PAPA: GIOVANNI XXIII E GIOVANNI PAOLO II SARANNO SANTI INSIEME
(AGI) – CdV, 5 lug.
(di Salvatore Izzo)
L'8 dicembre prossimo (o comunque entro l'anno) la Chiesa Cattolica vivra' una giornata straordinaria: Papa Francesco proclamera' santi due grandi Pontefici dell'epoca contemporanea, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. E cio' avverra' con con un'unica cerimonia (alla quale e' presumibile che possa assistere anche Benedetto XVI, riapparso oggi per la prima volta in pubblico e per di piu' accanto al successore). Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha spiegato che Francesco "ha approvato il miracolo, attribuito all'intercessione del Beato Giovanni Paolo II e ha dispensato Giovanni XXIII dal processo relativo a un secondo miracolo, sulla base del fatto che e' cosi' radicata e diffusa la fama della santita' di Roncalli: a Sotto il Monte, ad esempio, nella casa natale, una stanza intera e' colma di fiocchi rosa e azzurri inviati da coppie ritenute sterili che hanno avuto la gioia di un figlio dopo aver invocato il Papa Buono. "Si e' seguita una procedura semplificata – ha spiegato il portavoce - che pero' arriva in porto secondo la volonta' del Papa", che "ha il potere dal dispensare una causa dal secondo miracolo".
E c'e' tutta la generosita' pastorale di Papa Francesco in questa decisione, assunta con tranquillita' perche' se e' vero che non esistono dubbi sulla guarigione della signora del Costa Rica, Floribhet Mora, inspiegabilmente risanata per intercessione di Giovanni Paolo II da una emorragia cerebrale il primo maggio 2011, giorno della beatificazione di Karol Wojtyla (una circostanza che e' all'origine di numerose conversioni tra i testimoni del fatto) e' altrettanto vero che sono centinaia le grazie attribuite a Giovanni XXIII dopo il miracolo che ha portato alla beatificazione del 2000: la grazia concessa a suor Caterina Capitani guarita inspiegabilmente il 25 maggio 1966 dalle conseguenze di una grave emorragia dopo che, oltre un anno prima, era stata sottoposta ad una resezione gastrica quasi totale. Anche all'inizio del percorso della canonizzazione di Giovanni Paolo II c'e' del resto una "dispensa" concessa da Benedetto XVI grazie alla quale si e' potuta avviare la causa senza aspettare i 5 anni necessari secondo il Diritto Canonico. Ma per tutto il resto dell'iter che porta Giovanni Paolo II alla canonizzazione, come ricordato alla Radio Vaticana dal postulatore Slawomir Oder, si e' seguito scrupolosamente quanto stabilito dalle norme, come preteso da Ratzinger che non ha voluto imboccare scorciatoie per accontentare la richiesta del popolo di dichiarare il predecessore "Santo subito".
Francesco e Benedetto sembrano del resto davvero in grande sintonia, come dimostra l'Enciclica "Lumen fidei" scritta "a quattro mani" e pubblicata oggi. In essa c'e' una sintesi perfetta delle due personalita' e sensibilita': "Amore e verita' non si possono separare: senza amore, la verita' diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona", si legge nel testo. E l'impressione di un’elaborazione comune è forte specialmente quando l'Enciclica, con un linguaggio davvero poetico, assicura che la luce della fede puo' davvero illuminare l'amore di coppia e la societa'. "Un amore falso non supera la prova del tempo. Promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno piu' grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l'intero futuro alla persona amata”, spiega il testo dopo aver ricordato che "il matrimonio uomo-donna genera la vita e la fede". Un'affermazione – quella sul matrimonio - che va letta pero' insieme a quest'altra: “il credente non e' arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, piu' che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti".
© Copyright (AGI)
Visualizzazione post con etichetta giovanni xxiii. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giovanni xxiii. Mostra tutti i post
sabato 6 luglio 2013
Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II saranno santi. Diventeranno beati Del Portillo, Lazzati e madre Speranza (Izzo)
PAPA: GIOVANNI XXIII E GIOVANNI PAOLO II SARANNO SANTI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 5 lug.
Papa Francesco ha firmato oggi i decreti per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II che saranno proclamati santi entrambi. Francesco infatti, ha comunicato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, "ha approvato il miracolo, attribuito all'intercessione del Beato Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), Sommo Pontefice; nato a Wadowice (Polonia) il 18 maggio 1920 e morto a Roma il 2 aprile 2005; ha approvato, infine, i voti favorevoli della Sessione Ordinaria dei Padri Cardinali e Vescovi circa la canonizzazione del Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) e ha deciso di convocare un Concistoro, che riguardera' anche la canonizzazione del Beato Giovanni Paolo II".
Papa Francesco ha dunque "dispensato" il suo predecessore Roncalli dal processo relativo a un secondo miracolo dopo quello che gli guadagno' la beatificazione nel 2000. Si tratta di una possibilita' che compete al Pontefice, e della quale si era avvalso anche Benedetto XVI per Ildegarda di Bingen. Quanto alla data delle canonizzazioni, Papa Francesco la annuncera' personalmente in un Concistoro che si terra' nei prossimi giorni. "Verosimilmente si trattera' di un'unica cerimonia e si terra' entro l'anno", ha detto da parte sua padre Lombardi. La data che in queste ore circola con insistenza - ma della quale non viene data conferma - e' quella dell'8 dicembre".
Il miracolo attribuito a Giovanni Paolo II riguarda la guarigione di una signora del Costa Rica, Floribhet Mora. Come e' ormai noto, l'episodio inspiegabile per la scienza avvenne la sera stessa del primo maggio 2011, il giorno nel quale Giovanni Paolo II fu proclamato Beato. Proprio quel giorno, infatti, una donna irrimediabilmente malata lo prego' e fu guarita. La signora era stata colpita da una grave lesione cerebrale. Grazie all'intercessione del Beato Giovanni Paolo II l'intera famiglia della donna avrebbe ritrovato la fede: quasi un doppio miracolo. Tanto che in Vaticano si parla dell'episodio come di qualcosa che non appena sara' conosciuto nei dettagli stupira' il mondo, un evento davvero prodigioso.
Quanto alla dispensa concessa a Giovanni XXIII, per il quale "non c'e' un decreto sul miracolo", Lombardi ha sottolineato che "c'e' una volonta' presentata dalla congregazione delle Cause dei santi, e accolta dal Papa, di arrivare alla canonizzazione anche senza un secondo miracolo, una procedura semplificata che pero' arriva in porto secondo la volonta' del Papa". Il Pontefice, infatti, "ha il potere dal dispensare una causa dal secondo miracolo". Papa Giovanni stesso, nel 1960, ricorse a questa facolta' canonizzando un santo a lui caro, Gregorio Barbarigo che era stato vescovo della sua Bergamo alla fine del '600. Secondo il postulatore della causa, il francescano fra Giovangiuseppe Califano, la decisione "e' il segno che il ricordo di Papa Giovanni e' sempre vivo in tutto il mondo. Anche se non viaggio' mai Oltreoceano, sappiamo che spesso invio' radiomessaggi ai Paesi dell'America Latina, si interesso' dei problemi di quelle genti grazie anche ai missionari e alle nunziature. E poi sicuramente ci furono contatti con la presidenza degli Stati Uniti, testimoniata anche dal fatto che Giovanni ricevette fra gli altri la moglie di Kennedy, Jacqueline, e il presidente Lyndon Johnson. Torniamo al miracolo atteso dal Beato Papa Giovanni". Inoltre di miracoli Giovanni XXIII ne ha fatti moltissimi (oltre a quello riconosciuto, che salvo' la vita, il 25 maggio 1966 a suor Caterina Capitani guarita inspiegabilmente dalle conseguenze di una grave emorragia, avvenuta dopo che, oltre un anno prima, era stata sottoposta ad una resezione gastrica quasi totale). A Sotto il Monte, ad esempio, c'e' una stanza della casa natale di Angelo Giuseppe Roncalli dove i Padri del Pime custodiscono centinaia di fiocchi rosa e azzurri. Sono anche questi ex voto lasciati da genitori che ringraziano il Papa per aver ottenuto la grazia di aver avuto un figlio. E magari si tratta di casi di madri sterili o comunque di fatti che andrebbero analizzati. Anche qui ci puo' essere stato il miracolo.
© Copyright (AGI)
PAPA: SARANNO BEATI DEL PORTILLO, LAZZATI E MADRE SPERANZA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 5 lug.
Papa Francesco ha approvato oggi i decreti relativi a miracoli attribuiti al primo successore di Escriva' alla guida dell'Opus Dei, il vescovo Alvaro del Portillo, e a Madre Speranza, la spagnola suor Maria Giuseppa Alhama Valera, fondatrice delle Congregazioni delle Ancelle dell'Amore Misericordioso e dei Figli dell'Amore Misericordioso, morta a Collavalenza nel 1983. Il Papa ha approvato oggi anche un decreto che riconosce le virtu' eroiche del Servo di Dio Giuseppe Lazzati, laico consacrato e rettore dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore, nato a Milano il 22 giugno 1909 e ivi morto il 18 maggio 1986.
Chiaramente, come ha sottolineato il portavoce padre Federico Lombardi, a Lazzati per essere beato manca ancora il miracolo. Tuttavia appare molto significativa la coincidenza temporale del decreto con quello sul miracolo attribuito a monsignor del Portillo, storico capo dell'Opus Dei. La visione del laicato di Giuseppe Lazzati e' infatti considerata molto diversa da quella di San Jose' Maria Escriva', il fondatore dell'Opus, e di don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione. Una ventina d'anni fa il cardinale Carlo Maria Martini dovette ad esempio dirimere una lite canonica che divideva i discepoli di Giussani da quelli di Lazzati che ritenevano il loro ispiratore diffamato da articoli sul mensile ciellino "30Giorni". Altri decreti firmati oggi da Papa Francesco riguardano invece il martirio di Giuseppe Guardiet y Pujol, sacerdote diocesano; nato a Manlleu (Spagna) il 21 maggio 1879 e ucciso in odio alla Fede in Spagna il 3 agosto 1936 e quello dei Fatebenefratelli spagnoli Maurizio Iniguez de Heredia e 23 Compagni, uccisi in odio alla Fede in Spagna tra il 1936 e il 1937, del vescovo Fortunato Velasco Tobar e 13 Compagni, della Congregazione della Missione, uccisi in odio alla Fede in Spagna tra il 1934 e il 1936 e infine suore Francescane Missionarie della Madre del Divin Pastore Maria Assunta (al secolo: Giuliana Gonzalez Trujillano) e 2 Compagne, uccise in odio alla Fede in Spagna nel 1936.
Inoltre Papa Francesco ha approvato oggi le virtu' eroiche del Servo di Dio Nicola D'Onofrio, chierico professo dell'Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi (Camilliani); nato a Villamagna (Italia) il 24 marzo 1943 e morto a Roma il 12 giugno 1964; le virtu' eroiche del Servo di Dio Bernardo Filippo (al secolo: Giovanni Fromental Cayroche), fratello professo dell'Istituto delle Scuole Cristiane, Fondatore delle Hermanas Guadalupanas de La Salle; nato a Chauvets-Servieres (Francia) il 27 giugno 1895 e morto a Citta' del Messico (Messico) il 5 dicembre 1978, le virtu' eroiche della Serva di Dio Maria Isabella della Ss.ma Trinita' (al secolo: Maria Isabella Picao Caldeira vedova Carneiro), Fondatrice delle Congregazione delle Suore Concezioniste, nata a Monte do Torrao (Portogallo) il primo febbraio 1889 e morta a Lisbona (Portogallo) il 3 luglio 1962, e le virtu' eroiche della Serva di Dio Maria Carmen Rendiles Martinez, Fondatrice delle Ancelle di Gesu', chiamate Siervas de Jesus de Venezuela; nata a Caracas (Venezuela) l'11 agosto 1903 e ivi morta il 9 maggio 1977.
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 5 lug.
