Benedetto XVI, "Ultime conversazioni", a cura di Peter Seewald, Garzanti (9 settembre 2016)
DESCRIZIONE
Benedetto XVI si racconta in un libro
confidenziale e con estrema sincerità risponde alle domande riguardanti la sua
vita pubblica e privata. In uscita contemporanea mondiale.
«Non ho mai percepito il potere come una
posizione di forza, ma sempre come responsabilità, come un compito pesante e
gravoso. Un compito che costringe ogni giorno a chiedersi: ne sono stato
all’altezza?»
Queste Ultime conversazioni rappresentano il
testamento spirituale, il lascito intimo e personale del papa che più di ogni
altro è riuscito ad attirare l’attenzione sia dei fedeli sia dei non credenti
sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo. Indimenticabile resta la scelta
di abbandonare il pontificato e di rinunciare al potere: un gesto senza
precedenti e destinato a cambiare per sempre il corso della storia. In questa
lunga intervista con Peter Seewald il papa affronta per la prima volta i
tormenti, la commozione e i duri momenti che hanno preceduto le sue dimissioni;
ma risponde anche, con sorprendente sincerità, alle tante domande sulla sua vita
pubblica e privata: la carriera di teologo di successo e l’amicizia con Giovanni
Paolo II, i giorni del Concilio Vaticano e l’elezione al papato, gli scandali
degli abusi sessuali del clero e i complotti di Vatileaks. Benedetto XVI si
racconta con estremo coraggio e candore, alternando ricordi personali a parole
profonde e cariche di speranza sul futuro della fede e della cristianità.
Leggere oggi le sue ultime riflessioni è un’occasione privilegiata per rivivere
e riascoltare i pensieri e gli insegnamenti di un uomo straordinario capace di
amare e di stupire il mondo.
COMMENTO
Ovviamente non vediamo l'ora che esca il libro. Anche io, come A., trovo infelice (per usare un eufemismo) la scelta della copertina della versione italiana. Molto più belle quella francese e tedesca ma...si sa...noi italiani dobbiamo sempre farci riconoscere!
R.
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domenica 7 agosto 2016
giovedì 24 marzo 2016
Mons. Georg Gänswein parla di Benedetto XVI
Clicca qui per leggere il riassunto di Avvenire.
sabato 19 marzo 2016
Il testo integrale della bellissima intervista di Jacques Servais a Benedetto XVI
La fede non è un’idea ma la vita
Intervista al Papa emerito Benedetto XVI
di Jacques Servais
Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista a Benedetto XVI contenuta nel libro Per mezzo della fede. Dottrina della giustificazione ed esperienza di Dio nella predicazione della Chiesa e negli Esercizi Spirituali a cura del gesuita Daniele Libanori (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 208, euro 20) in cui il Papa emerito parla della centralità della misericordia nella fede cristiana. Il volume raccoglie gli atti di un convegno che si è svolto nell’ottobre scorso a Roma. Come scrive Filippo Rizzi su «Avvenire» del 16 marzo, che ne pubblica uno stralcio, l’autore dell’intervista (il cui nome non è presente nel libro) è il gesuita Jacques Servais, allievo di Hans Urs von Balthasar e studioso della sua opera.
Santità, la questione posta quest’anno nel quadro delle giornate di studio promosse dalla rettoria del Gesù è quella della giustificazione per la fede. L’ultimo volume della sua opera omnia (gs IV) mette in evidenza la sua affermazione risoluta: «La fede cristiana non è un’idea, ma una vita». Commentando la celebre affermazione paolina (Romani 3, 28), lei ha parlato, a questo proposito, di una duplice trascendenza: «La fede è un dono ai credenti comunicato attraverso la comunità, la quale da parte sua è frutto del dono di Dio» («Glaube ist Gabe durch die Gemeinschaft; die sich selbst gegeben wird», gs IV, 512). Potrebbe spiegare che cosa ha inteso con quell’affermazione, tenendo conto naturalmente del fatto che l’obiettivo di queste giornate è chiarire la teologia pastorale e vivificare l’esperienza spirituale dei fedeli?
Suor Francis, «Il padre misericordioso» (2010)
Si tratta della questione: cosa sia la fede e come si arriva a credere. Per un verso la fede è un contatto profondamente personale con Dio, che mi tocca nel mio tessuto più intimo e mi mette di fronte al Dio vivente in assoluta immediatezza in modo cioè che io possa parlargli, amarlo ed entrare in comunione con lui. Ma al tempo stesso questa realtà massimamente personale ha inseparabilmente a che fare con la comunità: fa parte dell’essenza della fede il fatto di introdurmi nel noi dei figli di Dio, nella comunità peregrinante dei fratelli e delle sorelle. L’incontro con Dio significa anche, al contempo, che io stesso vengo aperto, strappato dalla mia chiusa solitudine e accolto nella vivente comunità della Chiesa. Essa è anche mediatrice del mio incontro con Dio, che tuttavia arriva al mio cuore in modo del tutto personale.
La fede deriva dall’ascolto (fides ex auditu), ci insegna san Paolo. L’ascolto a sua volta implica sempre un partner. La fede non è un prodotto della riflessione e neppure un cercare di penetrare nelle profondità del mio essere. Entrambe le cose possono essere presenti, ma esse restano insufficienti senza l’ascolto mediante il quale Dio dal di fuori, a partire da una storia da Lui stesso creata, mi interpella. Perché io possa credere ho bisogno di testimoni che hanno incontrato Dio e me lo rendono accessibile.
Nel mio articolo sul battesimo ho parlato della doppia trascendenza della comunità, facendo così emergere una volta ancora un importante elemento: la comunità di fede non si crea da sola. Essa non è un’assemblea di uomini che hanno delle idee in comune e che decidono di operare per la diffusione di tali idee. Allora tutto sarebbe basato su una propria decisione e in ultima analisi sul principio di maggioranza, cioè alla fin fine sarebbe opinione umana. Una Chiesa così costruita non può essere per me garante della vita eterna né esigere da me decisioni che mi fanno soffrire e che sono in contrasto con i miei desideri. No, la Chiesa non si è fatta da sé, essa è stata creata da Dio e viene continuamente formata da Lui. Ciò trova la sua espressione nei sacramenti, innanzitutto in quello del battesimo: io entro nella Chiesa non già con un atto burocratico, ma mediante il sacramento. E ciò equivale a dire che io vengo accolto in una comunità che non si è originata da sé e che si proietta al di là di se stessa.
La pastorale che intende formare l’esperienza spirituale dei fedeli deve procedere da questi dati fondamentali. È necessario che essa abbandoni l’idea di una Chiesa che produce se stessa e far risaltare che la Chiesa diventa comunità nella comunione del corpo di Cristo. Essa deve introdurre all’incontro con Gesù Cristo e portare alla Sua presenza nel sacramento.
Quando lei era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, commentando la Dichiarazione congiunta della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale sulla dottrina della giustificazione del 31 ottobre 1999, ha messo in evidenza una differenza di mentalità in rapporto a Lutero e alla questione della salvezza e della beatitudine così come egli la poneva. L’esperienza religiosa di Lutero era dominata dal terrore davanti alla collera di Dio, sentimento piuttosto estraneo all’uomo moderno, marcato piuttosto dall’assenza di Dio (su veda il suo articolo in «Communio», 2000, 430). Per questi il problema non è tanto come assicurarsi la vita eterna, quanto piuttosto garantirsi, nelle precarie condizioni del nostro mondo, un certo equilibrio di vita pienamente umana. La dottrina di Paolo della giustificazione per la fede, in questo nuovo contesto, può raggiungere l’esperienza «religiosa» o almeno l’esperienza «elementare» dei nostri contemporanei?
Innanzitutto tengo a sottolineare ancora una volta quello che scrivevo su «Communio» (2000) in merito alla problematica della giustificazione. Per l’uomo di oggi, rispetto al tempo di Lutero e alla prospettiva classica della fede cristiana, le cose si sono in un certo senso capovolte, ovvero non è più l’uomo che crede di aver bisogno della giustificazione al cospetto di Dio, bensì egli è del parere che sia Dio che debba giustificarsi a motivo di tutte le cose orrende presenti nel mondo e di fronte alla miseria dell’essere umano, tutte cose che in ultima analisi dipenderebbero da lui. A questo proposito trovo indicativo il fatto che un teologo cattolico assuma in modo addirittura diretto e formale tale capovolgimento: Cristo non avrebbe patito per i peccati degli uomini, ma anzi avrebbe per così dire cancellato le colpe di Dio. Anche per ora la maggior parte dei cristiani non condivide un così drastico capovolgimento della nostra fede, si può dire che tutto ciò fa emergere una tendenza di fondo del nostro tempo. Quando Johann Baptist Metz sostiene che la teologia di oggi deve essere «sensibile alla teodicea» (theodizeeempfindlich), ciò mette in risalto lo stesso problema in modo positivo. Anche a prescindere da una tanto radicale contestazione della visione ecclesiale del rapporto tra Dio e l’uomo, l’uomo di oggi ha in modo del tutto generale la sensazione che Dio non possa lasciar andare in perdizione la maggior parte dell’umanità. In questo senso la preoccupazione per la salvezza tipica di un tempo è per lo più scomparsa.
