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lunedì 1 luglio 2013

Continuità e rinnovamento nel Primato di Pietro (Biffi)

Su segnalazione di Fabiola leggiamo:

CONTINUITÀ E RINNOVAMENTO NEL PRIMATO DI PIETRO


Amare e servire

INOS BIFFI

Gesù Cristo ha affidato il governo della sua Chiesa a tutto il Collegio degli Apostoli, costituendo in essa Pietro quale roccia e fondamento.
Non per volontà di Pietro la Chiesa è apostolica; allo stesso modo non per la decisione dei Dodici Pietro detiene il primato: esso, infatti, non consegue a un loro accordo di eleggere Simone come primo tra di loro e come loro rappresentante; deriva invece da una esclusiva e precisa determinazione di Gesù, che sempre singolarmente a Simone ha affidato l’ufficio di Pastore, con il mandato il pascere il suo gregge.
Una Chiesa che non fosse apostolica non sarebbe la Chiesa di Cristo, come non lo sarebbe una Chiesa dove non vi! gesse il primato di Pietro.
L’ha ricordato ancora ieri Papa Francesco, nella festa dei santi Pietro e Paolo, spiegando che il Vescovo di Roma deve «confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato» e con il suo «servizio». Per una chiara disposizione di Gesù Cristo la Chiesa è apostolica e petrina.
Ed esattamente con questa essenziale identità e configurazione la ritroviamo nella Tradizione. In virtù del sacramento dell’episcopato, al Collegio apostolico è succeduto il Collegio dei Vescovi, come a Pietro è succeduto il suo vicario, cioè il Vescovo di Roma.
Il Vaticano II ripropone la dottrina di fede del Vaticano I: rimane cioè intatto quanto dichiarava la costituzione Pastor Aeternus a proposito del Romano Pontefice, che ha «la piena e suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa», potestà «ordinaria e immediata», «sia su tutte e su ciascuna delle Chiese sia su tutti e su ciascuno de! i pastori» (Denzinger, 3064).
Con la conseguenza dell’infallibilità – la stessa «di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua Chiesa» –, nel caso in cui il Romano Pontefice parli «ex cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica definisce che una dottrina riguardante la fede o i costumi dev’essere ritenuta da tutta la Chiesa».
Quindi queste definizioni sono irreformabili per virtù propria, e non per il consenso della Chiesa.
Lo stesso Vaticano I non mancava di ricordare il collegio dei Vescovi, e citava le parole di Gregorio Magno: «Mio onore è l’onore della Chiesa universale. Mio onore è il solido vigore dei miei fratelli. Allora io mi sento veramente onorato, quando ad ognuno di essi non si nega l’onore dovuto».
Il Vaticano II, tuttavia, con la dottrina relativa al Collegio dei Vescovi, completa ed esplicita ampiamente la dottrina del Vaticano I, in particolare rilevando che essi sono preposti al governo della Chiesa universale per isti! tuzione divina, quindi per la potestà ricevuta immediatamente da Cristo e con un «potere loro proprio» ( Lumen gentium , n.22). Riconosciuto questo, non è fuori luogo osservare, sulla scia della storia, che la maniera concreta di esercizio del primato può mutare, assumendo, per esempio, una forma maggiormente collegiale.
Già il Concilio di fatto ha istituito il Sinodo dei Vescovi; allo stesso modo può essere diverso, quasi meno 'giuridico', il linguaggio con cui tale primato viene espresso. Occorre, in ogni caso, che resti invariato e si riconosca imprescindibile il suo contenuto dogmatico, dovuto all’istituzione di Cristo, per la quale non esiste Collegio dei Vescovi in cui non sia presente e operante quale Capo il Vicario di Pietro ( cum Petro et sub Petro).
Ecco perché – di là dagli orientamenti o preferenze di scuole teologiche (se così si possono chiamare) o dalle simpatie e dalle buone intenzioni – non è affatto conforme con la dottrina di fede, riproposta dal Vaticano II, parlare, secondo un uso che si va diffondendo, del Sommo Pontefice semplicemente come di un «primo tra pari ( primus inter pares ) », proprio perché il Vicario di Pietro non è 'pari'. 
E, ugualmente, non è consono al dogma riconoscergli un primato solo d’onore, dovuto all’origine petrina e paolina della Sede romana, restando indubbio che la sostanza di quel presiedere e governare del successore di Pietro consiste nell’amare e nel servire.
D’altronde, la Chiesa è una realtà unica e originale; una realtà di grazia, che non ha modelli di paragone tra i vari generi di società umana, e che si può comprendere e accogliere unicamente per fede.

