PAPA: LA CHIESA DI ROMA E' FONDATA SU MARTIRIO NON SU POTERE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
"La Chiesa di Roma e' diventata, subito, spontaneamente, il punto di riferimento per tutte le Chiese sparse nel mondo, non per il potere dell'Impero, ma per la forza del martirio, della testimonianza resa a Cristo!". Papa Francesco lo ha ricordato all'Angelus, commentando il martirio dei Santi Pietro e Paolo, patroni della Sede Apostolica, la cui festa si celebra oggi. "In fondo - ha sottolineato - e' sempre e soltanto l'amore di Cristo che genera la fede e che manda avanti la Chiesa".
"Pensiamo a Pietro", ha suggerito il Papa alla folla dei presenti, parlando appunto del messaggio della Festa dei Santi Pietro e Paolo. "Quando Pietro confesso' la sua fede in Gesu', non lo fece - ha spiegato - per le sue capacita' umane, ma perche' era stato conquistato dalla grazia che Gesu' sprigionava, dall'amore che sentiva nelle sue parole e vedeva nei suoi gesti: Gesu' era l'amore di Dio in persona!
E lo stesso accadde a Paolo, anche se in modo diverso. Paolo da giovane era nemico dei cristiani, e quando Cristo Risorto lo chiamo' sulla via di Damasco la sua vita fu trasformata: capi' che Gesu' non era morto, ma vivo, e amava anche lui, che era suo nemico!".
"Ecco - ha commentato il Pontefice - l'esperienza della Misericordia, del perdono di Dio in Gesu' Cristo: questa e' la Buona Notizia, il Vangelo che Pietro e Paolo hanno sperimentato in se stessi e per il quale hanno dato la vita". "Cari fratelli - ha sottolineato infine - che gioia credere in un Dio che e' tutto amore, tutto grazia! Questa e' la fede che Pietro e Paolo hanno ricevuto da Cristo e hanno trasmesso alla Chiesa. Lodiamo il Signore - ha esortato Francesco - per questi due gloriosi testimoni, e come loro lasciamoci conquistare da Cristo". "Preghiamo - ha poi concluso - per gli Arcivescovi Metropoliti di diverse Chiese del mondo ai quali poco fa ho consegnato il Pallio, simbolo di comunione. Ci accompagni e ci sostenga tutti la nostra Madre amata, Maria Santissima".
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PAPA: VI INVITO A PREGARE AVE MARIA PER PATRIARCA BARTOLOMEO I
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
"Vi invito a pregare un'Ave Maria per il patriarca Bartolomeo I". Con queste parole Papa Francesco si e' rivolto oggi ai 50 mila fedeli che gremivano piazza San Pietro per l'Angelus.
"Pensiamo a Pietro", ha suggerito il Papa alla folla dei presenti, parlando appunto del messaggio della Festa dei Santi Pietro e Paolo. "Quando Pietro confesso' la sua fede in Gesu', non lo fece - ha spiegato - per le sue capacita' umane, ma perche' era stato conquistato dalla grazia che Gesu' sprigionava, dall'amore che sentiva nelle sue parole e vedeva nei suoi gesti: Gesu' era l'amore di Dio in persona! E lo stesso accadde a Paolo, anche se in modo diverso. Paolo da giovane era nemico dei cristiani, e quando Cristo Risorto lo chiamo' sulla via di Damasco la sua vita fu trasformata: capi' che Gesu' non era morto, ma vivo, e amava anche lui, che era suo nemico!". "Ecco - ha commentato il Pontefice - l'esperienza della Misericordia, del perdono di Dio in Gesu' Cristo: questa e' la Buona Notizia, il Vangelo che Pietro e Paolo hanno sperimentato in se stessi e per il quale hanno dato la vita". "Cari fratelli - ha sottolineato infine - che gioia credere in un Dio che e' tutto amore, tutto grazia! Questa e' la fede che Pietro e Paolo hanno ricevuto da Cristo e hanno trasmesso alla Chiesa. Lodiamo il Signore - ha esortato Francesco - per questi due gloriosi testimoni, e come loro lasciamoci conquistare da Cristo". "Preghiamo - ha poi concluso - per gli Arcivescovi Metropoliti di diverse Chiese del mondo ai quali poco fa ho consegnato il Pallio, simbolo di comunione. Ci accompagni e ci sostenga tutti la nostra Madre amata, Maria Santissima".
