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giovedì 8 agosto 2013

Mistica e modernità. Il 6 agosto 1978 moriva Papa Montini (Mahieu)

Il 6 agosto 1978 moriva Papa Montini

Mistica e modernità

Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo uscito su «la Croix» del 29-30 giugno scorso. L'autore, monaco di Solesmes, ha scritto, tra l'altro, «Paul VI, maître spirituel» (Fayard - Le Sarment) e «Paul VI et les orthodoxes» (Les Éditions du Cerf).

di Patrice Mahieu

Il 30 giugno 1963, a piazza San Pietro, ha luogo, per l'ultima volta nella storia della Chiesa cattolica, l'incoronazione di un Papa. Paolo VI, eletto il 21 giugno, riceve la tiara offertagli dai suoi fedeli milanesi. Il Pontefice è ben preparato da una trentina d'anni di lavoro nella Curia romana e da nove anni passati a capo della più grande diocesi cattolica del mondo, Milano, ma la chiave di lettura del pontificato va forse ricercata soprattutto nella sua dimensione mistica.
Sull'esempio di sant'Agostino, il suo principale maestro spirituale, sin dagli scritti giovanili si nota in Giovanni Battista Montini un'impetuosa nostalgia di Dio, che si unisce all'esultanza e alla meraviglia di ciò che gli è stato già permesso di scoprire: «La Vita sei Tu, Dio sospeso come una lampada beatificante sulla penombra della nostra balbettante esperienza». Di fatto Paolo VI è un mistico che possiede il linguaggio delle proprie esperienze: «Come abbagliato dal sole, io chiudo gli occhi davanti al mistero infinito della Santissima Trinità, e solo serbo nel cuore una impressione di beatitudine oceanica».
L'amore per la Chiesa costituisce il fattore unificante della sua esistenza -- «mi sembra di aver vissuto per essa e solo per essa» -- e implica due esigenze: il rinnovamento o la riforma della Chiesa, e la conversione personale dei suoi membri. È la seconda esigenza a rendere possibile la prima. Dall'impegno personale a seguire Cristo e dall'energia spirituale e morale che ciò esige, deriverà la possibilità per la Chiesa di manifestarsi come «Cristo la vuole: una, santa, tutta rivolta verso la perfezione alla quale egli l'ha chiamata ed abilitata». Dall'autenticità di questo percorso di conversione, esposto nell'enciclica programmatica Ecclesiam suam, dipendono due linee di forza del pontificato montiniano: il dialogo di vita e di salvezza con il mondo e il ripristino della piena unità tra i cristiani.
Per Paolo VI una Chiesa che vive più profondamente il suo mistero, nello stesso slancio di amore che l'unisce al suo Signore, può donarsi al mondo per metterlo in contatto vitale con il Vangelo: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». Se degli errori devono essere denunciati, la Chiesa tuttavia si caratterizza per una corrente di affetto e di ammirazione per il mondo moderno. In questo legame di fiducia, l'evangelizzazione, animata da una totale fedeltà a Cristo, può essere accolta dalla mentalità contemporanea. Di fatto, «nessuno è estraneo al suo cuore. Nessuno è indifferente per il suo ministero».
In questo movimento di rinnovamento interiore che fa della Chiesa un segno più leggibile della presenza e dell'azione di Dio, Paolo VI prova l'acuto sentimento della necessità dell'unità dei discepoli di Cristo. Il suo pontificato è totalmente impegnato in tal senso, soprattutto nella ricerca di una comunione piena con le Chiese ortodosse. La sua amicizia con il Patriarca Atenagora costituisce uno dei tratti più luminosi del suo ministero romano. Mentre una commissione segreta e ufficiale, composta da due cattolici e due ortodossi, nel 1971 ha appena concluso il suo rapporto, affermando che una concelebrazione tra Paolo VI e Atenagora è possibile, il Papa scrive al Patriarca: «Tra la nostra Chiesa e le venerabili Chiese ortodosse esiste già una comunione quasi totale. Lo Spirito ci ha permesso in questi ultimi anni di riprendere viva coscienza di tale fatto. Egli mette nei nostri cuori una ferma volontà di fare tutto il possibile per affrettare il giorno tanto desiderato in cui, al termine di una concelebrazione, potremo comunicare insieme allo stesso calice del Signore».
Purificazione della Chiesa e dei suoi membri, tensione spirituale nell'evangelizzazione, umiltà e dialogo con il mondo, l'ecclesiologia delle Chiese sorelle che permette di prevedere una comunione piena tra la Chiesa d'occidente e le Chiese d'oriente: questi assi fondamentali del pontificato montiniano non trovano forse un'eco nelle parole, negli orientamenti di Papa Francesco? La loro fecondità dipende in gran parte dall'impegno di tutti in un percorso veramente spirituale in cui il primato assegnato all'accoglienza della volontà di Dio permette di prendere decisioni audaci, in quanto aperte al soffio dello Spirito. Per esempio, è irrealistico pensare che le Chiese ortodosse possano accordarsi per accettare Roma come centro di unità, e che Roma, ispirandosi al primo millennio, metta concretamente in atto una forma differenziata e modulata di questo ministero di unità? Davvero le intuizioni di Paolo VI non hanno perso la loro attualità.

(©L'Osservatore Romano 8 agosto 2013) 

martedì 25 giugno 2013

Montini secondo Ratzinger... e quella profetica omelia (Restán)

Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:

Resistió a la "telecracia", sólo se dejó plasmar por la fe

José Luis Restán 

El cincuenta aniversario de la elección de Juan Bautista Montini como Papa Pablo VI nos brinda una nueva oportunidad de contemplar el recorrido de este tramo de historia de la Iglesia que se inicia con la convocatoria del Concilio Vaticano II. La decisiva y no poco atribulada estación del Papa Montini es esencial para comprender la historia reciente, pero también el momento presente.
Para celebrar este aniversario L’Osservatore Romano ha publicado una impresionante homilía, hasta ahora inédita, pronunciada cuatro días después de la muerte de Pablo VI por el joven arzobispo de Munich, Joseph Ratzinger, un hombre sobre el que se había fijado la intuitiva mirada de aquel gran Papa que no temió romper inercias y convenciones para sentarlo en la sede de San Corbiniano, en el corazón de la católica Baviera, cuando estallaba la contestación anti-romana siempre a punto de germinar en el subsuelo germano. Podría decirse, con la perspectiva que dan los años, que aquella sorprendente decisión de un Papa cuya salud declinaba a gran velocidad (apenas transcurrió año y medio desde el nombramiento de Ratzinger hasta su muerte) sería un regalo de incalculables consecuencias para la Iglesia a la que Pablo VI quiso servir apasionadamente hasta el último aliento.
Durante esta homilía que sorprendentemente había quedado confinada en el número 28 del boletín de la archidiócesis muniquesa, sin que haya sido publicada en ningún otro lugar, el arzobispo Ratzinger se fija en la metamorfosis que la fe había provocado en Pablo VI a lo largo de años de gozoso pero muy sufrido pontificado, una metamorfosis que le cambió y purificó haciéndole “cada vez más libre, más profundo, más bueno, perspicaz y sencillo”. Y recordando las palabras de Jesús a Pedro, que podemos considerar como la dote que regala a cada uno de sus sucesores, afirmaba: “Pablo VI se ha dejado conducir, cada vez más, allí donde humanamente, por sí mismo, no hubiese querido ir… cada vez más el pontificado ha significado para él dejarse ceñir por otro y ser atado a la cruz”. Y a continuación nos transmite con gran viveza el sentimiento que de todo esto experimentaba este hombre llamado a la sede más misteriosa de la tierra, la del apóstol Pedro: “Podemos imaginar hasta qué punto le debió resultar pesado el pensamiento de no pertenecerse más a sí mismo, de no disponer ya de un momento privado, de estar encadenado, hasta el final, con el propio cuerpo que decae, a una tarea que exige el compromiso pleno y vivo de todas las fuerzas de un hombre”. Palabras que, leídas ahora, describen con una precisión cortante lo que ha debido experimentar Benedicto XVI en meses recientes, cuando como Pablo VI en su día, maduraba la idea de renunciar.
Y prosigue recordando que no encontraba placer alguno en el poder, en la posición ni  en la carrera realizada, y precisamente por eso llegó a tener un autoridad tan grande y creíble, porque nunca la buscó sino que la sobrellevó como un sufrimiento. Impresionan estas palabras dichas a las pocas horas de la muerte del Papa Montini, porque trazan un retrato de gran hondura y expresividad, pero también por el carácter profético que adquieren cuando las lee alguien que ha conocido la intrahistoria del pontificado de Benedicto XVI. Hay un pasaje particularmente incisivo en el que Ratzinger afronta las amargas críticas que hubo de sufrir Pablo VI, especialmente en la fase final de su pontificado: “Pablo VI ha resistido a la “telecracia” y a la demoscopia, las dos potencias dictatoriales del presente, y ha podido hacerlo porque no tomaba como parámetros el éxito ni la aprobación, sino la conciencia que se mide con la verdad, con la fe”. Y esto mismo que le permitió ser una roca cuando veía en juego la Tradición esencial de la Iglesia, le permitió ser flexible en muchas otras cosas, porque entendía que  la fe ofrece mucho espacio abierto a diversas posibilidades.
La fe es (de alguna manera) una muerte a tantas cosas, pero es también una metamorfosis para entrar en la vida verdadera. Y produce una alegría fuerte y serena contemplar la descripción que aquel joven y prometedor arzobispo centroeuropeo hacía de esta metamorfosis que transformó las aparentes derrotas en la vida de Pablo VI, en una espléndida victoria de Cristo: “La fe le ha dado coraje, le ha dado bondad, en él se ve claramente que la verdadera fe no cierra sino que abre… Al final nuestra memoria conserva la imagen de un hombre que tiende las manos”. Parece como si hubiera sucedido ahora mismo.

http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=3926&te=15&idage=7493&vap=0

sabato 22 giugno 2013

Papa Francesco: leggo e rileggo i discorsi di Paolo VI perché mi fanno bene. La Chiesa è ancella dell'uomo perché Gesù si è fatto carne (Izzo)

PAPA: LEGGO E RILEGGO DISCORSI DI PAOLO VI PERCHE' MI FANNO BENE

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 22 giu.