Papa Francesco ha firmato oggi i decreti per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II che saranno proclamati santi entrambi. Francesco infatti, ha comunicato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, "ha approvato il miracolo, attribuito all'intercessione del Beato Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), Sommo Pontefice; nato a Wadowice (Polonia) il 18 maggio 1920 e morto a Roma il 2 aprile 2005; ha approvato, infine, i voti favorevoli della Sessione Ordinaria dei Padri Cardinali e Vescovi circa la canonizzazione del Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) e ha deciso di convocare un Concistoro, che riguardera' anche la canonizzazione del Beato Giovanni Paolo II".
Papa Francesco ha dunque "dispensato" il suo predecessore Roncalli dal processo relativo a un secondo miracolo dopo quello che gli guadagno' la beatificazione nel 2000. Si tratta di una possibilita' che compete al Pontefice, e della quale si era avvalso anche Benedetto XVI per Ildegarda di Bingen. Quanto alla data delle canonizzazioni, Papa Francesco la annuncera' personalmente in un Concistoro che si terra' nei prossimi giorni. "Verosimilmente si trattera' di un'unica cerimonia e si terra' entro l'anno", ha detto da parte sua padre Lombardi. La data che in queste ore circola con insistenza - ma della quale non viene data conferma - e' quella dell'8 dicembre".
Il miracolo attribuito a Giovanni Paolo II riguarda la guarigione di una signora del Costa Rica, Floribhet Mora. Come e' ormai noto, l'episodio inspiegabile per la scienza avvenne la sera stessa del primo maggio 2011, il giorno nel quale Giovanni Paolo II fu proclamato Beato. Proprio quel giorno, infatti, una donna irrimediabilmente malata lo prego' e fu guarita. La signora era stata colpita da una grave lesione cerebrale. Grazie all'intercessione del Beato Giovanni Paolo II l'intera famiglia della donna avrebbe ritrovato la fede: quasi un doppio miracolo. Tanto che in Vaticano si parla dell'episodio come di qualcosa che non appena sara' conosciuto nei dettagli stupira' il mondo, un evento davvero prodigioso.
Quanto alla dispensa concessa a Giovanni XXIII, per il quale "non c'e' un decreto sul miracolo", Lombardi ha sottolineato che "c'e' una volonta' presentata dalla congregazione delle Cause dei santi, e accolta dal Papa, di arrivare alla canonizzazione anche senza un secondo miracolo, una procedura semplificata che pero' arriva in porto secondo la volonta' del Papa". Il Pontefice, infatti, "ha il potere dal dispensare una causa dal secondo miracolo". Papa Giovanni stesso, nel 1960, ricorse a questa facolta' canonizzando un santo a lui caro, Gregorio Barbarigo che era stato vescovo della sua Bergamo alla fine del '600. Secondo il postulatore della causa, il francescano fra Giovangiuseppe Califano, la decisione "e' il segno che il ricordo di Papa Giovanni e' sempre vivo in tutto il mondo. Anche se non viaggio' mai Oltreoceano, sappiamo che spesso invio' radiomessaggi ai Paesi dell'America Latina, si interesso' dei problemi di quelle genti grazie anche ai missionari e alle nunziature. E poi sicuramente ci furono contatti con la presidenza degli Stati Uniti, testimoniata anche dal fatto che Giovanni ricevette fra gli altri la moglie di Kennedy, Jacqueline, e il presidente Lyndon Johnson. Torniamo al miracolo atteso dal Beato Papa Giovanni". Inoltre di miracoli Giovanni XXIII ne ha fatti moltissimi (oltre a quello riconosciuto, che salvo' la vita, il 25 maggio 1966 a suor Caterina Capitani guarita inspiegabilmente dalle conseguenze di una grave emorragia, avvenuta dopo che, oltre un anno prima, era stata sottoposta ad una resezione gastrica quasi totale). A Sotto il Monte, ad esempio, c'e' una stanza della casa natale di Angelo Giuseppe Roncalli dove i Padri del Pime custodiscono centinaia di fiocchi rosa e azzurri. Sono anche questi ex voto lasciati da genitori che ringraziano il Papa per aver ottenuto la grazia di aver avuto un figlio. E magari si tratta di casi di madri sterili o comunque di fatti che andrebbero analizzati. Anche qui ci puo' essere stato il miracolo.
© Copyright (AGI)
PAPA: SARANNO BEATI DEL PORTILLO, LAZZATI E MADRE SPERANZA
Salvatore Izzo
Papa Francesco ha approvato oggi i decreti relativi a miracoli attribuiti al primo successore di Escriva' alla guida dell'Opus Dei, il vescovo Alvaro del Portillo, e a Madre Speranza, la spagnola suor Maria Giuseppa Alhama Valera, fondatrice delle Congregazioni delle Ancelle dell'Amore Misericordioso e dei Figli dell'Amore Misericordioso, morta a Collavalenza nel 1983. Il Papa ha approvato oggi anche un decreto che riconosce le virtu' eroiche del Servo di Dio Giuseppe Lazzati, laico consacrato e rettore dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore, nato a Milano il 22 giugno 1909 e ivi morto il 18 maggio 1986.
Chiaramente, come ha sottolineato il portavoce padre Federico Lombardi, a Lazzati per essere beato manca ancora il miracolo. Tuttavia appare molto significativa la coincidenza temporale del decreto con quello sul miracolo attribuito a monsignor del Portillo, storico capo dell'Opus Dei. La visione del laicato di Giuseppe Lazzati e' infatti considerata molto diversa da quella di San Jose' Maria Escriva', il fondatore dell'Opus, e di don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione. Una ventina d'anni fa il cardinale Carlo Maria Martini dovette ad esempio dirimere una lite canonica che divideva i discepoli di Giussani da quelli di Lazzati che ritenevano il loro ispiratore diffamato da articoli sul mensile ciellino "30Giorni". Altri decreti firmati oggi da Papa Francesco riguardano invece il martirio di Giuseppe Guardiet y Pujol, sacerdote diocesano; nato a Manlleu (Spagna) il 21 maggio 1879 e ucciso in odio alla Fede in Spagna il 3 agosto 1936 e quello dei Fatebenefratelli spagnoli Maurizio Iniguez de Heredia e 23 Compagni, uccisi in odio alla Fede in Spagna tra il 1936 e il 1937, del vescovo Fortunato Velasco Tobar e 13 Compagni, della Congregazione della Missione, uccisi in odio alla Fede in Spagna tra il 1934 e il 1936 e infine suore Francescane Missionarie della Madre del Divin Pastore Maria Assunta (al secolo: Giuliana Gonzalez Trujillano) e 2 Compagne, uccise in odio alla Fede in Spagna nel 1936.
Inoltre Papa Francesco ha approvato oggi le virtu' eroiche del Servo di Dio Nicola D'Onofrio, chierico professo dell'Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi (Camilliani); nato a Villamagna (Italia) il 24 marzo 1943 e morto a Roma il 12 giugno 1964; le virtu' eroiche del Servo di Dio Bernardo Filippo (al secolo: Giovanni Fromental Cayroche), fratello professo dell'Istituto delle Scuole Cristiane, Fondatore delle Hermanas Guadalupanas de La Salle; nato a Chauvets-Servieres (Francia) il 27 giugno 1895 e morto a Citta' del Messico (Messico) il 5 dicembre 1978, le virtu' eroiche della Serva di Dio Maria Isabella della Ss.ma Trinita' (al secolo: Maria Isabella Picao Caldeira vedova Carneiro), Fondatrice delle Congregazione delle Suore Concezioniste, nata a Monte do Torrao (Portogallo) il primo febbraio 1889 e morta a Lisbona (Portogallo) il 3 luglio 1962, e le virtu' eroiche della Serva di Dio Maria Carmen Rendiles Martinez, Fondatrice delle Ancelle di Gesu', chiamate Siervas de Jesus de Venezuela; nata a Caracas (Venezuela) l'11 agosto 1903 e ivi morta il 9 maggio 1977.
© Copyright (AGI)
venerdì 5 luglio 2013
Vaticano, la giornata dei "quattro Papi" (Izzo)
VATICANO, LA GIORNATA "DEI QUATTRO PAPI"
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 5 lug.
Un susseguirsi di "colpi di teatro" ha caratterizzato questo giovedi' 4 luglio in Vaticano, che potrebbe essere definito "La Giornata dei quattro Papi". Il primo episodio e' il piu' inatteso, un vero scoop per i fotografi: questa mattina poco dopo le 8, Papa Francesco e il Papa Emerito Benedetto XVI hanno partecipato insieme alla benedizione della statua di San Michele Arcangelo davanti al Governatorato Vaticano. E' in assoluto la prima volta dal 28 febbraio 2013 che Papa Benedetto compare in pubblico e lo ha fatto accanto al successore. I due si sono abbracciati con affetto e sono rimasti vicini per tutta la cerimonia, durante la quale Francesco lo ha ringraziato.
E nel discorso, mentre Benedetto assentiva, il Papa attuale ha detto parole durissime verso la corruzione che ancora alberga nella Curia Romana: "nel consacrare lo Stato Citta' del Vaticano a San Michele Arcangelo, gli chiediamo che ci difenda dal Maligno e che lo getti fuori". Secondo atto: la presentazione dell'Enciclica "Lumen fidei", con il cardinale Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, monsignor Gherard Ludwig Muller, prefetto della Dottrina della Fede, e monsignor Rino Fisichella, capo del dicastero per la Nuova Evangelizzazione, che confermano il fatto che l'Enciclica e' stata scritta "a quattro mani". "Nel testo c'e' molto di Papa Benedetto e c'e' tutto di Papa Francesco. Non dobbiamo cercare la frase dell'uno o dell'altro", ha sintetizzato Ouellet soffermandosi sul paragrafo 7 nel quale Francesco rende omaggio (ancora una volta) al predecessore esaltandone il "prezioso lavoro". E infatti se ci sono affermazioni che ricordano ora parole gia' dette dall'uno e ora parole dell'altro, c'e' anche una sintesi perfetta delle due personalita' di Ratzinger e Bergoglio: "Amore e verita' non si possono separare: senza amore, la verita' diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona".
"Nella modernita' si e' cercato di costruire la fraternita' universale tra gli uomini, fondandosi sulla loro uguaglianza. A poco a poco, pero', abbiamo compreso che questa fraternita', privata del riferimento a un Padre comune quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere", rileva l'Enciclica che usa un linguaggio davvero poetico quando trae le conseguenze e rileva lche la luce della fede puo' davvero illuminare l'amore di coppia e la societa'. "Promettere un amore che sia per sempre, e' possibile quando si scopre un disegno piu' grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l'intero futuro alla persona amata", spiega il testo dopo aver ricordato che il matrimonio uomo-donna genera la vita e la fede.
Affermazione che va letta pero' insieme a quest'altra: "il credente non e' arrogante; al contrario, la verita' lo fa umile, sapendo che, piu' che possederla noi, e' essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti". Per Francesco e Benedetto, soprattutto "la fede non e' intransigente.
"Una verita' comune - sottolinea l'Enciclica - ci fa paura, perche' la identifichiamo con l'imposizione intransigente dei totalitarismi. Se pero' la verita' e' la verita' dell'amore, se e' la verita' che si schiude nell'incontro personale con l'Altro e con gli altri, allora resta liberata dalla chiusura nel singolo e puo' fare parte del bene comune la fede". Ultimo atto: l'annuncio clamoroso (anche se anticipato nei giorni scorsi da inidscrezioni di stampa) che Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II saliranno insieme sugli altari (probabilmente l'8 dicembre prossimo). Francesco infatti, ha comunicato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, "ha approvato il miracolo, attribuito all'intercessione del Beato Giovanni Paolo II" (la guarigione di una signora del Costa Rica avvenuta il 1 maggio 2011, giorno della beatificazione) e ha dispensato Giovanni XXIII dal processo relativo a un secondo miracolo (dopo quello del 1966 che ha portato alla beatificazione del 2000) essendo cosi' radicata e diffusa la fama della sua santita': a Sotto il Monte, ad esempio, nella casa natale, una stanza intera e' colma di fiocchi rosa e azzurri inviati da coppie "sterili" che hanno avuto la gioia di un figlio dopo aver invocato il Papa Buono.
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 5 lug.