© Copyright Avvenire, 30 giugno 2013

venerdì 19 aprile 2013

IL 19 APRILE 2005 L'ELEZIONE DEL SEMPLICE ED UMILE LAVORATORE NELLA VIGNA DEL SIGNORE

Carissimi amici, in questi anni abbiamo sempre festeggiato l'anniversario di Pontificato di Benedetto XVI.
Quest'anno, ovviamente, la situazione e' diversa perche' il Santo Padre ha rinunciato al Ministero Petrino ma noi vogliamo ricordare quei momenti straordinari che sono passati alla storia.
Ringraziamo il nostro amatissimo Papa Emerito per questi otto anni vissuti con lui.
Ecco le prime parole di Benedetto XVI appena eletto:

PAROLE DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i Signori Cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore.

Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere.

Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente, andiamo avanti. Il Signore ci aiuterà e Maria sua Santissima Madre starà dalla nostra parte. Grazie.


19 APRILE 2005: L'ELEZIONE DI UN PAPA STRAORDINARIO: VIDEO

16 APRILE 1927 - 19 APRILE 2005: DA JOSEPH A BENEDETTO. LO SPECIALE DEL BLOG

ELEZIONE ED INSEDIAMENTO DI PAPA BENEDETTO XVI: LO SPECIALE DEL BLOG

Cronaca minuto per minuto di quel 19 aprile 2005 

lunedì 15 aprile 2013

Quirinale, le ombre vaticane sui grandi elettori. Un articolo un po' contraddittorio di Concita De Gregorio

Clicca qui per leggere l'articolo.
Fa piacere che la giornalista scriva che Benedetto XVI non interferiva in nessun modo con la politica italiana perche', come afferma De Mita, egli "aveva una dimensione molto religiosa". Trovo comunque molto riduttivo, se non offensivo, identificarlo come "il Papa che suonava il pianoforte".  
Nella lotta alla pedofilia nel clero, nella scelta dei vescovi e nella rimozione dei medesimi non risulta che fosse intento a suonare Mozart.
E che dire di quando si impegno' per risolvere il caso Williamson o di quando impose trasparenza allo Ior?
O di quando inizio' a dare il buon esempio in materia liturgica o di quando inauguro' la sobrieta' rimanendo per tutta l'estate a Castel Gandolfo e rinunciando alle vacanze in montagna?
L'entusiasmo per Papa Francesco e' palpabile in tutto l'articolo ma vorrei ricordare un piccolo particolare: il tanto vituperato Bertone e' ancora li' mentre Ruini e' in vena di interviste. Che cosa e' cambiato se non il Pontefice?
Ecco la contraddizione dell'articolo!
Trovo poi poco corretto insistere su una affermazione del tutto opinabile come questa: Nei giorni del recente conclave c'era chi diceva che sarebbero bastati "sei mesi di pontificato di Carlo Maria Martini per cambiare il destino della Chiesa, molto in subordine anche quello dell'Italia".
Secondo un'altra vulgata, non riportata dalla De Gregorio, ci fu chi disse che sarebbero bastati quattro anni di Bergoglio per cambiare la Chiesa.
Ma davvero si pensa che ci beviamo una cosa del genere?
E se fosse vero che certuni hanno diffuso queste voci, una domanda ci sorge spontanea dal cuore: perche' nel 2005 nessuno scalpitava per diventare Papa? Noi non sappiamo come andarono le cose ma c'e' chi riferisce che Bergoglio pianse quando capi' che rischiava di essere eletto. Come mai non accetto' allora? 
La gerarchia ecclesiastica dovrebbe solo ringraziare Joseph Ratzinger per essersi assunto la responsabilita' di traghettare la Chiesa fino a febbraio fra mille difficolta', eredita' molto pesanti e attacchi di ogni genere.
Chissa' se oggi accetterebbe ancora anche considerato il modo in cui la chiesa (minuscolo) lo sta trattando.
R.