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PAPA: INCORAGGIO POPOLO CENTROAFRICANO DURAMENTE PROVATO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
"In particolare incoraggio il popolo centroafricano, duramente provato, a camminare con fede e speranza". Lo ha detto Papa Francesco dopo la preghiera dell'Angelus.
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PAPA: SALUTA IGLESIAS, ARAGONA E CASALE POPOLO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
A conclusione dell'Angelus, Papa Francesco ha salutato "tutti con affetto" augurando "buon pranzo" a "famiglie, fedeli di tante parrocchie e associazioni" presenti in piazza San Pietro. E ha citato "in particolare" quelli della diocesi di Iglesias (in Sardegna), della citta' di Aragona (in provincia di Agrigento) e di Casale Popolo (frazione del comune di Casal Monferrato).
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Alle origini del culto per i patroni di Roma
Le tre vie della devozione
di Carlo Carletti
«Grandi folle si dirigono verso una città così illustre: in tre vie si celebra la festa dei santi martiri». Così un inno in onore di Pietro e Paolo dell'inizio del v secolo attribuito a sant'Ambrogio. Un'immagine indubbiamente incisiva che coglie il movimento in itinere dei pellegrini verso i tre diversi siti della città (trinis VIIs celebrantur), dove il 29 giugno si commemorava la memoria congiunta dei due apostoli: sul colle Vaticano, sulla via Ostiense, nella località in catacumbas sulla via Appia. Questa triplice commemorazione è già accennata nel più antico calendario liturgico della Chiesa romana -- la depositio martyrum del tempo di Papa Marco (336) -- con la notazione cronologica dell'anno 258, che si riferisce all'avvio di una celebrazione apostolica sulla via Appia. Di qui, in epoca successiva, confluisce in forma più definita e meglio articolata nella redazione bernense del Martirologium Hieronymianum, compilata al tempo di Stefano ii (752-757): «29 giugno. A Roma il giorno anniversario degli apostoli: di Pietro sulla via Aurelia in Vaticano, di Paolo sulla via Ostiense; di ambedue in catacumbas dall'anno del consolato di Tuscus e Bassus (258)».
Il centro cultuale apostolico sulla via Appia indicato dalle fonti liturgiche corrisponde senza alcun dubbio alla macroscopica evidenza di un insediamento monumentale, ubicato al III miglio della via Appia nella località detta in catacumbas, inaspettatamente venuto alla luce nelle indagini archeologiche condotte da Paolo Styger a partire dal 1915.
Si tratta di un impianto di modeste dimensioni, semplice nelle strutture e nella morfologia, ma sufficientemente adeguato alle funzioni cui era destinato: un cortile porticato (triclia) con sedili in muratura e approvigionamento dell'acqua. Fin dalla sua nascita si propone come punto di aggregazione di una pratica devozionale rivolta a Pietro e Paolo come indicato da oltre seicento graffiti tracciati sull'intonaco rosso delle pareti (Inscriptiones Christianae urbis Romae, v, In «Civitate Vaticana» 1971, nn. 12907-13096). Se si considera che quanto rimane è costituito da circa un centinaio di frammenti di intonaco di diversa dimensione in più di un caso ricongiungibili, se ne deve dedurre -- in relazione all'intera superfice parietale -- che il numero complessivo di queste scritte dovesse raggiungere almeno mille unità grafiche: in proiezione si può ragionevolmente calcolare il passaggio di non meno di 2000/2500 visitatori, distribuiti nell'arco di un cinquantennio, fino a quando la triclia cessò la sua attività, perché resa inagibile in seguito ai lavori per la costruzione della basilica Apostolorum voluta dalla dinastia costantiniana.
