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domenica 18 gennaio 2015

Benedetto XVI annuncia la pubblicazione della sua prima enciclica, la Deus caritas est (You Tube)




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Il 18 gennaio 2006, esattamente nove anni fa, al termine della catechesi dedicata alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Benedetto XVI annunciò la pubblicazione della sua prima enciclica, la Deus caritas est.
Grazie a Gemma per il bellissimo lavoro :-)
R.


"In questo senso e con tali sentimenti mi recherò sulle orme di Papa Giovanni Paolo II martedì prossimo, 25 gennaio, festa della conversione dell'Apostolo delle Genti, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura per pregare con i fratelli ortodossi e protestanti: pregare per ringraziare di quanto il Signore ci ha concesso; pregare perché il Signore ci guidi sulle orme dell'unità.
Nello stesso giorno, il 25 gennaio, inoltre sarà finalmente pubblicata la mia prima Enciclica, il cui titolo è già conosciuto "Deus caritas est", "Dio è amore". Il tema non è immediatamente ecumenico, ma il quadro e il sottofondo sono ecumenici, perché Dio e il nostro amore sono la condizione dell'unità dei cristiani. Sono la condizione della pace nel mondo.
In questa Enciclica vorrei mostrare il concetto di amore nelle sue diverse dimensioni. Oggi, nella terminologia che si conosce, "amore" appare spesso molto lontano da quanto pensa un cristiano se parla di carità. Da parte mia, vorrei mostrare che si tratta di un unico movimento con diverse dimensioni. L'"eros", questo dono dell'amore tra uomo e donna, viene dalla stessa fonte della bontà del Creatore, come pure la possibilità di un amore che rinuncia a sé in favore dell'altro. L'"eros" si trasforma in "agape" nella misura in cui i due si amano realmente e uno non cerca più se stesso, la sua gioia, il suo piacere, ma cerca soprattutto il bene dell'altro. E così questo, che è "eros", si trasforma in carità, in un cammino di purificazione, di approfondimento. Dalla famiglia propria si spalanca verso la più grande famiglia della società, verso la famiglia della Chiesa, verso la famiglia del mondo.
Cerco anche di dimostrare come l'atto personalissimo che ci viene da Dio sia un unico atto di amore. Esso deve anche esprimersi come atto ecclesiale, organizzativo. Se è realmente vero che la Chiesa è espressione dell'amore di Dio, di quell'amore che Dio ha per la sua creatura umana, deve essere anche vero che l'atto fondamentale della fede che crea e unisce la Chiesa e ci dà la speranza della vita eterna e della presenza di Dio nel mondo, genera un atto ecclesiale. In pratica la Chiesa, anche come Chiesa, come comunità, in modo istituzionale, deve amare.
E questa cosiddetta "Caritas" non è una pura organizzazione, come altre organizzazioni filantropiche, ma necessaria espressione dell'atto più profondo dell'amore personale con cui Dio ci ha creati, suscitando nel nostro cuore la spinta verso l'amore, riflesso del Dio Amore che ci rende sua immagine.
Prima che il testo fosse pronto e tradotto è passato del tempo. Adesso mi sembra un dono della Provvidenza, il fatto che proprio nel giorno nel quale pregheremo per l'unità dei cristiani il testo sia pubblicato. Spero che esso possa illuminare e aiutare la nostra vita cristiana".

lunedì 26 agosto 2013

La fede come luce. Nell'enciclica «Lumen fidei» un tema caro a Tommaso d'Aquino (Biffi)

Nell'enciclica «Lumen fidei» un tema caro a Tommaso d'Aquino

La fede come luce

di Inos Biffi

Sulle prime può sorprendere che si parli di «luce» della fede, come fa l'enciclica che proprio dall'espressione Lumen fidei prende nome. I contenuti del Credo trascendono, infatti, le facoltà intellettive dell'uomo e per la loro stessa natura sono sottratti alla loro visione. Sembrerebbe perciò più coerente parlare di «oscurità» della fede. Effettivamente, le verità enunciate dai simboli risultano inevidenti alla ragione; il credente le professa unicamente fondandosi sulla Parola che le attesta. Solo che Dio infonde nel credente un'altra luce, oltre quella della ragione: una luce imparagonabile con quella razionale, grazie alla quale il credente diviene partecipe dell'eccesso di luminosità che definisce Dio, inabitante in «una luce inaccessibile», per cui «nessuno degli uomini lo ha mai visto né può vederlo» (1 Timòteo, 6, 16), e insieme rifulgente nei cuori dei credenti, come scrive lo stesso Paolo: «Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulge nei nostri cuori» (2 Corinzi, 4, 6).
Con tocco penetrante e felice l'enciclica (n. 4) cita la descrizione che Pietro fa della fede nella Commedia di Dante: «Quest'è 'l principio, quest'è la favilla/ che si dilata in fiamma poi vivace,/ e come stella in cielo in me scintilla (Paradiso XXIV, 145-147). «Chi crede, vede», afferma l'enciclica (n. 1).
E, infatti, nella tradizione della Chiesa e nel linguaggio della teologia si parla di «occhi della fede (oculi fidei)», o di «fede dotata di occhi (oculata fides)» che sanno vedere di là da quanto appare alla chiarezza dell'intelligenza naturale.
Sul tema torna spesso Tommaso d'Aquino: «La fede è la luce delle anime» [fides lumen est animarum (Summa Theologiae, III, 36, 3, 3m)]; «Con l'abito della fede la mente dell'uomo è inclinata ad assentire a ciò che conviene alla retta fede» (ibidem, ii-ii, 1, 4, 3m). «La fede è prodotta in noi dall'influsso della luce divina» [fides autem causatur in nobis ex influentia divini luminis (In III Sententiarum, dist. 21, q. 2, a. 3, c)].
In chi crede è infuso «un lume soprannaturale», che produce una «mondezza del cuore», munditia cordis (Summa Theologiae, ii-ii, 7, c), per cui riesce a conoscere con acuta penetrazione alcune cose che il lume naturale non è in grado di conoscere» (ibidem, ii-ii, 8, 1, c). Per quella luce egli diviene capace di cogliere «i primi principi della fede (ea quae primo et principaliter cadunt sub fide)» «e tutto ciò che è ordinato alla fede» (ibidem, ii-ii, 8, 3, c).
Si tratta, quindi, di una luminosità nuova, radicata non in una facoltà creata, qual è l'intelletto -- a cui Dio per altro elargisce una reale capacità di vedere --, una luminosità che irraggia -- senza mediazione creaturale -- dalla sorgente di Dio, ed è destinata a “disvelare” i misteri.
Con quel «lume intellettuale della grazia», intellectuale lumen gratiae (ibidem, ii-ii, 8, a. 5, c), l'intelletto naturale viene disposto o reso propenso alle verità rivelate e perciò portato ad avvertire o “vedere” che è giusto accoglierle e consentirvi; senza tale luce, si possono sentir risonare le parole, si può riuscire a connetterle logicamente e anche a capirne il significato, e tuttavia questo non è ancora un'accoglierle nella mente e nell'esistenza.
Senza dubbio, con la visione della fede i contenuti dei misteri non diventano oggetto di immediata contemplazione; questo avverrà soltanto nella visione beatifica, quando avremo il «dono dell'intelletto consumato», donum intellectus consummatum (ibidem, ii-ii, 7, c). Si genera però una lucida persuasione sulla loro verità, una certa qual loro percezione, che induce la volontà ad aderirvi liberamente e fermamente e ad assumerle nell'esistenza.
Di più: secondo Tommaso la piena conoscenza di Dio la visione beatifica «ha già un certo inizio in noi, in virtù della fede che aderisce, grazie al lume infuso, a quelle cose che eccedono la conoscenza naturale» [huius cognitionis supernaturalis aliquam inchoationem in nobis fieri; et hoc est per fidem, quae ea tenet ex infuso lumine, quae naturalem cognitionem excedunt (De Veritate, 14, 2, c)].
Ciononostante per l'Angelico, come già per Aristotele ma con motivazione ben maggiore, si prova una «grande gioia a poter gettare un semplice sguardo (aliquid posse inspicere) su delle realtà così elevate, per quanto in modo debole e povero» [etiam parva et debili consideratione (Summa contra Gentiles, i, 8)].
«La fede -- asserisce l'enciclica -- conosce in quanto è legata all'amore, in quanto l'amore stesso porta una luce. La comprensione della fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà» (n. 26). La conoscenza che deriva dall'amore si avvera, secondo san Tommaso, quando uno «non si limita a ricevere nell'intelletto la scienza delle cose divine, ma, anche, amandole, vi è unito con l'affetto»; e spiega: l'unione per pura conoscenza intellettiva è più estrinseca e conosce la riduzione e il limite o la misura determinata dal soggetto che conosce; nella conoscenza affettiva invece la relazione con l'oggetto è più immediata: è l'oggetto a determinare la misura e a imprimersi nel soggetto e a “toccarlo” [sic ad ipsas res quodammodo afficitur (In Dionysii De divinis nominibus, cap. 2 , lectio: 4)]. E dice sempre l'Aquinate: «Quando la volontà è ben disposta in rapporto alla fede, essa ama la verità creduta, vi ritorna senza posa nel suo pensiero (excogitat), e abbraccia (amplectitur) tutte le ragioni che possa trovare a suo favore» (Summa Theologiae, ii-ii, 2, 10, c).
Occorre però procedere ulteriormente e risalire alla fonte concreta di tale luce, cioè a Gesù Cristo, «lo Splendore della gloria del Padre» (Splendor paternae gloriae, come lo definisce Ambrogio all'inizio dell'inno In aurora).
La fede, infatti, non è la presenza nell'intelletto di formule o di enunciazioni, ma è l'inabitazione di Cristo nei cuori: «Il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori», auspicava Paolo per gli Efesini (Efesini, 3, 17). Ora, l'evangelista Giovanni chiama il Verbo «Luce vera», che «splende nelle tenebre» (Giovanni, 1, 9 - 1, 5), mentre Gesù diceva di se stesso: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Giovanni, 8, 12).
Il credente è colui che accoglie questa luce che è Cristo, nel quale tutti i misteri cristiani si risolvono. A chiarirsi allora non sono tanto i contenuti dei misteri, a cui consentire, ma è Gesù Cristo stesso, che brilla così che la mente e il cuore lo ricevono e vi aderiscono. Chi riceve Cristo, crede; e, insieme, chi crede vuol dire che ha ricevuto Cristo: la fede, quindi, come sequela di Cristo, o comunione di pensiero, di visione, di sensibilità e di vita con lui e con la sua luce: infatti, «tutti coloro che vengono a Cristo, vengono a lui a partire da lui e per mezzo di lui» [omnes qui ad Christum veniunt, ab ipso et per ipsum veniunt (Summa Theologiae, III, 36, 3, 3m)].
Importa assolutamente sottolineare questo carattere personale e cristico della fede. «L'atto di fede non ha come suo termine ultimo delle proposizioni, ma la realtà» (Summa Theologiae, ii-ii, 1, 2, 2m): ebbene, questa «realtà» è Gesù Cristo, che è il mistero divino rivelato. Solo bisogna aggiungere che Gesù Cristo non è unicamente il compimento della fede, ma anche il suo principio.
Gli «occhi della fede», a cui accennavamo, sono gli «occhi di Cristo». Nella visione beatifica contempleremo il Padre con gli occhi medesimi con cui Cristo vede e contempla il Padre celeste.
A questo punto può essere pertinente osservare ancora con san Tommaso che «la fede non distrugge la ragione, ma la oltrepassa e la porta alla perfezione» [fides non destruit rationem, sed excedit eam et perficit (De Veritate, 14, 1, 9)]. Ossia, nel credente, a motivo della fede, non è spento né attenuato o sospeso il «lume dell'intelletto»; al contrario, egli è stimolato a ragionare di più. Una volta poi riconosciuta la differenza in sé tra la luce naturale dell'intelletto e la luce soprannaturale della fede, esse non vanno intese come l'una giustapposta all'altra, o indipendenti e scisse; chi ha fede possiede un intelletto trasfigurato, reso luminoso dalla luce di Cristo.
Abbiamo citato ripetutamente san Tommaso, col suo splendido, e non abbastanza valorizzato, trattato sulla fede. Vorrei, prima di terminare, ricordare due testi di sant'Ambrogio. Il primo: «Dove c'è la vera fede, là c'è la grazia della vera luce» [ubi vera est fides, ibi veri luminis gratia (Expositio Ps, 118, 8, 51)]; e il secondo: «Nei giorni del Signore Gesù è sorta la fede, che ha diffuso in tutto il mondo lo splendore del suo chiarore e della sua luce» [in diebus domini Iesu exorta est fides, quae splendorem suae claritatis et luminis toto orbe diffudit (Explanatio Palmi, 43, 6, 3)].
Possiamo, finendo, chiederci: «Questa grazia di luce, che è la fede, a chi è data?». Non esitiamo a rispondere: «È data a ogni uomo, dal momento che Cristo è stato predestinato dall'eternità ad essere Luce per tutti, nessuno escluso». La ragione umana da sempre è creata perché sia trasfigurata dallo splendore del Verbo incarnato e dalla sua gloria.