Un susseguirsi di "colpi di teatro" ha caratterizzato questo giovedi' 4 luglio in Vaticano, che potrebbe essere definito "La Giornata dei quattro Papi". Il primo episodio e' il piu' inatteso, un vero scoop per i fotografi: questa mattina poco dopo le 8, Papa Francesco e il Papa Emerito Benedetto XVI hanno partecipato insieme alla benedizione della statua di San Michele Arcangelo davanti al Governatorato Vaticano. E' in assoluto la prima volta dal 28 febbraio 2013 che Papa Benedetto compare in pubblico e lo ha fatto accanto al successore. I due si sono abbracciati con affetto e sono rimasti vicini per tutta la cerimonia, durante la quale Francesco lo ha ringraziato.
E nel discorso, mentre Benedetto assentiva, il Papa attuale ha detto parole durissime verso la corruzione che ancora alberga nella Curia Romana: "nel consacrare lo Stato Citta' del Vaticano a San Michele Arcangelo, gli chiediamo che ci difenda dal Maligno e che lo getti fuori". Secondo atto: la presentazione dell'Enciclica "Lumen fidei", con il cardinale Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, monsignor Gherard Ludwig Muller, prefetto della Dottrina della Fede, e monsignor Rino Fisichella, capo del dicastero per la Nuova Evangelizzazione, che confermano il fatto che l'Enciclica e' stata scritta "a quattro mani". "Nel testo c'e' molto di Papa Benedetto e c'e' tutto di Papa Francesco. Non dobbiamo cercare la frase dell'uno o dell'altro", ha sintetizzato Ouellet soffermandosi sul paragrafo 7 nel quale Francesco rende omaggio (ancora una volta) al predecessore esaltandone il "prezioso lavoro". E infatti se ci sono affermazioni che ricordano ora parole gia' dette dall'uno e ora parole dell'altro, c'e' anche una sintesi perfetta delle due personalita' di Ratzinger e Bergoglio: "Amore e verita' non si possono separare: senza amore, la verita' diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona".
"Nella modernita' si e' cercato di costruire la fraternita' universale tra gli uomini, fondandosi sulla loro uguaglianza. A poco a poco, pero', abbiamo compreso che questa fraternita', privata del riferimento a un Padre comune quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere", rileva l'Enciclica che usa un linguaggio davvero poetico quando trae le conseguenze e rileva lche la luce della fede puo' davvero illuminare l'amore di coppia e la societa'. "Promettere un amore che sia per sempre, e' possibile quando si scopre un disegno piu' grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l'intero futuro alla persona amata", spiega il testo dopo aver ricordato che il matrimonio uomo-donna genera la vita e la fede.
Affermazione che va letta pero' insieme a quest'altra: "il credente non e' arrogante; al contrario, la verita' lo fa umile, sapendo che, piu' che possederla noi, e' essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti". Per Francesco e Benedetto, soprattutto "la fede non e' intransigente.
"Una verita' comune - sottolinea l'Enciclica - ci fa paura, perche' la identifichiamo con l'imposizione intransigente dei totalitarismi. Se pero' la verita' e' la verita' dell'amore, se e' la verita' che si schiude nell'incontro personale con l'Altro e con gli altri, allora resta liberata dalla chiusura nel singolo e puo' fare parte del bene comune la fede". Ultimo atto: l'annuncio clamoroso (anche se anticipato nei giorni scorsi da inidscrezioni di stampa) che Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II saliranno insieme sugli altari (probabilmente l'8 dicembre prossimo). Francesco infatti, ha comunicato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, "ha approvato il miracolo, attribuito all'intercessione del Beato Giovanni Paolo II" (la guarigione di una signora del Costa Rica avvenuta il 1 maggio 2011, giorno della beatificazione) e ha dispensato Giovanni XXIII dal processo relativo a un secondo miracolo (dopo quello del 1966 che ha portato alla beatificazione del 2000) essendo cosi' radicata e diffusa la fama della sua santita': a Sotto il Monte, ad esempio, nella casa natale, una stanza intera e' colma di fiocchi rosa e azzurri inviati da coppie "sterili" che hanno avuto la gioia di un figlio dopo aver invocato il Papa Buono.
© Copyright (AGI)
venerdì 7 giugno 2013
Il discorso di Papa Francesco ai futuri nunzi nei commenti di Salvatore Izzo. Oggi il Pontefice sarà "intervistato" dagli allievi dei gesuiti
PAPA: NUNZI APOSTOLICI DIVENTANO RIDICOLI SE FANNO I MONDANI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
Se un segretario di nunziatura o un nunzio apostolico "si lascia coinvolgere nelle tante forme, nelle tante maniere della mondanita', si rende ridicolo e tutti ridono di lui".
Lo ha detto Papa Francesco ai futuri nunzi apostolici che si preparano all'incarico all'Accademia Ecclesiastica. "Per favore - ha chiesto loro - non rendetevi ridicoli: o santi o tornate in diocesi a fare il parroco; ma non siate ridicoli nella vita diplomatica, dove per un sacerdote vi sono tanti pericoli".
© Copyright (AGI)
PAPA: IL CARRIERISMO ECCLESIASTICO E' UNA LEBBRA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
"Il carrierismo e' una lebbra". Lo ha detto Papa Francesco nel discorso ai futuri nunzi apostolici. "Dovete essere liberi - ha chiesto loro parlando a braccio - da ambizioni o mire personali per me e' importante, e' importante. Il carrierismo e' una lebbra, una lebbra. Per favore: niente carrierismo". "Voi - ha aggiunto il Pontefice - vi preparate ad un ministero, non a una professione, a un ministero e questo ministero vi chiede un uscire da voi stessi, un distacco da se' che puo' essere raggiunto unicamente attraverso un intenso cammino spirituale e una seria unificazione della vita attorno al mistero dell'amore di Dio e all'imperscrutabile disegno della sua chiamata".
"Con la fede - ha spiegato - e' quindi possibile vivere la liberta' dai propri progetti e dalla propria volonta' "non come motivo di frustrazione o di svuotamento" ma come "apertura al dono sovrabbondante di Dio, che rende fecondo il sacerdozio". Un servizio che potra' anche apparire "esigente" ma permettera' - ha assicurato il Papa - "di essere e respirare nel cuore della Chiesa, della sua cattolicita'". Ma per essere liberi interiormente e' necessario avere una "grande cura della vita spirituale", perche' "senza preghiera non c'e' liberta' interiore". Al termine dell'incontro, Papa Francesco ha rivolto, sempre a braccio, un pensiero al personale laico ma anche alle suore, "buone madri" che accompagnano con la preghiera, la fedelta' e l'amore l'intera comunita' della Pontificia Accademia Ecclesiastica. "Presenze nascoste" ma importanti per vivere con serenita' e impegno la propria missione.
© Copyright (AGI)
PAPA: VORREI CHE I DIPLOMATICI VATICANI FOSSERO UOMINI LIBERI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
Papa Francesco ha proposto oggi ai futuri diplomatici della Santa Sede una vera e propria lezione sulla liberta' che dovrebbe caratterizzare il loro servizio, mettendoli al riparo dai rischi del carrierismo e delle cordate che sono presenti nella Chiesa dai tempi del nepotismo ecclesiastico.
"Essere liberi - ha detto Francesco ai giovani sacerdoti che studiano all'Accademia Ecclesiastica - anzitutto significa essere liberi da progetti personali: da alcune delle modalita' concrete con le quali forse, un giorno, avevate pensato di vivere il vostro sacerdozio, dalla possibilita' di programmare il futuro; dalla prospettiva di permanere a lungo in un vostro luogo di azione pastorale".
"Essere uomini liberi significa - ha esortato il Pontefice rivolto ai futuri nunzi apostolici - rendervi liberi, in qualche modo, anche rispetto alla cultura e alla mentalita' dalla quale provenite, non per dimenticarla e tanto meno per rinnegarla, ma per aprirvi, nella carita', alla comprensione di culture diverse e all'incontro con uomini appartenenti a mondi anche molto lontani dal vostro. Soprattutto, significa vigilare per essere liberi da ambizioni o mire personali, che tanto male possono procurare alla Chiesa, avendo cura di mettere sempre al primo posto non la vostra realizzazione, o il riconoscimento che potreste ricevere dentro e fuori la comunita' ecclesiale, ma il bene superiore della causa del Vangelo e il compimento della missione che vi sara' affidata". Per questo motivo, ha spiegato Francesco ai nuovi diplomatici, "dovrete essere disposti ad integrare ogni vostra visione di Chiesa, pure legittima, ogni personale idea o giudizio, nell'orizzonte dello sguardo di Pietro e della sua peculiare missione al servizio della comunione e dell'unita' del gregge di Cristo, della sua carita' pastorale, che abbraccia il mondo intero e che, anche grazie all'azione delle Rappresentanze Pontificie, vuole rendersi presente soprattutto in quei luoghi, spesso dimenticati, dove maggiori sono le necessita' della Chiesa e dell'umanita'".
© Copyright (AGI)
PAPA: A FUTURI DIPLOMATICI CITA BENEDETTO XVI E GIOVANNI XXIII
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
"Vivere il ministero a servizio del Successore di Pietro e delle Chiese a cui sarete inviati, potra' apparire esigente, ma vi permettera' per cosi' dire di essere e di respirare nel cuore della Chiesa, della sua cattolicita'. E questo costituisce un dono speciale". Papa Francesco lo ha detto questa mattina ai futuri diplomatici della Santa Sede ai quali ha proposto due riflessioni dei suoi predecessori, cominciando dal Papa Emerito Benedetto XVI, per il quale, ha ricordato, "laddove c'e' apertura all'oggettivita' della cattolicita', li' c'e' anche il principio di autentica personalizzazione".
"Cari amici - ha poi raccomandato Francesco citando ora parole del Beato Giovanni XXIII, 'del quale abbiamo celebrato pochi giorni fa il cinquantesimo anniversario della morte' - abbiate grande cura della vita spirituale, che e' la sorgente della liberta' interiore. Potrete fare tesoro prezioso degli strumenti di conformazione a Cristo propri della spiritualita' sacerdotale, coltivando la vita di preghiera e facendo del vostro lavoro quotidiano la palestra della vostra santificazione". Di Angelo Roncalli, Papa Bergoglio ha ricordato agli studenti dell'Accademia Ecclesiastica "il suo lungo servizio come Rappresentante Pontificio" come "uno degli ambiti, e non il meno significativo, nei quali la sua santita' ha preso forma. Rileggendo i suoi scritti, impressiona la cura che egli sempre pose nel custodire la propria anima, in mezzo alle piu' svariate occupazioni in campo ecclesiale e politico". "Da qui nascevano - ha concluso - la sua liberta' interiore, la letizia che trasmetteva esternamente, e la stessa efficacia della sua azione pastorale e diplomatica".
© Copyright (AGI)
PAPA: DOMANI LO INTERVISTERANNO GLI ALLIEVI DEI GESUITI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
Come passa il tempo Papa Francesco da quando e' stato eletto? Come si sente davanti a una responsabilita' cosi' grande? Ha mai avuto dubbi di fede? Il nuovo Pontefice rispondera' a queste e altre domande di alcuni allievi delle scuole dei gesuiti in occasione dell'incontro in programma domani. Nell'Aula Paolo VI saranno in 9mila tra ragazzi, ex-alunni, famiglie e personale scolastico assieme a membri dei movimenti giovanili ignaziani e delle scuole Fe y Alegria, la rete di scuole popolari al fianco degli immigrati. L'incontro con il primo Papa gesuita della storia sara' preceduto da un momento di animazione.
Musica, video, testimonianze di alunni, ex-alunni e docenti, per raccontare come l'educazione dei gesuiti abbia cambiato loro la vita. Tra gli ex allievi hanno confermato la loro presenza Staffan de Mistura, Luigi Abete e Giovanni Minoli: solo per citare alcune delle persone piu' note che hanno studiato nelle Scuole della Compagnia di Gesu'. "Quando arrivera' il Papa - anticipa oggi la Radio Vaticana - alcuni studenti leggeranno domande e riflessioni. Sei collegi italiani e uno di Scutari, in Albania, hanno infatti preparato disegni, lettere e alcuni regali per il Santo Padre e daranno vita anche a un grande coro di circa 200 persone".