giovedì 11 aprile 2013

Interpretazione e ricezione del Vaticano II. Intervento del card. Walter Kasper (O.R.)

Interpretazione e ricezione del Vaticano II

Un concilio ancora in cammino

Ha destato in noi la gioia di Dio: non facciamocela rovinare

di Walter Kasper

Era l'epoca della guerra fredda; l'anno prima dell'inizio del concilio era stato costruito il Muro di Berlino e, durante il periodo della prima sessione, il mondo, a causa della crisi di Cuba, si ritrovò sull'orlo del baratro della guerra atomica. Oggi, cinquant'anni dopo, viviamo in un mondo globalizzato, completamente diverso e in rapido cambiamento, con nuove questioni e nuove sfide. La fede ottimistica nel progresso e lo spirito dell'incamminarsi verso nuovi confini sono volati via da tempo. Per la maggior parte dei cattolici, gli sviluppi, messi in moto dal concilio, fanno parte della vita quotidiana della Chiesa. Ma ciò che vi sperimentano non è il grande avvio e non è la primavera della Chiesa che ci aspettavamo allora, ma è, piuttosto, una Chiesa dall'aspetto invernale, che mostra segni chiari di crisi.
Per chi conosca la storia dei venti concili riconosciuti come ecumenici, questo non costituirà una sorpresa. I tempi postconciliari furono quasi sempre turbolenti. Il Vaticano II, però, rappresenta un caso particolare. Diversamente dai concili precedenti, non fu convocato per estromettere dottrine eretiche o per comporre uno scisma; non proclamò alcun dogma formale e non prese nemmeno deliberazioni disciplinari formali. Giovanni XXIII aveva una prospettiva più ampia. Vide profilarsi un'epoca nuova, cui andò incontro con ottimismo, nella fiducia incrollabile in Dio. Parlò di un obiettivo pastorale del concilio, intendendo un aggiornamento, un “diventare oggi” della Chiesa. Non s'intendeva un adattamento banale allo spirito dei tempi, ma l'appello a far parlare la fede trasmessa nell'oggi.
La larga maggioranza dei padri conciliari colse l'idea. Volle cogliere le richieste dei movimenti di rinnovamento biblico, liturgico, patristico, pastorale ed ecumenico, sorti tra le due guerre mondiali; cominciare una nuova pagina della storia con l'ebraismo, carica di gravami, ed entrare in dialogo con la cultura moderna. Fu il progetto di una modernizzazione che non voleva e neanche poteva essere modernismo.
Una minoranza influente oppose resistenza pervicace a questo tentativo della maggioranza. Il successore di Giovanni XXIII, Papa Paolo VI, era fondamentalmente dalla parte della maggioranza, ma cercò di coinvolgere la minoranza e, in linea con l'antica tradizione conciliare, di raggiungere un'approvazione, per quanto possibile all'unanimità, dei documenti conciliari, che in totale furono sedici. Ci riuscì; ma si pagò un prezzo. In molti punti, si dovettero trovare formule di compromesso, in cui, spesso, le posizioni della maggioranza si trovano immediatamente accanto a quelle della minoranza, pensate per delimitarle.
Così, i testi conciliari hanno in sé un enorme potenziale conflittuale; aprono la porta a una ricezione selettiva nell'una o nell'altra direzione. Quale direzione indica la bussola del concilio e dove conduce il cammino della Chiesa cattolica, nell'ancor giovane XXI secolo? Resta nella fiducia credente di Giovanni XXIII o fa il cammino a ritroso, verso sterili atteggiamenti di difesa?