Non è qui il luogo (né forse sarebbe produttivo) di riprendere le annose questioni relative alla memoria di una presenza degli apostoli nella località in catacumbas, se da vivi (temporanea abitazione, oggettivamente improbabile) ovvero da morti (in seguito a una traslazione -- da situare secondo alcuni nel 258 al tempo della persecuzione di Valeriano -- dai sepolcri originari in Vaticano e sull'Ostiense) secondo una tradizione sedimentata nel tempo e poi ripresa da Papa Damaso (366-384) nel celebre epigramma hic habitasse prius sanctos cognoscere debes (Inscriptiones Christianae, v, n. 13273).
Il dato emergente è che la comunità romana nel III secolo aveva individuato e fissato una memoria di Pietro e Paolo nel sito al III miglio della via Appia, dove già dal i secolo si erano insediati numerosi impianti sepolcrali. Questa l'oggettiva realtà effettuale: le infrastrutture della triclia (pozzo, canalizzazione, banchi in muratura) e soprattutto il gran numero di graffiti indicano in questo ambiente un centro di culto di carattere funerario, nel quale i visitatori consumavano un pasto rituale (refrigerium) e lasciavano testimonianza scritta dell'atto devozionale compiuto.
La gran parte di queste scritte -- latine e greche -- presentano sul piano testuale un'unica struttura di base, articolata in preghiere, invocazioni, specifiche richieste rivolte espressamente alla coppia apostolica con locuzioni che si formalizzano nell'uso in moduli fissi senza variazioni rilevanti. «Pietro e Paolo ricordatevi» o «ricordatevi nelle vostre preghiere» (in orationibus vestris in mente habete, eis mnèan èchete), «pregate» (petite, orate, rogate pro), «proteggete» (synterèsate, terèsate), «aiutate» (subvenite, adiuvate). Nella sostanziale genericità dei messaggi emerge talvolta la contingenza specifica che ha sollecitato una richiesta alla coppia apostolica: il favore per una buona navigazione o per il cavallo prediletto nelle corse circensi come indicano le immagini graffite di cavalli paludati con la testa palmata, ovvero lo scioglimente di un voto -- «ciò che a loro avevo promesso sciolse felicemente insieme ai suoi» (Inscriptiones Christianae, v nn. 12973, 13088 a-c, 13089 a-d). Anche il pasto rituale consumato in onore dei due apostoli -- a conferma della sua centralità nella pratica devozionale -- è più volte richiamato con moduli formulari costruiti su refrigerare/refrigerium (12981, 12993, 12967). «In onore di Pietro e Paolo Io, Tomio Celio, ho consumato il pasto»; «Il 19 marzo io, Partenio, ho consumato il pasto e noi tutti in (nome di) Dio»; «Felicissimo insieme ai suoi ha consumato il pasto»; «Dalmazio gli (eis, cioè agli apostoli) promise un voto: il refrigerium» (Inscriptiones Christianae v, 12981, 12993, 12967, 12931).
Questa documentazione costituisce allo stato attuale un unicum assoluto come testimonianza non solo di una documentazione eccezionale di cultura scritta estemporanea di evidente estrazione popolare (per la forma e i contenuti), ma anche per il rilevante e precoce valore «identitario» che la devozione apostolica aveva assunto negli strati meno elevati della società cristiana di Roma.
