di Baal a impetrare dal loro Dio il fuoco per il sacrificio. Essi lo fanno, ma naturalmente non succede nulla. Allora egli lo schernisce, esattamente come un illuminista sbeffeggia la persona pia, trovandola ridicola quando non ottiene nulla con la sua preghiera. Il profeta li prende in giro, facendo loro osservare che forse non hanno pregato a voce abbastanza alta: "Gridate con voce più alta, perchè certo egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato e in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà!" (1 Re 18,27). Rileggendo oggi questo scherno rivolto ai devoti di Baal , ci si può certamente sentire un pò sconcertati; si può avere la sensazione che ora noi stessi ci troviamo in una situazione del genere, e che quello scherno tocchi ora a noi. Nessun grido sembra più capace di risvegliare Dio. Il razionalista pare tranquillamente autorizzato a dirci: pregate più forte, forse allora il vostro Dio si sveglierà. "Discese nel regno dei morti": questa frase sembra proprio dire la verità della nostra ora, lo sprofondamento di Dio nel mutismo, nel cupo silenzio dell'assente.
Ma accanto alla storia di Elia e alla sua analogia neotestamentaria nel racconto del Signore che dorme durante l'infuriare della tempesta sul lago (Mc 4,35-41 par.), affiora qui alla memoria anche il racconto di Emmaus (lLc 24,13-35). I discepoli sconvolti parlano della morte della loro speranza. Per essi è accaduto quacosa che assomiglia alla morte di Dio: il punto in cui Dio sembrava avere defìnitivamente parlato è stato cancellato.
L'inviato di Dio è morto, e quindi si è fatto il vuoto assoluto. Nulla più risponde. Ma proprio mentre vanno parlando della morte della loro speranza, ormai incapaci di vedere Dio, essi non avvertono che proprio questa speranza è lì viva in mezzo a loro. Non avvertono che 'Dio', o piuttosto l'idea che si erano fatti della sua promessa, doveva morire per poi rivivere più grande di prima. L'immagine che si erano formata di Dio, e nella quale avevano tentato di comprimerlo, doveva essere distrutta perchè essi potessero, per così dire sulle rovine della casa demolita, rivedere il cielo e Quello stesso che resta sempre l'infinitamente più grande.
IL poeta Eichendorff ha formulato questo pensiero con ricchezza di sentimento, in un modo che a noi appare quasi ingenuo, ma è tipico del suo secolo:
Tu sei colui che distrugge con mite mano ciò che noi costruiamo sul nostro capo; e lo fai dolcemente, per farci rivedere il cielo.
Ecco perchè non me ne lamento.
Allo stesso modo, l'articolo di fede sulla discesa del Signore agli inferi ci rammenta come della rivelazione cristiana non faccia parte solo la parola di Dio, ma anche il silenzio di Dio.
Dio non è soltanto la parola comprensibile che viene a noi; è anche il fondamento nascosto e inaccessibile, incompreso e inafferrabile, che si sottrae a noi. Certo, nel cristianesimo c'è un primato del Logos, della Parola, sul silenzio. Dio ha parlato. Dio è parola. Ma non dobbiamo per questo dimenticare la verità del perenne nascondimento di Dio. Solo dopo averlo sperimentato come silenzio, possiamo sperare di percepire anche il suo parlare che risuona nel silenzio. La cristologia procede oltre la croce, il momento in cui si coglie l'amore divino, per entrare nella morte, nel silenzio e nell'occultamento di Dio. Possiamo allora meravigliarci se la chiesa, se la vita stessa del singolo, vengono continuamente introdotte in quest'ora del silenzio, nel dimenticato e accantonato articolo "Discese agli inferi"?