"Cari amici, ritrovarci nel nome del Venerabile Servo di Dio Paolo VI ci fa bene!". Papa Francesco ha salutato con queste parole i 5mila fedeli della Diocesi di Brescia in pellegrinaggio a Roma per ricordare il 50esimo anniversario dell'elezione di Papa Montini. "Personalmente - ha confidato loro - torno sempre a rileggere i discorsi di Paolo VI, specialmente quello a Manila e quello Nazareth, che sono stati decisivi per la mia vita spirituale. Ci torno sempre perche' mi fanno bene". 
E, ha aggiunto il nuovo Pontefice, la "Evangelii Nuntiandi per me e' il documento pastorale piu' importante che sia stato scritto fino a oggi".
Papa Francesco ha "personalizzato", con questi riconoscimenti sinceri della grandezza spirituale di Giovanni Battista Montini, il discorso per la ricorrenza, manifestando cosi' tutta la sua ammirazione per quella che ha definito "una testimonianza che alimenta in noi la fiamma dell'amore per Cristo, dell'amore per la Chiesa, dello slancio di annunciare il Vangelo all'uomo di oggi, con misericordia, con pazienza, con coraggio, con gioia". Tornando con la mente agli anni in cui era un giovane gesuita impegnato nella periferia di Buenos Aires, Francesco ha dunque lasciato da parte il testo preparato per dire con tono familiare ai presenti: "Vi confido una cosa: i suoi discorsi mi hanno fatto tanto bene". E come esempio ha citato le parole dette da Paolo VI a Manila subito dopo l'attentato (il 27 dicembre 1970 il Papa fu ferito con una coltellata, ma l'episodio fu rivelato solo successivamente dal segretario, monsignor Pasquale Macchi: "Cristo! Si', io sento la necessita' di annunciarlo, non posso tacerlo! E' l'uomo del dolore e della speranza; e' Colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicita'".
"Cari amici - ha domandato ad alta voce Bergoglio rivolto ai 5mila fedeli di Brescia - e noi: abbiamo lo stesso amore a Cristo? E' il centro della nostra vita? Lo testimoniamo nelle azioni di ogni giorno?" Francesco ha ricordato anche "l'amore di Papa Montini alla Chiesa: un amore appassionato, l'amore di tutta una vita, gioioso e sofferto, espresso fin dalla sua prima Enciclica, Ecclesiam suam". "Paolo VI - ha ricordato - ha vissuto in pieno il travaglio della Chiesa dopo il Vaticano II, le luci, le speranze, le tensioni. Ha amato la Chiesa e si e' speso per lei senza riserve. In proposito, Bergoglio ha citato il commovente "Pensiero alla morte" di Montini, cioe' il testamento spirituale nel quale il Papa bresciano scriveva della Chiesa: "Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e Sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra". E si rivolgeva alla Chiesa stessacon queste parole: "Ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto di amore!". "Questo - ha osservato Papa Francesco - e' il cuore di un vero Pastore, di un autentico cristiano, di un uomo capace di amare! Paolo VI aveva una visione ben chiara che la Chiesa e' una Madre che porta Cristo e porta a Cristo". 

© Copyright (AGI)

PAPA: CHIESA E' ANCELLA DELL'UOMO PERCHE' GESU' SI E' FATTO CARNE

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 22 giu. 

La testimonianza sofferta di fedelta' al Vangelo e di amore agli ultimi offerta da Paolo VI "ci da' luce in un mondo dove si nega l'uomo, dove si preferisce andare sulla strada dell'agnosticismo o del pelagianesimo: negando Dio o che si sia fatto carne per noi". Lo ha detto Papa Francesco nel discorso per i 50 anni dall'elezione di Paolo VI. "La Chiesa - ha spiegato - e' l'ancella dell'uomo: crede a Cristo che si e' fatto carne e percio' serve l'uomo".
Come e' noto, chiudendo il Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965, Paolo VI affermo' testualmente: "Tutta questa ricchezza dottrinale e' rivolta in un'unica direzione: servire l'uomo. L'uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermita', in ogni sua necessita'". Ed aggiunse: "La Chiesa si e' quasi dichiarata l'ancella dell'umanita'". Papa Francesco ha riproposto oggi questa suggestiva immagine, che spinge ad una seria revisione dell'organizzazione stessa della Chiesa (a partire delle Curia Romana) ma soprattutto degli stili di vita dei suoi pastori. Nella prima udienza del suo Pontificato, quella del 16 marzo riservata agli operatori dell'informazione, Francesco esclamo': "Quanto vorrei una Chiesa povera e per i poveri". Un proposito che il nuovo Papa sta cercando di realizzare con lo stile che gli e' proprio ma che si pone sulla scia di quell'affermazione di Paolo VI oltre che dei passi compiuti nella stessa direzione dal Beato Giovanni Paolo II e dal Papa Emerito Benedetto XVI. 

© Copyright (AGI)

venerdì 21 giugno 2013

Benedetto XVI: Carissimi, che dono inestimabile per la Chiesa la lezione del Servo di Dio Paolo VI! E com’è entusiasmante ogni volta rimettersi alla sua scuola! È una lezione che riguarda tutti e impegna tutti, secondo i diversi doni e ministeri di cui è ricco il Popolo di Dio, per l’azione dello Spirito Santo

Clicca qui per rileggere il testo dell'omelia tenuta da Benedetto XVI a Brescia.

50 anni fa l'elezione di Paolo VI, un Pontificato nel segno dell'Apostolo delle genti

Clicca qui per leggere il commento.

Joseph Ratzinger (1978): anche Paolo VI lottò con l'idea di dimettersi (Izzo)

RATZINGER: ANCHE PAOLO VI LOTTO' CON L'IDEA DI DIMETTERSI

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 20 gen.

"Sappiamo che prima del suo settantacinquesimo compleanno, e anche prima dell'ottantesimo, Paolo VI. ha lottato intensamente con l'idea di ritirarsi".
Sono parole pronunciate dall'allora arcivescovo di Monaco Joseph Ratzinger nella messa celebrata all'indomani della morte di Papa Montini avvenuta a a Castelgandolfo il 6 agosto 1978. Le ripubblica oggi l'Osservatore Romano in un numero speciale dedicato ai 50 anni del Papa bresciano. "Possiamo immaginare  quanto debba essere pesante il pensiero di non poter piu' appartenere a se stessi. Di non avere piu' un momento privato. Di essere incatenati fino all'ultimo, con il proprio corpo che cede, a un compito che esige, giorno dopo giorno, il pieno e vivo impiego di tutte le forze di un uomo", disse nella Cattedrale bavarese il cardinale Ratzinger che, eletto Papa 27 anni dopo, ha poi dovuto sopportare le stesse prove con il venir meno delle forze fisiche e dell'animo, decidendo pero' di lasciare per il bene della Chiesa. Secondo il futuro Benedetto XVI, oggi Papa Emerito, Paolo VI "ha dato nuovo valore all’autorita' come servizio, portandola come una sofferenza". "Non provava alcun piacere nel potere, nella posizione, nella carriera riuscita; e proprio per questo, essendo l'autorita' un incarico sopportato, essa e' diventata grande e credibile". L'omelia e' finora apparsa solo sul numero 28 del bollettino dell'arcidiocesi di Monaco, e  l'Osservatore Romano conclude con essa il numero  speciale dedicato a Papa Montini nel cinquantesimo anniversario della sua elezione (21 giugno 1963).
"Per quindici anni, nella preghiera eucaristica durante la santa messa, abbiamo pronunciato le parole: 'Celebriamo in comunione con il tuo servo il nostro Papa Paolo'. Dal 7 agosto questa frase rimane vuota", esordi' il cardinale Ratzinger in quella straordinaria omelia. "L'unita' della Chiesa in quest'ora - sottolineo' l'allora arcivescovo di Monaco - non ha alcun nome; il suo nome e' adesso nel ricordo di coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e riposano nella pace".

© Copyright (AGI)

Tommaso compagno di una vita. Per decenni Giovanni Battista Montini trascrisse e commentò passi dell'Aquinate (Biffi)

