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venerdì 12 luglio 2013

Lumen Fidei. Germania: nel segno di Benedetto XVI. Francia: un'enciclica luminosa. Italia: come in uno specchio (Sir)

LUMEN FIDEI  

Francia, Italia, Germania

Francia: un'enciclica luminosa

"L'enciclica 'Lumen Fidei' è provvidenziale. È un luminoso 'quattro mani', reso prezioso da due successori di Pietro, che confortano, uno dopo l'altro, i loro fratelli nella fede". È il commento a caldo di monsignor Bernard Podvin portavoce dei vescovi di Francia. "La fede - aggiunge mons. Podvin - a il carattere singolare, di essere capace di illuminare tutta l'esistenza dell'uomo. Essa è "la luce che viene dal futuro" . In questi quattro bellissimi capitoli, il lettore percorre il cammino della fede per infine comprenderla. Guidato da Papa Francesco, egli raccoglie gli elementi che riassumono il tesoro della memoria. Tutto ciò che la Chiesa è, tutto ciò che essa crede, si ricostituisce in maniera uniforme: Confessione di fede, celebrazione dei sacramenti, Decalogo e preghiera. Passo dopo passo, si tratta di esplorare sempre di più l'orizzonte che la fede illumina". Il portavoce dei vescovi francesi annota infine che "certamente questo testo non è stato concepito in una torre d'avorio. Esso non esclude la sofferenza umana. Il servizio della fede al bene comune è sempre un servizio di speranza. Possiamo comprendere perché, senza essere una concezione individualista, la fede ci permetta di raggiungere il fondo del nostro essere. Noi siamo, attraverso l'atto del credere, in relazione originaria a Cristo e ai fratelli".

Italia: come in uno specchio 

"A me pare - afferma monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e presidente della Commissione Cei per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi - che nelle quattro tappe l'enciclica 'Lumen Fidei' ci permette di osservare la fede in quattro distinte, convergenti e inseparabili prospettive". Anzitutto "quella che in teologia è chiamata la 'fides qua': quel dinamismo vitale per cui credere vuol dire muoversi camminando verso Dio". Il secondo aspetto è "quello veritativo della fede, diremmo, ossia il suo intimo rapporto con la verità - così ripetutamente richiamato da Benedetto XVI".
Il terzo aspetto "riguarda la trasmissione della fede e, per ora, mi limiterei a portare l'attenzione sul rimando implicito all'esordio della costituzione 'Lumen Gentium'". Nell'enciclica Francesco scrive: "La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce. La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un'altra fiamma...". Per mons. Semeraro, "è davvero molto bello. C'è, poi, l'ultimo capitolo, che esordisce col tema molto suggestivo del 'Dio affidabile'. Scrive il Papa: 'Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile'. Il quarto capitolo indica alcuni luoghi specifici per una città degli uomini che sia davvero affidabile: il bene comune, la famiglia, la vita sociale, la forza consolante nella sofferenza".

Germania: nel segno di Benedetto XVI

"È un segno di grande rilievo che Papa Francesco, pur con tutte le diversità personali e di carisma, abbia generosamente assunto dal suo predecessore ciò che di sostanziale era nell'elaborazione del testo, cosa che dice molto della continuità della dottrina della Chiesa e della sua stretta unità. In questo modo i due pontificati si congiungono bene insieme". Così ha scritto l'arcivescovo Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca, nel salutare l'uscita dell'enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco. "L'enciclica completa un ciclo ancora in stretta relazione con Papa Benedetto XVI", che aveva pubblicato nel 2005 "Deus caritas est", nel 2007 "Spe salvi" e nel 2009 "Caritas in veritate". Scrive mons. Zollitsch: "È facile vedere come la nuova lettera al mondo, ora sotto l'autorità di Papa Francesco, completa con il tema della fede la serie delle tre virtù teologali fondamentali fede, speranza e carità". "Tutte queste dichiarazioni portano quindi in un certo senso a una sintesi nella riflessione sulla fede". Mons. Zollitsch indica quindi come Papa Francesco abbia voluto inserire l'enciclica nell'Anno della Fede e l'abbia posta anche in stretta relazione con il 50° anniversario del Concilio Vaticano II. "È inconfondibile, proprio nel testo tedesco, il tono di Papa Benedetto XVI. Ma si riconosce anche molto il linguaggio e la spiritualità di Papa Francesco", nota l'arcivescovo. Prima di proporre una sintesi dettagliata del testo, mons. Zollitsch scrive ancora: "Questa enciclica con la sua forza intellettuale e spirituale, a cui appartengono anche la contemplazione e il silenzio, può condurci a una fede vigile e pacata, nella agitazione spesso stridula e nell'amara crisi dei nostri giorni. Ringraziamo Papa Francesco per questa prima enciclica, che ci dà la possibilità anche di esprimere, ancora una volta, il nostro sentito 'Dio ti benedica' per Papa Benedetto XVI".

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Lumen Fidei, Introvigne: Una grande enciclica contro la fede light, senza contenuti (Sir)

LUMEN FIDEI: INTROVIGNE (CESNUR), “UNA GRANDE ENCICLICA” CONTRO LA “FEDE LIGHT”

“Una grande enciclica contro la fede light, senza contenuti, che è tipica del New age ma penetra anche nel cristianesimo”: questo il commento di Massimo Introvigne, direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) a proposito dell’enciclica papale “Lumen fidei”. 
Le ricerche sociologiche dimostrano infatti che “i due terzi degli italiani sono immersi nella fede light: non si dichiarano atei e agnostici, anzi dicono di credere, ma non hanno le idee chiare sul contenuto e non mantengono nessun contatto con la Chiesa. A costoro soprattutto si rivolge Papa Francesco”. 
“Non è difficile riconoscere le quattro mani - osserva Introvigne -, quelle di Benedetto XVI e quelle di Papa Francesco. 
Quest’ultimo insiste sulla sua tesi preferita, che la fede ci libera dall’autoreferenzialità per cui parliamo sempre solo a noi stessi anziché ‘uscire’ a parlare con gli altri. 
E Papa Ratzinger continua la sua polemica con chi vuole separare il cristianesimo dall’eredità greca, contrapponendo la conoscenza tramite la ragione dei greci e la conoscenza tramite l’amore degli ebrei”. In realtà, sostiene Introvigne, “secondo l’enciclica ogni separazione è arbitraria, nel cristianesimo le due prospettive vanno insieme. 
Si conosce sia con la ragione, sia con il cuore, sia con la visione della luce e della bellezza, sia con l’ascolto della parola e della musica del creato”. 

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mercoledì 10 luglio 2013

''Lumen fidei'': un messaggio che rilancia la fecondità del cristianesimo (Tamayo José Maria Gil)

Una luce per l'Europa

''Lumen fidei'': un messaggio che rilancia la fecondità del cristianesimo

Tamayo José Maria Gil - Sir Europa (Spagna)