Tuttavia, a mio parere, continua ad esistere, in altro modo, la percezione che noi abbiamo bisogno della grazia e del perdono. Per me è un «segno dei tempi» il fatto che l’idea della misericordia di Dio diventi sempre più centrale e dominante — a partire da suor Faustina, le cui visioni in vario modo riflettono in profondità l’immagine di Dio propria dell’uomo di oggi e il suo desiderio della bontà divina. Papa Giovanni Paolo II era profondamente impregnato da tale impulso, anche se ciò non sempre emergeva in modo esplicito. Ma non è di certo un caso che il suo ultimo libro, che ha visto la luce proprio immediatamente prima della sua morte, parli della misericordia di Dio. A partire dalle esperienze nelle quali fin dai primi anni di vita egli ebbe a constatare tutta la crudeltà degli uomini, egli afferma che la misericordia è l’unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia. Non è di certo un caso che la parabola del buon samaritano sia particolarmente attraente per i contemporanei. E non solo perché in essa è fortemente sottolineata la componente sociale dell’esistenza cristiana, né solo perché in essa il samaritano, l’uomo non religioso, nei confronti dei rappresentanti della religione appare, per così dire, come colui che agisce in modo veramente conforme a Dio, mentre i rappresentanti ufficiali della religione si sono resi, per così dire, immuni nei confronti di Dio. È chiaro che ciò piace all’uomo moderno. Ma mi sembra altrettanto importante tuttavia che gli uomini nel loro intimo aspettino che il samaritano venga in loro aiuto, che egli si curvi su di essi, versi olio sulle loro ferite, si prenda cura di loro e li porti al riparo. In ultima analisi essi sanno di aver bisogno della misericordia di Dio e della sua delicatezza. Nella durezza del mondo tecnicizzato nel quale i sentimenti non contano più niente, aumenta però l’attesa di un amore salvifico che venga donato gratuitamente. Mi pare che nel tema della misericordia divina si esprima in un modo nuovo quello che significa la giustificazione per fede. A partire dalla misericordia di Dio, che tutti cercano, è possibile anche oggi interpretare daccapo il nucleo fondamentale della dottrina della giustificazione e farlo apparire ancora in tutta la sua rilevanza.
Quando Anselmo dice che il Cristo doveva morire in croce per riparare l’offesa infinita che era stata fatta a Dio e così restaurare l’ordine infranto, egli usa un linguaggio difficilmente accettabile dall’uomo moderno (cfr. gs iv 215.ss). Esprimendosi in questo modo, si rischia di proiettare [in] su Dio un’immagine di un Dio di collera, afferrato, dinanzi al peccato dell’uomo, da [uno stato affettivo] sentimenti di violenza e di aggressività paragonabile/i a quello che noi stessi possiamo sperimentare. Come è possibile parlare della giustizia di Dio senza rischiare di infrangere la certezza, ormai assodata presso i fedeli, che [il Dio] quello dei cristiani è un Dio «ricco di misericordia» (Efesini 2, 4)?
La concettualità di sant’Anselmo è diventata oggi per noi di certo incomprensibile. È nostro compito tentare di capire in modo nuovo la verità che si cela dietro tale modo di esprimersi. Per parte mia formulo tre punti di vista su questo punto:
a) La contrapposizione tra il Padre, che insiste in modo assoluto sulla giustizia, e il Figlio che ubbidisce al Padre e ubbidendo accetta la crudele esigenza della giustizia, non è solo incomprensibile oggi, ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola e quindi la loro volontà è ab intrinseco una sola. Quando il Figlio nel giardino degli ulivi lotta con la volontà del Padre non si tratta del fatto che egli debba accettare per sé una crudele disposizione di Dio, bensì del fatto di attirare l’umanità al di dentro della volontà di Dio. Dovremo tornare ancora, in seguito, sul rapporto delle due volontà del Padre e del Figlio.
b) Ma allora perché mai la croce e l’espiazione? In qualche modo oggi, nei contorcimenti del pensiero moderno di cui abbiamo parlato sopra, la risposta a tali domande è formulabile in modo nuovo. Mettiamoci di fronte all’incredibile sporca quantità di male, di violenza, di menzogna, di odio, di crudeltà e di superbia che infettano e rovinano il mondo intero. Questa massa di male non può essere semplicemente dichiarata inesistente, neanche da parte di Dio. Essa deve essere depurata, rielaborata e superata. L’antico Israele era convinto che il quotidiano sacrificio per i peccati e soprattutto la grande liturgia del giorno di espiazione (yom-kippur) fossero necessari come contrappeso alla massa di male presente nel mondo e che solo mediante tale riequilibrio il mondo poteva, per così dire, rimanere sopportabile. Una volta scomparsi i sacrifici nel tempio, ci si dovette chiedere cosa potesse essere contrapposto alle superiori potenze del male, come trovare in qualche modo un contrappeso. I cristiani sapevano che il tempio distrutto era stato sostituito dal corpo risuscitato del Signore crocifisso e che nel suo amore radicale e incommensurabile era stato creato un contrappeso all’incommensurabile presenza del male. Anzi essi sapevano che le offerte presentate finora potevano essere concepite solo come gesto di desiderio di un reale contrappeso. Essi sapevano anche che di fronte alla strapotenza del male solo un amore infinito poteva bastare, solo un’espiazione infinita. Essi sapevano che il Cristo crocifisso e risorto è un potere che può contrastare quello del male e che salva il mondo. E su queste basi poterono anche capire il senso delle proprie sofferenze come inserite nell’amore sofferente di Cristo e come parte della potenza redentrice di tale amore. Sopra citavo quel teologo per il quale Dio ha dovuto soffrire per le sue colpe nei confronti del mondo; ora, dato questo capovolgimento della prospettiva, emerge la seguente verità: Dio semplicemente non può lasciare com’è la massa del male che deriva dalla libertà che Lui stesso ha concesso. Solo lui, venendo a far parte della sofferenza del mondo, può redimere il mondo.
c) Su queste basi diventa più perspicuo il rapporto tra il Padre e il Figlio. Riproduco sull’argomento un passo tratto dal libro di de Lubac su Origene che mi pare molto chiaro: «Il Redentore è entrato nel mondo per compassione verso il genere umano. Ha preso su di sé le nostre passiones prima ancora di essere crocefisso, anzi addirittura prima di abbassarsi ad assumere la nostra carne: se non le avesse provate prima non sarebbe venuto a prender parte alla nostra vita umana. Ma quale fu questa sofferenza che egli sopportò in anticipo per noi? Fu la passione dell’amore. Ma il Padre stesso, il Dio dell’universo, lui che è sovrabbondante di longanimità, pazienza, misericordia e compassione, non soffre anch’egli in un certo senso? “Il Signore tuo Dio, infatti, ha preso su di sé i tuoi costumi come colui che prende su di sé suo figlio” (Deuteronomio 1, 31). Dio prende dunque su di sé i nostri costumi come il Figlio di Dio prende su di sé le nostre sofferenze. Il Padre stesso non è senza passioni! Se lo si invoca, allora Egli conosce misericordia e compassione. Egli percepisce una sofferenza d’amore (Omelie su Ezechiele 6, 6)».
In alcune zone della Germania ci fu una devozione molto commovente che contemplava die Not Gottes (“l’indigenza di Dio”). Per conto mio ciò mi fa passare davanti agli occhi un’impressionante immagine che rappresenta il Padre sofferente, che come Padre condivide interiormente le sofferenze del Figlio. E anche l’immagine del “trono di grazia” fa parte di questa devozione: il Padre sostiene la croce e il crocifisso, si china amorevolmente su di lui e d’altra parte per così dire è insieme sulla croce. Così in modo grandioso e puro si percepisce lì cosa significano la misericordia di Dio e la partecipazione di Dio alla sofferenza dell’uomo. Non si tratta di una giustizia crudele, non già del fanatismo del Padre, bensì della verità e della realtà della creazione: del vero intimo superamento del male che in ultima analisi può realizzarsi solo nella sofferenza dell’amore.
Negli «Esercizi Spirituali», Ignazio di Loyola non utilizza le immagini veterotestamentarie di vendetta, al contrario di Paolo (cfr. 2 Tessalonicesi 1, 5-9); ciò non di meno egli invita a contemplare come gli uomini, fino alla Incarnazione, «discendevano all’inferno» (Esercizi Spirituali n. 102; cfr. ds IV, 376) e a considerare l’esempio dagli «innumerevoli altri che vi sono finiti per molti meno peccati di quelli che ho commesso io» (Esercizi Spirituali n. 52). È in questo spirito che san Francesco Saverio ha vissuto la propria attività pastorale, convinto di dover tentare di salvare dal terribile destino della perdizione eterna quanti più «infedeli» possibile. L’insegnamento, formalizzato nel concilio di Trento, nella sentenza riguardo al giudizio sui buoni e sui cattivi, in seguito radicalizzato dai giansenisti, è stato ripreso ín modo molto più contenuto nel Catechismo della Chiesa cattolica (cfr. §5 633, 1037). Si può dire che su questo punto, negli ultimi decenni, c’è stato una sorta di «sviluppo del dogma» di cui il Catechismo deve assolutamente tenere conto?
Non c’è dubbio che in questo punto siamo di fronte a una profonda evoluzione del dogma. Mentre i padri e i teologi del medioevo potevano ancora essere del parere che nella sostanza tutto il genere umano era diventato cattolico e che il paganesimo esistesse ormai soltanto ai margini, la scoperta del nuovo mondo all’inizio dell’era moderna ha cambiato in maniera radicale le prospettive. Nella seconda metà del secolo scorso si è completamente affermata la consapevolezza che Dio non può lasciare andare in perdizione tutti i non battezzati e che anche una felicità puramente naturale per essi non rappresenta una reale risposta alla questione dell’esistenza umana. Se è vero che i grandi missionari del XVI secolo erano ancora convinti che chi non è battezzato è per sempre perduto — e ciò spiega il loro impegno missionario — nella Chiesa cattolica dopo il concilio Vaticano II tale convinzione è stata definitivamente abbandonata. Da ciò derivò una doppia profonda crisi. Per un verso ciò sembra togliere ogni motivazione a un futuro impegno missionario. Perché mai si dovrebbe cercare di convincere delle persone ad accettare la fede cristiana quando possono salvarsi anche senza di essa? Ma pure per i cristiani emerse una questione: diventò incerta e problematica l’obbligatorietà della fede e della sua forma di vita. Se c’è chi si può salvare anche in altre maniere non è più evidente, alla fin fine, perché il cristiano stesso sia legato alle esigenze dalla fede cristiana e alla sua morale. Ma se fede e salvezza non sono più interdipendenti, anche la fede diventa immotivata.