Tommaso compagno di una vita

Per decenni Giovanni Battista Montini trascrisse e commentò passi dell'Aquinate

di Inos Biffi

Più che attraverso i manuali scolastici la formazione teologica di Giovanni Battista Montini è avvenuta con lo studio dei grandi maestri del pensiero cristiano. Il primo di essi è riconosciuto certamente in sant'Agostino, al quale tuttavia va subito aggiunto san Tommaso d'Aquino. Montini è insieme agostiniano e tomista: conviene in lui l'ardore, la sensibilità mentale, l'interiorità del dottore di Ippona, ma non meno l'acuta e profonda lucidità, la “razionalità”, e l'esigenza logica del Dottore Angelico. E questo è forse meno consueto ritenerlo. In alcune note scritte da Montini nel 1931 sotto il titolo Spiritus veritatis si legge: «qualunque sia l'ordine dei miei studi, amerò la letteratura che raccoglie il pensiero tradizionale della Chiesa. Sant'Agostino e san Tommaso avranno da me venerazione particolare».
Veramente, già gli scritti editi di Montini rivelano Tommaso come una delle sue fonti; ma soprattutto si avverte la sua familiarità con «il principe dei teologi» -- come egli lo definiva -- sfogliando e studiando i suoi Quaderni, con l'infinità di passi o di riferimenti tomistici trascritti di prima mano lungo tutto il corso della sua vita. Sarebbe possibile, dalla loro analisi e dal loro studio, individuare e collegare una grande varietà di temi illustrati da Montini coi testi e la dottrina di Tommaso. È il caso, per fare qualche esempio, dell'ecclesiologia, dei sacramenti, specialmente dell'Eucaristia e dell'Ordine, dell'antropologia, dell'etica, della vita spirituale e religiosa, dell'itinerario a Dio, della fede. Esattamente su questi due ultimi argomenti vorremmo fare una considerazione.
Montini conosce bene le “vie” tomiste per arrivare a Dio, e ne offre un raffinato esame, mostrando tutta la sua ineccepibile capacità metafisica. Scrive: «Meditare su Dio è molto più bello che meditare su le vie che a lui conducono. Tuttavia osservare l'esigenza intrinseca che ogni essere ha di lui e di proclamarsi insufficiente e perciò creato, ascoltare l'appello che sale dall'universo verso il suo principio e il suo fine (...) è tal cosa che inebria di grandezza e di sapienza e offre alla preghiera e al pensiero ali sconfinate», e cita il testo della Summa Theologiae (i, 4, 5, 2m): «Dio è detto misura di tutte le cose, per il fatto che ogni cosa partecipa l'essere nella misura in cui si avvicina lui». Per altro, «tutti quello che bramano le proprie perfezioni, bramano Dio stesso» (i, 6, 1, 2m).
E a proposito della fede Montini riporta la definizione di Tommaso: «La fede è un abito della mente, grazie al quale incomincia in noi la vita eterna» (ii-ii, 14, 1) e cita più volte l'affermazione: «L'oggetto della fede, pur essendo in se stesso semplice, assume nel credente la forma complessa dell'enunciazione», restando in ogni caso vero che «l'atto del credente non ha come sua meta l'enunciazione, ma la comunione con la realtà» (ii-ii, 1, 2, ad 2).
Ancora, sono note a Montini le affermazioni dell'Angelico: «Di Dio conosciamo quello che non è, mentre, quello che è, ci risulta affatto sconosciuto» (Summa contra Gentiles, III, 49); e: «In questa vita noi conosciamo Dio tanto più perfettamente, quanto più ci rendiamo conto che egli eccede tutto quello che è compreso mediante l'intelletto» (Summa Theologiae, ii-ii, 8, 7). D'altronde, «la più piccola cognizione che si può avere di Dio supera ogni cognizione che si ha della creatura» (De veritate, x, 7 ad 3).
Ma egli si sofferma anche su quest'altra: «Benché in questa vita noi conosciamo Dio mediatamente, tuttavia, con la dilezione della carità, lo possiamo amare immediatamente» (Summa Theologiae, ii-ii, 27, 4).
Gli è ugualmente nota la dottrina di Tommaso sulla conoscenza “simpatica” o per connaturalità; non mancando però di avvertire che «l'amore nell'atto di fede compie un ufficio essenziale, ma senza detrimento dell'intellettualità più rigorosa».
Abbiamo offerto un breve e semplice saggio di come Montini sia stato discepolo diligente e appassionato di Tommaso d'Aquino: un indice ulteriore della sua incomparabile personalità, dove la vastissima cultura diventava esperienza, sapienza e magistero.

(©L'Osservatore Romano 21 giugno 2013)

Numero speciale dell'Osservatore Romano nel cinquantesimo anniversario dell'elezione di Papa Montini (Vian)

Numero speciale nel cinquantesimo anniversario dell'elezione 

Montini

Giovanni Battista Montini venne eletto Papa il 21 giugno 1963. Nella tarda mattinata di quel primo giorno d'estate piazza San Pietro era invasa dal sole quando nell'azzurro del cielo si levò la fumata bianca. L'eletto, primo dei cardinali di Giovanni XXIII, era atteso ma non scontato. Sorprese invece il nome scelto: quello dell'ultimo degli apostoli, che più di tutti predicò il Vangelo. E questo fu il centro della vita di Montini, da lui stesso avvertita come "una linea spezzata", ma con l'assillo costante di essere testimone di Cristo nel mondo moderno.
Affascinato dalla vita monastica, il prete bresciano era stato infatti indirizzato su un cammino forse più impervio. Per oltre un trentennio, sotto due Pontefici tra loro molto diversi ma entrambi grandi, Montini servì la Santa Sede nel cuore della Curia romana, divenendone una figura chiave. Fu poi per otto anni arcivescovo di Milano, la diocesi più grande del mondo, e per quindici successore di Pietro, con il nome di Paolo.
A mezzo secolo dall'inizio di questo pontificato decisivo, "L'Osservatore Romano" torna sulla figura del suo protagonista, lontana nel tempo e troppo dimenticata. Con un profilo biografico, immagini rare e una scelta di testi bellissimi. Nell'ultimo, celebrando la festa dei santi Pietro e Paolo, il Papa trae il bilancio del suo pontificato, che fu un quindicennio al tempo stesso esaltante e drammatico: dalla stagione del concilio alla sua prima applicazione, con una semina paziente e tenace che ancora deve portare i suoi frutti.
Tradizionale e moderno, per tutta la vita Montini aveva cercato l'umanità contemporanea, tendendo la mano per stringere altre mani, alla pari, come si percepisce in immagini televisive delle sue udienze. E proprio la mano aperta è il segno che scelse per parlare del Papa appena scomparso il suo ultimo cardinale. Fu così Joseph Ratzinger, in un'omelia di fatto inedita sulla Trasfigurazione, a cogliere di Paolo VI l'essere più profondo, anticipando senza saperlo un futuro ora svelato.

g.m.v.

(©L'Osservatore Romano 21 giugno 2013)

giovedì 20 giugno 2013

Joseph Ratzinger: un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l'approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede

In occasione del cinquantesimo anniversario dell'elezione di Paolo VI, un'omelia inedita tenuta dal cardinale Joseph Ratzinger il 10 agosto 1978

La Trasfigurazione

Per quindici anni, nella preghiera eucaristica durante la santa messa, abbiamo pronunciato le parole: «Celebriamo in comunione con il tuo servo il nostro Papa Paolo». Dal 7 agosto questa frase rimane vuota. L'unità della Chiesa in quest'ora non ha alcun nome; il suo nome è adesso nel ricordo di coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e riposano nella pace. Papa Paolo è stato chiamato alla casa del Padre nella sera della festa della Trasfigurazione del Signore, poco dopo avere ascoltato la santa messa e ricevuto i sacramenti. «È bello per noi restare qui» aveva detto Pietro a Gesù sul monte della trasfigurazione. Voleva rimanere. Quello che a lui allora venne negato è stato invece concesso a Paolo VI in questa festa della Trasfigurazione del 1978: non è più dovuto scendere nella quotidianità della storia. È potuto rimanere lì, dove il Signore siede alla mensa per l'eternità con Mosè, Elia e i tanti che giungono da oriente e da occidente, dal settentrione e dal meridione. Il suo cammino terreno si è concluso. Nella Chiesa d'oriente, che Paolo VI ha tanto amato, la festa della Trasfigurazione occupa un posto molto speciale. Non è considerata un avvenimento fra i tanti, un dogma tra i dogmi, ma la sintesi di tutto: croce e risurrezione, presente e futuro del creato sono qui riuniti. La festa della Trasfigurazione è garanzia del fatto che il Signore non abbandona il creato. Che non si sfila di dosso il corpo come se fosse una veste e non lascia la storia come se fosse un ruolo teatrale. All'ombra della croce, sappiamo che proprio così il creato va verso la trasfigurazione.
Quella che noi indichiamo come trasfigurazione è chiamata nel greco del Nuovo Testamento metamorfosi (“trasformazione”), e questo fa emergere un fatto importante: la trasfigurazione non è qualcosa di molto lontano, che in prospettiva può accadere. 
Nel Cristo trasfigurato si rivela molto di più ciò che è la fede: trasformazione, che nell'uomo avviene nel corso di tutta la vita. Dal punto di vista biologico la vita è una metamorfosi, una trasformazione perenne che si conclude con la morte. Vivere significa morire, significa metamorfosi verso la morte. Il racconto della trasfigurazione del Signore vi aggiunge qualcosa di nuovo: morire significa risorgere. La fede è una metamorfosi, nella quale l'uomo matura nel definitivo e diventa maturo per essere definitivo. Per questo l'evangelista Giovanni definisce la croce come glorificazione, fondendo la trasfigurazione e la croce: nell'ultima liberazione da se stessi la metamorfosi della vita giunge al suo traguardo.
La trasfigurazione promessa dalla fede come metamorfosi dell'uomo è anzitutto cammino di purificazione, cammino di sofferenza. Paolo VI ha accettato il suo servizio papale sempre più come metamorfosi della fede nella sofferenza. Le ultime parole del Signore risorto a Pietro, dopo averlo costituito pastore del suo gregge, sono state: «Quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Giovanni, 21, 18). 
Era un accenno alla croce che attendeva Pietro alla fine del suo cammino. Era, in generale, un accenno alla natura di questo servizio. Paolo VI si è lasciato portare sempre più dove umanamente, da solo, non voleva andare. Sempre più il pontificato ha significato per lui farsi cingere la veste da un altro ed essere inchiodato alla croce. 
Sappiamo che prima del suo settantacinquesimo compleanno, e anche prima dell'ottantesimo, ha lottato intensamente con l'idea di ritirarsi. E possiamo immaginare quanto debba essere pesante il pensiero di non poter più appartenere a se stessi. Di non avere più un momento privato. Di essere incatenati fino all'ultimo, con il proprio corpo che cede, a un compito che esige, giorno dopo giorno, il pieno e vivo impiego di tutte le forze di un uomo. 
«Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore» (Romani, 14, 7-8). Queste parole della lettura di oggi hanno letteralmente segnato la sua vita. Egli ha dato nuovo valore all'autorità come servizio, portandola come una sofferenza. Non provava alcun piacere nel potere, nella posizione, nella carriera riuscita; e proprio per questo, essendo l'autorità un incarico sopportato -- «ti porterà dove tu non vuoi» -- essa è diventata grande e credibile.
Paolo VI ha svolto il suo servizio per fede. Da questo derivavano sia la sua fermezza sia la sua disponibilità al compromesso. Per entrambe ha dovuto accettare critiche, e anche in alcuni commenti dopo la sua morte non è mancato il cattivo gusto. 
Ma un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l'approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede. 
È per questo che in molte occasioni ha cercato il compromesso: la fede lascia molto di aperto, offre un ampio spettro di decisioni, impone come parametro l'amore, che si sente in obbligo verso il tutto e quindi impone molto rispetto. Per questo ha potuto essere inflessibile e deciso quando la posta in gioco era la tradizione essenziale della Chiesa. In lui questa durezza non derivava dall'insensibilità di colui il cui cammino viene dettato dal piacere del potere e dal disprezzo delle persone, ma dalla profondità della fede, che lo ha reso capace di sopportare le opposizioni.
Paolo VI era, nel profondo, un Papa spirituale, un uomo di fede. Non a torto un giornale lo ha definito il diplomatico che si è lasciato alle spalle la diplomazia. Nel corso della sua carriera curiale aveva imparato a dominare in modo virtuoso gli strumenti della diplomazia. Ma questi sono passati sempre più in secondo piano nella metamorfosi della fede alla quale si è sottoposto. 
Nell'intimo ha trovato sempre più il proprio cammino semplicemente nella chiamata della fede, nella preghiera, nell'incontro con Gesù Cristo. In tal modo è diventato sempre più un uomo di bontà profonda, pura e matura. Chi lo ha incontrato negli ultimi anni ha potuto sperimentare in modo diretto la straordinaria metamorfosi della fede, la sua forza trasfigurante. 
Si poteva vedere quanto l'uomo, che per sua natura era un intellettuale, si consegnava giorno dopo giorno a Cristo, come si lasciava cambiare, trasformare, purificare da lui, e come ciò lo rendeva sempre più libero, sempre più profondo, sempre più buono, perspicace e semplice.
La fede è una morte, ma è anche una metamorfosi per entrare nella vita autentica, verso la trasfigurazione. In Papa Paolo si poteva osservare tutto ciò. La fede gli ha dato coraggio. La fede gli ha dato bontà. E in lui era anche chiaro che la fede convinta non chiude, ma apre. Alla fine, la nostra memoria conserva l'immagine di un uomo che tende le mani. È stato il primo Papa a essersi recato in tutti i continenti, fissando così un itinerario dello Spirito, che ha avuto inizio a Gerusalemme, fulcro dell'incontro e della separazione delle tre grandi religioni monoteistiche; poi il viaggio alle Nazioni Unite, il cammino fino a Ginevra, l'incontro con la più grande cultura religiosa non monoteista dell'umanità, l'India, e il pellegrinaggio presso i popoli che soffrono dell'America Latina, dell'Africa, dell'Asia. La fede tende le mani. Il suo segno non è il pugno, ma la mano aperta.
Nella Lettera ai Romani di sant'Ignazio di Antiochia è scritta la meravigliosa frase: «È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui» (ii, 2). Il vescovo martire la scrisse durante il viaggio da oriente verso la terra in cui tramonta il sole, l'occidente. Lì, nel tramonto del martirio, sperava di ricevere il sorgere dell'eternità. Il cammino di Paolo VI è diventato, anno dopo anno, un viaggio sempre più consapevole di testimonianza sopportata, un viaggio nel tramonto della morte, che lo ha chiamato a sé nel giorno della Trasfigurazione del Signore. Affidiamo la sua anima con fiducia nelle mani dell'eterna misericordia di Dio affinché egli diventi per lui aurora di vita eterna. Lasciamo che il suo esempio sia un appello e porti frutto nella nostra anima. E preghiamo affinché il Signore ci mandi ancora un Papa che adempia di nuovo il mandato originario del Signore a Pietro: «Conferma i tuoi fratelli» (Luca, 22, 32).