(©L'Osservatore Romano 21 agosto 2013)

sabato 17 agosto 2013

Un dono per tutti. Riflessioni sull'enciclica «Lumen fidei» (Biffi)

Riflessioni sull'enciclica «Lumen fidei»

Un dono per tutti

di Inos Biffi

La fede come dono, la fede come luce: sono tra i motivi ricorrenti nell'enciclica Lumen fidei ai quali dedichiamo qui alcune riflessioni.
Anzitutto: la fede come dono. Noi -- dichiara l'enciclica -- la «riceviamo da Dio come dono soprannaturale» (n. 4); essa è «virtù soprannaturale da lui infusa» (n. 7), «dono gratuito di Dio» (n. 14). È quanto afferma la lettera agli Efesini: «Per grazia siete stati salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio» (Efesini, 2, 8), e che Tommaso d'Aquino commenta scrivendo: «La fede viene immediatamente da Dio» (Summa theologiae, i, 111, 1); essa «ci viene dal suo amore» (Super Evangelium Iohannis reportatio, cap. 16, lect. 7). Sarebbe però errato concludere che, siccome la fede è un dono, alcuni sono destinati a riceverlo, mentre ad altri, per insondabile arbitrio divino, esso è semplicemente rifiutato. Certo, Dio fa grazia a chi vuole e non deve rendere conto a nessuno delle sue decisioni, che in ogni caso non potranno mai essere in contrasto con la sua giustizia e con il suo amore.
Di fatto, tuttavia, nessun uomo è lasciato senza questo dono. Solo che, per capirlo, occorre collocare e comprendere tale dono all'interno del disegno salvifico cristocentrico. 
Secondo questo disegno l'uomo è stato, fin dall'eternità e per pura grazia, progettato su Cristo e a causa di Cristo. Veramente, tutto il mondo, quello visibile e quello invisibile, è stato creato per mezzo di lui, in lui e in vista di lui, e trova in lui il suo fondamento (cfr. Colossesi, 1, 16), così che su tutto fosse «il Primeggiante» (Colossesi, 1, 18).
Quanto all'uomo: è stato scelto da Dio «nel Figlio», prima della costituzione del mondo (Efesini, 1, 4), ed è stato predestinato a essere «conforme all'immagine del Figlio», così da risultare «il Primogenito di molti fratelli». Ma, se è così, vuol dire che il dono della fede è destinato a ogni uomo, dal momento che quel dono coincide esattamente con la comunione con Cristo, con l'essere concepiti e voluti da Dio nel Redentore crocifisso e risorto.
La relazione con Cristo non è, infatti, qualche cosa che si aggiunga alla fede, ma è l'oggetto compiuto della stessa fede. In nessun momento della storia della salvezza, o in nessun momento della storia dell'umanità, c'è stata una fede salvifica che non avesse come suo contenuto Gesù Cristo. Lo asserisce magnificamente l'enciclica: «“Abramo […] esultò nella speranza di vedere il mio giorno, lo vide e fu pieno di gioia” (Giovanni, 8, 56). Secondo queste parole di Gesù, la fede di Abramo era orientata verso di Lui, era, in un certo senso, visione anticipata del suo mistero. Così lo intende sant'Agostino, quando afferma che i Patriarchi si salvarono per la fede, non fede in Cristo già venuto, ma fede in Cristo che stava per venire, fede tesa verso l'evento futuro di Gesù. La fede cristiana è centrata in Cristo, è confessione che Gesù è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr. Romani, 10, 9). Tutte le linee dell'Antico Testamento si raccolgono in Cristo» (n. 15). Ora, l'essere predestinati in Cristo, che equivale all'avere il dono della fede, riguarda l'umanità appartenente all'attuale progetto di Dio e quindi ogni uomo concretamente esistente. Non ci sono due categorie di umanità, l'una puramente “naturale”, estranea alla grazia di Cristo e lasciata in una specie di indifferenza o di disinteresse da parte di Dio, e l'altra, invece, che Dio trova nel Figlio, e cioè l'una, a cui è riservato il dono della fede, l'altra che ne è lasciata priva, anche se dobbiamo riconoscere che non ci è dato di sapere come ogni uomo incontri Gesù Cristo, o meglio sotto quale forma e in quale modo Gesù Cristo, senza del quale semplicemente non c'è salvezza, si faccia incontrare.
Noi ignoriamo le vie del suo amore onnipotente, ma ci è difficile pensare che Dio chiami alla luce un essere umano per lasciarlo senza la possibilità di un tale incontro, da cui dipende la sua riuscita. Possiamo, anzi, giungere a dire che, poiché l'uomo è creato in Gesù Cristo, è creato perché abbia la fede e che la ragione umana, a sua volta, è stata ideata dal principio non in una condizione di “neutralità”, ma con l'inclinazione alla stessa fede, cioè perché sia una ragione credente. Chi della ragione abbia una concezione razionalistica certamente vedrebbe in tutto questo un attentato all'identità e alla purezza della ragione, mentre a operarne la riduzione è proprio la sua “distrazione” da Gesù Cristo, la sua separazione da lui.
D'altra parte, se a ogni uomo è donata la grazia della fede, che lo salva in Cristo, una tale grazia non gli è imposta. Egli ha la libertà di respingerla. L'uomo che non si salverà non sarà quello a cui incolpevolmente non sia stato elargito il dono della fede, ma quello che si sarà chiuso al dono, che ha disdegnato di essere graziato. Scrive sant'Ambrogio, con la genialità che gli è consueta: «La luce vera risplende a tutti. Ma se uno ha chiuso le finestre, si priverà da se stesso della luce eterna. Se tu chiudi la porta della tua mente, chiudi fuori anche Cristo. Benché possa entrare, egli nondimeno non vuole introdursi da importuno, non vuole costringere chi non vuole. Beato colui alla cui porta bussa Cristo. La nostra porta è la fede. È questa la porta per la quale entra Cristo» (Expositio Psalmi cXVIII, 12, 13-14).