La prima enciclica di Papa Francesco, intitolata "Lumem Fidei" (la luce della fede), che chiude la trilogia di encicliche sulle virtù teologali della carità e della speranza iniziata da Benedetto XVI, mostra in modo eccellente la continuità magisteriale del Successore di Pietro nel passaggio del pontificato da Ratzinger a Bergoglio.
In questa nuova enciclica vale la pena sottolineare la singolare presentazione della fede in Dio in senso fortemente positivo, come una luce che realizza l'essere umano in tutte le sue dimensioni e la costituisce come punto di riferimento della sua vita personale e sociale, ma non come una benda che copre del tutto lo sguardo umano - da cui alcuni hanno preso spunto per separare indebitamente la necessaria congiunzione fra l'atto di conoscere e quello di credere, fra cittadinanza e religiosità.
In questa prospettiva, la nuova enciclica mette in evidenza che la fede "non si configura solo come un cammino, ma anche come l'edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l'uomo possa abitare insieme con gli altri" (n. 50). Si smentisce così anche una considerazione negativa e anacronistica della fede e della religione in ampi settori culturali e politici moderni, che anche in Europa rendono impossibile una sua presenza attiva e trasformatrice, sia nei comportamenti personali che nel pensiero e nella vita pubblica, riducendola all'ambito del privato senza un documento di cittadinanza per costruire la città terrena.
Quest'ultima visione, oltre a distorcere la vera natura dell'atto religioso cristiano, fa passare sotto silenzio il ruolo benefico svolto dai cristiani nella storia e nella cultura europee, sollevando al contempo il sospetto nei confronti della loro completa fedeltà civica alla costruzione e coesione delle società democratiche nella pace e nella libertà.
Viceversa, come spiega Papa Francesco nel quarto capitolo dell'enciclica dedicato alla dimensione e all'impegno sociale della fede cristiana, "la luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune. (…) La fede fa comprendere l'architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l'arte dell'edificazione, diventando un servizio al bene comune" (n.51).
Rimane in tal modo svuotata, con la massima argomentazione magisteriale, sia la posizione di coloro che, anche in Europa, sostengono una fede individualista e chiusa, come quella di coloro che cercano di diffondere una sorta di laicismo, piuttosto che la sana laicità di ispirazione evangelica (cfr. Mt 22, 21), che consacra la necessaria separazione e collaborazione della sfera cittadina e della sfera religiosa, e a beneficio di coloro che dovrebbero ricordare le sagge parole del pensatore politico Alexis de Tocqueville, il quale sosteneva: "Quando costoro attaccano le credenze religiose, seguono le proprie passioni e non i propri interessi. Il dispotismo può prescindere dalla fede, la libertà no. La religione è molto più necessaria nella repubblica che auspicano che nella monarchia che attaccano, e più nelle repubbliche democratiche che tutte le altre" (da La democrazia in America, I, 9).
Infatti, nella fede cristiana sono inseparabili la scelta di Dio e la scelta dell'uomo, quella del Regno dei Cieli e quella della città terrena: "Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l'interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell'aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza" (n. 51, ndt). È quello di cui abbiamo bisogno. Ci rimane molto da costruire in Europa.

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domenica 30 giugno 2013

Papa Francesco: Benedetto XVI ha seguito, con grande senso di discernimento e coraggio, la sua coscienza, cioè la volontà di Dio che parlava al suo cuore

PAPA FRANCESCO: ANGELUS, “GESÙ NON CI VUOLE CRISTIANI EGOISTI O DEBOLI”

“Gerusalemme è la meta finale, dove Gesù, nella sua ultima Pasqua, deve morire e risorgere, e così portare a compimento la sua missione di salvezza”. 
Lo ha sottolineato Papa Francesco, stamattina, alla recita dell’Angelus con i fedeli giunti a piazza San Pietro, ricordando che il Vangelo di questa domenica mostra “un passaggio molto importante nella vita di Cristo”, quando “Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”. Dopo quella “ferma decisione”, Gesù “punta dritto al traguardo, e anche alle persone, che incontra e che gli chiedono di seguirlo, dice chiaramente quali sono le condizioni: non avere una dimora stabile; sapersi distaccare dagli affetti umani; non cedere alla nostalgia del passato”. Ma Gesù dice anche “ai suoi discepoli, incaricati di precederlo sulla via verso Gerusalemme per annunciare il suo passaggio, di non imporre nulla: se non troveranno disponibilità ad accoglierlo, si proceda oltre, si vada avanti”. Ma, ha aggiunto a braccio il Pontefice, “Gesù non impone mai, Gesù è umile, Gesù invita: ‘Se tu vuoi, vieni’. L’umiltà di Gesù è così: Lui ci invita sempre, non impone”. Per il Santo Padre, “tutto questo ci fa pensare”. Ci dice, ad esempio, “l’importanza che, anche per Gesù, ha avuto la coscienza: l’ascoltare nel suo cuore la voce del Padre e seguirla”. 
Infatti, “Gesù, nella sua esistenza terrena, non era, per così dire, ‘telecomandato’: era il Verbo incarnato, il Figlio di Dio fatto uomo, e a un certo punto ha preso la ferma decisione di salire a Gerusalemme per l’ultima volta”. Gesù ha preso questa decisione “nella sua coscienza, ma non da solo: insieme al Padre, in piena unione con Lui! Ha deciso in obbedienza al Padre, in ascolto profondo, intimo della sua volontà. E per questo la decisione era ferma, perché presa insieme con il Padre. E nel Padre Gesù trovava la forza e la luce per il suo cammino”. E, ha sottolineato Francesco, proseguendo a braccio, “Gesù era libero, in quella decisione era libero. Gesù a noi cristiani ci vuole liberi, come Lui. Con quella libertà che viene da questo dialogo con il Padre, da questo dialogo con Dio. Non vuole Gesù né cristiani egoisti che seguono il proprio io e non parlano con Dio né cristiani deboli, cristiani che non hanno volontà, cristiani telecomandati, incapaci di creatività, che cercano sempre di collegarsi con la volontà di un altro e non sono liberi. Gesù ci vuole liberi”. E questa libertà “si fa nel dialogo con Dio, nella propria coscienza. Se un cristiano non sa parlare con Dio, non sa sentire Dio nella propria coscienza non è libero”. Per questo “dobbiamo imparare ad ascoltare di più la nostra coscienza”. 
“Ma - ha avvertito il Papa - attenzione! Questo non significa seguire il proprio io, fare quello che mi interessa, che mi conviene, che mi piace… Non è questo! La coscienza è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, dell’ascolto di Dio; è il luogo interiore della mia relazione con Lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere la strada che devo percorrere, e una volta presa la decisione, ad andare avanti, a rimanere fedele”. “Noi - ha continuato a braccio - abbiamo avuto un esempio meraviglioso di com’è questo rapporto con Dio nella propria coscienza. Un recente esempio meraviglioso”. Il Papa Benedetto XVI “ci ha dato questo grande esempio, quando il Signore gli ha fatto capire, nella preghiera, quale era il passo che doveva compiere. Ha seguito, con grande senso di discernimento e coraggio, la sua coscienza, cioè la volontà di Dio che parlava al suo cuore”. E “questo esempio - ha detto a braccio - del nostro Padre ci fa tanto bene a tutti noi, come un esempio da seguire”. Di qui la richiesta di intercessione alla Vergine: “Ci aiuti Maria a diventare sempre più uomini e donne di coscienza, liberi nella coscienza, perché è nella coscienza si dà il dialogo con Dio, uomini e donne capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione”. 

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giovedì 27 giugno 2013

Bruxelles. Settimana della speranza: il rispetto dell'ambiente nel segno di santa Ildegarda

Bruxelles. Settimana della speranza: il rispetto dell'ambiente nel segno di santa Ildegarda

“Chiese e Parlamento europeo devono collaborare di più anche sui temi dell’ambiente e della sostenibilità” perché “le Chiese hanno un patrimonio” di esperienze e di pensiero sulla custodia del creato che “devono far conoscere”. 
Parola di Peter Liese, parlamentare europeo del Partito popolare e membro, tra l’altro, della Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare. È intervenuto ieri pomeriggio a Bruxelles a una tavola rotonda organizzata dai vescovi della Comunità europea (Comece) nell’ambito della Settimana della speranza. A partire dalla figura di santa Ildegarda di Bingen, religiosa tedesca, benedettina e naturalista - riferisce l'agenzia Sir - ieri si è parlato anche di “Sostenibilità: il potere di vivere semplicemente”. Nel suo intervento Liese ha detto che sulla questione ambiente ogni giorno in Parlamento europeo vengono prese decisioni, elaborate proposte, programmi e buone pratiche. “Tutti - ha detto - reclamano la crescita economica e, al tempo stesso, migliori condizioni di vita per tutti. Ma cambiare tutto e subito non è possibile. È però necessario cominciare, avviare un processo di cambiamento. E l’unica soluzione possibile è cambiare il nostro modo di vita e di consumo”. Molto apprezzato dal parlamentare europeo è stato il fatto che papa Francesco fin dalla sua prima omelia d’inizio pontificato, il 19 marzo scorso, abbia parlato della custodia del creato. Segno che i cristiani in Europa oltre a impegnarsi sui “temi della famiglia e della vita” - ha detto - sono chiamati a far conoscere anche “il loro patrimonio di pensiero sulla protezione dell’ambiente”. Ad accompagnare ieri la riflessione su santa Ildegarda di Bingen è stata suor Philippa Rath. 
Nel pensiero della religiosa benedettina annoverata da Benedetto XVI lo scorso anno tra i “dottori della Chiesa universale”, “l’uomo e l’universo sono specchio l’uno dell’altro; nulla rimane senza impatto sul tutto, nulla è perso o insignificante. Nessuna omissione o peccato individuale rimane senza che non abbia una ripercussione sul tutto. Ma è vero anche il contrario e, cioè, che nessuno sforzo, per quanto piccolo, volto alla giustizia, all’amore, alla pace, alla protezione del Creato, è privo di significato per il tutto”. (R.P.)