(©L'Osservatore Romano 21 giugno 2013)

Da Monaco il ricordo dell'arcivescovo

Quattro giorni dopo la morte di Paolo VI, l'arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale Joseph Ratzinger celebrò nella cattedrale della capitale bavarese una messa per il Pontefice. Tenne un'omelia, finora apparsa solo sul numero 28 del bollettino dell'arcidiocesi, la «Ordinariats-Korrespondenz». La pubblichiamo integralmente in questa pagina e a chiusura del numero speciale che il nostro giornale ha dedicato a Papa Montini nel cinquantesimo anniversario della sua elezione (21 giugno 1963).

(©L'Osservatore Romano 21 giugno 2013)

lunedì 17 giugno 2013

Numero speciale dell'Osservatore Romano a cinquant’anni dall’elezione di Paolo VI

Numero speciale a cinquant’anni dall’elezione di Paolo VI

Il 21 giugno 1963 il cardinale Giovanni Battista Montini veniva eletto Papa e prendeva il nome di Paolo VI. Quasi sessantaseienne, il porporato era da oltre otto anni arcivescovo di Milano e aveva servito la Santa Sede in Segreteria di Stato sotto Pio XI e Pio XII per tre decenni. Papa Montini succedeva a Giovanni XXIII, il Pontefice che l’aveva voluto come primo dei suoi cardinali poche settimane prima di annunciare la convocazione del concilio Vaticano II.
A norma del diritto canonico il concilio era sospeso, ma il nuovo Papa subito lo riconvocò per l’autunno successivo, guidandolo con fermo e prudente equilibrio fino alla conclusione, e poi portandone avanti con tenacia la prima applicazione. Iniziava così un quindicennio esaltante e drammatico, che lo stesso Paolo VI ripercorse quando celebrò per l’ultima volta la festa dei santi Pietro e Paolo.
Per ricordare Montini «L’Osservatore Romano» ha realizzato uno speciale di cento pagine a colori, con fotografie e immagini rare, un profilo biografico, alcuni suoi testi e un inedito del cardinale Joseph Ratzinger.
La rivista sarà disponibile in italiano dal 21 giugno al prezzo di cinque euro più le spese di spedizione ( info@ossrom.va ).

(©L'Osservatore Romano 16 giugno 2013)

lunedì 27 maggio 2013

Una scommessa a favore della speranza. Il direttore emerito della «Civiltà Cattolica» su Vangelo e società