Si possono distinguere tre fasi della ricezione, fino ai giorni nostri. Anzitutto, la prima fase della ricezione entusiastica. Karl Rahner, subito dopo essere ritornato dal concilio, in una conferenza a Monaco parlò di “inizio dell'inizio”. Ma Rahner restò cautamente scettico in ciò che riguardava il futuro. Altri si spinsero oltre e vollero lasciare in disparte ciò che considerarono elementi della tradizione trascinati nel concilio come accessori, frutto di compromesso, e, come Hans Küng, effettuando un salto di quasi duemila anni di storia della Chiesa, interpretarono la dottrina della Chiesa in modo del tutto nuovo, partendo dalla Sacra Scrittura.
La reazione non si fece attendere a lungo. Venne non solo dall'arcivescovo Lefebvre e dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, da lui fondata, ma anche da teologi che, durante il concilio, erano stati annoverati tra i progressisti (Jacques Maritain, Louis Bouyer, Henri de Lubac). Diversamente da Lefebvre, loro non criticarono il concilio in sé, ma criticarono la sua ricezione. Di fatto, nei primi due decenni dopo il concilio, si ebbe un esodo di molti sacerdoti e religiosi; in molti ambiti si ebbero uno scadimento della prassi ecclesiastica e movimenti di protesta di sacerdoti, religiosi e laici. Papa Paolo VI parlò di «fumo di Satana», entrato da qualche fessura nel tempio di Dio.
Ancora oggi, alcuni critici considerano il Vaticano II, nel contesto della storia della Chiesa, come una sciagura e come la maggiore calamità in tempi recenti. Ma rappresenta un cortocircuito ritenere che tutto quel che avvenne dopo il concilio sia accaduto anche a causa del concilio. I critici misconoscono i trend di lungo respiro che agirono già prima del concilio e che conobbero una notevole accelerazione nei rivolgimenti sociali connessi con la protesta dei giovani e degli studenti nel 1968. Dopo il 1968 le tendenze emancipatrici ebbero effetti anche in ambiti ecclesiastici. Durante il concilio, furono i progressisti a essere i veri conservatori, che volevano rinnovare la tradizione antica; dopo, presero la parola progressisti di nuovo genere, che non si orientavano tanto alla tradizione più antica, quanto invece ai “segni dei tempi” e che volevano interpretare il Vangelo in base alla mutata situazione sociale.
Il Sinodo episcopale straordinario del 1985, venti anni dopo la fine del concilio, iniziò la terza fase della recezione. Il Sinodo ebbe il compito di fare un bilancio. Consapevole della crisi, non volle però unirsi al diffuso coro di lamenti. Parlò di situazione ambivalente, in cui, oltre ad aspetti negativi, c'erano anche buoni frutti: il rinnovamento liturgico, che portò a una maggiore sottolineatura della Parola di Dio e a una partecipazione più forte dell'intera comunità celebrante; la partecipazione e cooperazione rafforzate dei laici alla vita della Chiesa; gli avvicinamenti ecumenici; le aperture al mondo moderno e alla sua cultura e molti altri ancora.
Fondamentalmente, il Sinodo sottolineò che la Chiesa, in tutti i concili, è sempre la stessa e che l'ultimo concilio debba quindi essere interpretato in rapporto a tutti gli altri. Con questa regola ermeneutica, il Sinodo divenne il punto di cristallizzazione della terza fase della ricezione, quella magistrale. Il primo passo ufficiale della ricezione fu la riforma liturgica; soprattutto, fu l'introduzione del nuovo Messale, entrato in vigore la prima Domenica d'Avvento del 1970. Questa riforma fu accolta con gratitudine dalla larga maggioranza, ma incontrò anche critiche, in parte per ragioni teologiche e, in parte, anche perché alcuni avevano nostalgia della sacralità e dell'estetica del rito in uso fino ad allora.