(©L'Osservatore Romano 17 agosto 2013)

giovedì 18 luglio 2013

Lumen Fidei: il commento di José Luis Restán

Mucho de Benedicto, pero es toda de Francisco

José Luis Restán

“La providencia nos está dando una sacudida con el Papa Francisco, estoy impresionado por la fuerza de su testimonio, por su estilo de vida y por su capacidad de relacionarse con la gente”. Así se expresaba recientemente el Cardenal Ángelo Scola en una entrevista concedida al vaticanista Andrea Tornielli. Es una valoración muy cualificada pero además llena de precisión. Cuatro meses después de la elección de Jorge Bergoglio para la Sede de San Pedro, es indudable que el nuevo Papa ha impreso una quinta velocidad al camino de la Iglesia. Su singular personalidad ha irrumpido rompiendo esquemas, pero no olvidemos que a eso ha contribuido decisivamente el gesto profético de Benedicto XVI y su propio testimonio de los últimos días.
La urgencia expresada por Benedicto XVI en la vigilia de la beatificación de John Henry Newman, cuando decía que los cristianos no podemos permitirnos el lujo de continuar como si no pasara nada, haciendo caso omiso de la profunda crisis de fe que impregna nuestra sociedad, o confiando sencillamente en que el patrimonio de valores transmitido durante siglos de cristianismo seguirá inspirando y configurando el futuro de nuestra sociedad, es la que traspiran los relámpagos de Francisco cuando nos invita a salir a las periferias existenciales, para llevar al corazón de cada hombre la única respuesta a su ansia de curación y de felicidad, que es Jesucristo.    
La publicación de la encíclica Lumen Fidei es una demostración clamorosa de la dinámica de la renovación en la continuidad. Por eso ha desagradado tanto al frente de los creadores virtuales de un pontificado en abierta ruptura (según ellos) con cuarenta y cinco años de guía eclesial, la que va desde el Pablo VI de la Humanae Vitae hasta Benedicto XVI. A estos recreadores virtuales les ha fastidiado la impronta ratzingeriana de la primera encíclica de Francisco porque les deja sin argumentos. Y es que nadie puede sustraerse a la sentencia del cardenal Ouellet en la presentación del documento: “en esta encíclica hay mucho de Benedicto, pero es toda de Francisco”.
Otro gesto que ha producido alergia en el campo de los constructores de fantasías eclesiales ha sido la decisión (personalísima) de Francisco, de canonizar conjuntamente a Juan XXIII y a Juan Pablo II. Alguno no ha podido reprimir su mal humor al decir que “eran como el agua y el aceite” pues uno amaba el diálogo mientras el otro tendía a la imposición. Afortunadamente estas y otras leyendas apolilladas se las conoce muy bien el Papa Bergoglio. La futura canonización de ambos pontífices tendrá un valor añadido como lectura histórica del arco de los últimos cincuenta años.
Entre las filas de la fantasía rupturista vuelve a cobrar protagonismo estos días Leonardo Boff, primero entusiasmado y ahora desilusionado con Francisco. Empieza a estropearse el festival. Leonardo debería escuchar más a su hermano Clodovis, que ha reconocido abiertamente que en el gran debate de los años ochenta sobre la Teología de la Liberación Ratzinger llevaba razón: “hacer el bien no basta para ser cristiano, lo esencial es confesar la fe… sin eso la Iglesia se vuelve irrelevante, pero no sólo ella sino el mismo Cristo”.      
Para terminar apunto un pasaje clave en la celebrada pero poco estudiada homilía de Francisco en la isla de Lampedusa. Aquel en que en que recordando la desorientación de Adán tras su desobediencia, explica que cuando el hombre pretende ocupar el lugar de Dios “la armonía se rompe… y el otro no es ya un hermano al que amar, sino simplemente alguien que molesta en mi vida, en mi bienestar… El sueño de ser poderoso, de ser grande como Dios, en definitiva de ser Dios, lleva a una cadena de errores que es cadena de muerte, ¡lleva a derramar la sangre del hermano!”.  

http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=4028&te=15&idage=7689&vap=0

martedì 16 luglio 2013

Lumen Fidei, la fede si fa luce e illumina la ragione (Samek Lodovici)

Nell'enciclica il rapporto con la verità

La fede si fa luce e illumina la ragione

Giacomo Samek Lodovici

Il rapporto tra fede, ragione e verità è un tema portante dell’enciclica Lumen Fidei, come dice già il titolo: la fede come luce. Per contro, nell’epoca moderna – soprattutto a partire dagli illuministi, fatte le debite eccezioni – si è pensato che la fede «potesse bastare per le società antiche, ma non servisse […] per l’uomo diventato adulto». La fede è stata infatti considerata o «un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco», o tuttalpiù come una conoscenza che però è solo soggettiva, che dunque «non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune» per rischiarare il cammino di ogni uomo, oppure come malattia infantile di un’umanità che la doveva debellare per essere adulta e uscire dallo stato di minorità, oppure come «oppio dei popoli», come annebbiamento della ragione, una falsa consolazione utilizzata per mantenere rendite di potere, per occultare la verità. In molti modi, dunque, la fede è stata dissociata dalla ragione e dalla verità oggettiva. 
Sennonché, è emerso che «la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza», perciò l’uomo d’oggi «ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande», e «Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male». In sostanza, qui si allude al percorso che ha portato dall’Illuminismo all’Idealismo (con un certo ruolo anche dello scientismo), con quest’ultimo che asseriva la possibilità per l’uomo di squadernare, prima o poi, tutta la verità, senza soccorso di una divina rivelazione e senza lasciare alcun margine di mistero. Per diversi motivi, in particolare per reazione a questa superba pretesa, si è poi gradualmente generato il relativismo odierno (menzionato nel paragrafo 25 dell’enciclica). Se del relativismo ci sono molteplici accezioni, quella considerata da Francesco è la versione che nega la possibilità per l’uomo di conoscere una verità oggettiva, in particolare su Dio, sullo scopo della vita umana, sul bene/male. Infatti, se non è possibile conoscere la verità, non è possibile giudicare oggettivamente gli atti umani, nemmeno le azioni che siamo soliti considerare estremamente crudeli e malvagie.
Inoltre, se la fede «si riduce a un bel sentimento, che consola e riscalda», diventa un aspetto della vita «soggetto al mutarsi del nostro animo» e «incapace di sorreggere un cammino costante». 
Piuttosto, come dice l’enciclica, l’incontro tra il cristianesimo e il pensiero filosofico del mondo antico è stato «un passaggio decisivo affinché il Vangelo arrivasse a tutti i popoli» ed è cruciale in ogni tempo che il credente nutra e consolidi la sua fede con ragionamenti e con argomenti, perché perfino alcuni grandissimi santi (come Giovanni della Croce o Madre Teresa) hanno sperimentato periodi, anche molto lunghi, di aridità interiore. Tali argomenti consentono di perseverare, di non abbandonare la sequela del Maestro, di restare saldi. Consentono inoltre di proporre Dio anche a chi non condivida già la fede cristiana, a chi non si sia mai af-fidato alla Chiesa. Perciò il rapporto tra filosofia e rivelazione è cruciale e ha ricevuto la trattazione di un’intera enciclica – la Fides et ratio di Giovanni Paolo II, richiamata da Papa Francesco – e di tanti interventi di Papa Ratzinger. 
Alla base di tutto sta il fatto che fede e ragione non sono due facoltà umane distinte: esiste un’unica ragione, che talvolta conosce da sola, talvolta invece conosce af-fidandosi ad altri, configurandosi come «ragione credente» (Lumen fidei, 27 ).

© Copyright Avvenire, 16 luglio 2013

sabato 13 luglio 2013

Rileggendo la «Lumen fidei». E al numero trentasei il teologo comprende se stesso (Imbelli)

Rileggendo la «Lumen fidei»