Il direttore emerito della «Civiltà Cattolica» su Vangelo e società

Una scommessa a favore della speranza

di GianPaolo Salvini

Qualcuno ha definito la dottrina sociale della Chiesa «l'incontro tra il Vangelo e la società», espressione suggestiva, perché precisa subito i due poli tra i quali deve svilupparsi una tensione positiva, creativa, che non si può risolvere eliminando uno dei due poli, ma anzi rafforzando la tensione in modo che ne scaturisca un pensiero vitale e fecondo. La fede infatti non cambia nel suo nucleo fondamentale, ma la società muta in continuazione e muta quindi anche il tipo di luce di cui ha bisogno per il suo cammino.
Nei trattati classici di morale esisteva un capitolo specifico, che si chiamava De iustitita et iure, nel quale sarebbe dovuta nascere e svilupparsi la riflessione in materia sociale. Storicamente però l'avvio è stato diverso. La dottrina sociale della Chiesa è nata con la Rerum novarum di Leone XIII (1891) per rispondere a un'emergenza storica, provocata dalla rivoluzione industriale, dallo sfruttamento disumano dei lavoratori dipendenti soprattutto nelle fabbriche di allora e dalla provocazione rappresentata da soluzioni proposte da altri e che la Chiesa giudicava più pericolose del male a cui si voleva porre rimedio, come il socialismo ispirato al marxismo ateo.
Anche se Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987) dice che la dottrina sociale non è una terza via né un'ideologia, ma «appartiene al campo della teologia, e specialmente della teologia morale», la dottrina sociale ha continuato a svilupparsi seguendo un filone autonomo, scandito dall'apparire periodico di documenti del Magistero, cominciando dal 1931, per aggiornare la Rerum novarum a mano a mano che la società cambiava.
Le prime encicliche sono incentrate sulla cosiddetta «questione operaia» divenuta poi «questione sociale». L'intervento della Chiesa avveniva in difesa del lavoratore, per aprirsi poi all'economia mondiale globalizzata e finanziarizzata di oggi. La dottrina sociale è nata in difesa dei deboli e lo è sempre rimasta, ma allo stesso tempo lotta contro le povertà. Un segno dei tempi da sottolineare è che mentre per sessant'anni si è commemorato il decennale della Rerum novarum, sia la Sollicitudo rei socialis sia l'ultima grande enciclica sociale, la Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI, sono state pubblicate per celebrare la Populorum progressio (1967) di Paolo VI: quasi a dire che l'orizzonte della dottrina sociale si è spostato dal piano nazionale o europeo a quello mondiale.
Anche se i princìpi dai quali la dottrina sociale parte, e in base ai quali illumina la realtà sociale ed economica per poter orientare il comportamento umano alla luce del Vangelo, sono sempre gli stessi --, come la concezione dell'uomo, della giustizia sociale, di uno sviluppo integrale e armonico -- è evidente che la realtà umana è mutevole. Basti pensare ai risultati della scienza e dell'applicazione alla tecnica, alla mobilità e al mondo virtuale e digitale. Il risultato è che la dottrina sociale, che prima concentrava i suoi interventi su un punto specifico, cerca ora di occuparsi dell'intero progetto di Dio sull'umanità, con il risultato che le ultime encicliche sono quasi enciclopedie. Questo è dovuto soprattutto al fatto che il nostro mondo è complesso, molteplice, globale e locale allo stesso tempo, i vari aspetti della vita sociale sono interdipendenti tra loro e i Papi desiderano mostrare di esserne consapevoli. È in certo senso una reazione alla specializzazione esasperata e alla frammentazione delle discipline, che consente spettacolari scoperte, ma con il rischio di perdere di vista l'unicità della vita, anche sociale, e soprattutto il fine delle discipline stesse, che non si trova all'interno di ciascuna disciplina, ma al di fuori di esse. Se uno non è attento, trasforma gli strumenti in fine e perde di vista il senso del cammino. La Caritas in veritate dice esplicitamente che «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli». Ciò a cui mira oggi la dottrina sociale è un nuovo umanesimo e l'uomo nella realtà quotidiana non è diviso in settori.
Un significativo cambiamento è avvenuto anche nel linguaggio, diventato più tecnico, specifico, grazie all'apporto di laici esperti nelle discipline economiche, finanziarie e sociali. Questo spiega il favore incontrato dagli ultimi documenti. Ad esempio imprenditori e sindacalisti vi riconoscono il proprio linguaggio. Il rovescio della medaglia è che più il linguaggio si fa concreto e pertinente alla vita delle imprese o dell'economia finanziaria, più diventa provvisorio, legato alla congiuntura, quindi discutibile e rivedibile. Sui sommi princìpi è relativamente facile trovare l'accordo. Molto meno su determinazioni concrete. Molti imprenditori credenti soffrono per lo scarto tra teoria molto bella e realtà quotidiana che sembra lontana. La dottrina sociale va interiorizzata, deve diventare radice del proprio agire, sapendo che la realtà non è mai l'ideale ma lo incarna.
Un altro aspetto nell'evoluzione della dottrina sociale in questo nuovo secolo è il cambiamento che c'è stato con il Vaticano II nei confronti del mondo moderno. E la dottrina sociale è tutta un confronto con il mondo moderno. Non per nulla essa è nata insieme al mondo moderno come lo intendiamo noi cioè con la rivoluzione industriale. La Chiesa per quasi due secoli si è sempre contrapposta alla modernità e a ciò che essa significava. Dopo il turbine della rivoluzione francese e di ciò di cui essa si faceva portatrice, mentre la rivoluzione industriale portava le sue novità, il Magistero è stato sempre molto critico su tutto ciò che la modernità portava con sé. Questo sia come impostazione dottrinale (basta pensare al Sillabo di Pio IX, anche se le singole proposizioni condannate vanno contestualizzate) sia per l'elevatissimo costo sociale che l'industrializzazione ha richiesto nei primi tempi. In realtà molte conquiste della modernità, come i diritti individuali, sociali, politici, discendono come parte integrante dal messaggio cristiano. Ma chi li ha difesi e rivendicati lo ha fatto in funzione antiecclesiastica e anticristiana, provocando una reazione uguale e contraria da parte della Chiesa, che ha fatto fatica a riconciliarsi con essi, anche per via delle vicende storiche in cui essi prendevano forma, non di rado persecutoria verso la Chiesa.
Il cambiamento si è avuto con il concilio Vaticano II, in particolare la Gaudium et spes: il più lungo dei documenti conciliari e anche l'ultimo ad essere stato approvato. In esso non c'è più nessuna condanna e il mondo moderno viene visto con una simpatia inedita, tanto che il documento è stato giudicato peccare di eccessivo ottimismo.
È bene ricordare anche il titolo della Gaudium et spes: «La Chiesa nel mondo contemporaneo» e non «e il mondo contemporaneo» o «di fronte al mondo contemporaneo». La Chiesa si ritiene in cammino con l'umanità, soggetta alle vicende storiche, alle debolezze degli uomini che la guidano, e non è solo la maestra che giudica, condanna o assolve.
Questo atteggiamento del concilio ha avuto un evidente influsso nella dottrina sociale, i cui documenti sono andati evolvendo, adattandosi a questo stile profondamente diverso, cercando di entrare in dialogo con il mondo moderno. Dialogare significa proporre le proprie motivazioni e dare il proprio contributo specifico, ma anche essere disposti a ricevere.
Durante il concilio venne pubblicata la Pacem in terris di Giovanni XXIII, che inizia questo stile nella dottrina sociale, distingue tra l'errore e l'errante, tra teorie filosofiche che non cambiano e movimenti storici che si ispirano ad esse e che possono evolversi anche positivamente e con i quali si può anche collaborare. Poco dopo il concilio uscì la Populorum progressio, che denuncia con linguaggio lapidario le gravissime distorsioni umane ed economiche presenti nel mondo, ma non condanna lo sviluppo, anzi lo definisce «il nuovo nome della pace».
Le encicliche successive hanno adottato lo stesso tono. In particolare la Caritas in veritate, che fa una vera apologia della scienza e la tecnica, denunciandone anche l'ambivalenza. Ma l'enciclica di Papa Ratzinger è piena di volontarismo e di fiducia nell'umanità che, con l'aiuto di Dio, potrà rendere il nostro mondo più degno di essere abitato, anche se la storia umana può conoscere ricadute e sconfitte.
Il nostro mondo è ammalato di catastrofismo. Gli ottimisti hanno poco successo. La dottrina sociale attualmente non fa dell'ottimismo a buon mercato, non nasconde gli immensi problemi da risolvere, ma scommette a favore della speranza.

(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2013)

giovedì 23 maggio 2013

Paolo VI: Il Demonio è il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo così che questo Essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana


PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 15 novembre 1972

«Liberaci dal male»

Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa?

Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio.
Prima di chiarire il nostro pensiero invitiamo il vostro ad aprirsi alla luce della fede sulla visione della vita umana, visione che da questo osservatorio spazia immensamente e penetra in singolari profondità. E, per verità, il quadro che siamo invitati a contemplare con globale realismo è molto bello. È il quadro della creazione, l’opera di Dio, che Dio stesso, come specchio esteriore della sua sapienza e della sua potenza, ammirò nella sua sostanziale bellezza (Cfr. Gen. 1, 10, etc.).
Poi è molto interessante il quadro della storia drammatica della umanità, dalla quale storia emerge quella della redenzione, quella di Cristo, della nostra salvezza, con i suoi stupendi tesori di rivelazione, di profezia, di santità, di vita elevata a livello soprannaturale, di promesse eterne (Cfr. Eph. 1, 10). A saperlo guardare questo quadro non si può non rimanere incantati (Cfr. S. AUG. Soliloqui): tutto ha un senso, tutto ha un fine, tutto ha un ordine, e tutto lascia intravedere una Presenza-Trascendenza, un Pensiero, una Vita, e finalmente un Amore, così che l’universo, per ciò che è e per ciò che non è, si presenta a noi come una preparazione entusiasmante e inebriante a qualche cosa di ancor più bello ed ancor più perfetto (Cfr. 1 Cor. 2, 9; 13, 12; Rom. 8, 19-23). La visione cristiana del cosmo e della vita è pertanto trionfalmente ottimista; e questa visione giustifica la nostra gioia e la nostra riconoscenza di vivere per cui celebrando la gloria di Dio noi cantiamo la nostra felicità (Cfr. il Gloria della Messa).

L’INSEGNAMENTO BIBLICO

Ma è completa questa visione? è esatta? Nulla ci importano le deficienze che sono nel mondo? le disfunzioni delle cose rispetto alla nostra esistenza? il dolore, la morte? la cattiveria, la crudeltà, il peccato, in una parola, il male? e non vediamo quanto male è nel mondo? specialmente, quanto male morale, cioè simultaneamente, sebbene diversamente, contro l’uomo e contro Dio? Non è forse questo un triste spettacolo, un inesplicabile mistero? E non siamo noi, proprio noi cultori del Verbo i cantori del Bene, noi credenti, i più sensibili, i più turbati dall’osservazione e dall’esperienza del male? Lo troviamo nel regno della natura, dove tante sue manifestazioni sembrano a noi denunciare un disordine. Poi lo troviamo nell’ambito umano, dove incontriamo la debolezza, la fragilità, il dolore, la morte, e qualche cosa di peggio; una duplice legge contrastante, una che vorrebbe il bene, l’altra invece rivolta al male, tormento che S. Paolo mette in umiliante evidenza per dimostrare la necessità e la fortuna d’una grazia salvatrice, della salute cioè portata da Cristo (Cfr. Rom. 7); già il poeta pagano aveva denunciato questo conflitto interiore nel cuore stesso dell’uomo: video meliora proboque, deteriora sequor (OVIDIO, Met. 7, 19). Troviamo il peccato, perversione della libertà umana, e causa profonda della morte, perché distacco da Dio fonte della vita (Rom. 5, 12), e poi, a sua volta, occasione ed effetto d’un intervento in noi e nel nostro mondo d’un agente oscuro e nemico, il Demonio. Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa.
Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni. Il problema del male, visto nella sua complessità, e nella sua assurdità rispetto alla nostra unilaterale razionalità, diventa ossessionante. Esso costituisce la più forte difficoltà per la nostra intelligenza religiosa del cosmo. Non per nulla ne soffrì per anni S. Agostino: Quaerebam unde malum, et non erat exitus, io cercavo donde provenisse il male, e non trovavo spiegazione (S. Aug. Confess. VII, 5, 7, 11, etc.; PL, 32, 736, 739).
Ed ecco allora l’importanza che assume l’avvertenza del male per la nostra corretta concezione cristiana del mondo, della vita, della salvezza. Prima nello svolgimento della storia evangelica al principio della sua vita pubblica: chi non ricorda la pagina densissima di significati della triplice tentazione di Cristo? Poi nei tanti episodi evangelici, nei quali il Demonio incrocia i passi del Signore e figura nei suoi insegnamenti? (P. es. Matth. 12, 43) E come non ricordare che Cristo, tre volte riferendosi al Demonio, come a suo avversario, lo qualifica «principe di questo mondo»? (Io. 12, 31; 14, 30; 16, 11) E l’incombenza di questa nefasta presenza è segnalata in moltissimi passi del nuovo Testamento. S. Paolo lo chiama il «dio di questo mondo» (2 Cor. 4, 4), e ci mette sull’avviso sopra la lotta al buio, che noi cristiani dobbiamo sostenere non con un solo Demonio, ma con una sua paurosa pluralità: «Rivestitevi, dice l’Apostolo, dell’armatura di Dio per poter affrontare le insidie del diavolo, poiché la nostra lotta non è (soltanto) col sangue e con la carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria» (Eph. 6, 11-12).
E che si tratti non d’un solo Demonio, ma di molti, diversi passi evangelici ce lo indicano (Luc. 11, 21; Marc. 5, 9); ma uno è principale: Satana, che vuol dire l’avversario, il nemico; e con lui molti, tutti creature di Dio, ma decadute, perché ribelli e dannate (Cfr. DENZ.-SCH. 800-428); tutte un mondo misterioso, sconvolto da un dramma infelicissimo, di cui conosciamo ben poco.