I documenti conciliari non sono rimasti lettera morta. Hanno dato l'impronta alla vita in diocesi, parrocchie e comunità religiose, mediante il rinnovamento della liturgia, una spiritualità caratterizzata da un più forte connotato biblico e la partecipazione dei laici e stimolato il dialogo ecumenico e interreligioso. Il concilio è stato accolto positivamente in particolare dai nuovi movimenti spirituali, sorti negli anni Settanta, che hanno portato alla luce, in modo nuovo, la molteplicità dei carismi e la vocazione universale alla santità.
Neanche la ricezione ufficiale è rimasta ferma. In parte, è passata dal concilio nelle riforme liturgiche, in cui il concilio si atteneva ancora al latino come lingua normale liturgica e non si parlava di una celebrazione orientata verso il popolo. Lo stesso vale per le indicazioni sociali ed etiche di Papa Giovanni Paolo II per l'attuazione della libertà religiosa mediante la rescissione di concordati che collidevano contro di essa e, infine, riguardo alla “politica” dei diritti umani, con cui Giovanni Paolo II ha fornito un contributo essenziale alla sconfitta delle dittature comuniste dell'Europa Orientale. Vale anche accennare alla sua enciclica sull'ecumenismo, Ut unum sint (1995), che ha approfondito le enunciazioni ecumeniche del concilio portandole avanti con energia. Tutto questo ha trasformato positivamente, sotto molti aspetti, il volto della Chiesa tanto all'interno quanto all'esterno. L'ecumenismo, altro tema importante, ha dato molti buoni frutti, più di quanti ci si aspettasse al tempo del concilio.
Una Chiesa che si appoggi al mainstream sociale diventa, in ultimo, superflua
Non diventa interessante se si orna con piume non sue, ma se fa valere la propria causa in modo credibile e convincente e se compare come contrafforte all'opinione pubblica dominante. 
Cinquant'anni dopo la sua apertura, c'è occasione di occuparsi ancora, approfonditamente, dei testi conciliari, per trarne i tesori, non ancora esauriti, che vi si trovano. Naturalmente, non si può mitizzare il concilio o ridurlo a un paio di frasi a effetto. Non si può nemmeno usarlo come cava di pietra da cui prendere il materiale per singole tesi desiderate. È necessaria un'ermeneutica conciliare, cioè un'interpretazione meditata.
Punto di partenza devono essere i testi conciliari, la cui interpretazione va fatta secondo le regole e i criteri universalmente riconosciuti per l'interpretazione dei concili. Bisogna trarre il senso di ogni affermazione, con cautela, dalla storia della redazione, spesso complessa; poi, bisogna collocarla nel complesso, articolato e ricco di tensioni, di tutte le affermazioni conciliari; di nuovo, bisogna intendere ciò nel complesso della intera Tradizione e del suo sviluppo storico, come pure della ricezione avuta nel frattempo. Infine, ogni singola affermazione va interpretata, nel quadro della gerarchia delle verità, partendo dal suo centro cristologico. La ricezione, sotto la direzione e moderazione del Magistero, è questione dell'intero popolo di Dio.
Un ulteriore, importante indizio l'ha dato Papa Benedetto XVI, in un discorso ai cardinali e ai collaboratori della Curia romana, tenuto il 22 dicembre 2005, in occasione del quarantesimo anniversario della chiusura del concilio. Così ha introdotto la fase più recente del dibattito sull'interpretazione del concilio. Ha chiarito che il consenso non deve essere solo sincronico (riguardante la Chiesa attuale) ma anche diacronico (riguardante la Chiesa in ogni epoca). Ha contrapposto due ermeneutiche: quella della discontinuità e della rottura, che respinse, e quella «della riforma, del rinnovamento». 
Le parole del Papa sono state, spesso, interpretate in modo unilaterale, tralasciando di considerare che non ha contrapposto, come molti affermano, l'ermeneutica della discontinuità all'ermeneutica della continuità. 