E al numero trentasei il teologo comprende se stesso

di Robert P. Imbelli

L'enciclica di Papa Francesco, la Lumen fidei, è uno straordinario documento che merita di essere meditato nella preghiera. La sua chiarezza e profondità ripagheranno la molteplice lettura da parte di tutti nella Chiesa, ovvero di quanti cercano il significato e la verità dell'esistenza umana. Un capitolo si rivelerà, però, di particolare interesse per i teologi. Nel numero trentasei dell'enciclica viene infatti data una interpretazione breve, seppure straordinariamente ricca, del compito della teologia. Da un certo punto di vista si tratta naturalmente di una visione tradizionale (come mostra il riferimento a piè di pagina a Bonaventura e a Tommaso d'Aquino). Tuttavia, il testo pone tale interpretazione tradizionale in un contesto intersoggettivo che ne fa emergere, in modo nuovo e più profondo, l'importanza e le implicazioni.
Il Papa scrive: Dio «è Soggetto che si fa conoscere e si manifesta nel rapporto da persona a persona». Il teologo, dunque, non può avvicinarsi al lavoro teologico in modo distaccato, neutrale, come farebbero uno scienziato o un semplice osservatore. La teologia prospera attraverso la conoscenza partecipativa, che coinvolge la ragione, la volontà e gli affetti. L'enciclica fa appello alla nozione biblica del “cuore” e insiste sul fatto che, come ha affermato il beato John Henry Newman, cor ad cor loquitur, ovvero “cuore parla a cuore”. La teologia riflette sulla Parola di Dio, pienamente rivelata, nella morte e risurrezione di Gesù, come Amore duraturo. Il cuore di Dio parla al nostro cuore per mezzo della sua Parola d'amore nell'incontro interpersonale.
Questa Parola d'amore è inesauribile. Pertanto, il compito della teologia è infinito, fino al compimento, quando Dio sarà «tutto in tutti». Ma poiché la Parola d'amore viene rivolta in primo luogo alla Sposa di Cristo che è la Chiesa, il compito della teologia non è mai individuale, ma sempre ecclesiale.
Il teologo opera nella Chiesa. Lui o lei è un membro del corpo di Cristo che cerca, in modo modesto, di gettare più luce sul Mistero nel quale la Chiesa vive, si muove e ha il proprio essere. Pertanto, è fondamentale riconoscere che la teologia non è una disciplina lontana dalla vita liturgica e catechetica della comunità cristiana. La teologia certamente solleva altre questioni, evocate dai contesti storici e sociali diversi dei teologi, facendolo però sempre alla luce del Vangelo e della tradizione apostolica.
Proprio per questo l'enciclica insegna: la teologia «non consideri il magistero del Papa e dei Vescovi in comunione con lui come qualcosa di estrinseco», ma piuttosto «come uno dei suoi momenti interni, costitutivi». Tutti nella Chiesa stanno sotto la Parola di Dio e cercano di riflettere un po' della luce di Cristo, il solo a essere Lumen gentium. Il ruolo del magistero, con le parole dell'enciclica, è di assicurare «il contatto con la fonte originaria», offrendo in tal modo «la certezza di attingere alla Parola di Cristo nella sua integrità».
Possiamo scorgere una profondità ancora maggiore di questo modo d'intendere la teologia se leggiamo il numero trentasei, ricollegandolo a quanto viene detto al numero trentanove. Qui, riferendosi alla natura ecclesiale della fede, il Papa scrive: «È possibile rispondere in prima persona, “Credo”, solo perché si appartiene a una comunione grande, solo perché si dice anche “Crediamo”. Questa apertura al “noi” ecclesiale avviene secondo l'apertura propria dell'amore di Dio, che non è solo rapporto tra Padre e Figlio, tra “io” e “tu”, ma nello Spirito è anche un “noi”, una comunione di persone» (n. 39).
Se la conoscenza teologica partecipa in qualche modo al dialogo eterno e alla comunione di Dio, allora il teologo -- che si tratti di un cristiano adulto o di qualcuno che svolge una missione ecclesiale -- deve essere una persona di comunione. Lui o lei deve essere mosso da una passione autentica per l'edificazione del corpo di Cristo e deve essere sensibile a qualsiasi cosa leda tale corpo. La “mondanità”, contro la quale Papa Francesco ha spesso messo in guardia, può assumere molte forme. Può prendere quelle più aperte della brama di influenza politica o di guadagno economico. Può però assumere anche quelle più sottili del desiderio di fama o di acclamazione popolare.
Il teologo deve dunque imparare a coltivare la spiritualità di comunione come parte integrante del compito della teologia. Tale spiritualità di comunione è tanto esigente nel suo ascetismo quanto lo è una spiritualità del deserto o del chiostro. E al centro di questa spiritualità c'è il discernimento nella preghiera. Abbiamo molto da imparare a questo proposito dal grande teologo gesuita Henri de Lubac. Nel suo straordinario libro Méditation sur l'Église de Lubac ha scritto un capitolo rimarchevole intitolato «Le nostre tentazioni verso la Chiesa».
Tali tentazioni mettono a rischio la comunione della Chiesa, ed è quindi necessario discernerle attentamente attraverso una spiritualità che non sia mondana, ma che cerchi sempre di alimentare la comunione. Poiché le tentazioni contemplate da de Lubac riguardino ogni membro della Chiesa, i teologi devono mettere particolarmente in guardia contro di esse. Una tentazione merita particolare attenzione nella nostra era di comunicazione mediatica istantanea e di “blogosfera”.
De Lubac la definisce «la tentazione critica». Egli non mette in discussione la necessità che nella Chiesa ci si dica la verità nella carità. Ma avverte che la critica troppo spesso può «avanzare, astutamente travestita da bene». C'è la tendenza inveterata di equiparare la nostra causa, per quanto posso essere degna, alla causa della Chiesa. De Lubac scrive di alcuni che «nel loro desiderio di servire la Chiesa, spingono la Chiesa al proprio servizio».
Tutti noi, teologi e non, possiamo quindi tirarci indietro ed esclamare: «chi dunque può essere salvato?». Ma de Lubac offre un saggio consiglio. Scrive della necessità di impegnarsi, secondo il buon uso ignaziano, in un costante «discernimento degli spiriti». E, con il suo ben noto umorismo pungente, suggerisce che una critica sempre salutare è «l'autocritica». Questo discernimento degli spiriti non porta all'immobilità, né nega il bisogno di una riforma costante nella Chiesa. Può certamente esigere parole audaci (parresìa), ma sempre in vista del bene comune del corpo di Cristo. E talvolta potrebbe richiedere la pazienza che sa come attendere saggiamente il tempo giusto per il raccolto. Così, i teologi, in comunione con tutti i membri del corpo di Cristo, sono chiamati a recitare le parole conclusive della Lumen fidei, rivolte a Maria: «Aiuta, o Madre, la nostra fede! / Apri il nostro ascolto alla Parola, perché riconosciamo la voce di Dio e la sua chiamata. / Sveglia in noi il desiderio di seguire i suoi passi, uscendo dalla nostra terra e accogliendo la sua promessa. / Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore, perché possiamo toccarlo con la fede. / Aiutaci ad affidarci pienamente a Lui, a credere nel suo amore, soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce, quando la nostra fede è chiamata a maturare. / Semina nella nostra fede la gioia del Risorto. / Ricordaci che chi crede non è mai solo. / Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinché Egli sia luce sul nostro cammino. E che questa luce della fede cresca sempre in noi, finché arrivi quel giorno senza tramonto, che è lo stesso Cristo, il Figlio tuo, nostro Signore!».

(©L'Osservatore Romano 13 luglio 2013)

Lumen Fidei. Quello smarrimento nascosto dai riflettori

Quello smarrimento nascosto dai riflettori

«Com'è difficile, oggi, parlare della fede!» scrive il sociologo Mauro Magatti nel commento La fede di Francesco, una “luce” amica della vita pubblicato in rete (IlSussidiario.net). «Com'è difficile -- continua l'autore -- riuscire da un lato a evitare il duro dogmatismo, che lascia freddo l'interlocutore, sempre pronto ad avanzare le sue riserve, e, dall'altro, a non cedere all'emotivismo, che riduce la fede a un'esperienza personale, vagamente misticheggiante, e come tale sterile e incomunicabile. 
La Lumen fidei riesce là dove tante volte, come cristiani moderni, sentiamo di aver fallito: affermare con schiettezza i contenuti della fede cristiana, senza cedimenti alle mode culturali, e nello stesso tempo stare dalla parte dell'uomo, della sua condizione contemporanea. E in questo modo permettere di nuovo l'incontro tra il piano della fede e il piano della vita».
Come figli della cultura occidentale, continua, «non possiamo dimenticare la pretesa dell'illuminismo di porre la ragione come fonte della nostra luce. Una pretesa certo problematica, ma che pure ha costituito un passaggio imprescindibile della nostra storia culturale».
Francesco, invece, dice all'uomo contemporaneo che la fede è la nostra vera luce; ciò che ci attira, ci illumina, ci accompagna.
«Come è possibile -- si chiede Magatti -- fare questa affermazione oggi? Certo, chi pensa che già tutto sia illuminato dai riflettori accesi dalla società moderna, non saprà cosa farsene di questa affermazione. Ma tutti coloro che si rendono conto dello smarrimento in cui ci troviamo, dell'oscurità nella quale la nostra vita personale e collettiva si dibatte, potranno riconoscere l'attualità dell'affermazione di Francesco. Una luce dunque. Ma di che luce si tratta? La luce della fede, scrive il Papa, non dissipa tutte le nostre tenebre».
Il Dio cristiano non è il Dio tappabuchi, continua il sociologo. «Piuttosto, la fede è una “lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino”. Un'immagine potente. Anche perché quella lampada che ci accompagna e ci guida la dobbiamo tenere in mano noi uomini. Il punto non è banale. Perché, proprio per questo, è illusorio pensare che la fede sia riducibile a una esperienza soggettiva. La fede, invece, dice Francesco, è una storia comune, di uomini e di donne, che segna ed apre il cammino di un popolo. Della Chiesa, certo, ma più estesamente, dell'uomo. La fede sta dentro una relazione con la realtà e con gli altri, sta dentro una storia che nessuno fa da solo. Dunque, la fede non tocca semplicemente la sfera cognitiva, anche se certamente non la esclude. La fede, infatti, riguarda il cuore, cioè la persona nella sua interezza, anima e corpo, intelletto e desiderio. E per questo la fede non è né un'astrazione, un mero discorso, né un astrarsi, un semplice uscire dal mondo. Al contrario, la fede cammina con l'uomo e la sua storia, personale e collettiva. Riprendendo la Caritas in veritate, Francesco chiarisce così il nesso tanto ostico nella nostra cultura tra fede e verità».
Un tema trattato a lungo, perché si tratta di una questione cruciale.