IL NEMICO OCCULTO CHE SEMINA ERRORI

Conosciamo tuttavia molte cose di questo mondo diabolico, che riguardano la nostra vita e tutta la storia umana. Il Demonio è all’origine della prima disgrazia dell’umanità; egli fu il tentatore subdolo e fatale del primo peccato, il peccato originale (Gen. 3; Sap. 1, 24). 
Da quella caduta di Adamo il Demonio acquistò un certo impero su l’uomo, da cui solo la Redenzione di Cristo ci può liberare. È storia che dura tuttora: ricordiamo gli esorcismi del battesimo ed i frequenti riferimenti della sacra Scrittura e della liturgia all’aggressiva e alla opprimente «potestà delle tenebre» (Cfr. Luc. 22, 53; Col. 1, 13).
È il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo così che questo Essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana. 
Da ricordare la rivelatrice parabola evangelica del buon grano e della zizzania, sintesi e spiegazione dell’illogicità che sembra presiedere alle nostre contrastanti vicende: inimicus homo hoc fecit (Matth. 13, 28). È «l’omicida fin d a principio . . . e padre della menzogna», come lo definisce Cristo (Cfr. Io. 8, 44-45); è l’insidiatore sofistico dell’equilibrio morale dell’uomo.
È lui il perfido ed astuto incantatore, che in noi sa insinuarsi, per via dei sensi, della fantasia, della concupiscenza, della logica utopistica, o di disordinati contatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni, altrettanto nocive quanto all’apparenza conformi alle nostre strutture fisiche o psichiche, o alle nostre istintive, profonde aspirazioni.
Sarebbe questo sul Demonio e sull’influsso, ch’egli può esercitare sulle singole persone, come su comunità, su intere società, o su avvenimenti, un capitolo molto importante della dottrina cattolica da ristudiare, mentre oggi poco lo è. Si pensa da alcuni di trovare negli studi psicanalitici e psichiatrici o in esperienze spiritiche, oggi purtroppo tanto diffuse in alcuni Paesi, un sufficiente compenso. Si teme di ricadere in vecchie teorie manichee, o in paurose divagazioni fantastiche e superstiziose. Oggi si preferisce mostrarsi forti e spregiudicati, atteggiarsi a positivisti, salvo poi prestar fede a tante gratuite ubbie magiche o popolari, o peggio aprire la propria anima - la propria anima battezzata, visitata tante volte dalla presenza eucaristica e abitata dallo Spirito Santo! - alle esperienze licenziose dei sensi, a quelle deleterie degli stupefacenti, come pure alle seduzioni ideologiche degli errori di moda, fessure queste attraverso le quali il Maligno può facilmente penetrare ed alterare l’umana mentalità. Non è detto che ogni peccato sia direttamente dovuto ad azione diabolica (Cfr. S. TH. 1, 104, 3); ma è pur vero che chi non vigila con certo rigore morale sopra se stesso (Cfr. Matth. 12, 45; Eph. 6, 11) si espone all’influsso del mysterium iniquitatis, a cui San Paolo si riferisce (2 Thess. 2 , 3-12), e che rende problematica l’alternativa della nostra salvezza.
La nostra dottrina si fa incerta, oscurata com’è dalle tenebre stesse che circondano il Demonio. Ma la nostra curiosità, eccitata dalla certezza della sua esistenza molteplice, diventa legittima con due domande. Vi sono segni, e quali, della presenza dell’azione diabolica? e quali sono i mezzi di difesa contro così insidioso pericolo?

PRESENZA DELL'AZIONE DEL MALIGNO

La risposta alla prima domanda impone molta cautela, anche se i segni del Maligno sembrano talora farsi evidenti (Cfr. TERTULL. Apol. 23). Potremo supporre la sua sinistra azione là dove la negazione di Dio si fa radicale, sottile ed assurda, dove la menzogna si afferma ipocrita e potente, contro la verità evidente, dove l’amore è spento da un egoismo freddo e crudele, dove il nome di Cristo è impugnato con odio cosciente e ribelle (Cfr. 1 Cor. 16, 22; 12, 3), dove lo spirito del Vangelo è mistificato e smentito, dove la disperazione si afferma come l’ultima parola, ecc. Ma è diagnosi troppo ampia e difficile, che noi non osiamo ora approfondire e autenticare, non però priva per tutti di drammatico interesse, a cui anche la letteratura moderna ha dedicato pagine famose (Cfr. ad es. le opere di Bernanos, studiate da CH. MOELLER, Littér. du XXe siècle, I, p. 397 ss.; P. MACCHI, Il volto del male in Bernanos; cfr. poi Satan, Etudes Carmélitaines, Desclée de Br. 1948). Il problema del male rimane uno dei più grandi e permanenti problemi per lo spirito umano, anche dopo la vittoriosa risposta che vi dà Gesù Cristo. «Noi sappiamo, scrive l’Evangelista S. Giovanni, che siamo (nati) da Dio, e che tutto il mondo è posto sotto il maligno» (1 Io. 5, 19).

LA DIFESA DEL CRISTIANO

All’altra domanda: quale difesa, quale rimedio opporre alla azione del Demonio? la risposta è più facile a formularsi, anche se rimane difficile ad attuarsi. Potremmo dire: tutto ciò che ci difende dal peccato ci ripara per ciò stesso dall’invisibile nemico. La grazia è la difesa decisiva. L’innocenza assume un aspetto di fortezza. E poi ciascuno ricorda quanto la pedagogia apostolica abbia simboleggiato nell’armatura d’un soldato le virtù che possono rendere invulnerabile il cristiano (Cfr. Rom. 13, 1 2 ; Eph. 6, 11, 14, 17; 1 Thess. 5; 8). Il cristiano dev’essere militante; dev’essere vigilante e forte (1 Petr. 5, 8); e deve talvolta ricorrere a qualche esercizio ascetico speciale per allontanare certe incursioni diaboliche; Gesù lo insegna indicando il rimedio «nella preghiera e nel digiuno» (Marc. 9, 29). E l’Apostolo suggerisce la linea maestra da tenere: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci nel bene il male» (Rom. 12, 21; Matth. 13, 29).
Con la consapevolezza perciò delle presenti avversità in cui oggi le anime, la Chiesa, il mondo si trovano noi cercheremo di dare senso ed efficacia alla consueta invocazione della nostra principale orazione: «Padre nostro, . . . liberaci dal male!».

A tanto giovi anche la nostra Apostolica Benedizione.

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/audiences/1972/documents/hf_p-vi_aud_19721115_it.html

martedì 14 maggio 2013

Le similitudini che intercorrono tra Paolo VI e Papa Francesco (Piccolenote)

Riceviamo e con gratitudine pubblichiamo:

COMUNICATO STAMPA

 «Papa Francesco: figlio della speranza della Chiesa ambrosiana».

Un articolo apparso sul sito Piccolenote mette in evidenza le straordinarie similitudini tra Paolo VI e papa Francesco

 «Papa Francesco: figlio della speranza della Chiesa ambrosiana». Questo, il titolo di un articolo apparso oggi sul sito Piccolenote, a cura di Davide Malacaria, già redattore del mensile 30Giorni.

L’articolo mostra le similitudini che intercorrono tra Paolo VI e papa Francesco. Lo fa prendendo spunto dall’omelia pronunciata nell’agosto del 1968 da papa Montini durante una messa celebrata per i campesinos colombiani. «Voi, Figli carissimi, siete Cristo per noi. E Noi che abbiamo la formidabile sorte d’essere il Vicario di Cristo nel suo magistero della verità da Lui rivelata, e nel suo ministero pastorale nell’intera Chiesa cattolica» disse allora Paolo VI «Noi ci inchiniamo davanti a voi e vogliamo ravvisare Cristo in voi quasi redivivo e sofferente: non siamo venuti per avere le vostre filiali, e pur gradite e commoventi acclamazioni, ma siamo venuti per onorare Cristo in voi, per inchinarci perciò davanti a voi, e per dirvi che quell’amore… a Lui in voi, in voi stessi lo tributiamo. Noi vi amiamo!... Noi vi amiamo con un’affezione preferenziale; e con Noi vi ama, ricordatelo sempre, ricordatelo bene, la santa Chiesa cattolica».
Su Piccolenote, dunque, si legge: «Quante similitudini con quanto fa e dice papa Francesco: ricordando le parole di Montini, sembra di rivivere quel momento dello scorso marzo che ha commosso il mondo, quando il nuovo vescovo di Roma, appena eletto, si è inchinato davanti al popolo di Dio chiedendo di pregare il Signore per lui».
Il Pastore associato all’indigenza del proprio gregge, sottolinea Piccolenote - che ha «l’odore del gregge» - direbbe oggi papa Francesco; o l’«affezione preferenziale» per i poveri che unisce il cuore del buon pastore a quello degli “ultimi”.
«Rimandi che mettono in luce una prossimità profonda tra il papa figlio della tradizione ambrosiana e il nuovo papa venuto dalla Chiesa latinoamericana» continua il sito nato dallo spirito e dall’anima del mensile 30Giorni diretto da Giulio Andreotti fino a pochi mesi dalla morte. E ispirato dalla fede e dal genio spirituale di don Giacomo Tantardini, scomparso poco più di un anno fa.
«Non è un mistero che Giovanni Battista Montini, illustre figlio della Chiesa lombarda al quale Pio XII affidò la Cattedra di Ambrogio, ebbe sempre nel cuore la cristianità dell’America Latina» prosegue Piccolenote.
Ma le similitudini sono moltissime. Come l’esortazione di Paolo VI rivolta al Consiglio Generale della Pontificia Commissione per l’America Latina (1966) nella quale chiedeva ai membri dell’organismo vaticano di favorire lo «sviluppo delle intrinseche forze della Chiesa nell’America Latina… per rispondere a quella vocazione apostolica che la Divina Provvidenza chiaramente le assegna per le sorti future del Vangelo nel mondo». Parole che lette adesso, dopo l’elezione di papa Francesco, hanno il sapore di profezia.
E ancora: sempre nel solco dei gesti compiuti da Paolo VI, è denso di significato il fatto che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, sua santità Bartolomeo I, sia stato presente alla messa di inizio ministero petrino del nuovo vescovo di Roma, sulla scia dello storico incontro tra papa Montini e Atenagora del 1964. E nella stessa prospettiva può essere vista la recente visita di Tawadros II, capo della Chiesa ortodossa Copta d’Egitto, a papa Francesco, quarant’anni dopo lo storico incontro tra Paolo VI e Shenouda III.
Ma ce n’è ancora un altro di rimando. Quel viaggio apostolico in Colombia di Paolo VI si svolse nell’agosto del 1968: Montini volle metterlo in agenda subito dopo la conclusione dell’Anno della Fede, indetto nella festività dei santi Pietro e Paolo dell’anno precedente. E non sembra una scelta casuale quella di visitare il Sud America subito dopo la conclusione dell’Anno della Fede.
Oggi un papa latinoamericano ha il compito di portare a termine un altro Anno della Fede, quello proclamato da Benedetto XVI lo scorso ottobre (riprendendo, dopo quarantacinque anni, la felice intuizione di Paolo VI).
Da un anno della Fede all’altro, da un papa all’altro, nel solco di una successione apostolica che il Signore pone attraverso vie misteriose quanto provvidenziali. Così che il nuovo vescovo di Roma, figlio della Chiesa latinoamericana, appare allo stesso tempo figlio della speranza di quella Chiesa ambrosiana, della quale Montini fu eminente rappresentante.
Quel Montini che in un’omelia del 29 giugno 1972, durante la messa in occasione del IX anniversario della sua incoronazione, parlò del «fumo di Satana» che da qualche fessura era penetrato nella Chiesa. Fumo che, a quanto pare, non si è diradato, se papa Francesco, in un’omelia alla Casa Santa Marta del 30 aprile (una delle tante volte nelle quali ha parlato del diavolo) ha affermato: «Se vogliamo che il principe di questo mondo non prenda la Chiesa nelle sue mani, dobbiamo affidarla all’Unico che può vincere il principe di questo mondo».