Il Papa parlò di un'ermeneutica della riforma e del «rinnovamento nella continuità» della Chiesa.
Quello della riforma è, nel complesso della Tradizione medioevale, un termine fondamentale e una sfida che si ripropone di continuo. Riforma non significa solo necessario adattamento pratico di singoli paragrafi a circostanze nuove. Chi parla di riforma, presuppone che sussistano deficit e disfunzioni che rendono necessario rifarsi a tradizioni più antiche, dimenticate, in particolare all'inizio apostolico, rinnovandole creativamente.
Il discorso del Papa sulla riforma e il rinnovamento nella continuità, riflette una concezione viva della Tradizione, che, se alle argomentazioni fondamentali seguono conseguenze pratiche, potrebbe riaccendere nuovamente il fuoco del concilio, cioè potrebbe, nella continuità, portare di nuovo l'impulso innovatore del concilio.
Domandiamo: Come può apparire tale rinnovamento e verso dove può andare il cammino ulteriore? Come applicare la eredità dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI oggi? Non ho un programma complessivo. Posso, accennare solo ad alcuni, pochi, punti di vista. Innanzitutto, il concilio ha accolto, in modo critico-costruttivo, richieste importanti della modernità. Oggi, mezzo secolo dopo, dall'età moderna siamo passati a quella postmoderna. Molte vecchie questioni si pongono in modo nuovo; anche molti ideali dell'illuminismo vengono oggi messi in discussione. La fede nel progresso, che c'era allora, come pure la fiducia nella ragione, sono scosse. Ciò non significa che il concilio non sia più attuale. La Chiesa deve prendere sul serio le richiese legittime dell'età moderna. Deve difendere la fede sia contro il pluralismo e il relativismo postmoderni sia contro le tendenze fondamentaliste che rifuggono dalla ragione.
Seconda sfida: Nell'era postmoderna, è quella che viene non solo dal nostro mondo occidentale secolarizzato e relativista ma dall'emisfero Sud, cioè la sfida della povertà della grande maggioranza degli uomini. Papa Francesco con la sua opzione per una Chiesa povera per i poveri lo ha ricordato. Lo ha fatto in continuità con il Vaticano II, che nella Lumen gentium in una sezione spesso dimenticata parla della sequela del Gesù diventato per noi povero e della povertà e semplicità apostolica della Chiesa. In questo senso Papa Francesco sin dal primo giorno del suo pontificato ha dato la sua interpretazione direi profetica del concilio e ha dato avvio a una nuova fase della sua recezione. Lui ha cambiato l'agenda: in testa adesso ci sono i problemi dell'emisfero Sud. Ciò porta a un terzo punto: dobbiamo prendere atto che la situazione della Chiesa è cambiata dai tempi del concilio. All'inizio del secolo scorso solo un quarto dei cattolici si trovava fuori d'Europa; oggi solo un quarto vive in Europa e oltre due terzi dei cattolici vivono nell'emisfero Sud, dove la Chiesa cresce. Nel nostro mondo globalizzato la Chiesa è diventata Chiesa mondiale e universale, in modo nuovo. Il problema dell'unità e della molteplicità si pone, quindi, in modo affatto nuovo.
Il concilio ha concepito la Chiesa come communio, cioè partecipazione alla comunione trinitaria e come unità nella molteplicità. Certo, l'unità nel ministero petrino è un bene alto e un vero dono del Signore alla sua Chiesa; una ricaduta nella mentalità da Chiesa nazionale sarebbe, nel nostro mondo globalizzato, tutt'altro che capace d'indicare la via verso il futuro. Ma accettare un centro non significa accettare un centralismo debordante. 