Se si pensa a questo, la questione delle prove dalla 'Scrittura' si risolve da sè. Per lo meno nel grido di Gesù al momento della sua morte: "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" (Mc 15,34), percepiamo il mistero della discesa di Gesù agli inferi come un lampo nell'oscurità della notte. Non dimentichiamo che questa invocazione del Crocifisso è la frase iniziale di una preghiera di Israele (Sal 22(21),2), nella quale si riassumono in maniera toccante l'afflizione e la speranza di questo popolo scelto da Dio e ora da lui abbandonato nel modo apparentemente più desolante. Tale preghiera, che sgorga dalla più profonda afflizione per la tenebra in cui Dio si è avvolto, termina con un inno alla grandezzadi Dio . Anche questo è presente nel grido di morte emesso da Gesù, grido che Ernst Kasermann ha concisamente connotato come una preghiera dall'inferno, come l'ergersi del primo Comandamento nel deserto dell'apparente assenza di Dio: "Il Figlio mantiene ancora salda la fede, anche adesso che la fede sembra divenuta un non -senso e la realtà terrena proclama che Dio è assente, il Dio di cui non per nulla parlano il primo ladrone e la folla schernitrice. Il suo grido non è rivolto alla vita e alla sopravvivenza, non a se stesso, bensì al Padre. Il suo grido si contrappone alla realtà del mondo intero". E allora, abbiamo ancora bisogno di chiederci che significato debba avere la preghiera nella nostra ora di tenebra? Può forse essere qualcosa di diverso dal grido dal profondo, assieme al Signore che è 'disceso agli inferi' e ha riaffermato la vicinanza di Dio proprio nel mezzo dell'abbandono da parte di Dio?
Tentiamo di fare anche un'altra riflessione, per penetrare in questo poliedrico mistero che da un lato solo non è possibile chiarire. Prendiamo innanzitutto atto di una constatazione esegetica. Ci si dice che, nel nostro articolo di fede, la parola 'inferi' ('inferno') sarebbe solo un'errata traduzione di She' ol (in greco Hades), con cui gli ebrei designavano lo stato oltre la morte, che veniva immaginato molto vagamente come una specie di esistenza umbratile, più un non-essere che un essere. Pertanto, la frase avrebbe originariamente significato solo che Gesù era entrato nello She' ol, ossia che era morto. Ora, ciò potrà anche essere assolutamente giusto. Ma resta pur sempre da vedere se la cosa si è così davvero semplificata, divenendo meno misteriosa di prima. Io ritengo, invece, che proprio ora il problema presenti il suo vero volto: la morte e ciò che accade qunado uno muore, ossia quando entra nel regno della morte. Di fronte a questo problema dobbiamo tutti confessare il nostro imbarazzo. Nessuno sa realmente che cosa succeda, perchè tutti viviamo al di qua della morte, non abbiamo alcuna esperienza della morte. Possiamo, però, forse tentare di avvicinarci proprio partendo ancora una volta dal grido di Gesù sulla croce, in cui abbiamo colto il nucleo centrale di ciò che significa la discesa di Gesù agli inferi, la sua partecipazione al destino di morte degli uomini.. In quest'ultima preghiera di Gesù, come del resto anche nella scelta dell'Orto degli ulivi, il nucleo più profondo della sua passione non sembra essere qualche dolore fisico, bensì la radicale solitudine, il completo abbandono. Ora qui viene alla luce, in definitiva, semplicemente l'abissale solitudine dell'uomo: dell'uomo che nel suo intimo è solo. Questa solitudine, che viene si per lo più camuffata in svariati modi, ma che rimane la vera situazione dell'uomo, denota al contempo la più stridente contraddizione con la natura dell'uomo, che non può vivere da solo, ma ha bisogno di essere con gli altri. La solitudine è perciò la regione dell'angoscia, radicata nella condizione di essere abbandonato in cui l'essere si trova, che deve essere e tuttavia è costretto ad affrontare l'impossibile.
Cerchiamo di spiegarci meglio con un esempio. Quando un bambino si trova obbligato ad attraversare un bosco da solo, in una notte oscura, è preso dal terrore, anche se gli è stato dimostrato nella maniera più convincente che non c'è assolutamente nulla di cui debba temere. Nel momento in cui si trova solo nelle tenebre, e sperimenta così radicalmente il senso della solitudine, insorge in lui la paura, l'autentica paura dell'uomo, che non è paura di fronte a qualcosa, bensì paura e basta. La paura di fronte a qualcosa di determinato è in fondo innocua: può essere scacciata togliendo di mezzo l'oggetto che la provoca. Tanto per fare un esempio, quando uno ha paura di un cane che morde, si fa presto a rimediare legando il cane alla catena. Nel caso nostro, invece, ci imbattiamo in qualcosa di ben più profondo: l'uomo, allorchè finisce nell'estrema solitudine, non trema di fronte a qualcosa di determinato, che può esere eliminato; prova invece il terrore della solitudine, avverte l'aspetto inquietante e il senso di essere abbandonato propri della sua stessa condizione, non superabili per via razionale. Aggiungiamo ancora: quando uno deve vegliare un morto da solo e di notte in una stanza, avvertirà pur sempre la sua situazione con una certa inquietudine, anche se non vuole ammetterlo ed è in grado di convincersi razionalmente che le sue sensazioni sono prive di oggetto. Di per sè, egli sa benissimo che il morto non può fargli assolutamente nulla e che la sua situazione sarebbe probabilmente assai più pericolosa se la persona che veglia fosse ancora viva.