sabato 11 maggio 2013

Preti del concilio. Come la riforma nella continuità si realizza nel ministero presbiterale (Marchetto)

Come la riforma nella continuità si realizza nel ministero presbiterale

Preti del concilio


di Agostino Marchetto


Il cardinale François Marty, nel suo Vatican ii. Les prêtres, formation, ministère et vie, già nel 1968 indicava con chiarezza come i due decreti conciliari riguardanti il sacerdozio -- Presbyterorum ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri e Optatam totius sulla formazione sacerdotale -- non possano venire letti separatamente.

I due decreti, scriveva il porporato francese, sono inseparabili «e l'insieme degli studi che si riferiscono più direttamente al primo valgono per la corretta comprensione del secondo.
Così il decreto sulla formazione sacerdotale ne sottolinea la finalità pastorale, ma è quello sul ministero e la vita dei preti che ci manifesta soprattutto il vero contenuto della pastorale, il suo orientamento essenzialmente missionario, la duplice dimensione teocentrica e antropocentrica, l'esigenza di presenza fra gli uomini [e le donne] che esso comporta, la maniera di nutrire e unificare tutta la vita del presbitero».
Una sottolineatura di cui è utile tenere conto se si vuole comprendere il tema della riforma (o del rinnovamento) nella continuità dell'unico soggetto Chiesa indicata da Benedetto XVI come la corretta ermeneutica conciliare, nel famoso discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005.
In questo senso, è anche importante soffermarsi su quanto è scritto nel proemio di Presbyterorum ordinis: «Più di una volta questo sacro sinodo ha ricordato a tutti l'alta dignità dell'ordine dei presbiteri. Ma poiché questo ordine ha un compito estremamente importante e sempre più arduo da svolgere nell'ambito del rinnovamento della Chiesa di Cristo, è parsa di sommo interesse una trattazione più completa e più approfondita sui presbiteri».
Per comprendere chi sono i presbiteri bisogna quindi mantenere gli occhi fissi su Cristo, mediatore unico. Essi sono, infatti, i ministri di Cristo Capo, servitori del Popolo di Dio, ministri nella Chiesa (cfr. Presbyterorum ordinis, 1), cooperatori dell'ordine episcopale (cfr. Presbyterorum ordinis, 2, 4, 5, 7, 14, 15). Da ciò nasce anche la necessità di una comunione che è definita gerarchica. Un aggettivo, quest'ultimo, che non è più usato anche quando si parla della Chiesa-comunione, concetto e mistero-chiave nella visione conciliare, come risulta dall'ermeneutica che ci fu proposta dal Sinodo dei vescovi del 1985, convocato appunto in occasione del ventesimo anniversario della conclusione del Vaticano II. In effetti, però, solo con tale qualifica si possono mettere insieme il primo e il secondo millennio di vita della Chiesa cattolica. E il termine appare anche altrove e pure nella Nota explicativa praevia al terzo capitolo della Lumen gentium che riuscì a creare finalmente la quasi unanimità tra i padri conciliari anche sul tema dibattuto della collegialità.
Un altro punto di riforma (o rinnovamento) nella continuità, nel contesto del primo ufficio presbiterale, quello dell'annuncio del Vangelo (finalità dello stesso Vaticano II), è l'attenzione stabilita per la Chiesa particolare (locale) e universale, a un tempo, legata pure alla questione della incardinazione. Qui ci troviamo davanti a un'altra caratteristica del concilio, proprio nella linea della riforma nella continuità, e cioè dell'et-et, congiunzione eminentemente cattolica, che conferma appunto quella continuità dell'unico soggetto Chiesa a cui ci riferiamo nella corretta ermeneutica conciliare che non è di rottura e discontinuità. Nella stessa linea penso vada il riflesso su Presbyterorum ordinis della rivalutazione conciliare dei rapporti diciamo Chiesa-mondo contemporaneo. I presbiteri non sono dei separati perché devono «vivere con gli altri uomini come fratelli» (n. 3), ma per il celibato (n. 16), la povertà volontaria (n. 17) e l'obbedienza, basata sull'umiltà (n. 15) non sono del mondo (cfr. Giovanni, 17, 14-16, Presbyterorum ordinis, 17).
Da rilevare è pure che essi, i presbiteri, formano il “presbiterio”, un corpo, un ordo sacerdotale attorno al vescovo. Un altro punto di rilievo è poi il fatto che Presbyterorum ordinis mostra, sì, con chiarezza un ministero presbiteriale interamente ordinato all'evangelizzazione, ma che scaturisce e trova il suo compimento nella celebrazione del sacrificio di Cristo. Vi è qui (al n. 2) il legame inscindibile tra consacrazione e missione e pure, come si può costatare, la presenza di quel et-et. In questo senso, si può pertanto rilevare come il dinamismo pastorale del decreto risolverebbe anche la questione della frammentarietà quotidiana della vita dei presbiteri che troveranno in esso non solo l'unità e l'armonia nel loro agire, ma anche la santificazione. Si tratta di «carità pastorale» che ha la sua fonte anzitutto (da ciò, al n. 13, la viva raccomandazione della messa quotidiana) nel sacrificio eucaristico, centro e radice di tutta la vita dei presbiteri, la cui celebrazione dev'essere sempre più messa a fuoco nella preghiera (n. 5), con menzione anche all'Ufficio divino (nn. 5 e 13).
È interessante adesso notare come il decreto Optatam totius corrisponda ai capisaldi segnalati per Presbyterorum ordinis. Sottolineerei anzitutto «la funzione ecclesiale d'iniziazione al ministero», richiamando qui una convinzione profonda di Romano Guardini: «La scelta cristiana non viene propriamente compiuta riguardo alla concezione di Dio e nemmeno alla figura di Cristo, bensì riguardo alla Chiesa. Un'autentica efficacia è possibile soltanto in unione con essa. Ciò che può convincere l'uomo moderno non è un cristianesimo modernizzato in senso storico o psicologico o in qualsivoglia altro modo, ma soltanto l'annuncio senza limiti e interruzioni della rivelazione. Naturalmente è poi compito di chi insegna porre questo annuncio in relazione ai problemi e alle necessità del nostro tempo. Ciò che l'uomo contemporaneo desidera udire è il totale e puro annuncio cristiano. Forse risponderà negativamente all'annuncio, ma almeno sa di che cosa si tratta».
Questo va nella linea dell'edificazione di una Chiesa missionaria. In effetti gli aspiranti al sacerdozio contribuiscono a rinnovare la Chiesa nel suo slancio missionario introducendo al centro della sua vita un'aria di esigenze nuove. È un dato spirituale di cui bisogna trovare le componenti psicosociologiche e storiche. Si può dunque dire, a quest'ultimo riguardo, che le ragioni della entrata in seminario maggiore sono per lo più missionarie, corrispondono cioè all'ideale di sacerdote di Presbyterorum ordinis e che la funzione ecclesiale d'«iniziare all'ordine offre una possibilità permanente di rinnovarsi nella coscienza della sua missione».
Quali le condizioni per l'esercizio di questa funzione ecclesiale? Émile Marcus sintetizza così: «Il sacramento dell'ordine aggrega all'ordine dei ministri, a titolo di cooperatori dei vescovi, per il servizio del Popolo di Dio in crescita. Tale servizio è suscettibile di assumere dei volti diversi, tenuto conto delle condizioni nelle quali si esercita, in particolare per quanto concerne i rapporti Chiesa - mondo». Ma la vita dei presbiteri deve unificarsi nella carità pastorale in riferimento a Cristo pastore, concretamente soprattutto nella rettitudine delle sue relazioni con i diversi “prossimi” che risultano, dallo stesso Optatam totius, alla luce dei cerchi di dialogo indicati dall'Ecclesiam suam.
La formazione dovrà quindi essere a carattere pastorale, ma accettare al tempo stesso che siano apertamente poste le questioni più fondamentali sulla fede in un percorso che tocchi l'insieme del mistero cristiano, nel primo ciclo degli studi. In questo senso varrà dare un equipaggiamento piuttosto che un bagaglio, un metodo di lavoro. In genere però i preti trovano abbastanza difficoltà nell'impegno intellettuale. L'invenzione (creatività) pastorale, poi, dimensione della carità pastorale, non può che realizzarsi “nella Chiesa”. Essa ha delle norme alle quali i seminaristi devono imparare a sottomettersi. Ne segnalo due fra le più importanti, e cioè l'agire in unione con gli altri membri del presbyterium del vescovo e la lucidità teologica. Né la struttura gerarchica della Chiesa, né quella collegiale permettono d'inventare da soli. Il progredire della pastorale suppone un confronto permanente dei membri del presbyterium sotto la presidenza del vescovo (nel fedele ossequio all'autorità del vescovo dice Optatam totius, 4). Per quanto riguarda la lucidità teologica cito ancora Marcus su un tema a me caro: la continuità nella tradizione vivente della Chiesa. Egli attesta: «È particolarmente urgente educare a questa lucidità [teologica] nella necessità in cui ci troviamo, in tempi di cambiamenti, di render conto dell'unità della Tradizione vivente della Chiesa. Si preverrebbero [dunque] delle difficoltà [per dei fedeli spaesati] se si mostrasse in che [e come] la Chiesa, attraverso discipline che evolvono, mette in opera il mistero della salvezza. Allora anche quando i pastori fanno prova di spirito creativo, devono render conto di questa continuità: un solo Corpo di Cristo che cresce lungo lo scorrere dei secoli».
A tale proposito, anche nel decreto Optatam totius si possono individuare alcuni punti in cui è presente quel et-et che abbiamo già visto in Presbyterorum ordinis. E questo fin dal proemio in cui riaffermando «le leggi già collaudate dall'esperienza dei secoli», si ingiunge di inserire «elementi nuovi rispondenti al tenore dei decreti e delle costituzioni conciliari e alle mutate condizioni dei tempi». È il segno della riforma nella continuità che è il filo rosso della nostra ricerca e che mette anche insieme i principi di formazione sacerdotale applicabile a tutti i Paesi, l'universale dunque (presente al n. 20), e l'adattamento alle necessità pastorali delle varie regioni (nn. 1 e 2), perciò il locale.
Ciò vale pure per l'opera che favorisce le vocazioni sacerdotali per la quale il decreto in primo luogo raccomanda i mezzi «tradizionali di comune cooperazione, nonché una istruzione cristiana anche con i vari mezzi di comunicazione sociale» (Optatam totius, 2). Il discorso dell'adattamento è ripreso altresì, in relazione ai seminari minori, per quanto riguarda la direzione spirituale e quella dei superiori per i quali si richiamano «le norme di una sana psicologia» (Optatam totius, 3). Il decreto prosegue così al n. 6: «Con vigile cura, proporzionata all'età dei singoli (…) si indaghi sulla retta intenzione e la libera volontà dei candidati, sulla loro idoneità spirituale, morale e intellettuale, sulla necessaria salute fisica e psichica, considerando anche le eventuali inclinazioni ereditarie. Si ponderi altresì la capacità dei candidati a sopportare gli oneri sacerdotali e ad esercitare i doveri pastorali».
Lo stesso spirito del mettere insieme nova et vetera troviamo nell'auspicata formazione spirituale di cui al n. 8, nel quale si incoraggiano «gli esercizi di pietà raccomandati dalla veneranda tradizione della Chiesa, ma si eviterà che la formazione spirituale consista solo in questi esercizi, né si diriga al solo sentimento religioso. Gli alunni imparino piuttosto a vivere secondo il Vangelo, a radicarsi nella fede, nella speranza e nella carità in modo che attraverso di queste virtù possano acquistare lo spirito di preghiera, ottengano forza e difesa per la loro vocazione, rinvigoriscano le altre virtù e crescano nello zelo di guadagnare tutti gli uomini a Cristo».
In questo contesto osserviamo che tutto il n. 10 è dedicato alla «tradizione venerabile» del celibato sacerdotale per il regno dei cieli. Vi è qui un unicum, rispetto a tutti i testi conciliari, che desidero notare, vale a dire «la superiorità della verginità consacrata a Cristo» in relazione al matrimonio cristiano. Pure il n. 11 congiunge nova et vetera nell'invito a osservare scrupolosamente (nel contesto del dominio di sé, della disciplina, della maturità) «le norme della educazione cristiana, convenientemente perfezionate coi dati recenti della sana psicologia e pedagogia».
Al n. 16 è introdotto altresì l'aspetto ecumenico e pure un altro unicum, nel contesto della conoscenza delle altre religioni, e cioè la finalità del «riconoscere quel che per disposizione di Dio, vi è in esse di buono e di vero», ma con l'aggiunta «imparino a confutare gli errori, e siano in grado di comunicarne la pienezza della verità a coloro che non la possiedono». Imparino a confutare gli errori è un unicum.
La conclusione del decreto ritorna a mettere insieme Tradizione e riforma o rinnovamento, così: «I Padri di questo sacro concilio, proseguendo l'opera iniziata dal concilio Tridentino, mentre con fiducia affidano ai superiori e maestri dei seminari il compito di formare i futuri sacerdoti di Cristo secondo lo spirito di rinnovamento promosso dal concilio stesso, esortano vivamente coloro che si preparano al ministero sacerdotale, affinché abbiano piena consapevolezza che la speranza della Chiesa e la salvezza delle anime sono affidate in mano loro». Cioè nelle mani dei seminaristi.
Una conferma, infine, della giustezza del nostro parlare di riforma nella continuità la si può trovare consultando le note di Optatam totius, dove la citazione di Pio XII è prevalente. Non è caratteristica di questo solo documento poiché il predecessore di Giovanni XXIII è l'autore più citato nei testi conciliari, dopo le Sacre Scritture. È un ulteriore elemento atto a sgonfiare il mito della novità in pur ben noti interpreti del concilio, come se esso fosse vero e ricevibile solo nei suoi aspetti di novità. Giustamente oggi, poco a poco, le cose si stanno riequilibrando nella ricerca di una storia conciliare veritiera e di una corretta ermeneutica per una giusta ricezione del concilio ecumenico Vaticano II.