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EUROPA: SETTIMANA DELLA SPERANZA, CHIESE E PARLAMENTO EUROPEO PER L’AMBIENTE

(Sir Europa - Bruxelles) - “Chiese e Parlamento europeo devono collaborare di più anche sui temi dell’ambiente e della sostenibilità” perché “le Chiese hanno un patrimonio” di esperienze e di pensiero sulla custodia del creato che “devono far conoscere”. Parola di Peter Liese, parlamentare europeo del Partito popolare e membro, tra l’altro, della Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare. È intervenuto questo pomeriggio a Bruxelles a una tavola rotonda organizzata dai vescovi della Comunità europea (Comece) nell’ambito della Settimana della speranza. A partire dalla figura di santa Ildegarda di Bingen, religiosa tedesca, benedettina e naturalista, oggi si è parlato anche di “Sostenibilità: il potere di vivere semplicemente”. Nel suo intervento Liese ha detto che sulla questione ambiente ogni giorno in Parlamento europeo vengono prese decisioni, elaborate proposte, suggeriti programmi e buone pratiche. “Tutti - ha detto - reclamano la crescita economica e, al tempo stesso, migliori condizioni di vita per tutti. Ma cambiare tutto e subito non è possibile. È però necessario cominciare, avviare un processo di cambiamento. E l’unica soluzione possibile è cambiare il nostro modo di vita e di consumo”. 
Molto apprezzato dal parlamentare europeo è stato il fatto che papa Francesco fin dalla sua prima omelia d’inizio pontificato, il 19 marzo scorso, abbia parlato della custodia del creato. Segno che i cristiani in Europa oltre a impegnarsi sui “temi della famiglia e della vita” - ha detto - sono chiamati a far conoscere anche “il loro patrimonio di pensiero sulla protezione dell’ambiente”. Ad accompagnare oggi la riflessione su santa Ildegarda di Bingen è stata suor Philippa Rath. Nel pensiero della religiosa benedettina annoverata da Benedetto XVI lo scorso anno tra i “dottori della Chiesa universale”, “l’uomo e l’universo sono specchio l’uno dell’altro; nulla rimane senza impatto sul tutto, nulla è perso o insignificante. Nessuna omissione o peccato individuale rimane senza che non abbia una ripercussione sul tutto. Ma è vero anche il contrario e, cioè, che nessuno sforzo, per quanto piccolo, volto alla giustizia, all’amore, alla pace, alla protezione del Creato, è privo di significato per il tutto”.

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Ior, la riforma verrà (Sir)

LA MOSSA DEL PAPA

Ior, la riforma verrà

Papa Francesco ha nominato una Commissione per "conoscere meglio la posizione giuridica e le attività dell'Istituto per consentire una migliore armonizzazione del medesimo con la missione della Chiesa universale e della sede apostolica, nel contesto più generale delle riforme che sia opportuno realizzare"

Due cardinali, un vescovo esperto di questioni giuridiche, un prelato della Segreteria di Stato e una donna esperta di questioni sociali nonché presidente di un’Accademia pontificia. Sono i cinque autorevoli membri della Pontificia Commissione referente sull’Istituto per le opere di religione (Ior), istituita oggi, 26 giugno, da Papa Francesco con un apposito chirografo, in cui il Santo Padre usa il “plurale maiestatis”. L’obiettivo: “Conoscere meglio la posizione giuridica e le attività dell’Istituto per consentire una migliore armonizzazione del medesimo con la missione della Chiesa universale e della sede apostolica, nel contesto più generale delle riforme che sia opportuno realizzare”. La Commissione è composta dal cardinale Raffaele Farina (presidente), dal cardinale Jean-Louis Pierr Tauran, da mons. Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru (coordinatore), da mons. Peter Bryan Wells (segretario) e dalla professoressa Mary Ann Glendon. 

Nessun commissariamento. Papa Francesco, ha detto padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, rispondendo alle domande dei giornalisti, visto il “dibattito recente” sullo Ior, intende “raccogliere opinioni competenti perché intende consultarsi, prima di prendere delle decisioni”. Non si tratta, dunque, di un “commissariamento”, perché la neonata Commissione “non interviene nella vita dell’Istituto”, che continuerà a svolgere le sue normali attività, ma ha il compito di “studiare e riferire al Santo Padre, in vista di riforme utili per le istituzioni che servono la sede apostolica”. “Raccogliere informazioni sull’andamento dell’Istituto e presentare i risultati al Santo Padre”, è dunque il compito della Commissione, che comincerà la sua attività in questi giorni. Quello della Commissione referente per lo Ior, ha detto padre Lombardi, è “uno sguardo ad ampio raggio, che non si pone limiti particolari” e mira alla “raccolta di elementi in vista di possibili decisioni del Santo Padre”. “Ampio mandato”, dunque, per gli esperti che la compongono, “in vista di possibili riforme”. All’articolo tre del chirografo pubblicato oggi, infatti, è previsto che la Commissione, “qualora sia utile”, si avvalga “di collaboratori e consulenti”. La Commissione ha inoltre il compito di stendere un rapporto conclusivo sulla propria attività, dopo il quale - ha reso noto il portavoce vaticano - è previsto che si sciolga. 

Trasparenza e riforme. Con un chirografo del primo marzo 1990, Giovanni Paolo II eresse con personalità giuridica pubblica lo Ior, dando una nuova configurazione all’Istituto e conservandone il nome e la finalità. Tre gli obiettivi del chirografo di Papa Francesco, nella medesima prospettiva: “Adeguare meglio le strutture e le attività” dello Ior “alle esigenze dei tempi”; “consentire ai principi del Vangelo di permeare anche le attività di natura economica e finanziaria”, seguendo l’invito di Benedetto XVI; “introdurre riforme”, dopo aver sentito il parere di diversi cardinali, vescovi e collaboratori. La Commissione è composta “da un minimo di cinque membri tra cui un presidente che ne è il rappresentante legale, un coordinatore che ha poteri ordinari di delegato e agisce nel nome e per conto della Commissione nella raccolta di documenti, dati e informazioni necessari, nonché un segretario che coadiuva i membri e custodisce gli atti”. I compiti della Commissione sono di raccogliere “documenti, dati e informazioni necessari allo svolgimento delle proprie funzioni istituzionali”. Non c’è vincolo di segreto d’ufficio, perché - si legge nel chirografo - “il segreto d’ufficio e le altre eventuali restrizioni stabiliti dall’ordinamento giuridico non inibiscono o limitano l’accesso della Commissione a documenti, dati e informazioni, fatte salve le norme che tutelano l’autonomia e l’indipendenza delle Autorità che svolgono attività di vigilanza e regolamentazione dell’Istituto, le quali rimangono in vigore”. Il nuovo organo dello Ior terrà informato il Papa “delle proprie attività nel corso dei suoi lavori” e consegnerà direttamente al Papa “gli esiti del proprio lavoro, nonché l’intero suo archivio, in modo tempestivo alla conclusione dei lavori”.

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martedì 25 giugno 2013

Irlanda, l'aborto volontario cambierà radicalmente la cultura medica (Sir)

IRLANDA

"L'aborto volontario cambierà radicalmente la cultura medica"

La Chiesa cattolica in campo contro il disegno di legge "Abortion Bill". Promossa una campagna di promozione culturale con un dossier dal titolo "Choose life 2013" rivolto ai fedeli, alle newsletter e ai siti web delle parrocchie e finalizzato a sostenere la campagna di promozione sulla posizione della Chiesa nei confronti della vita umana nascente

La Chiesa cattolica irlandese non demorde: l’Irlanda deve rimanere il Paese che riesce a garantire la più alta sicurezza alla maternità e questo succede grazie ad una legislazione che fino ad oggi ha assicurato standard elevatissimi di assistenza e cura per la salute delle donne e dei bambini nascituri. Legislazione che ora il governo vuole radicalmente cambiare introducendo con un disegno di legge “Abortion Bill”, l’aborto volontario.