Negli ultimi tempi sono stati formulati diversi tentativi allo scopo di conciliare la necessità universale della fede cristiana con la possibilità di salvarsi senza di essa. Ne ricordo qui due: innanzitutto la ben nota tesi dei cristiani anonimi di Karl Rahner. In essa si sostiene che l’atto-base essenziale dell’esistenza cristiana, che risulta decisivo in ordine alla salvezza, nella struttura trascendentale della nostra coscienza consiste nell’apertura al tutt’altro, verso l’unità con Dio. La fede cristiana avrebbe fatto emergere alla coscienza ciò che è strutturale nell’uomo in quanto tale. Perciò quando l’uomo si accetta nel suo essere essenziale, egli adempie l’essenziale dell’essere cristiano pur senza conoscerlo in modo concettuale. Il cristiano coincide dunque con l’umano e in questo senso è cristiano ogni uomo che accetta se stesso anche se egli non lo sa. È vero che questa teoria è affascinante, ma riduce il cristianesimo stesso a una pura conscia presentazione di ciò che l’essere umano è in sé e quindi trascura il dramma del cambiamento e del rinnovamento che è centrale nel cristianesimo.
Ancor meno accettabile è la soluzione proposta dalle teorie pluralistiche della religione, per le quali tutte le religioni, ognuna a suo modo, sarebbero vie di salvezza e in questo senso nei loro effetti devono essere considerate equivalenti. La critica della religione del tipo di quella esercitata dall’Antico Testamento, dal Nuovo Testamento e dalla Chiesa primitiva è essenzialmente più realistica, più concreta e più vera nella sua disamina delle varie religioni. Una ricezione così semplicistica non è proporzionata alla grandezza della questione.
Ricordiamo da ultimo soprattutto Henri de Lubac e con lui alcuni altri teologhi che hanno fatto forza sul concetto di sostituzione vicaria. Per essi la proesistenza di Cristo sarebbe espressione della figura fondamentale dell’esistenza cristiana e della Chiesa in quanto tale. È vero che così il problema non è del tutto risolto, ma a me pare che questa sia in realtà l’intuizione essenziale che così tocca l’esistenza del singolo cristiano. Cristo, in quanto unico, era ed è per tutti e i cristiani, che nella grandiosa immagine di Paolo costituiscono il suo corpo in questo mondo, partecipano di tale “essere per”. Cristiani, per così dire, non si è per se stessi, bensì, con Cristo, per gli altri. Ciò non significa una specie di biglietto speciale per entrare nella beatitudine eterna, bensì la vocazione a costruire l’insieme, il tutto. Quello di cui la persona umana ha bisogno in ordine alla salvezza è l’intima apertura nei confronti di Dio, l’intima aspettativa e adesione a Lui, e ciò viceversa significa che noi assieme al Signore che abbiamo incontrato andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l’avvento di Dio in Cristo.
È possibile spiegare questo “essere per” anche in modo un po’ più astratto. È importante per l’umanità che in essa ci sia verità, che questa sia creduta e praticata. Che si soffra per essa. Che si ami. Queste realtà penetrano con la loro luce all’interno del mondo in quanto tale e lo sostengono. Io penso che nella presente situazione diventi per noi sempre più chiaro e comprensibile quello che il Signore dice ad Abramo, che cioè dieci giusti sarebbero stati sufficienti a far sopravvivere una città, ma che essa distrugge se stessa se tale piccolo numero non viene raggiunto. È chiaro che dobbiamo ulteriormente riflettere sull’intera questione.
Agli occhi di molti “laici”, segnati dall’ateismo del XIX e XX secolo, Lei ha fatto notare, è piuttosto Dio — se esiste — che non l’uomo che dovrebbe rispondere delle ingiustizie, della sofferenza degli innocenti, del cinismo del potere al quale si assiste, impotenti, nel mondo e nella storia universale (cfr. «Spe salvi», n. 42)... Nel suo libro «Gesù di Nazaret», lei fa eco a ciò che per essi — e per noi — è uno scandalo: «La realtà dell’ingiustizia, del male, non può essere semplicemente ignorata, semplicemente messa da parte. Essa deve assolutamente essere superata e vinta. Solamente così c’è veramente misericordia» («Gesù di Nazaret», III 153, citando 2 Timoteo 2, 13). Il sacramento della confessione è, e in quale senso, uno dei luoghi nei quali può avvenire una «riparazione» del male commesso?
Ho già cercato di esporre nel loro complesso i punti fondamentali relativi a questo problema rispondendo alla terza domanda. Il contrappeso al dominio del male può consistere in primo luogo solo nell’amore divino-umano di Gesù Cristo che è sempre più grande di ogni possibile potenza del male. Ma è necessario che noi ci inseriamo in questa risposta che Dio ci dà mediante Gesù Cristo. Anche se il singolo è responsabile per un frammento di male, e quindi è complice del suo potere, insieme a Cristo egli può tuttavia «completare ciò che ancora manca alle sue sofferenze» (cfr. Colossesi 1, 24).
Il sacramento della penitenza ha di certo in questo campo un ruolo importante. Esso significa che noi ci lasciamo sempre plasmare e trasformare da Cristo e che passiamo continuamente dalla parte di chi distrugge a quella che salva.
Intervista al Papa emerito Benedetto XVI
di Jacques Servais
Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista a Benedetto XVI contenuta nel libro Per mezzo della fede. Dottrina della giustificazione ed esperienza di Dio nella predicazione della Chiesa e negli Esercizi Spirituali a cura del gesuita Daniele Libanori (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 208, euro 20) in cui il Papa emerito parla della centralità della misericordia nella fede cristiana. Il volume raccoglie gli atti di un convegno che si è svolto nell’ottobre scorso a Roma. Come scrive Filippo Rizzi su «Avvenire» del 16 marzo, che ne pubblica uno stralcio, l’autore dell’intervista (il cui nome non è presente nel libro) è il gesuita Jacques Servais, allievo di Hans Urs von Balthasar e studioso della sua opera.
Santità, la questione posta quest’anno nel quadro delle giornate di studio promosse dalla rettoria del Gesù è quella della giustificazione per la fede. L’ultimo volume della sua opera omnia (gs IV) mette in evidenza la sua affermazione risoluta: «La fede cristiana non è un’idea, ma una vita». Commentando la celebre affermazione paolina (Romani 3, 28), lei ha parlato, a questo proposito, di una duplice trascendenza: «La fede è un dono ai credenti comunicato attraverso la comunità, la quale da parte sua è frutto del dono di Dio» («Glaube ist Gabe durch die Gemeinschaft; die sich selbst gegeben wird», gs IV, 512). Potrebbe spiegare che cosa ha inteso con quell’affermazione, tenendo conto naturalmente del fatto che l’obiettivo di queste giornate è chiarire la teologia pastorale e vivificare l’esperienza spirituale dei fedeli?
Suor Francis, «Il padre misericordioso» (2010)
Si tratta della questione: cosa sia la fede e come si arriva a credere. Per un verso la fede è un contatto profondamente personale con Dio, che mi tocca nel mio tessuto più intimo e mi mette di fronte al Dio vivente in assoluta immediatezza in modo cioè che io possa parlargli, amarlo ed entrare in comunione con lui. Ma al tempo stesso questa realtà massimamente personale ha inseparabilmente a che fare con la comunità: fa parte dell’essenza della fede il fatto di introdurmi nel noi dei figli di Dio, nella comunità peregrinante dei fratelli e delle sorelle. L’incontro con Dio significa anche, al contempo, che io stesso vengo aperto, strappato dalla mia chiusa solitudine e accolto nella vivente comunità della Chiesa. Essa è anche mediatrice del mio incontro con Dio, che tuttavia arriva al mio cuore in modo del tutto personale.
La fede deriva dall’ascolto (fides ex auditu), ci insegna san Paolo. L’ascolto a sua volta implica sempre un partner. La fede non è un prodotto della riflessione e neppure un cercare di penetrare nelle profondità del mio essere. Entrambe le cose possono essere presenti, ma esse restano insufficienti senza l’ascolto mediante il quale Dio dal di fuori, a partire da una storia da Lui stesso creata, mi interpella. Perché io possa credere ho bisogno di testimoni che hanno incontrato Dio e me lo rendono accessibile.
Nel mio articolo sul battesimo ho parlato della doppia trascendenza della comunità, facendo così emergere una volta ancora un importante elemento: la comunità di fede non si crea da sola. Essa non è un’assemblea di uomini che hanno delle idee in comune e che decidono di operare per la diffusione di tali idee. Allora tutto sarebbe basato su una propria decisione e in ultima analisi sul principio di maggioranza, cioè alla fin fine sarebbe opinione umana. Una Chiesa così costruita non può essere per me garante della vita eterna né esigere da me decisioni che mi fanno soffrire e che sono in contrasto con i miei desideri. No, la Chiesa non si è fatta da sé, essa è stata creata da Dio e viene continuamente formata da Lui. Ciò trova la sua espressione nei sacramenti, innanzitutto in quello del battesimo: io entro nella Chiesa non già con un atto burocratico, ma mediante il sacramento. E ciò equivale a dire che io vengo accolto in una comunità che non si è originata da sé e che si proietta al di là di se stessa.
La pastorale che intende formare l’esperienza spirituale dei fedeli deve procedere da questi dati fondamentali. È necessario che essa abbandoni l’idea di una Chiesa che produce se stessa e far risaltare che la Chiesa diventa comunità nella comunione del corpo di Cristo. Essa deve introdurre all’incontro con Gesù Cristo e portare alla Sua presenza nel sacramento.
Quando lei era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, commentando la Dichiarazione congiunta della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale sulla dottrina della giustificazione del 31 ottobre 1999, ha messo in evidenza una differenza di mentalità in rapporto a Lutero e alla questione della salvezza e della beatitudine così come egli la poneva. L’esperienza religiosa di Lutero era dominata dal terrore davanti alla collera di Dio, sentimento piuttosto estraneo all’uomo moderno, marcato piuttosto dall’assenza di Dio (su veda il suo articolo in «Communio», 2000, 430). Per questi il problema non è tanto come assicurarsi la vita eterna, quanto piuttosto garantirsi, nelle precarie condizioni del nostro mondo, un certo equilibrio di vita pienamente umana. La dottrina di Paolo della giustificazione per la fede, in questo nuovo contesto, può raggiungere l’esperienza «religiosa» o almeno l’esperienza «elementare» dei nostri contemporanei?