Già nel 1963, Joseph Ratzinger ha richiamato l'attenzione sul fatto che l'unità nel ministero petrino non dev'essere necessariamente intesa come unità amministrativa, ma lascia spazio a una molteplicità di forme amministrative, disciplinari e liturgiche. Giovanni Paolo II, nell'enciclica Ut unum sint (1995), ha sollecitato a meditare su nuove forme di esercizio del primato. Benedetto XVI almeno due volte ha ripreso questa frase. Pertanto è stato molto significativo, che Papa Francesco abbia fatto riferimento al vescovo di Roma che presiede nella carità, famosa affermazione di Ignazio di Antiochia. Essa è d'importanza fondamentale non solo per il proseguimento del dialogo ecumenico soprattutto con le Chiese ortodosse, ma anche per la Chiesa cattolica stessa.
Quarto punto di vista. Il problema dell'unità nella molteplicità si acuisce nella questione della libertà del singolo essere umano e del singolo cristiano. Oggi, si parla molto dell'individualizzazione della nostra società. Il problema si pone anche nella Chiesa. I problemi si pongono per molti cristiani e pastori, soprattutto nelle questioni etiche.
L'ultimo punto è il più importante: la questione di Dio. Già il concilio ha annoverato l'ateismo, nelle sue varie modulazioni, tra le questioni serie di quest'epoca. Tale situazione, da allora, si è acuita in modo drammatico. Il problema di oggi è, che Dio per molti non è più un problema, ovvero sembra che non sia più un problema e che la sua esistenza non interessi più. Il problema è l'indifferenza.
In tale situazione non possiamo preoccuparci soltanto degli effetti sociali, culturali e politici della fede, considerando la fede in Dio come premessa ovvia. Non basta neanche avere cura soltanto delle questioni di riforma interne alla nostra Chiesa; queste sono interessanti solo per gli insider. Le persone lì fuori, nell'“atrio delle genti”, hanno altre domande: da dove vengo e dove vado? Perché e per quale fine esisto? Perché il male, perché la sofferenza del mondo? Perché devo soffrire? Come posso trovare felicità, dove trovare uno che mi sia vicino, mi capisca, mi conforta, mi dia un po' di speranza?
Non dobbiamo parlare di una trascendenza vaga, ma, dobbiamo parlare concretamente, del Dio che, in Gesù Cristo, si è rivelato come Dio con noi e per noi, del Dio infinitamente misericordioso, che ci aspetta, che in ogni situazione ci dà una nuova chance e a cui noi, nella preghiera, possiamo dire «Abbà, Padre». Dobbiamo parlare della misericordia di Dio, quella misericordia, che è -- come ha detto Papa Francesco -- il nome del nostro Dio.
Il cammino avviato dal concilio non è finito. La eredità ricca che i due Papi Giovanni XXIII e Paolo VI ci hanno lasciata ancora non è esaurita. Dobbiamo percorrerlo, con pazienza ma anche con determinazione e coraggio e, nonostante tutto, con hilaritas, gioia interiore. Come disse il profeta: «La gioia per Dio è la nostra forza» (Neemia, 8, 10). Il concilio ha destato la gioia per Dio, per la fede, per la Chiesa. Bisogna anzitutto riaccenderla di nuovo in noi, affinché possa entusiasmare anche gli altri. La gioia è contagiosa. Certo, ognuno di noi è solo una piccola luce. Anche il movimento di rinnovamento preconciliare cominciò con singoli individui e piccoli gruppi. Nel rinnovamento postconciliare, non andrà diversamente. Però, se non ci facciamo rovinare la gioia, allora, un giorno, essa potrà passare agli altri. Può contribuire a far sì che la Chiesa, in un mondo che cambia velocemente ed è profondamente insicuro, diventi, in modo nuovo, bussola e segno d'incoraggiamento.