Non sembra esservi dubbio che queste manifestazioni siano nate dal basso nel cuore stesso della comunità, che aveva sedimentato nel tempo un patrimonio di tradizione la cui fase genetica si intravede già nel corso dei primi due secoli, quando Clemente romano nella prima epistola ai Corinzi (capitolo 5) indicava Pietro e Paolo come «le maggiori e giuste colonne (...) i nostri gloriosi apostoli»; quando Ignazio di Antiochia nella lettera ai Romani (4, 3), scritta durante il viaggio che doveva condurlo a Roma come condannato al supplizio, ricordava Pietro e Paolo come esempi della comunità romana: «quelli erano apostoli, io un condannato; quelli liberi, io finora uno schiavo»; quando infine il presbitero romano Gaio, in un contesto polemico con il montanista Proclo, sottolineava con orgoglio che lui a Roma «poteva mostrare i trofei degli apostoli: vai sul colle Vaticano e sulla via Ostia e troverai i trofei (le memorie funerarie) di coloro che hanno fondato questa comunità» (Eusebio, Historia ecclesiastica, 2, 25, 7)
La stessa pratica devozionale del banchetto, così come documentata dalle strutture e dalle iscrizioni della memoria apostolorum sulla via Appia, si propone come indicatore eloquente della percezione -- si può ben dire ante litteram -- della coppia apostolica come catalizzatrice dei valori di concordia e unità, che dovevano caratterizzare intra ed extra la Chiesa di Roma. Il banchetto sacro, il sito che lo accoglieva, la presenza e la partecipazione simbolica dei due santi eponimi sembrano esprimere compiutamente la dimensione devozionale e comunitaria maturata nella comunità nel corso della seconda metà del III secolo. All'insediamento sulla via Appia si andava in gruppo, insieme si consumava il pasto rituale e ancora insieme ci si rivolgeva agli apostoli con preghiere e acclamazioni personalizzate, che nella loro immediata semplicità sembrano travalicare il confine della rigidità rituale-sacrale per assestarsi in un canale di comunicazione diretto che vedeva nei due apostoli non già figure idealizzate ma “patroni” e “amici”, interlocutori personali seppure invisibili.
Non a caso -- e sempre in coppia -- i due apostoli sono ricordati nelle scritte devozionali pressoché esclusivamente con il solo nome proprio, senza i tituli -- poi divenuti tecnici -- di sanctus, beatus, martyr, dominus.
Il potenziale inespresso documentato nella straordinaria esperienza devozionale maturata nella memoria apostolorum sull'Appia viene acquisito e riproposto in veste ufficiale e segnatamente autoritativa -- è un vescovo che parla -- nel corso degli anni 380-384 da Damaso, che aveva penetrato con lucidità quanto la coppia apostolica fosse penetrata in profondità nella sfera devozionale della comunità. Sollecitato anche dalle pretese primaziali della chiesa di Costantinopoli, con una solenne iscrizione in versi, Damaso presenta ufficialmente -- ormai urbi et orbi -- i due apostoli come nova sidera e li elegge a patroni, protettori della città, quasi a volerli svincolare dalla immediata semplicità di un culto, che almeno per tutta l'età precostantiniana era rimasto in una sfera di utenza popolare e quasi privata: Roma suos potius meruit meruit defendere cives. Haec Damasus vestras referat -- nova sidera -- laudes (Inscriptiones Christianae, n. 13273).
Anche nella storia cultuale di Pietro e Paolo emerge il concetto storiografico dei “due piani”, che spesso accompagna e diversifica nei suoi variegati processi di trasformazione la nascita e il susseguente sviluppo della devozione martiriale.
(©L'Osservatore Romano 29 giugno 2013)
PAPA: IN TWEET CITA RATZINGER, SEGUENDO CRISTO NON PERDIAMO NULLA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
"Impariamo a 'perdere' la vita per Cristo, secondo la logica del dono, del sacrificio. Con Cristo non perdiamo nulla!".