Innanzitutto tengo a sottolineare ancora una volta quello che scrivevo su «Communio» (2000) in merito alla problematica della giustificazione. Per l’uomo di oggi, rispetto al tempo di Lutero e alla prospettiva classica della fede cristiana, le cose si sono in un certo senso capovolte, ovvero non è più l’uomo che crede di aver bisogno della giustificazione al cospetto di Dio, bensì egli è del parere che sia Dio che debba giustificarsi a motivo di tutte le cose orrende presenti nel mondo e di fronte alla miseria dell’essere umano, tutte cose che in ultima analisi dipenderebbero da lui. A questo proposito trovo indicativo il fatto che un teologo cattolico assuma in modo addirittura diretto e formale tale capovolgimento: Cristo non avrebbe patito per i peccati degli uomini, ma anzi avrebbe per così dire cancellato le colpe di Dio. Anche per ora la maggior parte dei cristiani non condivide un così drastico capovolgimento della nostra fede, si può dire che tutto ciò fa emergere una tendenza di fondo del nostro tempo. Quando Johann Baptist Metz sostiene che la teologia di oggi deve essere «sensibile alla teodicea» (theodizeeempfindlich), ciò mette in risalto lo stesso problema in modo positivo. Anche a prescindere da una tanto radicale contestazione della visione ecclesiale del rapporto tra Dio e l’uomo, l’uomo di oggi ha in modo del tutto generale la sensazione che Dio non possa lasciar andare in perdizione la maggior parte dell’umanità. In questo senso la preoccupazione per la salvezza tipica di un tempo è per lo più scomparsa.
Tuttavia, a mio parere, continua ad esistere, in altro modo, la percezione che noi abbiamo bisogno della grazia e del perdono. Per me è un «segno dei tempi» il fatto che l’idea della misericordia di Dio diventi sempre più centrale e dominante — a partire da suor Faustina, le cui visioni in vario modo riflettono in profondità l’immagine di Dio propria dell’uomo di oggi e il suo desiderio della bontà divina. Papa Giovanni Paolo II era profondamente impregnato da tale impulso, anche se ciò non sempre emergeva in modo esplicito. Ma non è di certo un caso che il suo ultimo libro, che ha visto la luce proprio immediatamente prima della sua morte, parli della misericordia di Dio. A partire dalle esperienze nelle quali fin dai primi anni di vita egli ebbe a constatare tutta la crudeltà degli uomini, egli afferma che la misericordia è l’unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia. Non è di certo un caso che la parabola del buon samaritano sia particolarmente attraente per i contemporanei. E non solo perché in essa è fortemente sottolineata la componente sociale dell’esistenza cristiana, né solo perché in essa il samaritano, l’uomo non religioso, nei confronti dei rappresentanti della religione appare, per così dire, come colui che agisce in modo veramente conforme a Dio, mentre i rappresentanti ufficiali della religione si sono resi, per così dire, immuni nei confronti di Dio. È chiaro che ciò piace all’uomo moderno. Ma mi sembra altrettanto importante tuttavia che gli uomini nel loro intimo aspettino che il samaritano venga in loro aiuto, che egli si curvi su di essi, versi olio sulle loro ferite, si prenda cura di loro e li porti al riparo. In ultima analisi essi sanno di aver bisogno della misericordia di Dio e della sua delicatezza. Nella durezza del mondo tecnicizzato nel quale i sentimenti non contano più niente, aumenta però l’attesa di un amore salvifico che venga donato gratuitamente. Mi pare che nel tema della misericordia divina si esprima in un modo nuovo quello che significa la giustificazione per fede. A partire dalla misericordia di Dio, che tutti cercano, è possibile anche oggi interpretare daccapo il nucleo fondamentale della dottrina della giustificazione e farlo apparire ancora in tutta la sua rilevanza.
Quando Anselmo dice che il Cristo doveva morire in croce per riparare l’offesa infinita che era stata fatta a Dio e così restaurare l’ordine infranto, egli usa un linguaggio difficilmente accettabile dall’uomo moderno (cfr. gs iv 215.ss). Esprimendosi in questo modo, si rischia di proiettare [in] su Dio un’immagine di un Dio di collera, afferrato, dinanzi al peccato dell’uomo, da [uno stato affettivo] sentimenti di violenza e di aggressività paragonabile/i a quello che noi stessi possiamo sperimentare. Come è possibile parlare della giustizia di Dio senza rischiare di infrangere la certezza, ormai assodata presso i fedeli, che [il Dio] quello dei cristiani è un Dio «ricco di misericordia» (Efesini 2, 4)?
La concettualità di sant’Anselmo è diventata oggi per noi di certo incomprensibile. È nostro compito tentare di capire in modo nuovo la verità che si cela dietro tale modo di esprimersi. Per parte mia formulo tre punti di vista su questo punto:
a) La contrapposizione tra il Padre, che insiste in modo assoluto sulla giustizia, e il Figlio che ubbidisce al Padre e ubbidendo accetta la crudele esigenza della giustizia, non è solo incomprensibile oggi, ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola e quindi la loro volontà è ab intrinseco una sola. Quando il Figlio nel giardino degli ulivi lotta con la volontà del Padre non si tratta del fatto che egli debba accettare per sé una crudele disposizione di Dio, bensì del fatto di attirare l’umanità al di dentro della volontà di Dio. Dovremo tornare ancora, in seguito, sul rapporto delle due volontà del Padre e del Figlio.
b) Ma allora perché mai la croce e l’espiazione? In qualche modo oggi, nei contorcimenti del pensiero moderno di cui abbiamo parlato sopra, la risposta a tali domande è formulabile in modo nuovo. Mettiamoci di fronte all’incredibile sporca quantità di male, di violenza, di menzogna, di odio, di crudeltà e di superbia che infettano e rovinano il mondo intero. Questa massa di male non può essere semplicemente dichiarata inesistente, neanche da parte di Dio. Essa deve essere depurata, rielaborata e superata. L’antico Israele era convinto che il quotidiano sacrificio per i peccati e soprattutto la grande liturgia del giorno di espiazione (yom-kippur) fossero necessari come contrappeso alla massa di male presente nel mondo e che solo mediante tale riequilibrio il mondo poteva, per così dire, rimanere sopportabile. Una volta scomparsi i sacrifici nel tempio, ci si dovette chiedere cosa potesse essere contrapposto alle superiori potenze del male, come trovare in qualche modo un contrappeso. I cristiani sapevano che il tempio distrutto era stato sostituito dal corpo risuscitato del Signore crocifisso e che nel suo amore radicale e incommensurabile era stato creato un contrappeso all’incommensurabile presenza del male. Anzi essi sapevano che le offerte presentate finora potevano essere concepite solo come gesto di desiderio di un reale contrappeso. Essi sapevano anche che di fronte alla strapotenza del male solo un amore infinito poteva bastare, solo un’espiazione infinita. Essi sapevano che il Cristo crocifisso e risorto è un potere che può contrastare quello del male e che salva il mondo. E su queste basi poterono anche capire il senso delle proprie sofferenze come inserite nell’amore sofferente di Cristo e come parte della potenza redentrice di tale amore. Sopra citavo quel teologo per il quale Dio ha dovuto soffrire per le sue colpe nei confronti del mondo; ora, dato questo capovolgimento della prospettiva, emerge la seguente verità: Dio semplicemente non può lasciare com’è la massa del male che deriva dalla libertà che Lui stesso ha concesso. Solo lui, venendo a far parte della sofferenza del mondo, può redimere il mondo.
c) Su queste basi diventa più perspicuo il rapporto tra il Padre e il Figlio. Riproduco sull’argomento un passo tratto dal libro di de Lubac su Origene che mi pare molto chiaro: «Il Redentore è entrato nel mondo per compassione verso il genere umano. Ha preso su di sé le nostre passiones prima ancora di essere crocefisso, anzi addirittura prima di abbassarsi ad assumere la nostra carne: se non le avesse provate prima non sarebbe venuto a prender parte alla nostra vita umana. Ma quale fu questa sofferenza che egli sopportò in anticipo per noi? Fu la passione dell’amore. Ma il Padre stesso, il Dio dell’universo, lui che è sovrabbondante di longanimità, pazienza, misericordia e compassione, non soffre anch’egli in un certo senso? “Il Signore tuo Dio, infatti, ha preso su di sé i tuoi costumi come colui che prende su di sé suo figlio” (Deuteronomio 1, 31). Dio prende dunque su di sé i nostri costumi come il Figlio di Dio prende su di sé le nostre sofferenze. Il Padre stesso non è senza passioni! Se lo si invoca, allora Egli conosce misericordia e compassione. Egli percepisce una sofferenza d’amore (Omelie su Ezechiele 6, 6)».
In alcune zone della Germania ci fu una devozione molto commovente che contemplava die Not Gottes (“l’indigenza di Dio”). Per conto mio ciò mi fa passare davanti agli occhi un’impressionante immagine che rappresenta il Padre sofferente, che come Padre condivide interiormente le sofferenze del Figlio. E anche l’immagine del “trono di grazia” fa parte di questa devozione: il Padre sostiene la croce e il crocifisso, si china amorevolmente su di lui e d’altra parte per così dire è insieme sulla croce. Così in modo grandioso e puro si percepisce lì cosa significano la misericordia di Dio e la partecipazione di Dio alla sofferenza dell’uomo. Non si tratta di una giustizia crudele, non già del fanatismo del Padre, bensì della verità e della realtà della creazione: del vero intimo superamento del male che in ultima analisi può realizzarsi solo nella sofferenza dell’amore.
Negli «Esercizi Spirituali», Ignazio di Loyola non utilizza le immagini veterotestamentarie di vendetta, al contrario di Paolo (cfr. 2 Tessalonicesi 1, 5-9); ciò non di meno egli invita a contemplare come gli uomini, fino alla Incarnazione, «discendevano all’inferno» (Esercizi Spirituali n. 102; cfr. ds IV, 376) e a considerare l’esempio dagli «innumerevoli altri che vi sono finiti per molti meno peccati di quelli che ho commesso io» (Esercizi Spirituali n. 52). È in questo spirito che san Francesco Saverio ha vissuto la propria attività pastorale, convinto di dover tentare di salvare dal terribile destino della perdizione eterna quanti più «infedeli» possibile. L’insegnamento, formalizzato nel concilio di Trento, nella sentenza riguardo al giudizio sui buoni e sui cattivi, in seguito radicalizzato dai giansenisti, è stato ripreso ín modo molto più contenuto nel Catechismo della Chiesa cattolica (cfr. §5 633, 1037). Si può dire che su questo punto, negli ultimi decenni, c’è stato una sorta di «sviluppo del dogma» di cui il Catechismo deve assolutamente tenere conto?