(©L'Osservatore Romano 13 luglio 2013)

Lumen Fidei. Nietzsche ha sbagliato nemico

Nietzsche ha sbagliato nemico

«L'obiettivo di questo documento -- afferma il cardinale Lluís Martínez Sistach, arcivescovo di Barcellona -- è di mostrare come la fede arricchisce l'esistenza umana in tutte le sue dimensioni. Benedetto XVI, che è stato uno dei teologi consultori dell'assemblea conciliare, era oltremodo preparato per mostrare quel che l'enciclica afferma citando Paolo VI: che il Vaticano II è stato innanzitutto un concilio sulla fede, pronto a raccogliere i suoi ricchi insegnamenti, specialmente per quanto riguarda i rapporti tra la fede e la Chiesa. E a Papa Francesco, giunto al Pontificato dalla periferia ecclesiale e dal mondo delle povertà, va attribuito ciò che nel documento si dice sulla fede come luce per tutta la società, come un fattore del bene comune, specialmente per la famiglia, come la forza che conforta nella sofferenza».
Un'enciclica che porta quindi l'impronta sia di Benedetto XVI che di Papa Francesco. Aspetto, questo, messo in evidenza anche da Raymond J. De Souza sul «National Catholic Register» (10 luglio): It's Benedicts's finest encyclical, even though it carries Francis' name. E prosegue: «Molto è stato detto e scritto sull'umiltà dimostrata da Papa Francesco rispetto a cose alquanto irrilevanti, come il tipo di scarpe che indossa o se fa da solo cose che invece potrebbero essere fatte dalle persone del suo staff. Ma una dimostrazione di umiltà che sicuramente colpisce è quella di aver pubblicato come sua prima enciclica un testo scritto da un altro uomo, un uomo il cui sguardo e i cui scritti sono unici nella sua generazione». E citando in chiusura del suo commento un passaggio dell'enciclica («Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti») De Souza scrive: «Lumen fidei fornisce un contributo affascinante e convincente a questo dialogo. Resta da vedere se un mondo che guarda alla fede con sospetto sarà interessato. Il sospetto e la paura sono alleati della dittatura, inclusa la dittatura del relativismo da cui Benedetto, e ora Francesco, si augurano di liberarci».
Drew Christiansen, su «America Magazine», nel commento «Personal Knowledge: a Footnote to an Encyclical», approfondisce il tema del valore conoscitivo dell'amore, centrale nella Lumen fidei, citando il pensiero del filosofo brasiliano Carlos Cirne-Lima e le opere del gesuita Pierre Rousselot (1878-1915), che tanto avrebbe influenzato il discepolo e futuro teologo Henri de Lubac, in particolare i due articoli intitolati Les yeux de la foi pubblicati su «Recherches des Sciences Religieuses» nel 1910. Nel testo ricorre ventitré volte la parola “cuore”; «l'enciclica è precisa -- spiega Javier Prades López, rettore dell'università San Dámaso di Madrid, in un'intervista pubblicata in IlSussidiario.net -- nell'usare il termine in senso biblico, che non ha nulla a che fare con una riduzione sentimentale del cuore come di solito è operata nella letteratura o nel senso colloquiale del termine. Cuore è l'io umano nella sua integralità e nell'unità di tutti i suoi dinamismi affettivi, volitivi e cognitivi. Il cuore è la vera sede del dono di Dio, che tocca il profondo dell'uomo interessando tutta la sua persona». Nella Veglia di Pentecoste, a chi gli chiedeva come aveva potuto raggiungere nella sua vita la certezza sulla fede, Francesco ha risposto citando la testimonianza di sua nonna; «poiché viene da fuori di me, la fede è intrinsecamente legata a un rapporto -- continua Prades -- perché è in un rapporto che avviene un dono tra persone. L'esempio del Papa è calzante perché dimostra che tutti abbiamo avuto bisogno di un testimone, uno che vivendo in prima persona la fede ha reso possibile per noi l'adesione personale al dono di Dio. Questa trama di rapporti che costituiscono il mondo della vita è l'alveo attraverso cui ci arrivano tanti beni, tante conoscenze, tanti benefici per la nostra vita, e Dio si è voluto piegare a quello stesso metodo per comunicarsi, attraverso i testimoni. Con grande scandalo di tanti; eppure è il metodo che ha scelto Dio».
«Un punto fermo -- scrive Eugenio Mazzarella nell'articolo Ecco perché anche i politici dovrebbero leggerla, pubblicato sullo stesso periodico in rete -- anche per l'uomo contemporaneo, esposto all'idolatria della tecnica, alla seduzione delle cose che escono dalle sue mani, che rischia di non saper più “vedere” con il cuore e con la ragione Chi ci dona le mani, l'orizzonte di senso anche per quando esse riposano stanche o cadono inerti, senza successo».
Nel 1865 il giovane Nietzsche -- scrive José Luis Restán nell'articolo Luz para que no languidezca la vida pubblicato su Paginadigital.es -- invitava la sorella a sperimentare nuove strade, lasciandosi dietro le spalle la vecchia fede dei padri. Mai il filosofo tedesco avrebbe potuto immaginare che centocinquant'anni più tardi un Papa l'avrebbe citato in un'enciclica. «La sua visione della vita -- continua Restán -- come un'avventura appassionante, in cui ciascuno deve cercare la verità, riconoscerla liberamente e abbracciarla, non è sbagliata. Ma ha sbagliato nemico, e ha scelto una strada che l'avrebbe portato a un epilogo tragico». Un testo “a quattro mani”, la Lumen fidei; l'espressione stessa è un omaggio affettuoso di Francesco all'amore per la musica del suo predecessore, scrive Rafael Navarro Valls su «Iglesiactualidad», nell'articolo intitolato Lumen Fidei una luz entre dos faros, spiegando che la collaborazione tra Papi, nella redazione delle lettere rivolte a tutta la Chiesa non è poi così rara; sembra che anche nella Deus caritas est -- scrive Navarro Valls -- siano confluiti appunti inediti di Giovanni Paolo II.
«Un capolavoro profondamente paolino» così descrive l'enciclica nel suo blog il giornalista francese Yves Daoudal (alias Hervé Kerbourc'h, noto anche con lo pseudonimo di Hervé Pennven). Un testo che cita molto i padri della Chiesa e ne imita anche il metodo. Basti pensare al punto in cui si confronta il testo ebraico e la traduzione greca di una frase di Isaia, come avrebbero fatto Gerolamo o Giovanni Crisostomo. «Il tema della luce della fede -- scrive -- ci riporta a san Bonaventura come ad Origene, passando attraverso la dottrina dei cinque sensi spirituali; nel cuore stesso dell'enciclica c'è una citazione del mio caro Guillaume de Saint-Thierry, voce eminente nel mondo monastico medievale, insieme al suo maestro e amico Bernardo».

(©L'Osservatore Romano 13 luglio 2013)

Lumen Fidei (Bruno Cortona)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Fabiola.

venerdì 12 luglio 2013

La logica della fede e della realtà. Il rapporto con la creazione nell'enciclica Lumen Fidei (Fernández)

Il rapporto con la creazione nell'enciclica di Papa Francesco

La logica della fede e della realtà

Samuel Fernández, Pontificia Università Cattolica del Cile

La nuova enciclica cerca di mostrare che la fede ha la capacità d’illuminare tutta l’esistenza, e non solo alcuni suoi aspetti (Lumen fidei, n. 4). Per questo, fin dall’inizio, nel presentare la fede di Abramo — in particolare al n. 11 — spiega il vincolo esistente tra fede e creazione. Il documento ricorda che la Parola di Dio che chiama Abramo non risulta estranea al patriarca, che al contrario la riconosce come una voce inscritta da sempre nel suo cuore. Il Dio che esorta a credere è lo stesso Dio «che è origine di tutto e sostiene tutto». La fede può aspirare a essere una luce per tutta la realtà, poiché il Dio che invita alla fede ha a che vedere con tutta la realtà: nulla gli è estraneo. Colui che «chiama Abramo» è lo stesso che «chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Romani, 4, 17); san Paolo mostra in tal modo l’unità esistente tra l’azione creatrice e l’azione salvifica di Dio. Persino nei testi più antichi del Nuovo Testamento si esprime la convinzione che tutte le cose provengono da Dio per mezzo del Signore Gesù (cfr. 1 Corinzi, 8, 6). La Parola che crea è la stessa Parola che invita a credere, perciò la fede e la realtà hanno una struttura comune su cui si fonda la loro reciproca armonia. Il Verbo fatto carne ha rilevanza universale perché «tutto è stato fatto per mezzo di lui» (Giovanni , 1, 3). La Parola illumina così le radici dell’essere: «La fede nel Figlio di Dio fatto uomo in Gesù di Nazaret non ci separa dalla realtà, ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo» (n. 18).
Questa identità tra il Dio della fede e il Dio creatore di tutta la realtà implica una corrispondenza tra quella che potremmo chiamare la logica della fede e la logica della realtà. Se Dio non avesse nulla a che vedere con il mondo, come pensavano i manichei, o se il Salvatore fosse un Dio straniero, come pensava Marcione, allora il mondo non sarebbe comprensibile alla luce della fede e, a sua volta, la Parola della fede non sarebbe comprensibile per la società umana. Bisognerebbe scegliere tra Dio e la realtà creata. E la salvezza offerta da un Dio estraneo alla creazione consisterebbe semplicemente nel liberarsi di questo mondo. Ma il mondo è creazione di Dio e pertanto la salvezza non consiste nel rifiutare il mondo, bensì nel portarlo alla sua pienezza; poiché il mondo, sebbene ferito dal peccato e dall’ingiustizia, non smette di essere opera di Dio e, provenendo da Lui, soltanto in Lui trova la sua pienezza. Solo così «la fede si mostra universale, cattolica, perché la sua luce cresce per illuminare tutto il cosmo e tutta la storia» (n. 48). Al contrario, una visione puramente negativa del mondo smette di essere cattolica.
Questo stretto rapporto con la creazione indica che la fede non è destinata a restare solo dentro il cuore dei cristiani, e neppure nell’ambito ristretto dei credenti: «La conoscenza della fede illumina non solo il percorso particolare di un popolo, ma il corso intero del mondo creato, dalla sua origine alla sua consumazione» (n. 28). La fede permette di capire il significato della storia e dell’esistenza umana. Non si può perciò ridurre a una questione meramente individuale, «non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva» (n. 22). Nasce da qui una delle idee su cui più insiste l’enciclica: la fede illumina le relazioni umane e perciò offre un orientamento per costruire la città comune, ovvero «fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio» (n. 51). In tal modo la fede è anche chiamata a illuminare la sfera pubblica e a collaborare al bene comune. Di fatto è a partire da un sguardo di fede che in occidente fu scoperta la radicale dignità di ogni persona, che non era così evidente per il mondo antico (cfr. n. 54). Quando i rapporti umani non sono illuminati dalla fede, sia gli altri sia la creazione possono trasformarsi in mercanzia.
Questo vincolo tra fede e creazione, su cui insiste l’enciclica (n. 11), ha importanti conseguenze per la missione della Chiesa, poiché mostra che la teologia dell’evangelizzazione va elaborata alla luce della teologia della creazione. Un’evangelizzazione che riconosce questo vincolo si alimenta di ferme convinzioni: che la parola della fede è la chiave per comprendere la realtà in quanto tale, che la parola della fede illumina le strutture più profonde e proprie dell’essere umano e che la parola della fede non rifiuta nulla di autenticamente umano, bensì è la chiave che permette di discernere la genuina identità dell’uomo. Lo stretto vincolo esistente tra fede e creazione implica che la Parola che chiama a credere non è estranea o esterna all’uomo; anzi, nella sua novità, essa porta l’uomo ad altezze insospettabili. Su questa base, si comprende che il Vangelo non restringe la vita umana, bensì la porta alla pienezza che le è propria. Detto in parole semplici, il Vangelo non è inumano e perciò la fede non è un ostacolo, bensì uno stimolo per la vita umana. Se nell’enciclica abbondano termini come «aprirsi», «uscire» lasciarsi «illuminare», «ampliare», andare «oltre», «dilatarsi», è perché è scritta con la convinzione che la Parola della fede illumina tutta la creazione, fa uscire l’uomo dalla sua chiusura e lo proietta oltre se stesso, affinché realizzi la sua vocazione più profonda.