Lo scrive Papa Francesco su Twitter, dall'account "@Pontifex_it". La frase e' molto simile ad un'affermazione di Benedetto XVI nell'omelia del 15 agosto scorso a Castelgandolfo: "Aprendoci a Dio, non perdiamo niente. Al contrario: la nostra vita diventa ricca e grande. E cosi', fede e speranza e amore si combinano. Ci sono oggi molte parole su un mondo migliore da aspettarsi: sarebbe la nostra speranza. Se e quando questo mondo migliore viene, non sappiamo, non so. Sicuro e' che un mondo che si allontana da Dio non diventa migliore, ma peggiore".
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PAPA: MIO RUOLO CONFERMARE AMORE CRISTO SENZA BARRIERE E LIMITI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
"Il Vescovo di Roma e' chiamato a vivere e confermare in questo amore verso Cristo e verso tutti senza distinzioni, limiti e barriere". Papa Francesco lo ha detto nell'omelia della messa per la festa dei Santi Pietro e Paolo, ricordando "le commoventi parole di san Paolo: 'Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede'".
Commentando l'affermazione di San Paolo, Papa Bergoglio si e' chiesto: "di quale battaglia si tratta?" "Non quella delle armi umane, che purtroppo insanguina ancora il mondo; ma - ha chiarito alludendo a quello che e' inevitabilmente il destino di ogni Pontefce Romano - e' la battaglia del martirio". San Paolo ha un'unica arma: il messaggio di Cristo e il dono di tutta la sua vita per Cristo e per gli altri". "Ed e' proprio l'esporsi in prima persona, il lasciarsi consumare per il Vangelo, il farsi tutto a tutti, senza risparmiarsi, che - ha detto parlando di Paolo ma dunque anche di se' stesso, essendo l'omelia dedicata al ruolo del vescovo di Roma - lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa".
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PAPA: LE GUERRE CONTINUANO A INSANGUINARE IL MONDO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
La battaglia portata avanti dalle "armi umane purtroppo insanguina ancora il mondo". Papa Francesco lo ha detto nell'omelia della messa per la festa dei Santi Pietro e Paolo, celebrata nella Basilica di San Pietro. Il Papa ha ricordato che - per i cristiani - la vera battaglia da combattere "e' la battaglia del martirio. L'esporsi in prima persona" per annunciare il Vangelo e portare ovunque l'amore di Gesu' che trasforma ogni cosa.
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PAPA: DA' PALLIO A SUCCESSORE BUENOS AIRES E 33 NUOVI ARCIVESCOVI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
Un sorriso, uno sguardo d'intesa, e un gesto della mano per rinviare il colloquio ad un appuntamento privato che certamenete avra' luogo oggi. E' stato forse piu' breve che con gli altri 33 nuovi arcivescovi il rito dell'imposizione del pallio a Mario Aurelio Poli, il successore di Bergoglio alla guida dell'arcidiocesi di Buenos Aires. Papa Francesco ha riservato a tutti un sorriso ed un abbraccio, soffermandosi qualche istante in piu' se il presule accennava a dirgli qualcosa a bassa voce. Come deciso l'anno scorso da Benedetto XVI per sottolineare il valore della liturgia eucaristica, la consegna ha avuto luogo prima della messa della festa dei Santi Pietro e Paolo, protettori della Sede Apostolica.
Viene dall'Argentina anche un altro dei 34 nuovi arcivescovi che hanno ricevuto il pallio oggi: monsignor Carlos Maria Franzini, arcivescovo di Mendoza e certamente di origine italiana, come il Papa e monsignor Poli. Di origine italiana, a ricevere il Pallio ci sono anche il nuovo arcivescovo di di San Francisco negli Usa, monsignor Salvatore Joseph Cordileone, il nuovo arcivescovo di Beira in Mozambico Claudio Dalla Zuanna, il nuovo arcivescovo di Passo Fundo in Brasile, il salesiano Antonio Cralos Altieri, e il nuovo ordinario di Santa Cruz in Boliva, monsignor Alfredo Gualberti Calandrina. L'episcopato italiano e' rappresentato invece direttamente dal nuovo arcivescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Radaelli, da monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, e da monsignor Giuseppe Petrocchi nominato solo nei giorni scorsi nuovo arcivescovo dell'Aquila (lascera' la sede di Latina).