Ciò che qui affiora è un tipo completamente diverso di paura: non è la paura di fronte a qualcosa, bensì la sinistra angoscia della solitudine in sè, nell'essere solo con la morte, l'essere-abbondanato dell'esistenza.
Dobbiamo ora chiederci: com'è possibile vincere tale paura, se la prova dell'inconsistenza del pericolo fallisce? Ebbene, il bambino sarà libero dalla sua paura nel momento in cui troverà una mano che stringa la sua e lo guidi, quando sentirà una voce che gli parli; nel momento, quindi, in cui sperimenterà la compagnia di una persona che gli vuole bene. E anche colui che si trova solo col morto, sentirà sparire la paura non appena un'altra persona sia con lui, non appena avverta la vicinanza di un 'tu'. In questo superamento della paura si rivela allo stesso tempo, di nuovo, la sua natura: come essa sia il terrore della solitudine, l'angoscia di un essere che può vivere solo insieme con altri. La vera paura dell'uomo può essere superata non con l'intelletto, bensì soltanto grazie alla presenza di una persona che gli voglia bene.
Dobbiamo approfondire ulteriormente il nostro interrogativo. Se ci fosse una solitudine in cui nessuna parola di un altro potesse più penetrare a cambiare la situazione, se si verificasse un abbandono talmente profondo da non permettere più ad alcun 'tu' di raggiungere chi è abbandonato, avremmo allora uno stato di vera e totale solitudine , quello stato spaventoso che il teologo chiama 'inferno' . Che cosa significhi questa parola, lo possiamo esattamente definire a partire da quanto abbiamo detto: essa denota una solitudine in cui non penetra più la parola dell'amore e che costituisce quindi l'autentica situazione di esistenza abbandonata. A questo proposito, a chi non viene in mente come poeti e filosofi del nostro tempo esprimono l'opinione che, in fondo, tutti gli incontri fra uomini si arrestano alla superficie, sicchè nessun uomo ha accesso alla vera profondità dell'altro? Nessuno, quindi, può realmente raggiungere l'intimo dell'altro; ogni incontro, per bello che sembri, si limita in sostanza ad anestetizzare l'insanabile ferita della solitudine. Nel più profondo della nostra esistenza, perciò, abiterebbe l'inferno, la disperazione: la solitudine, insomma, che è tanto ineluttabile quanto raccapricciante. E' noto come Sartre abbia costruito su quest'idea tutta la sua antropologia. Ma anche un poeta, in apparenza così conciliante e sereno come Hermann Hesse lascia trapelare, in fondo, gli stessi pensieri:
E' strano camminare nella nebbia!
Vivere vuol dire essere soli.
Nessun uomo conosce l'altro:ognuno è solo!
In effetti, una cosa è certa: c'è una notte nel cui abbandono non scende alcuna voce; c'è una porta per la quale possiamo passare esclusivamente da soli: la porta della morte. Ogni paura del mondo è, in definitiva, paura di questa solitudine. Si capisce allora perchè l'Antico Testamento abbia una sola parola per indicare sia gli inferi sia la morte: la parola She' ol. In fondo, per esso le due situazioni sono identiche. La morte è la solitudine, semplicemente. Ma quella solitudine in cui nemmeno l'amore riesce più a penetrare, quella è davvero l''inferno'.
Siamo così tornati nuovamente al punto di partenza, all'articolo di fede che afferma la discesa di Gesù agli inferi. Questa frase ci conferma quindi che Cristo ha varcato la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi con la sua passione in questo abisso del nostro estremo abbandono. Là dove nessuna voce è più in grado di raggiungerci, lì egli è presente.