(©L'Osservatore Romano 13 luglio 2013)

Lumen Fidei. Germania: nel segno di Benedetto XVI. Francia: un'enciclica luminosa. Italia: come in uno specchio (Sir)

LUMEN FIDEI  

Francia, Italia, Germania

Francia: un'enciclica luminosa

"L'enciclica 'Lumen Fidei' è provvidenziale. È un luminoso 'quattro mani', reso prezioso da due successori di Pietro, che confortano, uno dopo l'altro, i loro fratelli nella fede". È il commento a caldo di monsignor Bernard Podvin portavoce dei vescovi di Francia. "La fede - aggiunge mons. Podvin - a il carattere singolare, di essere capace di illuminare tutta l'esistenza dell'uomo. Essa è "la luce che viene dal futuro" . In questi quattro bellissimi capitoli, il lettore percorre il cammino della fede per infine comprenderla. Guidato da Papa Francesco, egli raccoglie gli elementi che riassumono il tesoro della memoria. Tutto ciò che la Chiesa è, tutto ciò che essa crede, si ricostituisce in maniera uniforme: Confessione di fede, celebrazione dei sacramenti, Decalogo e preghiera. Passo dopo passo, si tratta di esplorare sempre di più l'orizzonte che la fede illumina". Il portavoce dei vescovi francesi annota infine che "certamente questo testo non è stato concepito in una torre d'avorio. Esso non esclude la sofferenza umana. Il servizio della fede al bene comune è sempre un servizio di speranza. Possiamo comprendere perché, senza essere una concezione individualista, la fede ci permetta di raggiungere il fondo del nostro essere. Noi siamo, attraverso l'atto del credere, in relazione originaria a Cristo e ai fratelli".

Italia: come in uno specchio 

"A me pare - afferma monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e presidente della Commissione Cei per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi - che nelle quattro tappe l'enciclica 'Lumen Fidei' ci permette di osservare la fede in quattro distinte, convergenti e inseparabili prospettive". Anzitutto "quella che in teologia è chiamata la 'fides qua': quel dinamismo vitale per cui credere vuol dire muoversi camminando verso Dio". Il secondo aspetto è "quello veritativo della fede, diremmo, ossia il suo intimo rapporto con la verità - così ripetutamente richiamato da Benedetto XVI".
Il terzo aspetto "riguarda la trasmissione della fede e, per ora, mi limiterei a portare l'attenzione sul rimando implicito all'esordio della costituzione 'Lumen Gentium'". Nell'enciclica Francesco scrive: "La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce. La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un'altra fiamma...". Per mons. Semeraro, "è davvero molto bello. C'è, poi, l'ultimo capitolo, che esordisce col tema molto suggestivo del 'Dio affidabile'. Scrive il Papa: 'Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile'. Il quarto capitolo indica alcuni luoghi specifici per una città degli uomini che sia davvero affidabile: il bene comune, la famiglia, la vita sociale, la forza consolante nella sofferenza".

Germania: nel segno di Benedetto XVI

"È un segno di grande rilievo che Papa Francesco, pur con tutte le diversità personali e di carisma, abbia generosamente assunto dal suo predecessore ciò che di sostanziale era nell'elaborazione del testo, cosa che dice molto della continuità della dottrina della Chiesa e della sua stretta unità. In questo modo i due pontificati si congiungono bene insieme". Così ha scritto l'arcivescovo Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca, nel salutare l'uscita dell'enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco. "L'enciclica completa un ciclo ancora in stretta relazione con Papa Benedetto XVI", che aveva pubblicato nel 2005 "Deus caritas est", nel 2007 "Spe salvi" e nel 2009 "Caritas in veritate". Scrive mons. Zollitsch: "È facile vedere come la nuova lettera al mondo, ora sotto l'autorità di Papa Francesco, completa con il tema della fede la serie delle tre virtù teologali fondamentali fede, speranza e carità". "Tutte queste dichiarazioni portano quindi in un certo senso a una sintesi nella riflessione sulla fede". Mons. Zollitsch indica quindi come Papa Francesco abbia voluto inserire l'enciclica nell'Anno della Fede e l'abbia posta anche in stretta relazione con il 50° anniversario del Concilio Vaticano II. "È inconfondibile, proprio nel testo tedesco, il tono di Papa Benedetto XVI. Ma si riconosce anche molto il linguaggio e la spiritualità di Papa Francesco", nota l'arcivescovo. Prima di proporre una sintesi dettagliata del testo, mons. Zollitsch scrive ancora: "Questa enciclica con la sua forza intellettuale e spirituale, a cui appartengono anche la contemplazione e il silenzio, può condurci a una fede vigile e pacata, nella agitazione spesso stridula e nell'amara crisi dei nostri giorni. Ringraziamo Papa Francesco per questa prima enciclica, che ci dà la possibilità anche di esprimere, ancora una volta, il nostro sentito 'Dio ti benedica' per Papa Benedetto XVI".

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Lumen Fidei, Introvigne: Una grande enciclica contro la fede light, senza contenuti (Sir)

LUMEN FIDEI: INTROVIGNE (CESNUR), “UNA GRANDE ENCICLICA” CONTRO LA “FEDE LIGHT”

“Una grande enciclica contro la fede light, senza contenuti, che è tipica del New age ma penetra anche nel cristianesimo”: questo il commento di Massimo Introvigne, direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) a proposito dell’enciclica papale “Lumen fidei”. 
Le ricerche sociologiche dimostrano infatti che “i due terzi degli italiani sono immersi nella fede light: non si dichiarano atei e agnostici, anzi dicono di credere, ma non hanno le idee chiare sul contenuto e non mantengono nessun contatto con la Chiesa. A costoro soprattutto si rivolge Papa Francesco”. 
“Non è difficile riconoscere le quattro mani - osserva Introvigne -, quelle di Benedetto XVI e quelle di Papa Francesco. 
Quest’ultimo insiste sulla sua tesi preferita, che la fede ci libera dall’autoreferenzialità per cui parliamo sempre solo a noi stessi anziché ‘uscire’ a parlare con gli altri. 
E Papa Ratzinger continua la sua polemica con chi vuole separare il cristianesimo dall’eredità greca, contrapponendo la conoscenza tramite la ragione dei greci e la conoscenza tramite l’amore degli ebrei”. In realtà, sostiene Introvigne, “secondo l’enciclica ogni separazione è arbitraria, nel cristianesimo le due prospettive vanno insieme. 
Si conosce sia con la ragione, sia con il cuore, sia con la visione della luce e della bellezza, sia con l’ascolto della parola e della musica del creato”. 

© Copyright Sir

giovedì 11 luglio 2013

Lumen Fidei, Juliàn Carròn risponde a Scalfari

Clicca qui per leggere il testo segnalatoci da Fabiola e Laura.