Un momento storico per l’Irlanda. Si tratta di un momento storico per l’Irlanda: ad accelerare l’iter legislativo era stata lo scorso ottobre la terribile tragedia della morte di una donna 31enne di origine indiana e di religione Hindu, Savita Halappanavar, per setticemia in un ospedale dopo che le era stata rifiutata l’interruzione di gravidanza. Il caso, in seguito al quale si è aperta un’inchiesta, ha riacceso con toni molto aspri il dibattito fino a che in aprile il governo ha ufficialmente annunciato la sua volontà di dare via libera ad una radicale riforma della legge. I vescovi cattolici irlandesi hanno manifestato da sempre il loro disappunto con dichiarazioni e comunicati ufficiali. E sabato 8 giugno decine di migliaia di persone si sono date appuntamento a Dublino per una Veglia di preghiera “per il Diritto alla vita delle Madri e dei loro bambini nascituri”. “The Choose Life: We Cherish them Both”, era lo slogan dell’evento che significa: “La scelta della Vita: abbiamo cura di entrambi”, madri e figli. 

Campagna di promozione culturale. L’ultima iniziativa in ordine cronologico è un dossier dal titolo “Choose life 2013” rivolto ai fedeli, alle newsletter e ai siti web delle parrocchie e finalizzato a sostenere la campagna di promozione sulla posizione della Chiesa nei confronti della vita umana nascente. A redigerlo è il Catholic Communications Office per diffondere una maggiore conoscenza rispetto all’insegnamento della Chiesa, al disegno di legge sull’aborto nonché una serie di proposte di preghiere e di riflessioni che possono essere trovati anche sul sito web, www.chooselife2013.ie. “In virtù della loro comune umanità - si legge nel dossier - la vita di una madre e di un bambino sono entrambe sacre. La Chiesa non insegna che la vita di un bambino nel grembo materno debba essere preferito a quella della madre. Tuttavia, poiché un bambino in grembo non ha voce, c’è il rischio che qualcuno pensi che sia meno umano o meno degno di vivere”. Nel dossier si usano parole molto forti riguardo alla “Abortion Bill” perché “il disegno di legge sull’aborto non contiene nessuna procedure per dare attuazione all’’obbligo di cura’ dovuto al nascituro; non vi è alcun processo di appello; nessun sedativo da somministrare al bambino prima che gli venga tolta la vita; non vi sono le necessarie valutazioni dei rischi per l’interruzione anticipata e nessun rimedio per un bambino che sopravvive a un aborto, ma soffre di complicazioni mediche a seguito della cessazione anticipata di gravidanza”. 

La voce dei vescovi. Per i vescovi irlandesi la proposta del governo “cambierà radicalmente la cultura della pratica medica in Irlanda”, si legge in un comunicato diffuso qualche giorno fa dai vescovi cattolici. E aggiungono: “L’insegnamento della Chiesa cattolica è chiaro: laddove una donna in stato di gravidanza necessita trattamenti medici che possono mettere a rischio la vita del bambino, questi trattamenti sono eticamente permissibili, dopo che sia stato compiuto ogni sforzo per salvare entrambi. Ma questo è differente dall’aborto che è un atto diretto ed intenzionale di porre fine alla vita del bambino”. Nel documento, i vescovi sollevano anche la questione circa la “libertà di coscienza” perché anche se la legge passasse, mai nessuna istituzione e nessun operatore medico può essere obbligato a praticare un aborto contro la sua volontà.

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martedì 18 giugno 2013

Evangelium vitae. La coerenza della fede (Doldi)

EVANGELIUM VITAE

La coerenza della fede

Dio è all'opera nel segreto del grembo materno, come insegna la sacra Scrittura. Da queste premesse di fede, ma anche di ragione, discende il naturale impegno a favore della vita umana, che deve essere difesa fin dal suo sorgere. Espressione di questo coerente modo di pensare è l'iniziativa europea "Uno di noi". L'esperienza di questi giorni mostra che non pochi cristiani, pur praticanti la celebrazione domenicale, hanno avuto difficoltà a mettere la propria firma in difesa dell'embrione umano

Marco Doldi

“Troppo spesso i credenti, perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, cadono in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita, giungendo così al soggettivismo morale e a taluni comportamenti inaccettabili” (Evangelium vitae, 95). Con queste parole il beato Giovanni Paolo II si avviava alla conclusione della grande enciclica sul valore e l’inviolabilità della vita umana. Parole che risuonano con particolare intensità nel pieno dell’Anno della fede, perché proprio la fede cristiana ha una forza etica, cioè determina l’agire morale dei credenti.
Ora, la dissociazione di cui parlava Giovanni Paolo II non riguarda la ricorrente e grave dicotomia tra il dire e il fare, tra il parlare e l’agire; tocca invece, in maniera originale, il rapporto tra fede e scienza. È strano, ma è così! Di per sé tra i due ambiti non vi è contrapposizione, perché in modo distinto, ma insieme, permettono di conoscere la realtà. Questo è quello di cui è convinta la Chiesa. Oggi, però, vige un inquietante dogmatismo, che, pur non appartenendo né all’ordine della fede né a quello della scienza, si impone in modo inquietante.
La nostra società ha espresso, talvolta con il consenso popolare, convinzioni che diventano autentici dogmi, come il riconoscimento della libertà di scelta. Questa dovrebbe sempre essere garantita, anche indipendentemente dal suo oggetto specifico. È il caso dell’aborto: affermare la profonda ingiustizia dell’uccisione di un essere umano nella fase iniziale del suo sviluppo equivale a mettere in discussione la libertà di compierlo. Sarebbe un voler ritornare indietro, un oltraggio ai diritti civili. Neanche si accetta di parlarne: ormai l’aborto è considerato una conquista di civiltà. E davanti all’affermazione di un presunto diritto i cervelli vengono spenti! 
Eppure, sarebbe necessario conoscere le acquisizioni, cui è giunta la biologia umana nello stabilire che il frutto del concepimento è già uno di noi e che ciascuno di noi è stato embrione. La fede, dal canto suo, accoglie questi dati e li potenzia, conferendo un quadro meraviglioso: Dio è all’opera nel segreto del grembo materno, come insegna la sacra Scrittura. Da queste premesse di fede, ma anche di ragione, discende il naturale impegno a favore della vita umana, che deve essere difesa fin dal suo sorgere. Espressione di questo coerente modo di pensare è l’iniziativa europea “Uno di noi”. 
L’esperienza di questi giorni mostra che non pochi cristiani, pur praticanti la celebrazione domenicale, hanno avuto difficoltà a mettere la propria firma in difesa dell’embrione umano. “Dobbiamo allora interrogarci - scriveva Giovanni Paolo II - con grande lucidità e coraggio, su quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli cristiani, le famiglie, i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi”. Si rivela urgente l’impegno nella missione evangelizzatrice per far maturare un forte senso critico nei confronti dei nuovi dogmatismi e per discernere i veri valori e le autentiche esigenze.
In Italia molto è stato fatto: si pensi alla mobilitazione popolare a difesa della legge che ha fermato il far west nel campo della procreazione umana. Occorre continuare lo sforzo della formazione delle coscienze, anche davanti al cedimento di alcuni Paesi europei al riguardo del matrimonio e dell’adozione dei figli. Anche su questi temi la fede diventa cultura e il Vangelo aiuta la società.

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martedì 11 giugno 2013

Matrimoni omosessuali, dopo Parigi e Madrid, anche Berlino e Londra (Sir)

MATRIMONI OMOSESSUALI

Se cadono le penultime barriere legislative

Dopo Parigi e Madrid, anche Berlino e Londra hanno dato il via libera alle unioni fra persone dello stesso sesso e anche al diritto all'adozione e alla procreazione assistita. È necessario evitare ''fughe in avanti'' e soluzioni legislative affrettate, imposte da variabili maggioranze parlamentari, le quali, anziché rispondere a esigenze reali, tenderebbero a chiudere, nel peggiore dei modi, il necessario confronto democratico

Gianni Borsa - Sir Europa (Bruxelles)