"Credo - confida padre Vitangelo Denora, delegato per le scuole della Provincia d'Italia della Compagnia di Gesu' - che sara' una festa, un bell'incontro fra i giovani, i bambini, i ragazzi e una persona che dimostra di voler loro bene, di essere attenta a loro". Quanto alle attese degli adulti, il gesuita aggiunge: "per i nostri professori, per il personale e le nostre famiglie, ci aspettiamo che ci possa rafforzare nella missione che viene compiuta attraverso una scuola al servizio dei giovani".
"Cosa fai tu tutto il giorno?", chiederanno dunque i bambini a Francesco. E gli adolescenti, delle scuole medie, che, sottolinea Denora, "e' un'eta' in cui spesso i ragazzi non hanno molta fiducia in loro stessi", domanderanno al Papa "come si fa a prendersi delle responsabilita' nella vita?", ed anche "Ma tu hai amici? Quanti amici hai?", mentre "i piu' grandi, quelli del liceo, che questo Papa ha interrogato nella ricerca della realizzazione della propria vita, si interrogano sui valori veri, su cosa conti, e chiedono rispetto alla fede come sia stato il suo percorso oppure come pensa il futuro dei giovani, come pensa di rapportarsi a loro".
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
Se un segretario di nunziatura o un nunzio apostolico "si lascia coinvolgere nelle tante forme, nelle tante maniere della mondanita', si rende ridicolo e tutti ridono di lui".
Lo ha detto Papa Francesco ai futuri nunzi apostolici che si preparano all'incarico all'Accademia Ecclesiastica. "Per favore - ha chiesto loro - non rendetevi ridicoli: o santi o tornate in diocesi a fare il parroco; ma non siate ridicoli nella vita diplomatica, dove per un sacerdote vi sono tanti pericoli".
© Copyright (AGI)
PAPA: IL CARRIERISMO ECCLESIASTICO E' UNA LEBBRA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
"Il carrierismo e' una lebbra". Lo ha detto Papa Francesco nel discorso ai futuri nunzi apostolici. "Dovete essere liberi - ha chiesto loro parlando a braccio - da ambizioni o mire personali per me e' importante, e' importante. Il carrierismo e' una lebbra, una lebbra. Per favore: niente carrierismo". "Voi - ha aggiunto il Pontefice - vi preparate ad un ministero, non a una professione, a un ministero e questo ministero vi chiede un uscire da voi stessi, un distacco da se' che puo' essere raggiunto unicamente attraverso un intenso cammino spirituale e una seria unificazione della vita attorno al mistero dell'amore di Dio e all'imperscrutabile disegno della sua chiamata".
"Con la fede - ha spiegato - e' quindi possibile vivere la liberta' dai propri progetti e dalla propria volonta' "non come motivo di frustrazione o di svuotamento" ma come "apertura al dono sovrabbondante di Dio, che rende fecondo il sacerdozio". Un servizio che potra' anche apparire "esigente" ma permettera' - ha assicurato il Papa - "di essere e respirare nel cuore della Chiesa, della sua cattolicita'". Ma per essere liberi interiormente e' necessario avere una "grande cura della vita spirituale", perche' "senza preghiera non c'e' liberta' interiore". Al termine dell'incontro, Papa Francesco ha rivolto, sempre a braccio, un pensiero al personale laico ma anche alle suore, "buone madri" che accompagnano con la preghiera, la fedelta' e l'amore l'intera comunita' della Pontificia Accademia Ecclesiastica. "Presenze nascoste" ma importanti per vivere con serenita' e impegno la propria missione.
© Copyright (AGI)
PAPA: VORREI CHE I DIPLOMATICI VATICANI FOSSERO UOMINI LIBERI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
Papa Francesco ha proposto oggi ai futuri diplomatici della Santa Sede una vera e propria lezione sulla liberta' che dovrebbe caratterizzare il loro servizio, mettendoli al riparo dai rischi del carrierismo e delle cordate che sono presenti nella Chiesa dai tempi del nepotismo ecclesiastico.
"Essere liberi - ha detto Francesco ai giovani sacerdoti che studiano all'Accademia Ecclesiastica - anzitutto significa essere liberi da progetti personali: da alcune delle modalita' concrete con le quali forse, un giorno, avevate pensato di vivere il vostro sacerdozio, dalla possibilita' di programmare il futuro; dalla prospettiva di permanere a lungo in un vostro luogo di azione pastorale".
"Essere uomini liberi significa - ha esortato il Pontefice rivolto ai futuri nunzi apostolici - rendervi liberi, in qualche modo, anche rispetto alla cultura e alla mentalita' dalla quale provenite, non per dimenticarla e tanto meno per rinnegarla, ma per aprirvi, nella carita', alla comprensione di culture diverse e all'incontro con uomini appartenenti a mondi anche molto lontani dal vostro. Soprattutto, significa vigilare per essere liberi da ambizioni o mire personali, che tanto male possono procurare alla Chiesa, avendo cura di mettere sempre al primo posto non la vostra realizzazione, o il riconoscimento che potreste ricevere dentro e fuori la comunita' ecclesiale, ma il bene superiore della causa del Vangelo e il compimento della missione che vi sara' affidata". Per questo motivo, ha spiegato Francesco ai nuovi diplomatici, "dovrete essere disposti ad integrare ogni vostra visione di Chiesa, pure legittima, ogni personale idea o giudizio, nell'orizzonte dello sguardo di Pietro e della sua peculiare missione al servizio della comunione e dell'unita' del gregge di Cristo, della sua carita' pastorale, che abbraccia il mondo intero e che, anche grazie all'azione delle Rappresentanze Pontificie, vuole rendersi presente soprattutto in quei luoghi, spesso dimenticati, dove maggiori sono le necessita' della Chiesa e dell'umanita'".
© Copyright (AGI)
PAPA: A FUTURI DIPLOMATICI CITA BENEDETTO XVI E GIOVANNI XXIII
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
"Vivere il ministero a servizio del Successore di Pietro e delle Chiese a cui sarete inviati, potra' apparire esigente, ma vi permettera' per cosi' dire di essere e di respirare nel cuore della Chiesa, della sua cattolicita'. E questo costituisce un dono speciale". Papa Francesco lo ha detto questa mattina ai futuri diplomatici della Santa Sede ai quali ha proposto due riflessioni dei suoi predecessori, cominciando dal Papa Emerito Benedetto XVI, per il quale, ha ricordato, "laddove c'e' apertura all'oggettivita' della cattolicita', li' c'e' anche il principio di autentica personalizzazione".
"Cari amici - ha poi raccomandato Francesco citando ora parole del Beato Giovanni XXIII, 'del quale abbiamo celebrato pochi giorni fa il cinquantesimo anniversario della morte' - abbiate grande cura della vita spirituale, che e' la sorgente della liberta' interiore. Potrete fare tesoro prezioso degli strumenti di conformazione a Cristo propri della spiritualita' sacerdotale, coltivando la vita di preghiera e facendo del vostro lavoro quotidiano la palestra della vostra santificazione". Di Angelo Roncalli, Papa Bergoglio ha ricordato agli studenti dell'Accademia Ecclesiastica "il suo lungo servizio come Rappresentante Pontificio" come "uno degli ambiti, e non il meno significativo, nei quali la sua santita' ha preso forma. Rileggendo i suoi scritti, impressiona la cura che egli sempre pose nel custodire la propria anima, in mezzo alle piu' svariate occupazioni in campo ecclesiale e politico". "Da qui nascevano - ha concluso - la sua liberta' interiore, la letizia che trasmetteva esternamente, e la stessa efficacia della sua azione pastorale e diplomatica".
© Copyright (AGI)
PAPA: DOMANI LO INTERVISTERANNO GLI ALLIEVI DEI GESUITI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 6 giu.
Come passa il tempo Papa Francesco da quando e' stato eletto? Come si sente davanti a una responsabilita' cosi' grande? Ha mai avuto dubbi di fede? Il nuovo Pontefice rispondera' a queste e altre domande di alcuni allievi delle scuole dei gesuiti in occasione dell'incontro in programma domani. Nell'Aula Paolo VI saranno in 9mila tra ragazzi, ex-alunni, famiglie e personale scolastico assieme a membri dei movimenti giovanili ignaziani e delle scuole Fe y Alegria, la rete di scuole popolari al fianco degli immigrati. L'incontro con il primo Papa gesuita della storia sara' preceduto da un momento di animazione.
Musica, video, testimonianze di alunni, ex-alunni e docenti, per raccontare come l'educazione dei gesuiti abbia cambiato loro la vita. Tra gli ex allievi hanno confermato la loro presenza Staffan de Mistura, Luigi Abete e Giovanni Minoli: solo per citare alcune delle persone piu' note che hanno studiato nelle Scuole della Compagnia di Gesu'. "Quando arrivera' il Papa - anticipa oggi la Radio Vaticana - alcuni studenti leggeranno domande e riflessioni. Sei collegi italiani e uno di Scutari, in Albania, hanno infatti preparato disegni, lettere e alcuni regali per il Santo Padre e daranno vita anche a un grande coro di circa 200 persone".
"Credo - confida padre Vitangelo Denora, delegato per le scuole della Provincia d'Italia della Compagnia di Gesu' - che sara' una festa, un bell'incontro fra i giovani, i bambini, i ragazzi e una persona che dimostra di voler loro bene, di essere attenta a loro". Quanto alle attese degli adulti, il gesuita aggiunge: "per i nostri professori, per il personale e le nostre famiglie, ci aspettiamo che ci possa rafforzare nella missione che viene compiuta attraverso una scuola al servizio dei giovani".
"Cosa fai tu tutto il giorno?", chiederanno dunque i bambini a Francesco. E gli adolescenti, delle scuole medie, che, sottolinea Denora, "e' un'eta' in cui spesso i ragazzi non hanno molta fiducia in loro stessi", domanderanno al Papa "come si fa a prendersi delle responsabilita' nella vita?", ed anche "Ma tu hai amici? Quanti amici hai?", mentre "i piu' grandi, quelli del liceo, che questo Papa ha interrogato nella ricerca della realizzazione della propria vita, si interrogano sui valori veri, su cosa conti, e chiedono rispetto alla fede come sia stato il suo percorso oppure come pensa il futuro dei giovani, come pensa di rapportarsi a loro".
© Copyright (AGI)
giovedì 6 giugno 2013
Cinquant'anni di sorprese (Restán)
Cincuenta años de sorpresas
José Luis Restán
El 3 de junio se han cumplido cincuenta años de la muerte del beato Juan XXIII. El papa Francisco ha hecho memoria de la figura de Ángelo Roncalli subrayando la nota de la obediencia. Fue un hombre de gobierno, un conductor, pero un conductor que se dejó conducir por el Espíritu. Fue la obediencia evangélica, no tanto un programa genial ideado por sí mismo, la fuente de un pontificado que marcó la segunda mitad del siglo XX. Según Francisco esta obediencia es el legado más eficaz que nos ha dejado el papa Juan, porque canta con elocuencia que es Dios quien gobierna su Iglesia.
Y es curioso cómo prepara y forja el Señor la vida de los que elige para guiar su barca. Durante años la trayectoria de Roncalli parecía alejarse más y más del centro romano, en oscuras misiones diplomáticas que podían haberse resuelto con la mera astucia y el cálculo, quizás con una pizca de resentimiento. Pero en Bulgaria, Grecia y Turquía Ángelo Roncalli hizo mucho más que despachar relaciones diplomáticas. Conoció al pueblo cristiano, mucha veces en minoría; comprendió los dramas de la gente sencilla en un momento de terrible convulsión; presenció el azote del totalitarismo, la herida de la división entre los cristianos y la tragedia del pueblo hebreo. Y volvió distinto. ¿Quién podía pensar que Alguien le preparaba para algo aparentemente tan diverso.