(©L'Osservatore Romano 10-11 maggio 2013)

lunedì 29 aprile 2013

Festa di Santa Caterina da Siena, l'"illetterata" che indicò ai Papi la strada di Dio (Radio Vaticana)

Festa di Santa Caterina da Siena, l'"illetterata" che indicò ai Papi la strada di Dio

Come ogni 29 aprile, la Chiesa celebra la Festa di Caterina da Siena, Compatrona d’Europa e d’Italia. La sua storia è esemplare di come il dono della sapienza di Dio possa compiere prodigi anche senza il talento del sapere umano, al punto che Paolo VI volle insignire la Santa senese del titolo di "Dottore della Chiesa”. Il servizio Alessandro De Carolis: 

Anche solo osservare il modo in cui si prega può rovesciare una convinzione ferrea nel suo opposto. È quel che accade al papà di Caterina da Siena, Japoco Benincasa. Quella figlia carina, in età da marito, di mariti non vuole saperne e a soli 12 anni si è quasi barricata in casa pur di non recedere da quello che davvero gli fa battere il cuore: donarsi a Dio. I tentativi di convincerla non hanno sortito effetti, ma poi, un giorno, quel padre – forse innervosito da tanta testardaggine – sorprende la figlia in preghiera nella sua stanza e ciò che vede, quel modo della figlia di raccogliersi, di vedere con gli occhi dell’anima lo Sposo che veramente ama, lo convince. La determinazione della ragazza ha avuto la meglio e per lei si spalancano le porte del convento, a 16 anni è tra le Mantellate di San Domenico. 

Questa “vittoria” è rivelatrice di ciò che Caterina Benincasa – semianalfabeta che detterà per i Papi lettere di inaudita sapienza cristiana – sarà capace di fare di lì a un decennio. Intanto, la sua è una missione che fin da subito si “sporca” le mani con i reietti della società medievale, lebbrosi o malati di una delle troppe pestilenze che tormentano l’epoca, tutti curati da Caterina con affetto e coraggio. Poi, giacché come sempre accade ogni esempio attira imitatori, una “Bella brigata” si coagula attorno per aiutare e sostenere quella giovane che legge e scrivere a malapena, ma sembra che Dio stesso parli e scriva attraverso di lei. A toccare con mano questo prodigio di dottrina e discernimento sono via via poveri o nobili o politici bellicosi – dissuasi dalle armi con un imperativo “Io voglio!” scandito in nome di Dio. I consigli spirituali di Caterina sono acuti e appropriati per ciascuno e arrivano a “dettare” il giusto comportamento anche al Papa, con un’autorevolezza straordinaria: quando l’assenza del Pontefice da Roma si fa insostenibile – Gregorio XI in quel momento era ad Avignone – la ragazza "insipiente" divenuta religiosa in odore di santità indirizza al “dolce Cristo in terra” espressioni di fuoco – “Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo” sono le sue parole – quindi parte per la Francia per portarlo con sé a Roma.

Ma non c’è solo luce nella trama della vita di Caterina. Il filo dell’ordito è fatto di tribolazioni di ogni tipo – anche una verifica da parte del suo Ordine risolta in modo positivo – ma niente fiacca la fibra interiore della senese, anche se il corpo si spegne a soli 33 anni, poco prima di mezzogiorno della domenica dopo l’Ascensione, il 29 aprile 1380. A Roma, dove si trova, Caterina chiude gli occhi sussurrando le identiche parole di Gesù sulla croce: “Padre, nelle tue mani raccomando l’anima e lo spirito mio”. Per la sua eccezionale, per l’epoca, apertura “europea”, Giovanni Paolo II proclama Caterina da Siena “Compatrona d’Europa” nel 1999. 
Ricordandola in una udienza generale del 2010, Benedetto XVI affermò in proposito: “Il Vecchio Continente non dimentichi mai le radici cristiane che sono alla base del suo cammino e continui ad attingere dal Vangelo i valori fondamentali che assicurano la giustizia e la concordia”.

Radio Vaticana