Analizzare, interrogarsi, valutare, comprendere, proporre, obiettare, anche con fermezza e con spirito costruttivo. Di fronte al diffondersi, nel mondo e in specie in Europa, di legislazioni nazionali favorevoli al riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso, gli atteggiamenti da assumere devono, per forza di cose, essere molteplici. Perché se anche Germania e Regno Unito - due grandi Paesi europei in cui la presenza politica di forze moderate o conservatrici è forse maggioritaria (detenendo comunque responsabilità di governo), e dove la presenza dei cristiani delle diverse confessioni è tuttora significativa - imboccano la strada dei matrimoni omosessuali, risulta evidente che le trasformazioni in atto nel vecchio continente sono più rapide e profonde di quanto non si sia finora pensato.
Si tratti di trasformazioni del costume e della mentalità diffusa, oppure del patrimonio valoriale dei popoli, della cultura e della società e - di conseguenza - della politica, queste tendono a fare pressioni sempre più consistenti, tante volte sostenute dai mass media, sulle Assemblee legislative e perciò sulle norme che, solo fino a una decina di anni or sono, non contemplavano disposizioni in materia di unioni omosessuali. Così è accaduto che proprio nell’ultimo decennio, con una strana accelerazione dal 2010, Spagna e Francia, poi Regno Unito e ora la Germania, si siano poste il problema di dare riconoscimento legale - oltre che una doverosa protezione contro ogni forma di discriminazione - alle coppie gay. Questi quattro grandi Stati europei si vanno ad aggiungere a Paesi Bassi, Belgio, Portogallo e a tutti gli Scandinavi, che già da tempo hanno deciso, pur con normative differenti, di creare un quadro giuridico per i matrimoni omosessuali, per lo più parificandoli a quelli etero e talvolta giungendo a definire persino le adozioni e addirittura il diritto alla procreazione assistita a “genitori” dello stesso sesso. In altri Stati sono state approvate leggi che riconoscono diritti e prerogative alle coppie costituite da due donne o da due uomini quali “unioni di fatto”.
Se questa è la situazione attuale, non sono da escludersi ulteriori spinte in tale direzione, che già avanzano in nazioni finora estranee al riconoscimento del matrimonio gay: fra queste c’è l’Italia.
Mutamenti così profondi del costume individuale e pubblico stanno già interrogando l’opinione pubblica più avvertita; ugualmente le Chiese, e particolarmente la Chiesa cattolica, si chiedono quali siano le radici delle citate “trasformazioni” e, non di meno, i possibili scenari futuri, che hanno a che fare con l’umano, con le coscienze delle persone, con i comportamenti in campo affettivo, con i principi etici e religiosi, con il senso del “generare”, con il valore naturale e storico della famiglia.
Qualcuno ha sostenuto che la via intrapresa da Berlino e Londra, dopo Parigi e Madrid, fa cadere le penultime “barriere legislative” in Europa rispetto alla tutela del matrimonio tra una donna e un uomo e della famiglia stessa. Di più: la strada che stanno imboccando i diversi sistemi legislativi richiede risposte ancora più convincenti e - per questo - condivisibili proprio sul versante antropologico, valoriale, educativo e sociale. E come la Chiesa cattolica, “esperta in umanità”, si sta impegnando in tale direzione, così dovrebbero fare, seriamente, in spirito di verità, di libertà, di rispetto altrui, tutte le agenzie educative, le famiglie in primis, la scuola, gli ambienti della cultura e dell’informazione, le realtà vive della società civile e, ovviamente, il mondo politico.
Del resto ci sono in gioco la delicatissima e preziosa sfera affettiva e sessuale - tanto delle persone etero che omosessuali - e, non di meno, la tutela e promozione della famiglia quale ambiente primo e naturale della vita umana, il significato che questa (costituita dai coniugi e aperta all’accoglienza dei figli) ha assunto nella storia dell’umanità, nel diritto pubblico e privato, nel pensiero comune, considerate anche le oggettive diversità presenti, ieri come oggi, nei vari Paesi europei ed extraeuropei.
È un dibattito che va intrapreso e condotto con serenità di giudizio, con attenzione, con metodo, evitando ogni forma di “fuga in avanti” e le soluzioni legislative affrettate, imposte da variabili maggioranze parlamentari, le quali, anziché rispondere a esigenze reali, tenderebbero a chiudere, nel peggiore dei modi, il necessario confronto democratico.

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lunedì 27 maggio 2013

Francia, per la famiglia un milione in piazza (Sir)

Per la famiglia un milione in piazza

Terza imponente manifestazione, a Parigi, contro la legge Taubira. Nonostante le preoccupazioni della vigilia e l'imponente schieramento della polizia, tutto alla fine si è svolto in un'atmosfera tranquilla. Dal palco di Place des Invalides, l'impegno a proseguire la mobilitazione. Dinanzi alla più grande mobilitazione sociale dopo il '68, la preoccupazione dei vescovi è come "investire tutta la generosità manifestata"

Alle 17 e 15 la Place des Invalides, a Parigi, era già interamente riempita di manifestanti. Alla fine gli organizzatori hanno parlato di un milione di persone. Ma anche questa volta c’è stato il solito balletto delle cifre con la prefettura che parla di soli 150mila partecipanti. Cifre ufficiali a parte, sta di fatto che sono stati tantissimi i francesi che ieri pomeriggio sono di nuovo scesi in piazza per protestare contro la legge Taubira, approvata definitivamente 8 giorni fa e che apre il matrimonio e l’adozione alle coppie omosessuali. Certamente a vista d’occhio, molti di più delle 150mila persone dichiarate dalla polizia: 11 i treni speciali messi a disposizione dei manifestanti per raggiungere Parigi e 600 almeno gli autobus. Hanno sfilato per le strade di Parigi nonostante i timori della vigilia, l’appello del ministro degli interni Valls rivolto alle famiglie con i bambini a non partecipare e l’imponente schieramento di 4.500 poliziotti lungo il percorso. Alla vigilia della manifestazione c’erano stati dei segnali di allarme che avevano fatto salire la tensione, come il suicidio dello scrittore di destra nella cattedrale di Notre-Dame e le continue minacce che una delle porta-voci della Manif pour Tous, Frigide Barjot, aveva ricevuto da gruppi radicali dell’estrema destra che le hanno poi impedito di partecipare ieri alla manifestazione. Un appello alla pace sociale era stato rivolto dallo stesso cardinale André Vingt-Trois, che aveva chiesto ai partecipanti di “astenersi da qualsiasi forma di violenza, non soltanto nei gesti, ma anche nelle parole. Chiedo di essere testimoni della pace e della vita”.

La tensione. Alle 14, i manifestanti della Manif pour Tous, hanno cominciato a sfilare per le strade parigine seguendo 3 cortei diversi, partiti da Porte Dauphine, Porte de Saint Cloud e Pale Valhubert (Gare d’Austerlitz). Un quarto corteo era invece organizzato dai cattolici integralisti dell’Institute “Civitas” rispetto ai quali però le associazioni che aderiscono alla Manif hanno sempre preso le distanze. Parigi ha seguito la manifestazione con grande preoccupazione: 56 sono stati gli arresti, tutti attivisti dell’estrema destra che come era successo all’ultima manifestazione, anche questa volta hanno cercato di accedere con forza all’avenue des Champs-Elysées. Un gruppetto poi ha occupato la terrazza della sede del Partito Socialista in rue de Solferino, dispiegando uno striscione che chiedeva le dimissioni del presidente Hollande. 

La battaglia continua. A parte però questi fatti, si può dire che tutto alla fine si è svolto in un’atmosfera calma, distesa e determinata. “Il ritiro 100% della legge Taubira! La parola d’ordine della manifestazione è chiara”. È quello che chiedono le associazioni della Manif pour tous. Della legge - dicono i manifestanti - preoccupano soprattutto le conseguenze sulla filiazione e l’accesso che prima o poi si dovrà prevedere per le coppie gay alle tecniche di fecondazione assistita o alla gestazione per altri. “Non siamo né un movimento politico, né un movimento confessionale, né una coalizione di omofobi”, ha detto dal palco la presidente della Manif, Ludovine de la Rochère. “I nostri avversari hanno fatto di tutto per farlo credere. Ma hanno fallito perché è sotto gli occhi di tutti che la nostra causa è aperta a tutti coloro che hanno a cuore il diritto e il benessere dei bambini”. La Manif pour tous - ha continuato la Rochère - “è il più grande movimento sociale che la Francia abbia mai conosciuto dal ‘68. Siamo una forza sociale, potente, determinata, organizzata”. E dal palco un annuncio: “proseguiremo la nostra lotta”. Altre azioni saranno organizzate. Tre - ha detto la presidente - gli obiettivi principali: l’abolizione della legge Taubira, a partire dalle sue conseguenze immediate come la procreazione medicalmente assistita e la Gpa (gestazione per altri); il sostegno ai sindaci, agli eletti, alla società civile, a “tutti coloro che si battono contro il mariage pour tous”; e infine, l’impegno a far “riconoscere la realtà dell’essere umano uomo e donna”. “La legge è oggi promulgata - ha detto la Rochère -. Vuol dire che è stata detta l’ultima parola? Vuol dire che non c’è più speranza e che la sconfitta è definitiva? No. Il nostro movimento di opposizione non si fermerà”. 