Tra gli arcivescovi metropoliti c'e' anche l'arcivescovo di Indianapolis, Joseph William Tobin, allontanato dalla Curia Romana nel momento piu' buio della fine del Pontificato di Benedetto XVI, che lo aveva fortemente voluto in quel posto: Tobin era segretario della Congregazione dei religiosi e aveva preso le difese delle suore statunitensi sotto inchiesta presso la Congregazione della Dottrina della Fede. All'Arcivescovo di Hue' in Vietnam, il 35esimo della lista il sacro pallio verra' consegnato nella sua Sede Metropolitana. Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Patroni della citta' di Roma, e' presente una delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, guidata dal metropolita di Pergamo Ioannis (Zizioulas), copresidente della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa, il quale e' accompagnato dal vescovo di Sinope Athenagoras (Peckstadt), assistente del Metropolita di Belgio, e dall'archimandrita padre Prodromos Xenakis, vice segretario del Santo Sinodo Eparchiale della Chiesa di Creta.
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PAPA: CHIESA E' PIETRA INCIAMPO SE SEGUE STRADA UMANA POTERE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
"Quando lasciamo prevalere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la logica del potere umano e non ci lasciamo istruire e guidare dalla fede, da Dio, diventiamo pietra d'inciampo". Papa Francesco lo ha ricordato ai 34 nuovi arcivescovi ai quali ha consegnato questa mattina il pallio in San Pietro. Francesco ha messo in guardia gli arcivescovi metropoliti dal "pericolo di pensare in modo mondano". "Quando Gesu' parla della sua morte e risurrezione, della strada di Dio che non corrisponde alla strada umana del potere, in Pietro - ha ricordato - riemergono la carne e il sangue: 'si mise a rimproverare il Signore: questo non ti accadra' mai'. E Gesu' ha una parola dura: 'Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo'".
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PAPA: CON SINODALITA' SUPERARE OGNI CONFLITTO CHE FERISCE CHIESA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 giu.
"Dobbiamo andare avanti sulla strada della sinodalita', non c'e' un altro modo cattolico: la varieta', che e' una grande ricchezza, si fonde sempre nell'armonia dell'unita', come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l'unico grande disegno di Dio". Sono parole del nuovo Papa nell'omelia della sua prima festa dei Santi Pietro e Paolo, protettori della Sede Apostolica. "E questo - ha aggiunto - deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenze: questa e' la strada di Gesu'".
Papa Francesco ha spiegato ai 34 nuovi arcivescovi metropoliti - che lo hanno appena ricevuto dalle sue mani - il significato del "pallio", la stola bianca con le croci nere che, ha detto, "e' simbolo di comunione con il Successore di Pietro, principio e fondamento perpetuo e visibile dell'unita' della fede e della comunione". "E la vostra presenza oggi, cari confratelli - ha sottolineato il Pontefice rivolto ai 34 neo arcivescovi - e' il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformita'". In merito, Francesco ha citato "il Vaticano II, che riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore costitui' gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro. "Questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varieta' e universalita' del Popolo di Dio. Nella Chiesa!", ha escluso il Papa citando ancora il Concilio. "Il Pallio - ha spiegato - se e' segno della comunione con il vescovo di Roma, con la Chiesa universale, e' anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione". Ai neo arcivescovi il Papa ha poi ricordato "le consegne che i Santi Apostoli Pietro e Paolo affidano a ciascuno di noi, perche' siano vissute da ogni cristiano: confessare il Signore lasciandosi istruire da Dio; consumarsi per amore di Cristo e del suo Vangelo; essere servitori dell'unita'".