La Lettera Enciclica Lumen Fidei nel commento di Pier Luigi Guiducci

Su segnalazione di Laura leggiamo questa riflessione sull'enciclica Lumen Fidei:

Lettera Enciclica Lumen Fidei

Pier Luigi Guiducci 
Università Pontificia Salesiana 

All’uscita della prima Lettera Enciclica di Papa Francesco (29 giugno 2013), qualcuno si è chiesto: ha senso indire un Anno della Fede (Benedetto XVI) e un documento ufficiale sulla Fede quando tutto il tempo del cristiano è un percorso di fede?
Perché, allora, i due Papi – in notevole sincronìa – proseguono in tale impegno dottrinario e pastorale?
Per comprendere, allora, la scelta del Magistero Pontificio occorre rivedere alcune situazioni che nel recente periodo sembrano essere divenute sempre più problematiche.
Una prima questione riguarda il significato della Fede in sé.
Se sul piano teorico nessuno ha osato confrontarsi con i Papi Ratzinger e Bergoglio, sul versante delle prassi, dei comportamenti, delle scelte contingenti, si è strutturato un indirizzo di pensiero che, nei fatti, non segue l’orientamento cattolico.
In alcuni fedeli, ad esempio, si è ritenuto utile accentuare un fideismo che, nel tempo,  non ha reso più bella la Chiesa, Sposa di Cristo.
Nel fideismo l’idea centrale è che fa tutto Dio. Il credente  rimane fermo. Attende. Non è chiamato a partecipare alla costruzione del Regno. Fa tutto la Grazia. L’essere umano deve solo aver fiducia in azioni improvvise e liberanti del Signore. Il fideismo, dunque, per evidenziare al massimo la Presenza di Dio pone in ombra l’impegno umano, la risposta a una vocazione.
In altre situazioni, il comportamento è caratterizzato da una linea opposta. Quella dell’indifferenza. L’indifferente non manifesta negazioni. Non fa polemica. Non si pone in contraddittorio con coloro che operano nelle comunità ecclesiali.
L’indifferente non è  neanche spettatore. Valuta la Chiesa come una delle tante associazioni che nascono e muoiono nel modo. Punto.
Esiste, poi, una linea di comportamento che confonde la fede con la filosofia. La filosofia privilegia il ragionamento. E in più casi è stato dimostrato, nei secoli,  come la dottrina cattolica ha profondamente valorizzato il contributo della ragione.
Ma i passi di taluni filosofi non  condividono una fede ragionata, ma sospettosa. Per tale motivo si preferisce piuttosto esaltare il libero arbitrio, il metodo dubitativo, le tecniche di iniziazione  all’armonia del sé e alla sintonìa cosmica.
Alcuni filosofi, quindi, affermano di essere in cammino verso la verità, ma non riescono a superare un orizzonte immanente. Tutto è concentrato in schemi umani. In logiche umane. In conclusioni verificabili nell’immediato.
La fede, però, è  stata anche letta come desiderio di eternità. E in questo senso, molti autori si sono agganciati ai riti naturali, ai culti ancestrali che privilegiavano ciò che vedevano (o che temevano).
In tal senso tutta la dottrina cattolica è stata messa in discussione: da Cristo che muore e che  risorge come altre divinità pagane, allo stesso significato del pane e del vino, alla verginità della Madonna.
Nei luoghi di sepoltura di diverse popolazioni si è arrivati  a scolpire l’entrata in pietra di aree sepolcrali con il disegno di una porta.
Anche l’acqua è divenuto sia un segno di separazione tra la città dei vivi e quella dei morti, sia un rito cultuale di purificazione, sia un immagine di vita.
A questo punto  la riflessione sulla Fede si è inserita in credenze ferme oggi davanti a sepolcreti che non comunicano nulla.
Una seconda questione riguarda la Fede cattolica.
Essa non è un trattato di auto-controllo. Non indica le fasi di tecniche liberanti in un oggi problematico. Non si pone come dottrina politica che svela finalmente il segreto di una liberazione totale.
La Fede, nel Magistero pontificio, basato sulla Parola di Dio e sulla Tradizione,  non spinge verso un’auto-salvezza. E non pone al centro lo sforzo umano.
La Fede è un incontro. Con una Persona viva. Che ha parlato. Che è entrata nelle case. Che ha mangiato con l’umanità presente in Palestina nell’Ora dell’Incarnazione.
Però, la Persona di Cristo non si è limitata “a fare amicizia”, ad essere “un semplice fratello”, a ideare forme nuove di comunità religiose capaci, ad esempio, di proseguire l’esperienza degli Esseni.
La Persona di Cristo è  segno. Orientamento. Fonte di liberazione dal peccato e dalla morte.
Il segno non rimanda a consigli di semplice applicazione di norme di comportamento.
Il segno non è neanche un suggerire miglioramenti a vite comunitarie costruite intorno alla sinagoga, all’elencazione di precetti, al rispetto di formalismi.
Cristo è il Segno per eccellenza perché nella Sua unica Persona si trova vera umanità  e autentica divinità.
Il Signore della Storia entra nelle storie umane ma le pone davanti all’annuncio della Buona Novella. Del Vangelo.
Il Signore Gesù è  orientamento perché non addita solo dei traguardi, delle nuove prospettive, e  una novità in Lui, ma perché si presenta come il Figlio talmente amato dal Padre che addirittura diventa sacramento del Padre. Parola del Padre. Manifestazione del Padre. E, contemporaneamente, perché promette l’invio dello Spirito Santo. Il Paraclito.
Gesù di Nazaret, poi, è colui che libera dal peccato e dalla morte.
Tale aspetto, ancora oggi, non è sempre compreso dai fedeli. Perché?
Forse, perché –  in assenza di una visione della Storia della Salvezza -  si arriva a ritenere che Cristo è un mero “protettore”. Qualcuno da invocare solo quando l’esperienza terrena diventa “valle di lacrime”.
Ciò ha in sé qualche elemento  di verità. Ma tale dinamica ha senso se il fedele si fa accompagnare in un itinerario di fede, di speranza, e di carità. Altrimenti, l’emotività prende il sopravvento.
Davanti a un mondo moderno, specie nella ricca area occidentale, che non ha scrupoli a investire su santoni, fattucchiere, portafortuna, analisi di segni zodiacali, carte, fondi di caffè, voci dall’oltre-tomba, e che non esita a consegnare capitali per una liberazione da fatture e malocchi, i due Pontefici del nostro tempo hanno chiesto a tutti i fedeli di invertire la rotta.
È questa la terza questione da affrontare. Che significa invertire la rotta?
Significa prima di tutto non cercare né sapienza umana né episodi “straordinari”. L’incontro con la Persona di Gesù avviene nel silenzio.
Nel raccoglimento. Nella partecipazione alla vita sacramentale. Nell’ascolto della Parola. Nelle opere di carità.
Forse, alcuni fedeli non si rendono conto che ogni giorno, quando il sacerdote celebra l’Eucaristia, avviene un miracolo straordinario.
Se “quello” è  un miracolo che getta luce, grazia e che ribalta la stessa storia umana, che serve andare alla ricerca di altri fatti prodigiosi?
Ricordo ancora la figura affaticata di san Pio da Pietrelcina. Usciva dalla sacrestia. Si era già  incurvato e in un’ora molto mattiniera iniziava a celebrare la messa.
Andava avanti rispettando i tempi previsti per quella celebrazione nella chiesetta di Santa Maria delle Grazie.
Poi si arrivava al momento della Consacrazione. Lui iniziava a recitare la formula. Tutto proteso in avanti. E si fermava.
Con i suoi occhi intensissimi fissava la particola che stava consacrando.
Che avveniva in quel momento?
Egli vedeva Gesù. Era consapevole della Sua Presenza.
Con l’andar del tempo il superiore, per obbedienza, gli ordinò di proseguire. E lui ubbidì.
Perché tale episodio mi torna continuamente in mente?
Perché in padre Pio c’era una continua testimonianza sacerdotale che richiamava al primato di Dio.
Forse, ma lo dico sottovoce perché non voglio criticare nessuno, le nostre moderne chiese parlano poco di una fede vissuta anche nel progetto di alcuni ambienti.
Forse, e lo affermo ancor più  sottovoce, gli abiti indossati da alcuni sacerdoti e da taluni religiosi sembrano testimoniare il desiderio di entrare nel mondo con abiti laicali ove si fatica a individuare il prete (manca talvolta anche un piccolo Crocifisso).
Forse, e qui parlo proprio a fatica, è difficile pensare che i fedeli possano comprendere la centralità di Cristo nella Chiesa se, entrando in un luogo di culto, trovano al centro del presbiterio una sedia elegante riservata al celebrante e, spostato a destra, un tabernacolo disadorno.
Su questo punto sarebbe utile rileggere la lettera che proprio san Francesco di Assisi indirizzò  ai sacerdoti.
Nel contesto sommariamente accennato si potrebbe far riferimento anche a degli stili che non aiutano a vivere la Fede.
Ha senso insistere su vesti liturgiche “all’ultima moda”?
Quale significato possono avere le croci ove il design evita di presentare il Crocifisso per accentuare i due assi della croce con curve eleganti?
E che valore di insegnamento può essere attribuito a Crocifissi di tipo gianseniano ( mani legate in alto a significare che la Salvezza è per pochi)?
In molti casi, alcuni richiami a un ritorno più rispettoso delle immagini religiose (di ogni tipo) sono stati accolti come una resistenza alla modernità. Come un non capire i “nuovi linguaggi”, le nuove “forme di comunicazione”.
Penso che non sia così.
E l’Enciclica Lumen Fidei lo conferma.