Non c’è dubbio che in questo punto siamo di fronte a una profonda evoluzione del dogma. Mentre i padri e i teologi del medioevo potevano ancora essere del parere che nella sostanza tutto il genere umano era diventato cattolico e che il paganesimo esistesse ormai soltanto ai margini, la scoperta del nuovo mondo all’inizio dell’era moderna ha cambiato in maniera radicale le prospettive. Nella seconda metà del secolo scorso si è completamente affermata la consapevolezza che Dio non può lasciare andare in perdizione tutti i non battezzati e che anche una felicità puramente naturale per essi non rappresenta una reale risposta alla questione dell’esistenza umana. Se è vero che i grandi missionari del XVI secolo erano ancora convinti che chi non è battezzato è per sempre perduto — e ciò spiega il loro impegno missionario — nella Chiesa cattolica dopo il concilio Vaticano II tale convinzione è stata definitivamente abbandonata. Da ciò derivò una doppia profonda crisi. Per un verso ciò sembra togliere ogni motivazione a un futuro impegno missionario. Perché mai si dovrebbe cercare di convincere delle persone ad accettare la fede cristiana quando possono salvarsi anche senza di essa? Ma pure per i cristiani emerse una questione: diventò incerta e problematica l’obbligatorietà della fede e della sua forma di vita. Se c’è chi si può salvare anche in altre maniere non è più evidente, alla fin fine, perché il cristiano stesso sia legato alle esigenze dalla fede cristiana e alla sua morale. Ma se fede e salvezza non sono più interdipendenti, anche la fede diventa immotivata.
Negli ultimi tempi sono stati formulati diversi tentativi allo scopo di conciliare la necessità universale della fede cristiana con la possibilità di salvarsi senza di essa. Ne ricordo qui due: innanzitutto la ben nota tesi dei cristiani anonimi di Karl Rahner. In essa si sostiene che l’atto-base essenziale dell’esistenza cristiana, che risulta decisivo in ordine alla salvezza, nella struttura trascendentale della nostra coscienza consiste nell’apertura al tutt’altro, verso l’unità con Dio. La fede cristiana avrebbe fatto emergere alla coscienza ciò che è strutturale nell’uomo in quanto tale. Perciò quando l’uomo si accetta nel suo essere essenziale, egli adempie l’essenziale dell’essere cristiano pur senza conoscerlo in modo concettuale. Il cristiano coincide dunque con l’umano e in questo senso è cristiano ogni uomo che accetta se stesso anche se egli non lo sa. È vero che questa teoria è affascinante, ma riduce il cristianesimo stesso a una pura conscia presentazione di ciò che l’essere umano è in sé e quindi trascura il dramma del cambiamento e del rinnovamento che è centrale nel cristianesimo.
Ancor meno accettabile è la soluzione proposta dalle teorie pluralistiche della religione, per le quali tutte le religioni, ognuna a suo modo, sarebbero vie di salvezza e in questo senso nei loro effetti devono essere considerate equivalenti. La critica della religione del tipo di quella esercitata dall’Antico Testamento, dal Nuovo Testamento e dalla Chiesa primitiva è essenzialmente più realistica, più concreta e più vera nella sua disamina delle varie religioni. Una ricezione così semplicistica non è proporzionata alla grandezza della questione.
Ricordiamo da ultimo soprattutto Henri de Lubac e con lui alcuni altri teologhi che hanno fatto forza sul concetto di sostituzione vicaria. Per essi la proesistenza di Cristo sarebbe espressione della figura fondamentale dell’esistenza cristiana e della Chiesa in quanto tale. È vero che così il problema non è del tutto risolto, ma a me pare che questa sia in realtà l’intuizione essenziale che così tocca l’esistenza del singolo cristiano. Cristo, in quanto unico, era ed è per tutti e i cristiani, che nella grandiosa immagine di Paolo costituiscono il suo corpo in questo mondo, partecipano di tale “essere per”. Cristiani, per così dire, non si è per se stessi, bensì, con Cristo, per gli altri. Ciò non significa una specie di biglietto speciale per entrare nella beatitudine eterna, bensì la vocazione a costruire l’insieme, il tutto. Quello di cui la persona umana ha bisogno in ordine alla salvezza è l’intima apertura nei confronti di Dio, l’intima aspettativa e adesione a Lui, e ciò viceversa significa che noi assieme al Signore che abbiamo incontrato andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l’avvento di Dio in Cristo.
È possibile spiegare questo “essere per” anche in modo un po’ più astratto. È importante per l’umanità che in essa ci sia verità, che questa sia creduta e praticata. Che si soffra per essa. Che si ami. Queste realtà penetrano con la loro luce all’interno del mondo in quanto tale e lo sostengono. Io penso che nella presente situazione diventi per noi sempre più chiaro e comprensibile quello che il Signore dice ad Abramo, che cioè dieci giusti sarebbero stati sufficienti a far sopravvivere una città, ma che essa distrugge se stessa se tale piccolo numero non viene raggiunto. È chiaro che dobbiamo ulteriormente riflettere sull’intera questione.
Agli occhi di molti “laici”, segnati dall’ateismo del XIX e XX secolo, Lei ha fatto notare, è piuttosto Dio — se esiste — che non l’uomo che dovrebbe rispondere delle ingiustizie, della sofferenza degli innocenti, del cinismo del potere al quale si assiste, impotenti, nel mondo e nella storia universale (cfr. «Spe salvi», n. 42)... Nel suo libro «Gesù di Nazaret», lei fa eco a ciò che per essi — e per noi — è uno scandalo: «La realtà dell’ingiustizia, del male, non può essere semplicemente ignorata, semplicemente messa da parte. Essa deve assolutamente essere superata e vinta. Solamente così c’è veramente misericordia» («Gesù di Nazaret», III 153, citando 2 Timoteo 2, 13). Il sacramento della confessione è, e in quale senso, uno dei luoghi nei quali può avvenire una «riparazione» del male commesso?
Ho già cercato di esporre nel loro complesso i punti fondamentali relativi a questo problema rispondendo alla terza domanda. Il contrappeso al dominio del male può consistere in primo luogo solo nell’amore divino-umano di Gesù Cristo che è sempre più grande di ogni possibile potenza del male. Ma è necessario che noi ci inseriamo in questa risposta che Dio ci dà mediante Gesù Cristo. Anche se il singolo è responsabile per un frammento di male, e quindi è complice del suo potere, insieme a Cristo egli può tuttavia «completare ciò che ancora manca alle sue sofferenze» (cfr. Colossesi 1, 24).
Il sacramento della penitenza ha di certo in questo campo un ruolo importante. Esso significa che noi ci lasciamo sempre plasmare e trasformare da Cristo e che passiamo continuamente dalla parte di chi distrugge a quella che salva.
(©L'Osservatore Romano 17 marzo 2016)
mercoledì 16 marzo 2016
Cos’è la fede? L’intervista inedita di Servais a Benedetto XVI
Clicca qui per leggere ampi stralci dell'intervista a Papa Benedetto che si conferma in gran forma quanto a intelligenza e capacità comunicativa.
Speriamo di poter leggere altri interventi in futuro :-)
R.
Leggi anche:
Come la locanda del samaritano (Guerriero)
Convergenze sulla misericordia (Rizzi)
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R.
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lunedì 11 maggio 2015
Benedetto XVI intervistato dalla televisione polacca (16 ottobre 2005)
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Buona settimana a tutti!!!
Grazie al lavoro della nostra Gemma possiamo rivedere una vera e propria rarità: la bellissima intervista rilasciata da Benedetto XVI alla televisione polacca il 16 ottobre 2005 in occasione del 27° anniversario dell'elezione di Giovanni Paolo II (16 ottobre 1978).
Toccanti ed affettuose le parole del Santo Padre nei confronti del suo amato predecessore.
Da rivedere e riascoltare.
La trascrizione dell'intervista è consultabile a questo indirizzo.
sabato 4 ottobre 2014
Benedetto XVI ed il matrimonio: la risposta ad una domanda sul viaggio in Spagna (YouTube)
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Istruttiva risposta di Benedetto XVI ad una domanda dell'intervista rilasciata in occasione del Viaggio Apostolico in Baviera (agosto 2006).
R.
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venerdì 20 giugno 2014
Marcello Pera: il mio amico Joseph Ratzinger (Rusconi)
Clicca qui per leggere la bellissima intervista realizzata da Giuseppe Rusconi.
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mercoledì 19 febbraio 2014
Intervista a Mons. Georg Gänswein ad un anno dalla rinuncia di Benedetto XVI (video TVSette)
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venerdì 14 febbraio 2014
Messori: Vi racconto Papa Benedetto (Anfossi)
Clicca qui per leggere l'intervista segnalataci da Laura.
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giovedì 6 febbraio 2014
P. Zollner: rapporto Onu su minori confuso e ingiusto, non riconosce grande impegno della Chiesa (R.V.)
Clicca qui per leggere l'intervista.
Quali sono i passi avanti messi in atto dai Pontefici? In particolare quali documenti e quali fatti testimoniano l'impegno di Benedetto XVI?
Non basta dire che l'Onu ha torto. Bisogna spiegare perché e che cosa è stato fatto per combattere la piaga dei preti pedofili.
Quali sono i passi avanti messi in atto dai Pontefici? In particolare quali documenti e quali fatti testimoniano l'impegno di Benedetto XVI?
Non basta dire che l'Onu ha torto. Bisogna spiegare perché e che cosa è stato fatto per combattere la piaga dei preti pedofili.
Allen (NYT): il rapporto Onu è ideologico e fazioso. La tolleranza zero di Benedetto XVI
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lunedì 4 novembre 2013
Benedetto XVI ed il matrimonio: la risposta ad una domanda sul viaggio in Spagna (YouTube)
Grazie al lavoro della nostra Gemma rivediamo questo stralcio tratto dall'intervista concessa da Benedetto XVI nell'agosto 2006 in vista del viaggio in Baviera del mese successivo.