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Riceviamo e con gratitudine pubblichiamo:
Dallo sportello alla tonaca Vita e opere di “don 500”
Monsignor Scarano, l’ex impiegato di banca diventato prete La Procura di Salerno lo ha indagato anche per riciclaggio
GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO
Passo veloce, modi garbati, sorriso rassicurante. Il monsignore con la ventiquattr’ore era di casa in Curia ma lo si ricorda soprattutto per il soprannome «don 500» per la consuetudine con le banconote di grosso taglio. Chissà se la società internazionale «Spencer Stuart» che cura il rilancio d’immagine dello Ior aveva ipotizzato un correntista così ingombrante. In fondo monsignor Nunzio Scarano non aveva mai perso di vista la sua prima passione, quella per le banche e gli affari, passando dallo sportello della Banca d’America e d’Italia, dove fu impiegato fino al 1983, al mondo ovattato dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede apostolica, l’organismo che gestisce i beni della Santa Sede, complice la vocazione che lo portò a farsi prete nel 1987 a 35 anni. Una vocazione tardiva, come quella di un altro «prelato di denari», monsignor Renato Dardozzi, ingegnere e uomo di fiducia per la finanza del segretario di Stato Agostino Casaroli.
È singolare la parabola di Scarano, 61 anni, originario di Salerno, appartenente al clero della diocesi campana. Nel 1986 l’allora impiegato di banca prese i voti e l’anno dopo fu ordinato sacerdote. Addetto tecnico di prima categoria il suo esordio all’Apsa, di cui diventerà quel che si suol dire «un pezzo grosso» conosciuto ben oltre i confini del Vaticano, grazie anche alla partecipazione a diversi incontri pubblici sul ruolo dei cattolici nella società.
Il nome di Scarano finisce sotto i riflettori dell’opinione pubblica nei primi giorni di giugno di quest’anno, quando il responsabile del servizio di contabilità analitica dell’Apsa viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Salerno con l’accusa di riciclaggio in un’inchiesta su presunte donazioni, ritenute fittizie dall’accusa. Secondo l’ipotesi investigativa, in realtà le donazioni sarebbero servite a mascherare un maxi riciclaggio di denaro, che ruotava proprio intorno alla figura di Scarano. Il prelato avrebbe contattato alcune decine di persone (56 gli indagati tra Salerno e provincia) e avrebbe chiesto a ognuno di loro di compilare un assegno circolare da 10mila euro, spiegando di dover ripianare i debiti di una società immobiliare titolare di alcune case nel centro di Salerno. Quegli assegni, però, sarebbero stati solo una partita di giro, perché al momento della consegna i «donatori» avrebbero trovato sul tavolo l’equivalente in contanti, per risarcirli in toto dell’esborso.
Scarano, sospeso cautelativamente dal Vaticano nei giorni scorsi, ha sempre negato ogni addebito. Ma proprio sull’origine delle sue ingenti disponibilità finanziarie e immobiliari (è titolare di due conti correnti allo Ior) la Procura di Roma vuole veder chiaro.
Ieri la nuova accusa che lo ha portato in carcere perché ritenuto responsabile di un’attività di illecita importazione in Italia, poi fallita, di 20 milioni di euro in contanti dalla Svizzera per conto degli armatori Paolo, Cesare e Maurizio D’Amico, nell’ambito di un filone dell’inchiesta romana sullo Ior. Accuse gravi, tanto più per un prelato, da cui ora «don 500», recluso nel carcere di Regina Coeli, dovrà difendersi. Vite parallele con don Evaristo Biasini, soprannominato «don Bancomat»: comparve nelle indagini avviate a Perugia sulla cosiddetta «cricca» degli appalti per i grandi eventi. Il sospetto era che il sacerdote, ex economo della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo sangue e amico di Diego Anemone, costruttore romano al centro dell’indagine, custodisse fondi neri. In varie operazioni da lui annotate ricorre l’Istituto opere religione. Ma ora le vie dello Ior non sembrano più infinite.
© Copyright La Stampa, 29 giugno 2013