Lumen Fidei: il commento di Raymond J. de Souza

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mercoledì 10 luglio 2013

Benedetto XVI: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova

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''Lumen fidei'': un messaggio che rilancia la fecondità del cristianesimo (Tamayo José Maria Gil)

Una luce per l'Europa

''Lumen fidei'': un messaggio che rilancia la fecondità del cristianesimo

Tamayo José Maria Gil - Sir Europa (Spagna)

La prima enciclica di Papa Francesco, intitolata "Lumem Fidei" (la luce della fede), che chiude la trilogia di encicliche sulle virtù teologali della carità e della speranza iniziata da Benedetto XVI, mostra in modo eccellente la continuità magisteriale del Successore di Pietro nel passaggio del pontificato da Ratzinger a Bergoglio.
In questa nuova enciclica vale la pena sottolineare la singolare presentazione della fede in Dio in senso fortemente positivo, come una luce che realizza l'essere umano in tutte le sue dimensioni e la costituisce come punto di riferimento della sua vita personale e sociale, ma non come una benda che copre del tutto lo sguardo umano - da cui alcuni hanno preso spunto per separare indebitamente la necessaria congiunzione fra l'atto di conoscere e quello di credere, fra cittadinanza e religiosità.
In questa prospettiva, la nuova enciclica mette in evidenza che la fede "non si configura solo come un cammino, ma anche come l'edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l'uomo possa abitare insieme con gli altri" (n. 50). Si smentisce così anche una considerazione negativa e anacronistica della fede e della religione in ampi settori culturali e politici moderni, che anche in Europa rendono impossibile una sua presenza attiva e trasformatrice, sia nei comportamenti personali che nel pensiero e nella vita pubblica, riducendola all'ambito del privato senza un documento di cittadinanza per costruire la città terrena.
Quest'ultima visione, oltre a distorcere la vera natura dell'atto religioso cristiano, fa passare sotto silenzio il ruolo benefico svolto dai cristiani nella storia e nella cultura europee, sollevando al contempo il sospetto nei confronti della loro completa fedeltà civica alla costruzione e coesione delle società democratiche nella pace e nella libertà.
Viceversa, come spiega Papa Francesco nel quarto capitolo dell'enciclica dedicato alla dimensione e all'impegno sociale della fede cristiana, "la luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune. (…) La fede fa comprendere l'architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l'arte dell'edificazione, diventando un servizio al bene comune" (n.51).
Rimane in tal modo svuotata, con la massima argomentazione magisteriale, sia la posizione di coloro che, anche in Europa, sostengono una fede individualista e chiusa, come quella di coloro che cercano di diffondere una sorta di laicismo, piuttosto che la sana laicità di ispirazione evangelica (cfr. Mt 22, 21), che consacra la necessaria separazione e collaborazione della sfera cittadina e della sfera religiosa, e a beneficio di coloro che dovrebbero ricordare le sagge parole del pensatore politico Alexis de Tocqueville, il quale sosteneva: "Quando costoro attaccano le credenze religiose, seguono le proprie passioni e non i propri interessi. Il dispotismo può prescindere dalla fede, la libertà no. La religione è molto più necessaria nella repubblica che auspicano che nella monarchia che attaccano, e più nelle repubbliche democratiche che tutte le altre" (da La democrazia in America, I, 9).
Infatti, nella fede cristiana sono inseparabili la scelta di Dio e la scelta dell'uomo, quella del Regno dei Cieli e quella della città terrena: "Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l'interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell'aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza" (n. 51, ndt). È quello di cui abbiamo bisogno. Ci rimane molto da costruire in Europa.

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Secondo la Spinelli Papa Francesco ha accettato di firmare un'enciclica scritta quasi per intero da Ratzinger, perché all'enciclica non era affatto interessato

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Ma quanto ha dato fastidio l'enciclica Lumen Fidei? E' per il testo in se' o per chi l'ha scritta? Buona la seconda? Chissa'...
Leggo e sghignazzo:

"Chi difende il proprio benessere buttando a mare gli "uomini di troppo" usa il cristianesimo, mal dissimulando il razzismo e facendo quadrato attorno alla triade "Dio, famiglia, patria tribale". Ha perfino, come Cicchitto, l'impudenza di invocare la laicità: che lo Stato governi, e i Papi scrivano encicliche. Disobbediente, imperturbato, il Papa infrange quest'ordine imbalsamato".

La laicita' non era un cavallo di battaglia della Spinelli fino a pochi mesi fa? E non la invocava per accusare il Papa (di allora) di ingerenza?
Ah si'...era un Papa diverso, si occupava di teologia che non fa piangere e avere l'impudenza di parlare di ogni tematica, anche quella piu' scomoda per poi essere ignorato quando affrontava problematiche sociali ed attaccato quando era il turno di quelle etiche.
Prima il Papa doveva stare zitto e scrivere encicliche, ora puo' parlare a patto che non osi mettere bocca su "Dio, famiglia, patria tribale", in particolare la seconda.
Sara' interessante ricordare alla Spinelli questo suo editoriale quando (e soprattutto se) Papa Francesco affrontera' i temi che infastidiscono i salotti buoni e i commentatori di Repubblica (la poverta' e l'immigrazione non sono argomenti che li turbano anzi...).
R.

Per rinfrescarci la memoria:

L'imprudenza politica della chiesa

martedì 9 luglio 2013

Lumen Fidei, un'enciclica che si colloca nel solco della continuità (Morra)

Anche se i grandi media avrebbero preferito che Bergoglio avesse smentito il pastore tedesco

Un'enciclica che si colloca nel solco della continuità

di Gianfranco Morra

L'enciclica «Lumen fidei», in genere, è sta accolta bene. Mentre alle due precedenti encicliche di Ratzinger era andata peggio, furono fortemente criticate. Fu chiamato «oscurantista» per avere criticato illuminismo, marxismo e scientismo. Anche da preti «comodi» dell'area contestativa e no-global: come l'avellinese Vitaliano Della Sala, che gli aveva proposto di assumere Benigni come suo portavoce, e, ancor più, il lecchese Giorgio De Capitani, già famoso per l'invenzione di una «preghiera dei fedeli» per Berlusconi: «Fagli venire un ictus, Signore, e spediscilo all'inferno – noi ti preghiamo».
Questa volta le opposizioni sono state poche e pacate. Come quella del Manifesto: «Emergono i temi ratzingeriani a scapito di quelli innovativi di Papa Francesco». O quella del «teologo» Mancuso, su la Repubblica: «Nell'enciclica, come sempre, la modernità e il relativismo sono un avversario da combattere»; e, aggiunge Scalfari, «Francesco ha fatto proprio l'abbozzo di Ratzinger, non è un'enciclica seria». Dietro questi giudizi emerge la delusione perché si sperava che il papa argentino avrebbe messo il guinzaglio al «pastore tedesco», del quale invece ha assunto come propria la linea tradizionalista (ma non perciò conservatrice).
L'enciclica ha presentato i suoi genitori: una madre, la Tradizione, che, dal latino tradere, significa portare avanti e consegnare; e un Padre, il Rinnovamento, che, dal latino re-novare (non «in-novare»!), non indica la creazione del “nuovo”, ma una continua riforma per “rendere nuovo”. Nella tradizione bimillenaria della Chiesa entrambi ci sono dentro: sia Ratzinger, che aveva condannato, nel 1984-86, la sudamericana «teologia della liberazione» e il suo criptomarxismo; sia Bergoglio, che in Argentina aveva usato la definizione marxista della religione («oppio dei popoli») per qualificare il capitalismo sfrenato come nuova droga per i poveri.
Entrambi i pontefici si collocano dentro la tradizione autentica, anche se sono consapevoli dei radicali mutamenti socioculturali della modernità, che richiedono un deciso rinnovamento («nova et vetera»). Differenze di natura e di formazione non mancano, ma dentro un deposito comune di fede. Che Francesco I ha testimoniato assumendo la «Lumen fidei» ratzingeriana come il programma preliminare del suo papato. Non è un caso che l'Enciclica riproponga come unico matrimonio quello eterosessuale («sesso», non «gender»!) e ne rifiuti ogni altra variante: come aveva fatto in Argentina, nella sua lotta senza successo contro il matrimonio dei gay, il Vescovo Bergoglio.
Un segno evidente di continuità. Che mostra l'artificiosità dello schema largamente usato dai media, in parte notevole espressione della cultura del vuoto, per definire, di volta in volta, i pontefici: prima il papa «cattivo» (Pio XII), poi quello «buono» (Giovanni XXIII), poi il papa incerto (Paolo «mesto»). E ancora il papa polacco, attivo ma «premoderno» (Giovanni Paolo II), poi quello «reazionario» (Benedetto XVI) e ora quello «progressista».
Fortuna ha voluto che, per la prima volta, due papi, considerati dall'establishment mediatico l'uno il contrario dell'altro, hanno scritto insieme e si sono presentati come due momenti di un unico cammino. Ecco perché Francesco I, il giorno stesso della presentazione dell'Enciclica, ha aperto definitivamente la via dell'altare a due papi considerati così diversi, Roncalli e Wojtyla: colui che aprì un necessario Concilio, che nulla ha cambiato nelle verità della fede, ma è stato molto innovativo sul piano pastorale (l'«aggiornamento»); e colui che del post-concilio frenò gli eccessi per portare avanti le proposte positive del concilio (riscoperta della Bibbia, rifiuto della burocratizzazione della Chiesa, superamento di non pochi formalismi, semplificazione dei rapporti tra pastori e fedeli, ruolo ecclesiale del laicato maschile e femminile).
Dunque papa Bergoglio ha voluto porre sullo stesso piano di santità sia il «papa buono» (forse non lo è stato solo lui), sia il «papa polacco», come due momenti che si integrano: «Gesù senza la Chiesa è un assurdo». Accusare l'enciclica di condannare la modernità è possibile solo a chi non si è reso conto (come ci insegna tutta la filosofia laicista) che i miti della modernità sono estinti. E che la loro crisi si è per ora tradotta in una cultura «postmoderna», debole, relativista, narcisista.
I due papi vogliono inserire il Vangelo anche in questo difficile momento di passaggio dalla «modernità nichilista» (Nietzsche, citato nell'enciclica) alla «postmodernità liquida» (Bauman). E la loro enciclica ci mostra che occorre rifiutare l'immotivato conflitto tra cattolici reazionari e progressisti. Né il trionfalismo dei «ruminanti», né la distruttività dei «montoni» (Maritain): «Dobbiamo camminare insieme per edificare la Chiesa, un tesoro da far crescere» (Francesco I).

© Copyright Italia Oggi, 9 luglio 2013