Con ciò l'inferno è vinto, o - per essere più esatti - la morte, che prima era l''inferno', ora non lo è più. Nessuna delle due realtà è più la stessa di prima, perchè al centro della morte c'è la vita, perchè l'amore abita ora al centro di essa. Soltanto la chiusura in se stessi, voluta di proposito, è ora l''inferno', o- per dirla con la Bibbia - la seconda morte (per esempio, Ap 20,14). Il morire, invece, non è più la via che porta alla solitudine glaciale, le porte dello She' ol sono state sfondate. Io credo che a partire da qui si possono comprendere le immagini dei Padri, a prima vista di sapore così mitologico, che ci parlano di Gesù che ha fatto uscire i morti, di apertura delle porte; e diventa comprensibile anche quel testo, apparentemente così mitico, del vangelo di Matteo, dove si afferma che alla morte di Gesù si sono aperti i sepolcri e sono risuscitati i corpi di molti santi (Mt 27, 52). La porta della morte resta aperta, da quando nella morte abita la vita: l'amore...
Da Joseph Ratzinger, "Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico", Edizioni Queriniana 2005
Non c’è Europa senza Cristo. La profezia di Romano Guardini (Matzuzzi)
Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Arcangela e Laura.
domenica 28 agosto 2016
Benedetto XVI, un Pontificato segnato da polemiche crudeli, sterili e inutili (Raffaella)
Carissimi amici, ieri ho visto in tv i funerali delle vittime marchigiane del sisma che ha colpito l'Italia centrale. Non si può rimanere indifferenti rispetto a questo dolore, difficile da capire e impossibile da sopportare.
Mi sono venute in mente le visite di Benedetto XVI a Onna, L'Aquila (clicca qui) e nelle zone colpite dal sisma in Emilia Romagna (clicca qui).
Non posso dimenticare la vicinanza del Papa alle popolazioni colpite dai due sismi che colpirono l'Italia nel 2009 e nel 2012.
Non posso dimenticare i segni tangibili della vicinanza di Benedetto XVI all'Aquila (come l'invio di donazioni, dell'olio santo, dei calici e l'annuncio della visita a due giorni da sisma!) così come il grande gesto di inviare il segretario di stato a celebrare le esequie delle oltre trecento vittime e soprattutto la grande delicatezza di mandare il suo segretario personale, Mons. Georg Gänswein a visitare le tendopoli e, non dimentichiamolo, a leggere un messaggio personale del Santo Padre durante i funerali (clicca qui).
Mi ricordo degli abbracci e del grande conforto dati dal Papa durante le visite in Abruzzo e Emilia-Romagna.
Non posso dimenticare la veste bianca sporca di fango durante la visita a Onna, la commozione nell'incontrare i sopravvissuti, il dolore provato davanti alle macerie della "casa dello studente" e l'omaggio a Celestino V (triste, tristissimo, presagio...).
Non posso però nemmeno dimenticare le stupide e sterili polemiche che qualche "buontempone" si permise di fare a suo tempo. Ci fu addirittura chi disse che il Papa avrebbe dovuto immediatamente recarsi all'Aquila (certamente incurante dell'intralcio che una visita del genere avrebbe causato in un momento così delicato in cui tutti erano impegnati a cercare sopravvissuti fra le macerie o a recuperare i corpi delle vittime).
Quante polemiche! Inutili! Sterili! Puerili!
In questi giorni non una voce si è levata nella direzione degli stessi sciocchi rimproveri. Ah già...è cambiato tutto dal 2009!
E oggi nemmeno un appunto sul fatto che ai funerali di ieri non ci fosse nemmeno un rappresentante del Vaticano e non sia stato inviato nemmeno un messaggio. Non solo: non è nemmeno stata annunciata una visita (Papa Benedetto fece l'annuncio a quarantotto ore dal sisma).
Meglio così! Queste polemiche non fanno bene a nessuno.
I giornalisti avranno imparato dai loro errori? Ma va là!
Era il Papa, quel Papa, che dava fastidio. Qualunque cosa facesse non era mai sufficiente.
Ormai abbiamo capito che non c'entrano i presunti errori di comunicazione o le ingenuità (o altro) dei collaboratori di un Pontefice, anche perché negli ultimi mesi di errori di comunicazione ce ne sono stati a volontà e non è accaduto nulla.
Quando i media decidono di demolire qualcuno, lo fanno a prescindere da ciò che fa. Dall'altro lato quando decidono di glorificare qualcuno, lo fanno a prescindere da ciò che non fa.