Seguramente fue esa obediencia evangélica la que le dispuso a emprender lo que para muchos era tan solo una aventura incierta. Juan XXIII conocía bien las entretelas de la Iglesia de su tiempo, aún bastante robusta en su presencia e instituciones; pero intuía que la Iglesia no avanzaba, que parecía más una realidad del pasado que la portadora del futuro. Como diría cincuenta años después Benedicto XVI, "para muchos la fe ya no se alimentaba en el encuentro gozoso con Cristo sino que se había convertido en una mera cuestión de hábito". Y así lo precisó Juan XXIII en la histórica homilía de apertura del Concilio Vaticano II: "El supremo interés del Concilio Ecuménico es que el sagrado depósito de la doctrina cristiana sea custodiado y enseñado de forma cada vez más eficaz... Es preciso que esta doctrina verdadera e inmutable, que ha de ser fielmente respetada, se profundice y presente según las exigencias de nuestro tiempo". De nuevo Benedicto XVI, testigo juvenil de aquella conciencia cargada de emoción, nos comunica "la tensión de hacer resplandecer la verdad y la belleza de la fe en nuestro tiempo, sin sacrificarla a las exigencias del presente ni encadenarla al pasado".
Al beato Juan XXIII se le pidió un último sacrificio, partir sin haber culminado la travesía del Concilio. Entonces apareció en escena el Papa Montini. Un hombre de delicadeza extraordinaria, de gran finura intelectual, conocedor de los movimientos profundos de una cultura que rompía su vínculo con la tradición cristiana. En medio de la tremenda tormenta postconciliar podemos imaginarlo como a esos capitanes que piden ser atados al timón de su barco para mantener el rumbo frente a un oleaje brutal. Las lágrimas de Montini son algo más que leyenda: a diferencia de Pedro que lloraba por su traición, él lloró por el sufrimiento que comportaba mantenerse fiel. Y si Juan XXIII llenó de alegre sorpresa al mundo con sus gestos e intuiciones que cambiaron la historia, Pablo VI sorprendió a propios y extraños con una libertad y un coraje que parecían contradictorios con su fragilidad física y delicadeza de carácter. Y así pudo preparar a la Iglesia para hablar al hombre contemporáneo, que tiene de Jesús una necesidad absoluta.
Por aquellos años ya cuajaba la experiencia singular de un joven obispo polaco, la más inesperada de las sorpresas, y ya van unas cuantas. Tras el resplandor de la sonrisa de Juan Pablo I, una suerte de brisa de esperanza, sucede lo nunca visto. Karol Wojtyla, un obispo de 58 años forjado en la resistencia frente al nazismo y al comunismo, un pastor del otro lado del Telón de Acero que vive de manera natural la sintonía entre Iglesia y libertad, es llamado a la Sede de Pedro. La historia sólo la comprendemos desde su final; ahora podemos ver la fecundidad de aquella quizás mal denominada "Iglesia del silencio", el fruto de los mártires. Porque de aquella libertad, de aquella razón y de aquel sufrimiento nació Juan Pablo II. Y cuando los diferentes bloqueos históricos parecían ya postrar al cuerpo de la Iglesia en los márgenes de la historia él la condujo de nuevo al centro de las plazas, restituyéndole la función de comunicar la esperanza que le había sido expropiada por las ideologías.
Veintiséis años después, parecía imposible que alguien pudiese recoger el testigo de Wojtyla el magno, durante cuyo pontificado se pudieron calibrar ya los primeros frutos maduros del Concilio: el nuevo protagonismo de los laicos, la actualización de la Doctrina Social, los nuevos carismas, la interlocución con la cultura, el diálogo con los jóvenes... Una Iglesia que se había reconciliado con lo mejor de la razón moderna y con su ansia de auténtica libertad. Entonces los cardenales eligieron a Joseph Ratzinger, el humilde trabajador en los territorios más ásperos de la viña. Y no lo hicieron para que mantuviese el depósito bajo siete llaves sino conscientes de que era quien mejor podía encarnar el desafío del diálogo con el mundo postmoderno. A pesar de su avanzada edad y de los clichés que le endosaron, Benedicto XVI sorprendió a todos por su magisterio y su estilo comparable al de los grandes Padres de los primeros siglos, por su voluntad de purificar la Iglesia, por su simpatía con la búsqueda leal de todos los hombres y mujeres de esta época, y por su pureza evangélica, expresada de modo impresionante en los gestos y palabras de sus últimas semanas, cuando nos recordaba que la barca de la Iglesia no es de ninguno de nosotros, es del Señor, y Él no permite que se hunda... aunque a veces nos parezca que duerme mientras el mar se agita.
Han pasado cincuenta años desde que empezaba esta historia, y ahora la sorpresa ha llegado desde casi el fin del mundo. También es hermoso escrutar cómo el Señor fue madurando la experiencia de Jorge Bergoglio en el crisol del dolor y del amor, los misteriosos meandros (que ahora se iluminan) de su trayectoria religiosa y episcopal, su cercanía, piel con piel, a los pobres, a los sedientos de vida y de felicidad. El papa Juan viviendo la obediencia lanzó a la Iglesia a una singladura apasionante pero llena de peligros. Francisco ya ha dicho que prefiere una Iglesia accidentada por salir al encuentro del hombre, que bien pulida y resguardada pero enferma de espíritu mundano. En el ancho mar de la historia esta barca sigue adelante, guiada por hombres que Él prepara, elige y llama. Y que Dios nos guarde de la desmemoria y la ingratitud.
http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=29569
José Luis Restán
El 3 de junio se han cumplido cincuenta años de la muerte del beato Juan XXIII. El papa Francisco ha hecho memoria de la figura de Ángelo Roncalli subrayando la nota de la obediencia. Fue un hombre de gobierno, un conductor, pero un conductor que se dejó conducir por el Espíritu. Fue la obediencia evangélica, no tanto un programa genial ideado por sí mismo, la fuente de un pontificado que marcó la segunda mitad del siglo XX. Según Francisco esta obediencia es el legado más eficaz que nos ha dejado el papa Juan, porque canta con elocuencia que es Dios quien gobierna su Iglesia.
Y es curioso cómo prepara y forja el Señor la vida de los que elige para guiar su barca. Durante años la trayectoria de Roncalli parecía alejarse más y más del centro romano, en oscuras misiones diplomáticas que podían haberse resuelto con la mera astucia y el cálculo, quizás con una pizca de resentimiento. Pero en Bulgaria, Grecia y Turquía Ángelo Roncalli hizo mucho más que despachar relaciones diplomáticas. Conoció al pueblo cristiano, mucha veces en minoría; comprendió los dramas de la gente sencilla en un momento de terrible convulsión; presenció el azote del totalitarismo, la herida de la división entre los cristianos y la tragedia del pueblo hebreo. Y volvió distinto. ¿Quién podía pensar que Alguien le preparaba para algo aparentemente tan diverso.
Seguramente fue esa obediencia evangélica la que le dispuso a emprender lo que para muchos era tan solo una aventura incierta. Juan XXIII conocía bien las entretelas de la Iglesia de su tiempo, aún bastante robusta en su presencia e instituciones; pero intuía que la Iglesia no avanzaba, que parecía más una realidad del pasado que la portadora del futuro. Como diría cincuenta años después Benedicto XVI, "para muchos la fe ya no se alimentaba en el encuentro gozoso con Cristo sino que se había convertido en una mera cuestión de hábito". Y así lo precisó Juan XXIII en la histórica homilía de apertura del Concilio Vaticano II: "El supremo interés del Concilio Ecuménico es que el sagrado depósito de la doctrina cristiana sea custodiado y enseñado de forma cada vez más eficaz... Es preciso que esta doctrina verdadera e inmutable, que ha de ser fielmente respetada, se profundice y presente según las exigencias de nuestro tiempo". De nuevo Benedicto XVI, testigo juvenil de aquella conciencia cargada de emoción, nos comunica "la tensión de hacer resplandecer la verdad y la belleza de la fe en nuestro tiempo, sin sacrificarla a las exigencias del presente ni encadenarla al pasado".
Al beato Juan XXIII se le pidió un último sacrificio, partir sin haber culminado la travesía del Concilio. Entonces apareció en escena el Papa Montini. Un hombre de delicadeza extraordinaria, de gran finura intelectual, conocedor de los movimientos profundos de una cultura que rompía su vínculo con la tradición cristiana. En medio de la tremenda tormenta postconciliar podemos imaginarlo como a esos capitanes que piden ser atados al timón de su barco para mantener el rumbo frente a un oleaje brutal. Las lágrimas de Montini son algo más que leyenda: a diferencia de Pedro que lloraba por su traición, él lloró por el sufrimiento que comportaba mantenerse fiel. Y si Juan XXIII llenó de alegre sorpresa al mundo con sus gestos e intuiciones que cambiaron la historia, Pablo VI sorprendió a propios y extraños con una libertad y un coraje que parecían contradictorios con su fragilidad física y delicadeza de carácter. Y así pudo preparar a la Iglesia para hablar al hombre contemporáneo, que tiene de Jesús una necesidad absoluta.
Por aquellos años ya cuajaba la experiencia singular de un joven obispo polaco, la más inesperada de las sorpresas, y ya van unas cuantas. Tras el resplandor de la sonrisa de Juan Pablo I, una suerte de brisa de esperanza, sucede lo nunca visto. Karol Wojtyla, un obispo de 58 años forjado en la resistencia frente al nazismo y al comunismo, un pastor del otro lado del Telón de Acero que vive de manera natural la sintonía entre Iglesia y libertad, es llamado a la Sede de Pedro. La historia sólo la comprendemos desde su final; ahora podemos ver la fecundidad de aquella quizás mal denominada "Iglesia del silencio", el fruto de los mártires. Porque de aquella libertad, de aquella razón y de aquel sufrimiento nació Juan Pablo II. Y cuando los diferentes bloqueos históricos parecían ya postrar al cuerpo de la Iglesia en los márgenes de la historia él la condujo de nuevo al centro de las plazas, restituyéndole la función de comunicar la esperanza que le había sido expropiada por las ideologías.
Veintiséis años después, parecía imposible que alguien pudiese recoger el testigo de Wojtyla el magno, durante cuyo pontificado se pudieron calibrar ya los primeros frutos maduros del Concilio: el nuevo protagonismo de los laicos, la actualización de la Doctrina Social, los nuevos carismas, la interlocución con la cultura, el diálogo con los jóvenes... Una Iglesia que se había reconciliado con lo mejor de la razón moderna y con su ansia de auténtica libertad. Entonces los cardenales eligieron a Joseph Ratzinger, el humilde trabajador en los territorios más ásperos de la viña. Y no lo hicieron para que mantuviese el depósito bajo siete llaves sino conscientes de que era quien mejor podía encarnar el desafío del diálogo con el mundo postmoderno. A pesar de su avanzada edad y de los clichés que le endosaron, Benedicto XVI sorprendió a todos por su magisterio y su estilo comparable al de los grandes Padres de los primeros siglos, por su voluntad de purificar la Iglesia, por su simpatía con la búsqueda leal de todos los hombres y mujeres de esta época, y por su pureza evangélica, expresada de modo impresionante en los gestos y palabras de sus últimas semanas, cuando nos recordaba que la barca de la Iglesia no es de ninguno de nosotros, es del Señor, y Él no permite que se hunda... aunque a veces nos parezca que duerme mientras el mar se agita.
Han pasado cincuenta años desde que empezaba esta historia, y ahora la sorpresa ha llegado desde casi el fin del mundo. También es hermoso escrutar cómo el Señor fue madurando la experiencia de Jorge Bergoglio en el crisol del dolor y del amor, los misteriosos meandros (que ahora se iluminan) de su trayectoria religiosa y episcopal, su cercanía, piel con piel, a los pobres, a los sedientos de vida y de felicidad. El papa Juan viviendo la obediencia lanzó a la Iglesia a una singladura apasionante pero llena de peligros. Francisco ya ha dicho que prefiere una Iglesia accidentada por salir al encuentro del hombre, que bien pulida y resguardada pero enferma de espíritu mundano. En el ancho mar de la historia esta barca sigue adelante, guiada por hombres que Él prepara, elige y llama. Y que Dios nos guarde de la desmemoria y la ingratitud.
http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=29569
martedì 4 giugno 2013
50° anniversario della morte di Giovanni XXIII. Discorso di Papa Francesco
Clicca qui per leggere il testo.