L’episcopato francese. L’episcopato francese ha sempre mantenuto un rapporto molto equilibrato verso le manifestazioni della Manif pour tous, ben sapendo le diversità di opinione che esistono anche tra i cattolici di Francia. Alla vigilia della manifestazione di Parigi, però, il vescovo Marc Aillet (Bayonne, Lescar et Oloron) in un messaggio alla diocesi ha preso le difese dei manifestanti, definendolo “un movimento sociale unico nella storia degli ultimi decenni della Francia” per la sua ampiezza, la diversità dei suoi membri, per il suo carattere “non istituzionale, pacifico e responsabile”. L’arcivescovo di Parigi invece, cardinale André Vingt-Trois, in un’intervista alla radio diocesana, è tornato a ribadire l’importanza dei cittadini di esprimere il loro disaccordo con la legge, ma ha posto un interrogativo: “Come investire positivamente tutta la generosità che si è manifestata nei mesi scorsi per generare un lavoro ed un impegno per la qualità della vita familiare?”.

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giovedì 23 maggio 2013

Rapporto AIF. Collaborazione e trasparenza (Sir)

RAPPORTO AIF

Collaborazione e trasparenza

Queste le linee emergenti e gli impegni dell'Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, illustrate dal direttore, René Brülhart

Sei “segnalazioni sospette”, due rapporti inviati al Promotore di Giustizia vaticano per ulteriori indagini. È questo, in sintesi, il primo Rapporto annuale sulle attività di informazione finanziaria e di vigilanza per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo stilato dall’Aif, l’autorità di informazione finanziaria della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, presentato oggi dal direttore, René Brülhart, nella sua prima conferenza stampa presso la sala stampa della Santa Sede. Nel Rapporto, relativo al 2012, si segnala che nell’anno appena trascorso l’Aif ha ricevuto sei segnalazioni di operazioni sospette, rispetto all’unica ricevuta l’anno precedente. La stessa Aif ha poi inoltrato due rapporti al Promotore di Giustizia vaticano per ulteriori indagini. L’Aif è l’autorità competente della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano per l’informazione finanziaria e per la vigilanza e la regolamentazione in materia di prevenzione e contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Istituita nel 2010, è diventata operativa nel mese di aprile del 2011. 

Tendenza incoraggiante. “Le statistiche e la tendenza a partire dal 2012 sono incoraggianti e indicano che il sistema va costantemente migliorando”, ha commentato Brühlart, informando che sempre nel 2012 l’Aif ha inoltre avviato lo screening e l’analisi dei flussi di transazioni in contanti dei soggetti vigilati. Rispetto alle dichiarazioni - obbligatorie, in entrata e in uscita - di trasporto transfrontaliero di denaro contante o di titoli al portatore di valori o pari superiore ai 10mila euro, i dati del 2011 “mostrano la tendenza ad una intensificazione nel 2011, e ad una graduale normalizzazione nel 2012”. 

“Cruciale” la cooperazione internazionale. “Nello sforzo di contrastare attivamente ogni possibile abuso del sistema finanziario – ha detto Brülhart ai giornalisti – abbiamo avviato un’interazione stretta e costruttiva con la Segreteria di Stato, la Gendarmeria, il Promotore di giustizia e le istituzioni sotto la nostra supervisione, al fine di migliorare la consapevolezza e sicurezza e garantire una cooperazione interna e coordinata ai fini della prevenzione e contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”. Altro elemento portante del Rapporto: la cooperazione internazionale definita dal direttore dell’Aif “cruciale” e basata sul “chiaro impegno” della Santa Sede di essere “un partner credibile” nella lotta internazionale contro il riciclaggio. Proprio in questo ambito, nel 2012 c’è stata la firma di un protocollo d’intesa con le autorità competenti di Belgio e Spagna, e nel 2013 si attendono ulteriori passi per il “rafforzamento” di questa politica, mediante la firma di altri memorandum d’intesa con altri Paesi. Buoni anche i rapporti con la Banca d‘Italia, ha assicurato Brülhart, con la quale negli ultimi mesi “si è instaurato un dialogo diretto e molto costruttivo”, che in futuro potrà anche essere “formalizzato”. 

Gli impegni per il futuro. La prospettiva per il 2013 prevede un ulteriore rafforzamento del sistema di prevenzione e contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, compresa l’attuazione delle raccomandazioni Moneyval attraverso l’adeguata adozione o modifica della legislazione in materia, e la continuazione del processo di rafforzamento della consapevolezza delle autorità e delle istituzioni competenti. Delle 49 raccomandazioni di Moneyval, ha ricordato Brülhart, la Santa Sede non ha ottemperato solo a sette, e con questo punteggio “è in linea con gli standard internazionali: non c’è alcuna procedura di ampliamento delle procedure da attuare per il Vaticano”. “Nessun Paese ha un punteggio di 49 su 49”, ha puntualizzato l’esperto, rendendo noto che l’Aif si è impegnata per il futuro ad ottemperare non solo agli obiettivi “standard”, ma anche a quelli “core”, seppure tale operazione non sia necessaria né richiesta. “Sono molto lieto dei passi compiuti - ha commentato Brülhart - c’è molto sostegno all’interno e l’impegno chiaro per il proseguimento del cammino intrapreso”. Ad alcune domande sullo Ior, il direttore dell’Aif ha precisato che “lo Ior non è una banca commerciale, è una banca che presta servizio ai religiosi, alla Chiesa cattolica in tutto il mondo”, e sulla quale c’è “trasparenza” sia “a livello mondiale”, sia al suo interno. Altro che “paradiso finanziario”, quindi. Ad una domanda su possibili “cambiamenti” allo Ior con l’arrivo di Papa Francesco, Brülhart ha risposto: “Non spetta a me formulare raccomandazioni al Santo Padre”. 

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mercoledì 22 maggio 2013

Il cuore grande di don Pino Puglisi (Sir)

Il cuore grande di don Pino

Il ricordo di suor Carolina Iavazzo, responsabile del centro Padre Nostro, creato da Puglisi nel quartiere Brancaccio di Palermo. Dagli inizi difficili all'incontro con la morte per mano della mafia. Ammette: "Non avevo colto tutta la gravità della situazione, anche perché don Pino ci teneva un po' all'oscuro, non voleva coinvolgerci in questa sua lotta con la mafia per proteggerci, ma vedevo che spesso aveva il labbro spaccato, gli occhi arrossati: veniva picchiato e minacciato"

Non un prete antimafia, ma “un sacerdote al servizio del Vangelo e quindi del bene”, perché “il Vangelo è lo spartiacque tra il bene e il male”. “Una persona positiva, sempre ottimista, con una fiducia illimitata nella Provvidenza, anche di fronte alle difficoltà”. Così suor Carolina Iavazzo, responsabile del centro Padre Nostro, creato da don Pino Puglisi nel quartiere Brancaccio di Palermo, descrive il sacerdote ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, a pochi giorni dalla sua beatificazione, che avverrà sabato 25 maggio a Palermo. “Mi porto dentro la sua carica: un’energia bella, spirituale, umana, morale. Credeva in quello che faceva. È stato una bella figura di sacerdote: povero, disinteressato ai soldi, con un cuore grande per amare gli ultimi”, aggiunge la religiosa. Sembra quasi l’identikit del sacerdote proposto oggi da Papa Francesco.

La scommessa sui giovani. Don Pino arrivò nel quartiere di Brancaccio a settembre 1990, suor Carolina il 2 ottobre 1991. “Il primo periodo - racconta suor Iavazzo - gli servì per fare uno studio del territorio, per capire i bisogni della gente”. E dall’analisi dettagliata che fece emerse “una situazione di degrado molto forte, di disagio morale, una povertà estrema, non solo economica, ma povertà di animo, di valori, con famiglie disgregate, prive di ogni capacità educativa”. Soprattutto don Puglisi “si era accorto che il quartiere Brancaccio era gestito dalla mafia, anche grazie all’ignoranza che regnava tra i giovani e nelle famiglie”. Di qui la scelta di aprire un centro per giovani: “Per toglierli dalla strada, per offrire loro un’istruzione e un’alternativa al niente o ancora peggio alla manovalanza mafiosa”. Ma con il centro è andato a intaccare gli interessi della mafia, che poi ha reagito. Don Puglisi credeva molto nei giovani: “Riteneva che è difficile cambiare gli adulti mentre i giovani sono più aperti al cambiamento e al bello. Ha voluto iniziare dai bambini, dagli adolescenti offrendo loro un presente bello che potesse sfociare in un futuro altrettanto bello”. E, sottolinea la religiosa, “abbiamo subito avuto dei riscontri positivi”. 