Due cose colpiscono: la grande fiducia che traspare dal volto del Santo Padre, sereno e pieno di speranza per il futuro, e le parole di accoglienza e di affetto verso il prossimo. Mi dispiace molto che l'essenza di certi discorsi di Benedetto XVI non sia stata colta (i media hanno una grande e grave responsabilita' nella costruzione della leggenda nera) e che, piano piano, quella fiducia si sia affievolita non tanto in Benedetto XVI quanto in noi o, meglio, in me...
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Due cose colpiscono: la grande fiducia che traspare dal volto del Santo Padre, sereno e pieno di speranza per il futuro, e le parole di accoglienza e di affetto verso il prossimo. Mi dispiace molto che l'essenza di certi discorsi di Benedetto XVI non sia stata colta (i media hanno una grande e grave responsabilita' nella costruzione della leggenda nera) e che, piano piano, quella fiducia si sia affievolita non tanto in Benedetto XVI quanto in noi o, meglio, in me...
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domenica 25 agosto 2013
Il video dell'intervista di Alessandra Buzzetti (Tg5) a Mons. Georg Gänswein
Clicca qui per vedere l'intervista.
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“Esperienza mistica”? Padre Hagenkord: Non sembrano parole pronunciate da Benedetto XVI
Clicca qui per leggere la traduzione dell'intervista segnalataci da Luisa.
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martedì 20 agosto 2013
Weiler: Benedetto XVI ha dato un contributo coraggioso e profondo per la libertà religiosa (R.V.)
Clicca qui per leggere l'intervista.
Benedetto XVI, Weiler: fede, ragione e politica, attenti a non confondere
Clicca qui per leggere l'intervista.
La legge di re Salomone - Ragione e diritto nei discorsi di Benedetto XVI, Bur 2013
Ragione e natura, le vere basi del diritto. La prefazione di Giorgio Napolitano al libro "La legge di re Salomone - Ragione e diritto nei discorsi di Benedetto XVI"
La legge di re Salomone - Ragione e diritto nei discorsi di Benedetto XVI, Bur 2013
Ragione e natura, le vere basi del diritto. La prefazione di Giorgio Napolitano al libro "La legge di re Salomone - Ragione e diritto nei discorsi di Benedetto XVI"
sabato 13 luglio 2013
Don Virgilio Levi: guardava alle stelle senza dimenticare la terra (Rusconi)
Clicca qui per leggere il commento.
venerdì 12 luglio 2013
Mons. Brouwet (Lourdes): I giovani seminaristi vedono nelle liturgie di Benedetto XVI un modello. I vescovi diano uguale esempio
Clicca qui per leggere l'intervista segnalataci da Alberto.
martedì 9 luglio 2013
Lumen Fidei, mons. Semeraro: un cerchio luminoso nel quale immergersi e vivere (Corrado)
LUMEN FIDEI/L'INTERVISTA
Un cerchio luminoso nel quale immergersi e vivere
Parla Marcello Semeraro, vescovo di Albano e presidente della Commissione Cei per la dottrina della fede. "Il Papa ricorda che fede, speranza e carità costituiscono un mirabile intreccio... non siamo all'ultimo tassello di un trittico, bensì alla proposta di una 'vita teologale'". Il riverbero profondo della "affidabilità di Dio". La sintonia con il cammino pastorale della Chiesa in Italia. E infine: "Se l'Enciclica è 'a quattro mani', direi che questa è 'musica' per la nuova evangelizzazione"
Vincenzo Corrado
“Lumen fidei”, “La luce della fede”: s’intitola così la prima Enciclica di Papa Francesco, pubblicata oggi. Suddiviso in quattro capitoli, più un’introduzione e una conclusione, il documento - spiega Papa Francesco - era già stato “quasi completato” da Benedetto XVI. A quella “prima stesura” l’attuale Pontefice ha aggiunto “ulteriori contributi”. Obiettivo del documento è “recuperare il carattere di luce proprio della fede” (n.4). Il Sir ha raccolto le prime impressioni e riflessioni di monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e presidente della Commissione episcopale della Cei per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.
Eccellenza, anzitutto il titolo del documento “Lumen fidei”, da cui emerge il tema fondamentale: la fede. Di solito la prima Enciclica è considerata il testo programmatico del pontificato. C’è anche da considerare che il tema della fede viene rilanciato nell’Anno dedicato a questa virtù.
“Non è fuori luogo mettere in evidenza un certo carattere programmatico per la prima lettera Enciclica di un Papa, se non altro per il valore che questa forma magisteriale ha assunto negli ultimi decenni, specialmente con i Papi dell’ultimo secolo. Più da vicino si penserà alla ‘Ecclesiam Suam’ di Paolo VI, alla ‘Redemptor hominis’ di Giovanni Paolo II e alla ‘Deus Caritas est’ di Benedetto XVI. Mi permetterei, piuttosto, di aggiungere che nel caso di questa Enciclica più che di un ‘programma’ si tratta della netta individuazione di una urgenza pastorale per la Chiesa, oggi. Ricorderei le parole di Benedetto XVI nell’Omelia per il ‘Te Deum’ di fine anno del dicembre 2011. In quella circostanza il Papa disse che ‘la quaestio fidei è la sfida pastorale prioritaria... I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo?’. A me pare che la scelta di questo tema per l’Enciclica che oggi è resa nota si ponga nell’individuazione di questa priorità pastorale. Se è così, ritengo che questo medesimo elemento possa anche essere qui assunto come un primo tratto di continuità magisteriale fra Benedetto XVI e Francesco. C’è di sicuro il contesto dell’Anno della fede, al quale si fa riferimento agli inizi del documento. Il Papa scrive che la Chiesa ‘non presuppone mai la fede come un fatto scontato, ma sa che questo dono di Dio deve essere nutrito e rafforzato, perché continui a guidare il cammino’ (n.6). In un primo sguardo all’Enciclica ho subito colto un’affermazione riguardo al Concilio che desidero riprendere, anche per il suo rimando a quanto disse Paolo VI: il Vaticano II ‘è stato un Concilio sulla fede’. È una chiave di lettura dei testi conciliari che ritengo molto utile e da approfondire. Francesco scrive che ‘il Concilio Vaticano II ha fatto brillare la fede all’interno dell’esperienza umana, percorrendo le vie dell’uomo contemporaneo’. Direi che a proposito di quella ermeneutica dei testi conciliari, di cui si parla, è una prospettiva molto interessante”.
Questa Enciclica completa il trittico sulle virtù avviato da Benedetto XVI, autore di due documenti, rispettivamente, sulla carità e sulla speranza. Incontrando recentemente la segreteria generale del Sinodo dei vescovi, Papa Francesco ha ricordato che è stato il suo predecessore a cominciarla - “un’enciclica a quattro mani, dicono” ha commentato sorridendo - e poi a consegnargliela perché la portasse a termine.
“L’immagine delle ‘quattro mani’ è simpatica! Ma non si tratta delle ‘mani’ del papà che si aggiungono a quelle del figlio per... preparare i compiti a casa! Quando udii l’immagine, mi venne spontaneamente da pensare al fatto che Benedetto XVI sia un pianista provetto. Se n’è parlato molto e una volta – se ben ricordo – apparve anche una foto nella quale si vede Papa Benedetto suonare il pianoforte ‘a quattro mani’ con il fratello. Ora, io direi che suonare un pianoforte a ‘quattro mani’ produce una musica molto suggestiva e bella. Ed è il caso, eventualmente di questa Enciclica. Papa Francesco lo aveva preannunciato e qui lo dice così: ‘Assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi’ (n.7). Qualcuno potrà applicarsi a eventualmente distinguere le ‘mani’ che hanno suonato la ‘musica’ di questa Enciclica. È lo stesso Papa Francesco, però, che dissuade (a me pare) da simili operazioni. Il Papa rimanda chiaramente a un unico ‘soggetto’: il Papa, appunto! Scrive, difatti: ‘Il Successore di Pietro, ieri e oggi e domani, è infatti sempre chiamato a ‘confermare i fratelli’ in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo’. Per altro verso, è vero - come lei dice - che con questa Enciclica si compone il trittico sulle virtù avviate da Benedetto XVI. Anche in questo caso, però, nel testo del documento troverei qualcosa di più. Il Papa ricorda che ‘fede, speranza e carità costituiscono in un mirabile intreccio, il dinamismo dell’esistenza cristiana verso la comunione piena con Dio’. Ciò vuol dire che non siamo semplicemente a un ultimo tassello di un trittico, bensì alla proposta di una ‘vita teologale’. Le virtù teologali non vivono isolate e isolabili fra loro, ma sono una ‘vita’, cioè un tutto vitale. È bello, ad esempio, che il Papa ricordi il nesso tra conoscenza e amore ricorrendo alla frase di san Gregorio Magno: ‘Amor ipse notitia est’, indicando le radici agostiniane della formula e le sue risonanze medievali in Guglielmo di Saint Thierry che commenta il Cantico (cfr n.27). Ma sono cose che meritano una lettura più approfondita. Ora siamo ancora a un primo sguardo”.
Quali sono i principali spunti di riflessione contenuti nel documento?