Papa Francesco a 50 anni dalla morte di Giovanni XXIII: “La sua obbedienza evangelica, insegnamento anche per la Chiesa di oggi"
Clicca qui per leggere il commento.
lunedì 3 giugno 2013
Come una lampada. Il 3 giugno 1963 si spegneva Giovanni XXIII (Vian)
Come una lampada
Era ormai scesa la sera il 3 giugno 1963, mezzo secolo fa, quando morì Papa Giovanni, concludendo in pubblico un'agonia che da tre giorni raccoglieva sotto la sua finestra una folla crescente. Piazza San Pietro era immersa nel buio e in un silenzio quasi irreale moltissime persone, credenti ma anche non credenti, avevano seguito commossi la messa di quel lunedì di Pentecoste celebrata sul sagrato dal cardinale vicario di Roma. Si spegneva così, davanti al mondo, un uomo di cui subito era stata evidente e trasparente la bontà.
Fu proprio alla fine della celebrazione che la finestra del Pontefice s'illuminò, a indicare la fine terrena di un uomo che aveva saputo toccare tantissimi cuori. Com'era avvenuto soltanto pochi mesi prima, in una sera mite d'autunno, quando anche la luna si era affacciata sulla piazza. E a notarlo fu Giovanni XXIII dalla sua finestra quando con brevi indimenticabili parole - il "discorso della luna", appunto - salutò i romani che festeggiavano l'apertura del concilio, l'11 ottobre 1962, chiedendo di portare la carezza del Papa ai bambini e a chi era rimasto a casa.
Si chiudeva in questo modo la vita di Angelo Giuseppe Roncalli, nella pace di una morte pubblica che per la sua risonanza universale non aveva precedenti nella storia della Chiesa di Roma. Trapasso che richiamava la fine cristiana nel contesto delle famiglie, soprattutto patriarcali come quella dove era cresciuto il Papa, morte un tempo non rara né sorprendente. E si chiudeva un pontificato non lungo ma decisivo, che si era aperto con l'elezione in conclave, il 28 ottobre 1958, del settantasettenne cardinale patriarca di Venezia.
Di origini contadine, Roncalli completò a Roma una formazione spirituale e culturale solida che avrebbe sorretto tutta la sua vita. Prete e diplomatico abile e sapiente, da Pio XII venne nominato ormai settantunenne patriarca di Venezia e creato cardinale nel suo secondo e ultimo concistoro, identificato quasi subito in fonti diplomatiche del tempo (già a metà degli anni Cinquanta) come un possibile candidato "di transizione" per una successione papale che, verso la fine del lungo e importante regno di Pio XII, non sembrava annunciarsi facile.
E transizione fu davvero. Soprattutto per l'intuizione sorprendente e necessaria - ispirazione sicuramente provvidenziale in un'ottica di fede - del concilio, già nelle prime settimane del pontificato e il cui annuncio scoppiò come una bomba il 25 gennaio 1959. Venne così il Vaticano II, per riprendere l'espressione evangelica (Giovanni, 1, 6), titolo di un film sul Pontefice che l'aveva convocato e iniziato: E venne un uomo, di Ermanno Olmi, che si basò anche sul Giornale dell'anima del Papa pubblicato nel 1964 dal suo segretario Loris Capovilla. Ma un'altra espressione del vangelo giovanneo (5, 35), che descrive il primo testimone di Cristo come "una lampada che arde e risplende", sintetizza altrettanto bene la parabola umana e cristiana del Papa che proprio dei due Giovanni prese il nome.
g.m.v.
(©L'Osservatore Romano 3-4 giugno 2013)
Era ormai scesa la sera il 3 giugno 1963, mezzo secolo fa, quando morì Papa Giovanni, concludendo in pubblico un'agonia che da tre giorni raccoglieva sotto la sua finestra una folla crescente. Piazza San Pietro era immersa nel buio e in un silenzio quasi irreale moltissime persone, credenti ma anche non credenti, avevano seguito commossi la messa di quel lunedì di Pentecoste celebrata sul sagrato dal cardinale vicario di Roma. Si spegneva così, davanti al mondo, un uomo di cui subito era stata evidente e trasparente la bontà.
Fu proprio alla fine della celebrazione che la finestra del Pontefice s'illuminò, a indicare la fine terrena di un uomo che aveva saputo toccare tantissimi cuori. Com'era avvenuto soltanto pochi mesi prima, in una sera mite d'autunno, quando anche la luna si era affacciata sulla piazza. E a notarlo fu Giovanni XXIII dalla sua finestra quando con brevi indimenticabili parole - il "discorso della luna", appunto - salutò i romani che festeggiavano l'apertura del concilio, l'11 ottobre 1962, chiedendo di portare la carezza del Papa ai bambini e a chi era rimasto a casa.
Si chiudeva in questo modo la vita di Angelo Giuseppe Roncalli, nella pace di una morte pubblica che per la sua risonanza universale non aveva precedenti nella storia della Chiesa di Roma. Trapasso che richiamava la fine cristiana nel contesto delle famiglie, soprattutto patriarcali come quella dove era cresciuto il Papa, morte un tempo non rara né sorprendente. E si chiudeva un pontificato non lungo ma decisivo, che si era aperto con l'elezione in conclave, il 28 ottobre 1958, del settantasettenne cardinale patriarca di Venezia.
Di origini contadine, Roncalli completò a Roma una formazione spirituale e culturale solida che avrebbe sorretto tutta la sua vita. Prete e diplomatico abile e sapiente, da Pio XII venne nominato ormai settantunenne patriarca di Venezia e creato cardinale nel suo secondo e ultimo concistoro, identificato quasi subito in fonti diplomatiche del tempo (già a metà degli anni Cinquanta) come un possibile candidato "di transizione" per una successione papale che, verso la fine del lungo e importante regno di Pio XII, non sembrava annunciarsi facile.
E transizione fu davvero. Soprattutto per l'intuizione sorprendente e necessaria - ispirazione sicuramente provvidenziale in un'ottica di fede - del concilio, già nelle prime settimane del pontificato e il cui annuncio scoppiò come una bomba il 25 gennaio 1959. Venne così il Vaticano II, per riprendere l'espressione evangelica (Giovanni, 1, 6), titolo di un film sul Pontefice che l'aveva convocato e iniziato: E venne un uomo, di Ermanno Olmi, che si basò anche sul Giornale dell'anima del Papa pubblicato nel 1964 dal suo segretario Loris Capovilla. Ma un'altra espressione del vangelo giovanneo (5, 35), che descrive il primo testimone di Cristo come "una lampada che arde e risplende", sintetizza altrettanto bene la parabola umana e cristiana del Papa che proprio dei due Giovanni prese il nome.
g.m.v.
(©L'Osservatore Romano 3-4 giugno 2013)
Papa Francesco: Giovanni XXIII pastore e padre buono ma anche uomo di governo. Il Concilio Vaticano II resta un faro luminoso. La pace nasce dalla rinuncia all'egoismo. Il saluto all'ex direttore della Caritas, Mons. Nozza (Izzo)
PAPA: GIOVANNI XXIII PASTORE E PADRE BUONO MA ANCHE UOMO DI GOVERNO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 3 giu.
"Il mondo intero aveva riconosciuto in Papa Giovanni un pastore e un
padre. Pastore perche' padre. Un Papa buono, ma anche un uomo di governo, un conduttore capace di condurre". Lo ha detto Francesco sceso questo pomeriggio in San Pietro per rendere omaggio alla memoria del predecessore. "Esattamente cinquant'anni fa - ha ricordato - proprio in quest'ora, il Beato Giovanni XXIII lasciava questo mondo". "Chi, come me, ha una certa eta', mantiene- ha confidato - un vivo ricordo della commozione che si diffuse ovunque in quei giorni: piazza San Pietro era diventata un santuario a cielo aperto, accogliendo giorno e notte fedeli di tutte le eta' e condizioni sociali, in trepidazione e preghiera per la salute del Papa".
Nel suo discorso, Papa Bergoglio ha ringraziato il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, che ha organizzato un pellegrinaggio in occasione dell'anniversario per aver accostato il suo Pontificato agli albori a quello di Roncalli. "Mi mancano alcune cose per essere come lui", ha scherzato. "Sant'Ignazio, ma non faccio pubblicita' - ha detto a braccio il primo Papa gesuita - diceva che un religioso per essere un bravo superiore deve avere molte qualita', ma se non ha queste virtu' che almeno abbia molta bonta'". Ed era questo - ha aggiunto - "un tratto che non mancava a Giovanni XXIII".
Per Bergoglio, la pace di Papa Giovanni ha radice nella sua obbedienza, ai suoi superiori ma soprattutto a Dio, ai cui "disegni" Angelo Giuseppe Roncalli ha aderito, "senza sottrarsi a nulla di cio' che gli veniva richiesto, anche quando cio' significo' lasciare la propria terra, confrontarsi con mondi a lui sconosciuti, rimanere per lunghi anni in luoghi dove la presenza dei cattolici era scarsissima". Infatti, "ha costantemente riconosciuto, nella fede, che attraverso quel percorso di vita apparentemente guidato da altri, non condotto dai propri gusti o sulla base di una sensibilita' spirituale, Dio andava disegnando un suo progetto". "In questa obbedienza evangelica'', in questo spogliarsi completamente di se stesso, ha spiegato Francesco, "sta la vera sorgente della bonta' di papa Giovanni, della pace che ha diffuso nel mondo, qui si trova la radice della sua santita': in questa sua obbedienza evangelica".
"Cari bergamaschi, voi siete giustamente orgogliosi del Papa buono, luminoso esempio della fede e delle virtu' di intere generazioni di cristiani della vostra terra. Custodite il suo spirito, approfondite lo studio della sua vita e dei suoi scritti, ma soprattutto, imitate la sua santita'", ha continuato Francesco rivolgendosi ai 3mila pellegrini guidati da monsignor Beschi: 1.500 arrivato con i pulman (che ieri hanno fatto tappa ad Assisi) ai quali si sono aggiunti oltre un migliaio di fedeli arrivati dalla Lombardia con mezzi propri e 300 bergamaschi residenti a Roma. "Dal Cielo - ha invocato il Pontefice - continui ad accompagnare con amore la vostra Chiesa, che ha tanto amato in vita, ed ottenga per lei dal Signore il dono di numerosi e santi sacerdoti, di vocazioni alla vita religiosa e missionaria, come anche alla vita familiare e all'impegno laicale nella Chiesa e nel mondo".
© Copyright (AGI)
PAPA: CONCILIO VATICANO II RESTA UN FARO LUMINOSO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 3 giu.
"L'intuizione profetica della convocazione del Concilio Vaticano II e l'offerta - da parte di Giovanni XXIII - della propria vita per la sua buona riuscita, restano come pietre miliari nella storia della Chiesa del XX secolo e come un faro luminoso per il cammino che ci attende". Sono parole di Jorge Mario Bergoglio nel discorso pronunciato questa sera in San Pietro per ricordare il "Papa buono", definizione che Bergoglio ha fatto sua. "A cinquant'anni dalla morte - ha detto - restano di esempio la guida sapiente e paterna di Papa Giovanni, il suo amore per la tradizione della Chiesa e la consapevolezza del suo costante bisogno di aggiornamento".
© Copyright (AGI)
PAPA: LA PACE NASCE DA RINUNCIA ALL'EGOISMO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 3 giu.
Il magistero di Giovanni XXIII sulla pace e' stato rievocato oggi da Papa Francesco in occasione dei 50 anni dalla morte dell'autore dell'enciclica "Pacem in Terris" che indicava i pilastri della pace come fondati alla fine nella rinuncia all'egoismo. "Quello della pace - ha sottolineato il nuovo Pontefice - e' l'aspetto piu' evidente, quello che la gente ha percepito in Papa Giovanni". "Qui - ha spiegato - sta la vera sorgente della bonta' di Papa Giovanni, della pace che ha diffuso nel mondo, qui si trova la radice della sua santita': in questa sua obbedienza evangelica". "E' questo - ha concluso - un insegnamento per ciascuno di noi, ma anche per la Chiesa del nostro tempo: se sapremo lasciarci condurre dallo Spirito Santo, se sapremo mortificare il nostro egoismo per fare spazio all'amore del Signore e alla sua volonta', allora troveremo la pace, allora sapremo essere costruttori di pace e diffonderemo pace attorno a noi".