(©L'Osservatore Romano 12 aprile 2013)

giovedì 28 marzo 2013

LA VOCE DEL PAPA: PODCAST DI RADIO VATICANA


LA VOCE DI BENEDETTO XVI NEI PODCAST DI RADIO VATICANA

PAPA FRANCESCO


Angelus, 14 luglio 2013

Discorso ai dipendenti delle Ville Pontificie, 14 luglio 2013

Omelia di Papa Francesco nella Messa a Lampedusa, 8 luglio 2013

Angelus, 7 luglio 2013

Angelus, 30 giugno 2013


Angelus, 29 giugno 2013, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

Santa Messa nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, 29 giugno 2013

Udienza generale, 26 giugno 2013

Angelus, 23 giugno 2013

Udienza generale, 19 giugno 2013

Angelus, 16 giugno 2013

Udienza generale, 12 giugno 2013

Angelus, 9 giugno 2013

Udienza generale, 5 giugno 2013

Angelus, 2 giugno 2013

Recita del Rosario per la conlcusione del mese Mariano, 31 maggio 2013

Corpus Domini. Messa del Papa e Processione Eucaristica, 30 maggio 2013

Udienza generale, 29 maggio 2013

Angelus, 27 maggio 2013

Visita di Papa Francesco alla Parrochia romana dei Santi Elisabetta e Zaccaria, 27 maggio 2013

Professione di fede di Papa Francesco con i vescovi italiani, 23 maggio 2013

Udienza generale, 22 maggio 2013

Regina Cæli, 19 maggio 2013

Santa Messa di Pentecoste con i Movimenti Ecclesiali, 19 maggio 2013

Veglia di Pentecoste con i Movimenti Ecclesiali, 18 maggio 2013

Udienza generale, 15 maggio 2013

Regina Cæli, 12 maggio 2013

Messa con Canonizzazioni. Omelia, 12 maggio 2013

Udienza generale, 8 maggio 2013

Regina Cæli, 5 maggio 2013


Udienza generale, 1° maggio 2013

Regina Coeli, 28 aprile 2013

Messa con il rito della confermazione. Omelia, 28 aprile 2013

Udienza generale, 24 aprile 2013

Regina Coeli, 21 aprile 2013

Messa per le Ordinazioni Presbiterali. Omelia, 21 aprile 2013

Udienza generale, 17 aprile 2013

Santa Messa Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura. Omelia, 14 aprile 2013

Regina Coeli, 14 aprile 2013

Udienza generale, 10 aprile 2013

Omelia nella Messa per l'insediamento sulla Cattedra Romana, 7 aprile 2013

Regina Coeli, 7 aprile 2013

Udienza generale, 3 aprile 2013

Regina Coeli, 1° aprile 2013

Urbi et Orbi, 31 marzo 2013

Veglia Pasquale - Omelia, 30 marzo 2013

Messaggio del Papa per l'Ostensione della Sindone, 30 marzo 2013

Parole del Papa al termine della Via Crucis, 29 marzo 2013

Messa in Coena Domini. Omelia, 28 marzo 2013

Santa Messa del Crisma. Omelia, 28 marzo 2013

Prima Udienza Generale di Papa Francesco, 27 marzo 2013

Angelus, 24 marzo 2013

Domenica delle Palme. Omelia di Papa Francesco, 24 marzo 2013

Udienza al Corpo Diplomatico, 22 marzo 2013

Udienza ai delegati Cristiani e di altre Religioni, 20 marzo 2013

Primo Angelus del pontificato di Papa Francesco, 17 marzo 2013

Santa Messa nella parrocchia Sant'Anna. Omelia del Papa, 17 marzo 2013

Udienza del Papa agli operatori delle comunicazioni sociali, 16 marzo 2013

Udienza di Papa Francesco ai Cardinali, 15 marzo 2013

Santa Messa per la chiusura del Conclave. Omelia, 14 marzo 2013