“Al momento mi limiterei a cogliere l’architettura del testo nella successione dei suoi capitoli. A me pare che nelle quattro tappe l’Enciclica ci permette di osservare la fede in quattro distinte, convergenti e inseparabili prospettive. Anzitutto quella che in teologia è chiamata la ‘fides qua’: quel dinamismo vitale per cui credere vuol dire muoversi camminando verso Dio! È la fede che dice Amen! ‘L’uomo fedele riceve la sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele’ (n.10). Il primo capitolo, dunque, è la storia della vita di fede, da Abramo - nostro padre nella fede - alla Chiesa che oggi ripete e acclama: Amen! Il secondo aspetto è quello veritativo della fede, diremmo, ossia il suo intimo rapporto con la verità - così ripetutamente richiamato da Benedetto XVI - e perciò anche il rimando al rapporto fede-ragione, su cui insistette Giovanni Paolo II con la sua Enciclica sul tema. Anche in questo caso il punto di partenza è un testo biblico: quello di Isaia 7,9 che è stato ed è molto importante per la riflessione teologica. Il terzo aspetto riguarda la trasmissione della fede e, per ora, mi limiterei a portare l’attenzione sul rimando implicito all’esordio della costituzione ‘Lumen Gentium’. Nell’Enciclica Francesco scrive: ‘La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce, come nella liturgia di Pasqua la luce del cero accende tante altre candele. La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma...’ (n.37). È davvero molto bello. Lo stesso Papa Francesco, in una delle sue omelie a Santa Marta, fece ricorso, qualche tempo fa, al tema patristico del ‘mysterium lunae’. C’è, poi, l’ultimo capitolo, che esordisce col tema molto suggestivo del ‘Dio affidabile’. Scrive il Papa: ‘Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile’ (n.50). Il quarto capitolo indica alcuni luoghi specifici per una città degli uomini che sia davvero affidabile: il bene comune, la famiglia, la vita sociale, la forza consolante nella sofferenza. ‘Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare un atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore’ (n.56)”.
C’è un brano particolare dell’Enciclica che desidera sottolineare?
“Siamo ancora a un primo sguardo, evidentemente. In tale condizione di prima accoglienza ha attirato la mia attenzione un passaggio iniziale riguardo a quella ‘affidabilità’ di Dio, cui ho appena accennato. Mi è tornata alla memoria (mi è parso di cogliere che molte volte il Papa ricorre al termine ‘memoria’ e al verbo ‘ricordare’ e ciò si trova anche in altri suoi precedenti testi) un assioma fondamentale per la spiritualità di un gesuita ed è l’affermazione - riferita a sant’Ignazio di Loyola - per cui occorre ‘cercare Dio in tutte le cose e in tutte le cose trovare Dio’. È un principio altissimo, che ispira molti autori spirituali e teologi provenienti dalle fila della Compagnia di Gesù. Anche p. Antonio Spadaro, presentando il nuovo look della rivista ‘La Civiltà Cattolica’ ne fece cenno. Ora a me pare di ritrovarlo in diversi passaggi dell’Enciclica. Ne cito qui uno solo: ‘La nostra cultura ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti. Ma se fosse così, Se Dio fosse incapace di agire nel mondo, il suo amore non sarebbe veramente potente, veramente reale, e non sarebbe quindi neanche vero amore, capace di compiere quella felicità che promette’ (n.17). Penso che questa affermazione potrebbe essere assunta quale un principio per la nuova evangelizzazione, di cui si parla oggi”.
Quali, allora, le richieste e le implicazioni per la comunità cristiana? Anche pensando alla nuova evangelizzazione, cui ha fatto riferimento?
“Sotto questo profilo ritengo che il terzo capitolo dell’Enciclica sarà di grande ed efficace aiuto. Il Papa qui richiama il tema della Chiesa ‘madre della nostra fede’ e prima, citando Romano Guardini, scrive che la Chiesa ‘è la portatrice storica dello sguardo plenario di Cristo sul mondo’ (n.22). Il principio è fondamentale. Anche in questo capitolo il punto d’avvio è biblico: ‘Ho creduto, perciò ho parlato’ (2Cor 4,13) e lo sviluppo sottolinea l’importanza della ‘trasmissione della fede’. Essa, scrive il Papa (anche qui richiamando il leit motiv della luce) ‘brilla per tutti gli uomini di tutti i luoghi, passa attraverso l’asse del tempo, di generazione in generazione. È attraverso una catena ininterrotta di testimonianze che arriva a noi il volto di Gesù’ (n.37). Leggere queste parole durante un primo, veloce sguardo sul testo, mi ha confortato molto, perché ho visto che tutto il cammino pastorale della Chiesa in Italia in questi primi due decenni del Terzo Millennio si muovono in questa direzione. Penso al documento Cei ‘Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia’; penso al Convegno di Verona e, in particolare, all’ambito della ‘tradizione’ e non soltanto; penso al documento per l’attuale decennio ‘Educare alla vita buona del Vangelo’ con la scelta prioritaria dell’iniziazione cristiana e dell’annuncio del Vangelo agli adulti; penso anche all’attività in questi anni della Commissione episcopale per l’annuncio della fede e alla grande opera di sostegno del nostro Ufficio catechistico nazionale. Credo che noi vescovi italiani, i catechisti, le catechiste e tutti gli operatori pastorali, potranno attingere da questa Enciclica davvero una grande ‘luce’ per la fede e per la crescita delle comunità ecclesiali”.
In conclusione, un’ultima sollecitazione con le parole del Papa.
“Fra le prime pagine la mia attenzione si è fermata su queste parole: ‘La fede fa grande e piena la vita...’ (n.5). Più avanti ho notato un lungo e sostanzioso paragrafo, il n.35, in cui il Papa scrive della fede e della ricerca di Dio. Ho ricordato che alcuni anni or sono dall’episcopato italiano è stata scritta una ‘Lettera ai cercatori di Dio’. Mi ci sono, dunque, soffermato. Ho ritrovato il principio del cercare e trovare Dio in tutte le cose: ‘L’uomo religioso cerca di riconoscere i segni di Dio nelle esperienze quotidiane della sua vita, nel ciclo delle stagioni, nella fecondità della terra e in tutto il movimento del cosmo. Dio è luminoso, e può essere trovato anche da coloro che lo cercano con cuore sincero’. Modello per questa ‘ricerca di Dio’ sono i Magi, di cui narra il Vangelo! La luce di Cristo, insomma, apre in qualche modo un ‘cerchio’ luminoso nel quale il cristiano e ogni uomo possono immergersi e vivere. Citerei, per concludere, queste espressioni: ‘Poiché la fede si configura come via, essa riguarda anche la vita degli uomini che, pur non credendo, desiderano credere e non cessano di cercare. Nella misura in cui si aprono all’amore con cuore sincero e si mettono in cammino, con quella luce che riescono a cogliere, già vivono, senza saperlo, nella strada verso la fede. Essi cercano di agire come se Dio esistesse, a volte perché riconoscono la sua importanza per trovare orientamenti saldi nella vita comune, oppure perché sperimentano il desiderio di luce in mezzo al buio, ma anche perché, nel percepire quanto è grande e bella la vita, intuiscono che Dio la renderebbe ancora più grande’. Se l’Enciclica è ‘a quattro mani’, direi che questa è ‘musica’ per la nuova evangelizzazione”.
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Un cerchio luminoso nel quale immergersi e vivere
Parla Marcello Semeraro, vescovo di Albano e presidente della Commissione Cei per la dottrina della fede. "Il Papa ricorda che fede, speranza e carità costituiscono un mirabile intreccio... non siamo all'ultimo tassello di un trittico, bensì alla proposta di una 'vita teologale'". Il riverbero profondo della "affidabilità di Dio". La sintonia con il cammino pastorale della Chiesa in Italia. E infine: "Se l'Enciclica è 'a quattro mani', direi che questa è 'musica' per la nuova evangelizzazione"
Vincenzo Corrado
“Lumen fidei”, “La luce della fede”: s’intitola così la prima Enciclica di Papa Francesco, pubblicata oggi. Suddiviso in quattro capitoli, più un’introduzione e una conclusione, il documento - spiega Papa Francesco - era già stato “quasi completato” da Benedetto XVI. A quella “prima stesura” l’attuale Pontefice ha aggiunto “ulteriori contributi”. Obiettivo del documento è “recuperare il carattere di luce proprio della fede” (n.4). Il Sir ha raccolto le prime impressioni e riflessioni di monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e presidente della Commissione episcopale della Cei per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.
Eccellenza, anzitutto il titolo del documento “Lumen fidei”, da cui emerge il tema fondamentale: la fede. Di solito la prima Enciclica è considerata il testo programmatico del pontificato. C’è anche da considerare che il tema della fede viene rilanciato nell’Anno dedicato a questa virtù.
“Non è fuori luogo mettere in evidenza un certo carattere programmatico per la prima lettera Enciclica di un Papa, se non altro per il valore che questa forma magisteriale ha assunto negli ultimi decenni, specialmente con i Papi dell’ultimo secolo. Più da vicino si penserà alla ‘Ecclesiam Suam’ di Paolo VI, alla ‘Redemptor hominis’ di Giovanni Paolo II e alla ‘Deus Caritas est’ di Benedetto XVI. Mi permetterei, piuttosto, di aggiungere che nel caso di questa Enciclica più che di un ‘programma’ si tratta della netta individuazione di una urgenza pastorale per la Chiesa, oggi. Ricorderei le parole di Benedetto XVI nell’Omelia per il ‘Te Deum’ di fine anno del dicembre 2011. In quella circostanza il Papa disse che ‘la quaestio fidei è la sfida pastorale prioritaria... I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo?’. A me pare che la scelta di questo tema per l’Enciclica che oggi è resa nota si ponga nell’individuazione di questa priorità pastorale. Se è così, ritengo che questo medesimo elemento possa anche essere qui assunto come un primo tratto di continuità magisteriale fra Benedetto XVI e Francesco. C’è di sicuro il contesto dell’Anno della fede, al quale si fa riferimento agli inizi del documento. Il Papa scrive che la Chiesa ‘non presuppone mai la fede come un fatto scontato, ma sa che questo dono di Dio deve essere nutrito e rafforzato, perché continui a guidare il cammino’ (n.6). In un primo sguardo all’Enciclica ho subito colto un’affermazione riguardo al Concilio che desidero riprendere, anche per il suo rimando a quanto disse Paolo VI: il Vaticano II ‘è stato un Concilio sulla fede’. È una chiave di lettura dei testi conciliari che ritengo molto utile e da approfondire. Francesco scrive che ‘il Concilio Vaticano II ha fatto brillare la fede all’interno dell’esperienza umana, percorrendo le vie dell’uomo contemporaneo’. Direi che a proposito di quella ermeneutica dei testi conciliari, di cui si parla, è una prospettiva molto interessante”.