© Copyright (AGI)
PAPA: SALUTA EX DIRETTORE CARITAS, MONSIGNOR NOZZA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 3 giu.
L'ex direttore della Caritas Italiana, monsignor Vittorio Nozza, ha incontrato questo pomeriggio Papa Francesco nella Basilica di San Pietro. A presentarlo al Pontefice - al termine del discorso pronunciato da Bergoglio in ricordo di Giovanni XXIII - e' stato il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi.
Rientrato l'anno scorso a Bergamo dopo dieci anni alla guida della Caritas Italiana, monsignor Nozza ha assunto nella diocesi la responsabilita' di due settori pastorali della Curia, inerenti alla Liturgia, Formazione ed Evangelizzazione, unificati in un nuovo settore definito "Vicariato per i laici e la Pastorale". Ed a seguito della riforma degli uffici decisa dal vescovo e' stato nominato Vicario episcopale per questo settore, come Beschi ha spiegato oggi a Papa Bergoglio che ha manifestato grande cordialita' verso il prelato noto in Italia per la sua strenua difesa dei piu' deboli, in particolare degli immigrati.
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 3 giu.
"Il mondo intero aveva riconosciuto in Papa Giovanni un pastore e un
padre. Pastore perche' padre. Un Papa buono, ma anche un uomo di governo, un conduttore capace di condurre". Lo ha detto Francesco sceso questo pomeriggio in San Pietro per rendere omaggio alla memoria del predecessore. "Esattamente cinquant'anni fa - ha ricordato - proprio in quest'ora, il Beato Giovanni XXIII lasciava questo mondo". "Chi, come me, ha una certa eta', mantiene- ha confidato - un vivo ricordo della commozione che si diffuse ovunque in quei giorni: piazza San Pietro era diventata un santuario a cielo aperto, accogliendo giorno e notte fedeli di tutte le eta' e condizioni sociali, in trepidazione e preghiera per la salute del Papa".
Nel suo discorso, Papa Bergoglio ha ringraziato il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, che ha organizzato un pellegrinaggio in occasione dell'anniversario per aver accostato il suo Pontificato agli albori a quello di Roncalli. "Mi mancano alcune cose per essere come lui", ha scherzato. "Sant'Ignazio, ma non faccio pubblicita' - ha detto a braccio il primo Papa gesuita - diceva che un religioso per essere un bravo superiore deve avere molte qualita', ma se non ha queste virtu' che almeno abbia molta bonta'". Ed era questo - ha aggiunto - "un tratto che non mancava a Giovanni XXIII".
Per Bergoglio, la pace di Papa Giovanni ha radice nella sua obbedienza, ai suoi superiori ma soprattutto a Dio, ai cui "disegni" Angelo Giuseppe Roncalli ha aderito, "senza sottrarsi a nulla di cio' che gli veniva richiesto, anche quando cio' significo' lasciare la propria terra, confrontarsi con mondi a lui sconosciuti, rimanere per lunghi anni in luoghi dove la presenza dei cattolici era scarsissima". Infatti, "ha costantemente riconosciuto, nella fede, che attraverso quel percorso di vita apparentemente guidato da altri, non condotto dai propri gusti o sulla base di una sensibilita' spirituale, Dio andava disegnando un suo progetto". "In questa obbedienza evangelica'', in questo spogliarsi completamente di se stesso, ha spiegato Francesco, "sta la vera sorgente della bonta' di papa Giovanni, della pace che ha diffuso nel mondo, qui si trova la radice della sua santita': in questa sua obbedienza evangelica".
"Cari bergamaschi, voi siete giustamente orgogliosi del Papa buono, luminoso esempio della fede e delle virtu' di intere generazioni di cristiani della vostra terra. Custodite il suo spirito, approfondite lo studio della sua vita e dei suoi scritti, ma soprattutto, imitate la sua santita'", ha continuato Francesco rivolgendosi ai 3mila pellegrini guidati da monsignor Beschi: 1.500 arrivato con i pulman (che ieri hanno fatto tappa ad Assisi) ai quali si sono aggiunti oltre un migliaio di fedeli arrivati dalla Lombardia con mezzi propri e 300 bergamaschi residenti a Roma. "Dal Cielo - ha invocato il Pontefice - continui ad accompagnare con amore la vostra Chiesa, che ha tanto amato in vita, ed ottenga per lei dal Signore il dono di numerosi e santi sacerdoti, di vocazioni alla vita religiosa e missionaria, come anche alla vita familiare e all'impegno laicale nella Chiesa e nel mondo".
© Copyright (AGI)
PAPA: CONCILIO VATICANO II RESTA UN FARO LUMINOSO
Salvatore Izzo
"L'intuizione profetica della convocazione del Concilio Vaticano II e l'offerta - da parte di Giovanni XXIII - della propria vita per la sua buona riuscita, restano come pietre miliari nella storia della Chiesa del XX secolo e come un faro luminoso per il cammino che ci attende". Sono parole di Jorge Mario Bergoglio nel discorso pronunciato questa sera in San Pietro per ricordare il "Papa buono", definizione che Bergoglio ha fatto sua. "A cinquant'anni dalla morte - ha detto - restano di esempio la guida sapiente e paterna di Papa Giovanni, il suo amore per la tradizione della Chiesa e la consapevolezza del suo costante bisogno di aggiornamento".
© Copyright (AGI)
PAPA: LA PACE NASCE DA RINUNCIA ALL'EGOISMO
Salvatore Izzo
Il magistero di Giovanni XXIII sulla pace e' stato rievocato oggi da Papa Francesco in occasione dei 50 anni dalla morte dell'autore dell'enciclica "Pacem in Terris" che indicava i pilastri della pace come fondati alla fine nella rinuncia all'egoismo. "Quello della pace - ha sottolineato il nuovo Pontefice - e' l'aspetto piu' evidente, quello che la gente ha percepito in Papa Giovanni". "Qui - ha spiegato - sta la vera sorgente della bonta' di Papa Giovanni, della pace che ha diffuso nel mondo, qui si trova la radice della sua santita': in questa sua obbedienza evangelica". "E' questo - ha concluso - un insegnamento per ciascuno di noi, ma anche per la Chiesa del nostro tempo: se sapremo lasciarci condurre dallo Spirito Santo, se sapremo mortificare il nostro egoismo per fare spazio all'amore del Signore e alla sua volonta', allora troveremo la pace, allora sapremo essere costruttori di pace e diffonderemo pace attorno a noi".
© Copyright (AGI)
PAPA: SALUTA EX DIRETTORE CARITAS, MONSIGNOR NOZZA
Salvatore Izzo
L'ex direttore della Caritas Italiana, monsignor Vittorio Nozza, ha incontrato questo pomeriggio Papa Francesco nella Basilica di San Pietro. A presentarlo al Pontefice - al termine del discorso pronunciato da Bergoglio in ricordo di Giovanni XXIII - e' stato il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi.
Rientrato l'anno scorso a Bergamo dopo dieci anni alla guida della Caritas Italiana, monsignor Nozza ha assunto nella diocesi la responsabilita' di due settori pastorali della Curia, inerenti alla Liturgia, Formazione ed Evangelizzazione, unificati in un nuovo settore definito "Vicariato per i laici e la Pastorale". Ed a seguito della riforma degli uffici decisa dal vescovo e' stato nominato Vicario episcopale per questo settore, come Beschi ha spiegato oggi a Papa Bergoglio che ha manifestato grande cordialita' verso il prelato noto in Italia per la sua strenua difesa dei piu' deboli, in particolare degli immigrati.
© Copyright (AGI)
Etichette:
discorsi,
giovanni xxiii,
izzo,
news,
papa francesco
Francesco: Il Vaticano II? Una pietra miliare. Lombardi a Vatican Insider: “Bertone non si è dimesso” (Galeazzi)
Clicca qui per leggere il commento.
Messa in San Pietro a 50 anni dalla morte di Giovanni XXIII. intervista con mons. Capovilla
Clicca qui per leggere l'intervista.
Giovanni XXIII pensò che le sue spoglie potessero riposare al Laterano (Izzo)
GIOVANNI XXIII: CHIESE DI ESSERE SEPOLTO AL LATERANO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 2 giu.
“Non e' vero che Papa Giovanni XXIII voleva andare a vivere definitivamente in Laterano, e' vero che dopo aver indicato il luogo della sua sepoltura nelle Grotte vaticane gia' nel 1960, due anni dopo penso' che le sue spoglie potessero riposare per sempre la', presso l'arcibasilica che e' madre di tutte le chiese di Roma e del mondo".
Lo dice monsignor Loris Capovilla in un'intervista pubblicata oggi dall'inserto bergamasco del Corriere a firma di Marco Roncalli, storico e nipote del "Papa Buono".
L'arcivescovo Capovilla, storico segretario del Pontefice scomparso il 3 giugno 1963, conserva la prova scritta di quanto afferma: "l'abbozzo di un documento autografo inedito, senza firma e senza data, ma "certamente dell'agosto 1962", dal testo inequivocabile.
"Accetto sin da ora - si legge nell'appunto conservato dal segretario di Giovanni XXIII - di venir seppellito nella cripta sotterranea di San Pietro, nel loculo che mi venne già indicato. Esprimo pero' il vivo desiderio, e la fervida preghiera che, quando riesca felicemente il progetto, che io stesso suggerii ed incoraggiai, della trasformazione del Palazzo Lateranense a sede definitiva del Vicariato di Roma- sede del Cardinal Vicario, uffici di amministrazione e quanto altro riguarda il governo del Papa quale Vescovo di Roma le mie povere exuviae vengano pietosamente trasferite dalla cripta di San Pietro alla cappella interna, che non potra' certo mancare, dello stesso Vicariato". "Questa carita' come opera di misericordia mi permetto di chiedere perche' il mio tenue ricordo rimanga a San Giovanni, a segno di protezione e di benedizione precipua sopra la diocesi di Roma, che ho sempre sentito di amare tanto, sulle tracce di San Pietro apostolo, primo suo vescovo, e come tale erede del supremo Pontificato urbis et orbi, che nonostante la mia indegnita', il Signore si e' degnato di affidarmi".
Non sappiamo se Papa Giovanni cambio' idea, quel che e' certo e' che alla fine la bozza di documento rimase un semplice appunto e non fu da lui firmato. E le cose sono andate diversamente: Giovanni XXIII ha riposato nelle Grotte Vaticane dal 1963 fino al 2000, l'anno del Grande Giubileo, quando in vista della sua beatificazione fu traslato al piano superiore, cioe' nella Basilica di San Pietro dove e' oggi esposto in urna di vetro nella Crociera di San Giuseppe, a pochi passi dalla Cappella di San Sebastiano dove riposa invece il Papa che lo ha proclamato beato, Giovanni Paolo II, a sua volta beatificato da Benedetto XVI il 1 maggio 2011.
Sull'altare che custodisce l'urna celebrera' domani pomeriggio il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, per 2000 bergamaschi in pellegrinaggio per i 50 anni dalla morte del Papa Buono. Al termone del rito Papa Francesco rivolgera' loro un discorso sulla figura e l'insegmanento di Giovanni XXIII.
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 2 giu.
“Non e' vero che Papa Giovanni XXIII voleva andare a vivere definitivamente in Laterano, e' vero che dopo aver indicato il luogo della sua sepoltura nelle Grotte vaticane gia' nel 1960, due anni dopo penso' che le sue spoglie potessero riposare per sempre la', presso l'arcibasilica che e' madre di tutte le chiese di Roma e del mondo".
Lo dice monsignor Loris Capovilla in un'intervista pubblicata oggi dall'inserto bergamasco del Corriere a firma di Marco Roncalli, storico e nipote del "Papa Buono".