Ma lasciamo perdere...continuaiamo a pregare per le care popolazioni colpite dal sisma come sicuramente sta facendo Papa Benedetto.
Di seguito la playlist con i cinque video dedicati alla visita di Benedetto XVI in Abruzzo.
R.
Mi sono venute in mente le visite di Benedetto XVI a Onna, L'Aquila (clicca qui) e nelle zone colpite dal sisma in Emilia Romagna (clicca qui).
Non posso dimenticare la vicinanza del Papa alle popolazioni colpite dai due sismi che colpirono l'Italia nel 2009 e nel 2012.
Non posso dimenticare i segni tangibili della vicinanza di Benedetto XVI all'Aquila (come l'invio di donazioni, dell'olio santo, dei calici e l'annuncio della visita a due giorni da sisma!) così come il grande gesto di inviare il segretario di stato a celebrare le esequie delle oltre trecento vittime e soprattutto la grande delicatezza di mandare il suo segretario personale, Mons. Georg Gänswein a visitare le tendopoli e, non dimentichiamolo, a leggere un messaggio personale del Santo Padre durante i funerali (clicca qui).
Mi ricordo degli abbracci e del grande conforto dati dal Papa durante le visite in Abruzzo e Emilia-Romagna.
Non posso dimenticare la veste bianca sporca di fango durante la visita a Onna, la commozione nell'incontrare i sopravvissuti, il dolore provato davanti alle macerie della "casa dello studente" e l'omaggio a Celestino V (triste, tristissimo, presagio...).
Non posso però nemmeno dimenticare le stupide e sterili polemiche che qualche "buontempone" si permise di fare a suo tempo. Ci fu addirittura chi disse che il Papa avrebbe dovuto immediatamente recarsi all'Aquila (certamente incurante dell'intralcio che una visita del genere avrebbe causato in un momento così delicato in cui tutti erano impegnati a cercare sopravvissuti fra le macerie o a recuperare i corpi delle vittime).
Quante polemiche! Inutili! Sterili! Puerili!
In questi giorni non una voce si è levata nella direzione degli stessi sciocchi rimproveri. Ah già...è cambiato tutto dal 2009!
E oggi nemmeno un appunto sul fatto che ai funerali di ieri non ci fosse nemmeno un rappresentante del Vaticano e non sia stato inviato nemmeno un messaggio. Non solo: non è nemmeno stata annunciata una visita (Papa Benedetto fece l'annuncio a quarantotto ore dal sisma).
Meglio così! Queste polemiche non fanno bene a nessuno.
I giornalisti avranno imparato dai loro errori? Ma va là!
Era il Papa, quel Papa, che dava fastidio. Qualunque cosa facesse non era mai sufficiente.
Ormai abbiamo capito che non c'entrano i presunti errori di comunicazione o le ingenuità (o altro) dei collaboratori di un Pontefice, anche perché negli ultimi mesi di errori di comunicazione ce ne sono stati a volontà e non è accaduto nulla.
Quando i media decidono di demolire qualcuno, lo fanno a prescindere da ciò che fa. Dall'altro lato quando decidono di glorificare qualcuno, lo fanno a prescindere da ciò che non fa.
Ma lasciamo perdere...continuaiamo a pregare per le care popolazioni colpite dal sisma come sicuramente sta facendo Papa Benedetto.
Di seguito la playlist con i cinque video dedicati alla visita di Benedetto XVI in Abruzzo.
R.
sabato 27 agosto 2016
Ratzinger-schülerkreis. L’Europa è diventata un’unione di diritti, ma mai di doveri (Aci Stampa)
Clicca qui per leggere il testo.
venerdì 26 agosto 2016
Benedetto XVI arriva a Sydney via mare accompagnato e accolto da una folla oceanica di giovani (YouTube)
LINK DIRETTO SU YOUTUBE
In mezzo al grande dolore di questi giorni penso sia bello vedere queste belle immagini...
Il 15 luglio 2008 iniziava la XXIII Giornata mondiale della gioventù a Sydney. Benedetto XVI raggiungeva la metropoli australiana via mare su un battello in compagnia di moltissimi giovani.
Vediamo l'arrivo di Papa Benedetto a Sydney accolto da una folla oceanica di ragazzi in festa.
Grazie a Gemma per il grande lavoro :-)
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