La storia del centro. Il centro è stato inaugurato il 29 gennaio 1993, quando erano stati completati i lavori di ristrutturazione dell’immobile, ma già precedentemente, dice suor Carolina, “lo utilizzavamo. Non è stato facile aprire subito il centro in quanto era tutto da sistemare. Don Pino aveva acquistato un immobile da ristrutturare per realizzare il centro, ma non aveva soldi. I primi 30 milioni per il compromesso li diede il cardinale Pappalardo, poi don Pino si è adoperato con tante iniziative per raggiungere la cifra necessaria all’acquisto. Nel frattempo, avevamo iniziato le nostre attività già per strada, andando dalle famiglie, avviando un corso di alfabetizzazione per adolescenti che frequentavano una scuola serale comunale”. Più l’attività di don Puglisi creava attesa e suscitava apprezzamenti, più la mafia era infastidita. “Io - ammette - non avevo colto tutta la gravità della situazione, anche perché don Pino ci teneva un po’ all’oscuro, non voleva coinvolgerci in questa sua lotta con la mafia per proteggerci, ma vedevo che spesso aveva il labbro spaccato, gli occhi arrossati: veniva picchiato e minacciato”. 

Come un faro. Il 29 giugno 1993 i mafiosi appiccarono il fuoco alla porta di casa di alcuni strettissimi collaboratori del sacerdote, come vendetta trasversale. “Nella Messa successiva - ricorda la religiosa - don Pino usò parole dure: ‘Voi siete bestie, siete vigliacchi, è facile nascondersi dietro una pistola al buio e colpire, ma se siete uomini possiamo ragionare insieme’. Io mi spaventai molto di queste sue parole e in sacrestia gli chiesi perché aveva gridato tanto, sapendo che c’era gente che ci spiava. Mi rispose: ‘Più che uccidermi non possono fare’. Solo in quel momento ho avuto la misura giusta del pericolo, ma non capivo la sua risposta: mi chiedevo cosa sarebbe restato se lo avessero ammazzato, ma aveva ragione lui. Il suo messaggio è andato ben oltre. Voleva dire: possono uccidere il mio corpo, ma non la mia anima, i miei ideali, la mia libertà, la mia voglia di costruire il bene, la mia speranza per questo quartiere”. Oggi “don Puglisi è come un faro che si accende sulla Chiesa, sul mondo, sulla società - sostiene suor Iavazzo -. Amava dire: ‘Se ognuno fa qualcosa, allora avremo fatto molto’. Credo che noi tutti, politici, cardinali, vescovi, preti, religiosi, gente comune, dovremmo porre il nostro tassello al servizio del bene nel grande puzzle della vita, con coraggio, perché il mondo si cambia così, dalle piccole cose di ogni giorno”.

Passaggio di testimone. Idealmente suor Carolina ha raccolto l’eredità “bella ma gravosa” di don Pino: “L’importante è non vivere da mediocri - dice -. Sono venuta in Calabria, a Bosco Sant’Ippolito, tra San Luca e Bovalino, dove ho creato il centro Don Pino Puglisi per ragazzi. I ragazzi hanno voglia di bellezza, credono in un futuro migliore, ma dobbiamo offrire loro delle alternative. Noi insegniamo loro le regole del buon costume, del vivere civile, del rispetto per se stessi e gli altri, facciamo anche formazione religiosa e spirituale, soprattutto morale. Abbiamo una quarantina di giovani che vengono per il doposcuola, lo sport e attività di volontariato”.

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"Il Welfare è assicurato dalla Chiesa" (Sir)

"Il Welfare è assicurato dalla Chiesa"

Monsignor Mariano Crociata: la "condizione della gente" è la nostra "preoccupazione". Lo Stato è in difficoltà e sempre più "le strutture pubbliche ricorrono alle Caritas per consentire alla gente di trovare un punto di appoggio, un luogo di aiuto, un momento di soccorso a urgenze che spesso non sono in grado di assicurare". Con Papa Francesco, per difendere la famiglia. A primavera il "raduno" per "tutta la scuola". Ai politici: la Chiesa non è "di parte"

Una Chiesa che svolge sempre più mansioni che andrebbero svolte dallo Stato, e uno Stato in cui la crisi del Welfare ha assunto dimensioni così allarmanti da dare segni di non riuscire più a “reggere”. A dipingere, con “preoccupazione”, questa sorta di “capovolgimento allarmante”, nel “momento sociale particolare che stiamo attraversando”, è stato monsignor Mariano Crociata, segretario della Cei, durante la prima conferenza stampa della 65ma assemblea generale dei vescovi italiani, in corso in Vaticano fino al 24 maggio. Momento culminante dell’assise episcopale: il primo incontro dei vescovi italiani con Papa Francesco, giovedì sera, per la “Professio Fidei” nella Basilica di San Pietro.

Pensare alla gente. La “condizione della nostra gente”: è questa la “preoccupazione” più pressante dei vescovi riuniti in Vaticano, che hanno fatto eco alla prolusione del cardinale Bagnasco, in cui il presidente della Cei aveva ricordato che “pensare alla gente” è “l’unica cosa seria”, per un Paese in seria difficoltà - non solo economica - come il nostro, e nel quale è sempre più urgente un “serio esame di coscienza” da parte di chi ha “responsabilità” in ambito pubblico. Secondo monsignor Crociata, oggi “si assiste ad una sorta di capovolgimento, per cui il Welfare è assicurato dalla Chiesa, e non dallo Stato”, con “strutture pubbliche che ricorrono alle Caritas per consentire alla gente di trovare un punto di appoggio, un luogo di aiuto, un momento di soccorso a urgenze che spesso non sono in grado di assicurare”. Per i vescovi, si tratta di “un capovolgimento allarmante”, che “richiede impegno attento da parte di tutti”. Soprattutto per garantire un “equilibrio” che “distingua ciò che è compito delle istituzioni e ciò che è affidato a tutto ciò che il volontariato e la carità continueranno a fare, ma come segno della presenza necessaria della Chiesa accanto a chi soffre o è in difficoltà”.

Con Papa Francesco. In poco più di due mesi di pontificato, Papa Francesco ha già lasciato un’“impressione profonda” tra i vescovi di quella comunità un po’ “speciale”, e con la quale c’è “una speciale sintonia”, quale è la Chiesa italiana. Lo ha assicurato ai giornalisti, monsignor Crociata. “Sia pure in questo breve periodo - ha detto il segretario generale della Cei - quello della Chiesa italiana con il nuovo Papa è già un rapporto di grande intensità riguardo al grado d’intesa, di corrispondenza e adesione reciproca”, come dimostrano le visite “ad limina”. Per questo c’è grande attesa per l’appuntamento di giovedì, per la “Professio fidei” nella basilica di San Pietro. “Ascolteremo con molta gioia quello che il Papa vorrà dirci”, le parole di monsignor Crociata, che interrogato sull’eventuale presenza del tema della famiglia nell’intervento papale ha risposto: “Certamente per noi vescovi il matrimonio e la famiglia sono un punto decisivo, che riceve una cruciale attenzione da parte nostra, perché fa parte del patrimonio della nostra coscienza e identità. Non in termini confessionali, ma in termini culturali, etici, di visione dell’uomo condivisa”. Di qui la necessità di “difendere questa istituzione come realtà costitutiva per far crescere il Paese, accogliere le nuove generazioni e disegnare il nostro cammino futuro. Che la famiglia abbia bisogno di sostegno, è sotto gli occhi di tutti, viste le tante difficoltà che le famiglie attraversano anche dal punto di vista economico, e per le quali si chiede alla Chiesa di supplire alle tante carenze di un Welfare ridotto al minimo”.