Questa Enciclica completa il trittico sulle virtù avviato da Benedetto XVI, autore di due documenti, rispettivamente, sulla carità e sulla speranza. Incontrando recentemente la segreteria generale del Sinodo dei vescovi, Papa Francesco ha ricordato che è stato il suo predecessore a cominciarla - “un’enciclica a quattro mani, dicono” ha commentato sorridendo - e poi a consegnargliela perché la portasse a termine.
“L’immagine delle ‘quattro mani’ è simpatica! Ma non si tratta delle ‘mani’ del papà che si aggiungono a quelle del figlio per... preparare i compiti a casa! Quando udii l’immagine, mi venne spontaneamente da pensare al fatto che Benedetto XVI sia un pianista provetto. Se n’è parlato molto e una volta – se ben ricordo – apparve anche una foto nella quale si vede Papa Benedetto suonare il pianoforte ‘a quattro mani’ con il fratello. Ora, io direi che suonare un pianoforte a ‘quattro mani’ produce una musica molto suggestiva e bella. Ed è il caso, eventualmente di questa Enciclica. Papa Francesco lo aveva preannunciato e qui lo dice così: ‘Assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi’ (n.7). Qualcuno potrà applicarsi a eventualmente distinguere le ‘mani’ che hanno suonato la ‘musica’ di questa Enciclica. È lo stesso Papa Francesco, però, che dissuade (a me pare) da simili operazioni. Il Papa rimanda chiaramente a un unico ‘soggetto’: il Papa, appunto! Scrive, difatti: ‘Il Successore di Pietro, ieri e oggi e domani, è infatti sempre chiamato a ‘confermare i fratelli’ in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo’. Per altro verso, è vero - come lei dice - che con questa Enciclica si compone il trittico sulle virtù avviate da Benedetto XVI. Anche in questo caso, però, nel testo del documento troverei qualcosa di più. Il Papa ricorda che ‘fede, speranza e carità costituiscono in un mirabile intreccio, il dinamismo dell’esistenza cristiana verso la comunione piena con Dio’. Ciò vuol dire che non siamo semplicemente a un ultimo tassello di un trittico, bensì alla proposta di una ‘vita teologale’. Le virtù teologali non vivono isolate e isolabili fra loro, ma sono una ‘vita’, cioè un tutto vitale. È bello, ad esempio, che il Papa ricordi il nesso tra conoscenza e amore ricorrendo alla frase di san Gregorio Magno: ‘Amor ipse notitia est’, indicando le radici agostiniane della formula e le sue risonanze medievali in Guglielmo di Saint Thierry che commenta il Cantico (cfr n.27). Ma sono cose che meritano una lettura più approfondita. Ora siamo ancora a un primo sguardo”.
Quali sono i principali spunti di riflessione contenuti nel documento?
“Al momento mi limiterei a cogliere l’architettura del testo nella successione dei suoi capitoli. A me pare che nelle quattro tappe l’Enciclica ci permette di osservare la fede in quattro distinte, convergenti e inseparabili prospettive. Anzitutto quella che in teologia è chiamata la ‘fides qua’: quel dinamismo vitale per cui credere vuol dire muoversi camminando verso Dio! È la fede che dice Amen! ‘L’uomo fedele riceve la sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele’ (n.10). Il primo capitolo, dunque, è la storia della vita di fede, da Abramo - nostro padre nella fede - alla Chiesa che oggi ripete e acclama: Amen! Il secondo aspetto è quello veritativo della fede, diremmo, ossia il suo intimo rapporto con la verità - così ripetutamente richiamato da Benedetto XVI - e perciò anche il rimando al rapporto fede-ragione, su cui insistette Giovanni Paolo II con la sua Enciclica sul tema. Anche in questo caso il punto di partenza è un testo biblico: quello di Isaia 7,9 che è stato ed è molto importante per la riflessione teologica. Il terzo aspetto riguarda la trasmissione della fede e, per ora, mi limiterei a portare l’attenzione sul rimando implicito all’esordio della costituzione ‘Lumen Gentium’. Nell’Enciclica Francesco scrive: ‘La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce, come nella liturgia di Pasqua la luce del cero accende tante altre candele. La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma...’ (n.37). È davvero molto bello. Lo stesso Papa Francesco, in una delle sue omelie a Santa Marta, fece ricorso, qualche tempo fa, al tema patristico del ‘mysterium lunae’. C’è, poi, l’ultimo capitolo, che esordisce col tema molto suggestivo del ‘Dio affidabile’. Scrive il Papa: ‘Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile’ (n.50). Il quarto capitolo indica alcuni luoghi specifici per una città degli uomini che sia davvero affidabile: il bene comune, la famiglia, la vita sociale, la forza consolante nella sofferenza. ‘Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare un atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore’ (n.56)”.
C’è un brano particolare dell’Enciclica che desidera sottolineare?
“Siamo ancora a un primo sguardo, evidentemente. In tale condizione di prima accoglienza ha attirato la mia attenzione un passaggio iniziale riguardo a quella ‘affidabilità’ di Dio, cui ho appena accennato. Mi è tornata alla memoria (mi è parso di cogliere che molte volte il Papa ricorre al termine ‘memoria’ e al verbo ‘ricordare’ e ciò si trova anche in altri suoi precedenti testi) un assioma fondamentale per la spiritualità di un gesuita ed è l’affermazione - riferita a sant’Ignazio di Loyola - per cui occorre ‘cercare Dio in tutte le cose e in tutte le cose trovare Dio’. È un principio altissimo, che ispira molti autori spirituali e teologi provenienti dalle fila della Compagnia di Gesù. Anche p. Antonio Spadaro, presentando il nuovo look della rivista ‘La Civiltà Cattolica’ ne fece cenno. Ora a me pare di ritrovarlo in diversi passaggi dell’Enciclica. Ne cito qui uno solo: ‘La nostra cultura ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti. Ma se fosse così, Se Dio fosse incapace di agire nel mondo, il suo amore non sarebbe veramente potente, veramente reale, e non sarebbe quindi neanche vero amore, capace di compiere quella felicità che promette’ (n.17). Penso che questa affermazione potrebbe essere assunta quale un principio per la nuova evangelizzazione, di cui si parla oggi”.
Quali, allora, le richieste e le implicazioni per la comunità cristiana? Anche pensando alla nuova evangelizzazione, cui ha fatto riferimento?
“Sotto questo profilo ritengo che il terzo capitolo dell’Enciclica sarà di grande ed efficace aiuto. Il Papa qui richiama il tema della Chiesa ‘madre della nostra fede’ e prima, citando Romano Guardini, scrive che la Chiesa ‘è la portatrice storica dello sguardo plenario di Cristo sul mondo’ (n.22). Il principio è fondamentale. Anche in questo capitolo il punto d’avvio è biblico: ‘Ho creduto, perciò ho parlato’ (2Cor 4,13) e lo sviluppo sottolinea l’importanza della ‘trasmissione della fede’. Essa, scrive il Papa (anche qui richiamando il leit motiv della luce) ‘brilla per tutti gli uomini di tutti i luoghi, passa attraverso l’asse del tempo, di generazione in generazione. È attraverso una catena ininterrotta di testimonianze che arriva a noi il volto di Gesù’ (n.37). Leggere queste parole durante un primo, veloce sguardo sul testo, mi ha confortato molto, perché ho visto che tutto il cammino pastorale della Chiesa in Italia in questi primi due decenni del Terzo Millennio si muovono in questa direzione. Penso al documento Cei ‘Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia’; penso al Convegno di Verona e, in particolare, all’ambito della ‘tradizione’ e non soltanto; penso al documento per l’attuale decennio ‘Educare alla vita buona del Vangelo’ con la scelta prioritaria dell’iniziazione cristiana e dell’annuncio del Vangelo agli adulti; penso anche all’attività in questi anni della Commissione episcopale per l’annuncio della fede e alla grande opera di sostegno del nostro Ufficio catechistico nazionale. Credo che noi vescovi italiani, i catechisti, le catechiste e tutti gli operatori pastorali, potranno attingere da questa Enciclica davvero una grande ‘luce’ per la fede e per la crescita delle comunità ecclesiali”.
In conclusione, un’ultima sollecitazione con le parole del Papa.
“Fra le prime pagine la mia attenzione si è fermata su queste parole: ‘La fede fa grande e piena la vita...’ (n.5). Più avanti ho notato un lungo e sostanzioso paragrafo, il n.35, in cui il Papa scrive della fede e della ricerca di Dio. Ho ricordato che alcuni anni or sono dall’episcopato italiano è stata scritta una ‘Lettera ai cercatori di Dio’. Mi ci sono, dunque, soffermato. Ho ritrovato il principio del cercare e trovare Dio in tutte le cose: ‘L’uomo religioso cerca di riconoscere i segni di Dio nelle esperienze quotidiane della sua vita, nel ciclo delle stagioni, nella fecondità della terra e in tutto il movimento del cosmo. Dio è luminoso, e può essere trovato anche da coloro che lo cercano con cuore sincero’. Modello per questa ‘ricerca di Dio’ sono i Magi, di cui narra il Vangelo! La luce di Cristo, insomma, apre in qualche modo un ‘cerchio’ luminoso nel quale il cristiano e ogni uomo possono immergersi e vivere. Citerei, per concludere, queste espressioni: ‘Poiché la fede si configura come via, essa riguarda anche la vita degli uomini che, pur non credendo, desiderano credere e non cessano di cercare. Nella misura in cui si aprono all’amore con cuore sincero e si mettono in cammino, con quella luce che riescono a cogliere, già vivono, senza saperlo, nella strada verso la fede. Essi cercano di agire come se Dio esistesse, a volte perché riconoscono la sua importanza per trovare orientamenti saldi nella vita comune, oppure perché sperimentano il desiderio di luce in mezzo al buio, ma anche perché, nel percepire quanto è grande e bella la vita, intuiscono che Dio la renderebbe ancora più grande’. Se l’Enciclica è ‘a quattro mani’, direi che questa è ‘musica’ per la nuova evangelizzazione”.
© Copyright Sir
lunedì 8 luglio 2013
Lumen Fidei, Semeraro: dalla fede una nuova architettura dei rapporti umani (Gambassi)
Clicca qui per leggere l'intervista segnalataci da Laura.
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