La “politica” della Chiesa. Alle domande dei giornalisti sul rapporto tra la Chiesa e la politica, monsignor Crociata ha ribadito che la Chiesa “fa politica e farà sempre politica” non parteggiando per l’una o l’altra parte, ma additando ai politici la necessità di perseguire il “bene comune” tenendo insieme “etica sociale” ed “etica della vita”. Il bene comune, ha ricordato il vescovo, è “bene di tutti e di tutto l’uomo”: per questo la Chiesa non può essere di parte, ma “è sempre a fianco di tutti coloro che anche in piccola misura sostengono il bene della persona, di tutta la persona”. Quanto alla situazione politica attuale, per i vescovi sarebbe “preoccupante” se si prolungassero “scaramucce o scontri polemici”, quasi fossero il “prolungamento di una mai finita campagna elettorale o l’anticipazione di una campagna elettorale successiva”. La Chiesa è “l’antagonista per eccellenza della mafia”, ha ricordato monsignor Crociata in relazione alla prossima beatificazione di don Puglisi. Appuntamento, infine, alla prossima primavera per il “raduno di popolo” sulla scuola - tutta la scuola, non solo quella cattolica - annunciato ieri dal cardinale Bagnasco. L’obiettivo è quello di avviare un percorso di riflessione, approfondimento e “mobilitazione” anche della “base” su un tema cruciale per il futuro del Paese.

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giovedì 2 maggio 2013

Benedetto accolto "con grande e fraterna cordialità" da Francesco (Sir)


BENEDETTO XVI IN VATICANO: ACCOLTO “CON GRANDE E FRATERNA CORDIALITÀ” DAL PAPA

Papa Francesco ha dato il benvenuto “con grande e fraterna cordialità” a Benedetto XVI, rientrato questo pomeriggio in Vaticano dopo i due mesi trascorsi nella residenza di Castel Gandolfo. A riferirlo è la sala stampa vaticana, con un comunicato in cui si rende noto che Papa Francesco e Benedetto XVI “insieme si sono recati nella cappella del Monastero per un breve momento di preghiera”. Questa, dunque, la sintesi del secondo incontro tra i due Papi - dopo quello del 23 marzo scorso a Castel Gandolfo - che da oggi alloggeranno entrambi all’interno delle Mura Leonine. Benedetto XVI - si legge nella nota della sala stampa della Santa Sede - è giunto in elicottero da Castel Gandolfo poco dopo le 16.45, accompagnato da monsignor Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia. All’eliporto vaticano è stato accolto dal cardinale Decano, Angelo Sodano, dal cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, dal cardinale presidente del Governatorato, Giuseppe Bertello, dal sostituto monsignor Angelo Becciu, dal segretario per i rapporti con gli Stati. monsignor. Dominique Mamberti, e dal segretario generale del Governatorato, mons. Giuseppe Sciacca. Si è quindi trasferito in auto alla sua nuova residenza, il ristrutturato Monastero “Mater Ecclesiae”, dinanzi al quale è stato accolto da Papa Francesco.
Benedetto XVI si era trasferito a Castel Gandolfo nel pomeriggio del 28 febbraio, quando, in seguito alla sua rinuncia all’esercizio del ministero petrino, iniziava la Sede Vacante. Vi si è trattenuto per due mesi, nel corso dei quali ha ricevuto, il 23 marzo, la visita di Papa Francesco, ed ha atteso il completamento dei lavori di preparazione della sua nuova residenza. “Ora è lieto di rientrare in Vaticano, nel luogo in cui intende dedicarsi, come da lui stesso annunciato l’11 febbraio scorso, al servizio della Chiesa anzitutto con la preghiera”, si legge nel comunicato della sala stampa vaticana. Come previsto, nella nuova residenza abiteranno con Benedetto XVI monsignor Georg Gaenswein e le “Memores Domini” che hanno già fatto parte della Famiglia pontificia negli ultimi anni. 

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Oggi Benedetto XVI rientra in Vaticano da Castelgandolfo (Sir)


BENEDETTO XVI: OGGI POMERIGGIO IL RIENTRO IN VATICANO DA CASTELGANDOLFO

Nel pomeriggio di oggi, tra le 16.30 e le 17, Benedetto XVI partirà in elicottero dal Palazzo apostolico di Castelgandolfo, dove ha risieduto negli ultimi due mesi. Dal pomeriggio di oggi abiterà nel monastero “Mater Ecclesiae”, ristrutturato dal novembre 2012, ed occupato fino ad allora dalle suore visitandine. Con lui risiederanno il segretario, il prefetto della Casa Pontificia, monsignor Georg Gaenswein, e le quattro “memores” che lo hanno accompagnato in questi anni.
Il 28 febbraio scorso, giorno dell’inizio della Sede vacante, Benedetto XVI aveva salutato i tanti fedeli che lo avevano accolto a Castelgandolfo definendosi “un semplice pellegrino”, giunto all’ultima tappa della sua esistenza, ma sempre vicino alla Chiesa con il cuore, l’amore e la preghiera. Preghiere assicurate anche al nuovo Pontefice - Papa Francesco - che ha incontrato il 23 marzo a Castelgandolfo. Un incontro storico tra “fratelli”, segnato dall’affetto, un momento di profondissima comunione. 
In questo tempo non sono mancati i colloqui telefonici: l’ultimo, in ordine di tempo, il 16 aprile, in occasione del compleanno di Benedetto XVI. Papa Francesco gli ha rivolto gli auguri mentre in mattinata, nella cappellina di Santa Marta, aveva offerto la messa per il Papa emerito “perché il Signore sia con lui, lo conforti e gli dia molta consolazione”.

PAPA FRANCESCO: QUESTO POMERIGGIO ACCOGLIE BENEDETTO XVI IN VATICANO

Sarà il Santo Padre Francesco ad accogliere questo pomeriggio il Papa emerito Benedetto XVI al suo arrivo da Castel Gandolfo in Vaticano, nella nuova residenza del monastero “Mater Ecclesiae”. Lo comunica la Prefettura della Casa Pontificia. L‘incontro tra i due Papi - il secondo dopo quello a Castel Gandolfo del 23 marzo - è previsto intorno alle 16.50. 
Ratzinger, che dopo due mesi lascia la residenza sui Colli Albani, arriverà in Vaticano in elicottero. Bergoglio lo attenderà presso l‘ex convento. La partenza di Ratzinger da Castel Gandolfo, dove il Papa emerito era volato sempre in elicottero la sera del 28 febbraio, ultimo giorno del suo pontificato, avverrà intorno alle 16.30. 
All‘eliporto vaticano, Benedetto XVI sarà accolto dal decano del Collegio cardinalizio Angelo Sodano, dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, dal sostituto monsignor Angelo Becciu, dal segretario per i Rapporti con gli Stati monsignor Dominique Mamberti, dal presidente del Governatorato cardinale Giuseppe Bertello e dal segretario del Governatorato monsignor Giuseppe Sciacca. Papa Francesco lo aspetterà invece all‘ingresso del monastero “Mater Ecclesiae”. 

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martedì 16 aprile 2013

Messa di Papa Francesco per Benedetto XVI. Nell'omelia: Concilio continuità della crescita della Chiesa

PAPA FRANCESCO: MESSA A S. MARTA PER BENEDETTO XVI. LO “SPIRITO” E IL CONCILIO

“Offriamo la Messa per lui, perché il Signore sia con lui, lo conforti e gli dia molta consolazione”. 
Nel giorno del compleanno di Benedetto XVI, che oggi compie 86 anni, Papa Francesco ha offerto la messa mattutina nella Cappella di Casa Santa Marta al suo predecessore. 
Nell’omelia, il Papa ha esortato a non opporre “resistenza” all’opera dello Spirito Santo, che “ci dà fastidio, perché ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti. E noi siamo come Pietro nella Trasfigurazione: ‘vogliamo addomesticare lo Spirito Santo. E quello non va. Perché Lui è Dio e Lui è quel vento che va e viene e tu non sai da dove. È la forza di Dio, è quello che ci dà la consolazione e la forza per andare avanti. Ma: andare avanti! E questo dà fastidio. La comodità è più bella”. 
Una “tentazione”, questa, presente “ancora oggi”, ha ammonito il Papa citando il Concilio, che “è stato un’opera bella dello Spirito Santo”. “Pensate a Papa Giovanni”, ha detto il Santo Padre: “Sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio”. 
Non vogliamo cambiare”, ha ammonito il Papa: “Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore”. Succede lo stesso, per il Papa, “anche nella nostra vita personale”, quando “lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica”, ma noi resistiamo”. 
Di qui l’esortazione finale: “non opporre resistenza allo Spirito Santo. È lo Spirito che ci fa liberi, con quella libertà di Gesù, con quella libertà dei figli di Dio”, che tramite lo Spirito “ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo. Così sia”.

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