L'arcivescovo Capovilla, storico segretario del Pontefice scomparso il 3 giugno 1963, conserva la prova scritta di quanto afferma: "l'abbozzo di un documento autografo inedito, senza firma e senza data, ma "certamente dell'agosto 1962", dal testo inequivocabile.
"Accetto sin da ora - si legge nell'appunto conservato dal segretario di Giovanni XXIII - di venir seppellito nella cripta sotterranea di San Pietro, nel loculo che mi venne già indicato. Esprimo pero' il vivo desiderio, e la fervida preghiera che, quando riesca felicemente il progetto, che io stesso suggerii ed incoraggiai, della trasformazione del Palazzo Lateranense a sede definitiva del Vicariato di Roma- sede del Cardinal Vicario, uffici di amministrazione e quanto altro riguarda il governo del Papa quale Vescovo di Roma le mie povere exuviae vengano pietosamente trasferite dalla cripta di San Pietro alla cappella interna, che non potra' certo mancare, dello stesso Vicariato". "Questa carita' come opera di misericordia mi permetto di chiedere perche' il mio tenue ricordo rimanga a San Giovanni, a segno di protezione e di benedizione precipua sopra la diocesi di Roma, che ho sempre sentito di amare tanto, sulle tracce di San Pietro apostolo, primo suo vescovo, e come tale erede del supremo Pontificato urbis et orbi, che nonostante la mia indegnita', il Signore si e' degnato di affidarmi".
Non sappiamo se Papa Giovanni cambio' idea, quel che e' certo e' che alla fine la bozza di documento rimase un semplice appunto e non fu da lui firmato. E le cose sono andate diversamente: Giovanni XXIII ha riposato nelle Grotte Vaticane dal 1963 fino al 2000, l'anno del Grande Giubileo, quando in vista della sua beatificazione fu traslato al piano superiore, cioe' nella Basilica di San Pietro dove e' oggi esposto in urna di vetro nella Crociera di San Giuseppe, a pochi passi dalla Cappella di San Sebastiano dove riposa invece il Papa che lo ha proclamato beato, Giovanni Paolo II, a sua volta beatificato da Benedetto XVI il 1 maggio 2011.
Sull'altare che custodisce l'urna celebrera' domani pomeriggio il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, per 2000 bergamaschi in pellegrinaggio per i 50 anni dalla morte del Papa Buono. Al termone del rito Papa Francesco rivolgera' loro un discorso sulla figura e l'insegmanento di Giovanni XXIII.
© Copyright (AGI)
A colloquio con Mons. Capovilla a cinquant’anni dalla morte di Giovanni XXIII (O.R.)
Clicca qui per leggere l'intervista.
domenica 2 giugno 2013
Adorazione Eucaristica. Le preghiere dei Papi da Pio XII a Benedetto XVI
Clicca qui per leggere il libretto della celebrazione predisposto per l'Adorazione di stasera.
lunedì 27 maggio 2013
Una scommessa a favore della speranza. Il direttore emerito della «Civiltà Cattolica» su Vangelo e società
Il direttore emerito della «Civiltà Cattolica» su Vangelo e società
Una scommessa a favore della speranza
di GianPaolo Salvini
Qualcuno ha definito la dottrina sociale della Chiesa «l'incontro tra il Vangelo e la società», espressione suggestiva, perché precisa subito i due poli tra i quali deve svilupparsi una tensione positiva, creativa, che non si può risolvere eliminando uno dei due poli, ma anzi rafforzando la tensione in modo che ne scaturisca un pensiero vitale e fecondo. La fede infatti non cambia nel suo nucleo fondamentale, ma la società muta in continuazione e muta quindi anche il tipo di luce di cui ha bisogno per il suo cammino.
Nei trattati classici di morale esisteva un capitolo specifico, che si chiamava De iustitita et iure, nel quale sarebbe dovuta nascere e svilupparsi la riflessione in materia sociale. Storicamente però l'avvio è stato diverso. La dottrina sociale della Chiesa è nata con la Rerum novarum di Leone XIII (1891) per rispondere a un'emergenza storica, provocata dalla rivoluzione industriale, dallo sfruttamento disumano dei lavoratori dipendenti soprattutto nelle fabbriche di allora e dalla provocazione rappresentata da soluzioni proposte da altri e che la Chiesa giudicava più pericolose del male a cui si voleva porre rimedio, come il socialismo ispirato al marxismo ateo.
Anche se Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987) dice che la dottrina sociale non è una terza via né un'ideologia, ma «appartiene al campo della teologia, e specialmente della teologia morale», la dottrina sociale ha continuato a svilupparsi seguendo un filone autonomo, scandito dall'apparire periodico di documenti del Magistero, cominciando dal 1931, per aggiornare la Rerum novarum a mano a mano che la società cambiava.
Le prime encicliche sono incentrate sulla cosiddetta «questione operaia» divenuta poi «questione sociale». L'intervento della Chiesa avveniva in difesa del lavoratore, per aprirsi poi all'economia mondiale globalizzata e finanziarizzata di oggi. La dottrina sociale è nata in difesa dei deboli e lo è sempre rimasta, ma allo stesso tempo lotta contro le povertà. Un segno dei tempi da sottolineare è che mentre per sessant'anni si è commemorato il decennale della Rerum novarum, sia la Sollicitudo rei socialis sia l'ultima grande enciclica sociale, la Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI, sono state pubblicate per celebrare la Populorum progressio (1967) di Paolo VI: quasi a dire che l'orizzonte della dottrina sociale si è spostato dal piano nazionale o europeo a quello mondiale.
Anche se i princìpi dai quali la dottrina sociale parte, e in base ai quali illumina la realtà sociale ed economica per poter orientare il comportamento umano alla luce del Vangelo, sono sempre gli stessi --, come la concezione dell'uomo, della giustizia sociale, di uno sviluppo integrale e armonico -- è evidente che la realtà umana è mutevole. Basti pensare ai risultati della scienza e dell'applicazione alla tecnica, alla mobilità e al mondo virtuale e digitale. Il risultato è che la dottrina sociale, che prima concentrava i suoi interventi su un punto specifico, cerca ora di occuparsi dell'intero progetto di Dio sull'umanità, con il risultato che le ultime encicliche sono quasi enciclopedie. Questo è dovuto soprattutto al fatto che il nostro mondo è complesso, molteplice, globale e locale allo stesso tempo, i vari aspetti della vita sociale sono interdipendenti tra loro e i Papi desiderano mostrare di esserne consapevoli. È in certo senso una reazione alla specializzazione esasperata e alla frammentazione delle discipline, che consente spettacolari scoperte, ma con il rischio di perdere di vista l'unicità della vita, anche sociale, e soprattutto il fine delle discipline stesse, che non si trova all'interno di ciascuna disciplina, ma al di fuori di esse. Se uno non è attento, trasforma gli strumenti in fine e perde di vista il senso del cammino. La Caritas in veritate dice esplicitamente che «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli». Ciò a cui mira oggi la dottrina sociale è un nuovo umanesimo e l'uomo nella realtà quotidiana non è diviso in settori.
Un significativo cambiamento è avvenuto anche nel linguaggio, diventato più tecnico, specifico, grazie all'apporto di laici esperti nelle discipline economiche, finanziarie e sociali. Questo spiega il favore incontrato dagli ultimi documenti. Ad esempio imprenditori e sindacalisti vi riconoscono il proprio linguaggio. Il rovescio della medaglia è che più il linguaggio si fa concreto e pertinente alla vita delle imprese o dell'economia finanziaria, più diventa provvisorio, legato alla congiuntura, quindi discutibile e rivedibile. Sui sommi princìpi è relativamente facile trovare l'accordo. Molto meno su determinazioni concrete. Molti imprenditori credenti soffrono per lo scarto tra teoria molto bella e realtà quotidiana che sembra lontana. La dottrina sociale va interiorizzata, deve diventare radice del proprio agire, sapendo che la realtà non è mai l'ideale ma lo incarna.
Un altro aspetto nell'evoluzione della dottrina sociale in questo nuovo secolo è il cambiamento che c'è stato con il Vaticano II nei confronti del mondo moderno. E la dottrina sociale è tutta un confronto con il mondo moderno. Non per nulla essa è nata insieme al mondo moderno come lo intendiamo noi cioè con la rivoluzione industriale. La Chiesa per quasi due secoli si è sempre contrapposta alla modernità e a ciò che essa significava. Dopo il turbine della rivoluzione francese e di ciò di cui essa si faceva portatrice, mentre la rivoluzione industriale portava le sue novità, il Magistero è stato sempre molto critico su tutto ciò che la modernità portava con sé. Questo sia come impostazione dottrinale (basta pensare al Sillabo di Pio IX, anche se le singole proposizioni condannate vanno contestualizzate) sia per l'elevatissimo costo sociale che l'industrializzazione ha richiesto nei primi tempi. In realtà molte conquiste della modernità, come i diritti individuali, sociali, politici, discendono come parte integrante dal messaggio cristiano. Ma chi li ha difesi e rivendicati lo ha fatto in funzione antiecclesiastica e anticristiana, provocando una reazione uguale e contraria da parte della Chiesa, che ha fatto fatica a riconciliarsi con essi, anche per via delle vicende storiche in cui essi prendevano forma, non di rado persecutoria verso la Chiesa.
Il cambiamento si è avuto con il concilio Vaticano II, in particolare la Gaudium et spes: il più lungo dei documenti conciliari e anche l'ultimo ad essere stato approvato. In esso non c'è più nessuna condanna e il mondo moderno viene visto con una simpatia inedita, tanto che il documento è stato giudicato peccare di eccessivo ottimismo.
È bene ricordare anche il titolo della Gaudium et spes: «La Chiesa nel mondo contemporaneo» e non «e il mondo contemporaneo» o «di fronte al mondo contemporaneo». La Chiesa si ritiene in cammino con l'umanità, soggetta alle vicende storiche, alle debolezze degli uomini che la guidano, e non è solo la maestra che giudica, condanna o assolve.
Questo atteggiamento del concilio ha avuto un evidente influsso nella dottrina sociale, i cui documenti sono andati evolvendo, adattandosi a questo stile profondamente diverso, cercando di entrare in dialogo con il mondo moderno. Dialogare significa proporre le proprie motivazioni e dare il proprio contributo specifico, ma anche essere disposti a ricevere.
Durante il concilio venne pubblicata la Pacem in terris di Giovanni XXIII, che inizia questo stile nella dottrina sociale, distingue tra l'errore e l'errante, tra teorie filosofiche che non cambiano e movimenti storici che si ispirano ad esse e che possono evolversi anche positivamente e con i quali si può anche collaborare. Poco dopo il concilio uscì la Populorum progressio, che denuncia con linguaggio lapidario le gravissime distorsioni umane ed economiche presenti nel mondo, ma non condanna lo sviluppo, anzi lo definisce «il nuovo nome della pace».
Le encicliche successive hanno adottato lo stesso tono. In particolare la Caritas in veritate, che fa una vera apologia della scienza e la tecnica, denunciandone anche l'ambivalenza. Ma l'enciclica di Papa Ratzinger è piena di volontarismo e di fiducia nell'umanità che, con l'aiuto di Dio, potrà rendere il nostro mondo più degno di essere abitato, anche se la storia umana può conoscere ricadute e sconfitte.
Il nostro mondo è ammalato di catastrofismo. Gli ottimisti hanno poco successo. La dottrina sociale attualmente non fa dell'ottimismo a buon mercato, non nasconde gli immensi problemi da risolvere, ma scommette a favore della speranza.
(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2013)
Una scommessa a favore della speranza
di GianPaolo Salvini
Qualcuno ha definito la dottrina sociale della Chiesa «l'incontro tra il Vangelo e la società», espressione suggestiva, perché precisa subito i due poli tra i quali deve svilupparsi una tensione positiva, creativa, che non si può risolvere eliminando uno dei due poli, ma anzi rafforzando la tensione in modo che ne scaturisca un pensiero vitale e fecondo. La fede infatti non cambia nel suo nucleo fondamentale, ma la società muta in continuazione e muta quindi anche il tipo di luce di cui ha bisogno per il suo cammino.
Nei trattati classici di morale esisteva un capitolo specifico, che si chiamava De iustitita et iure, nel quale sarebbe dovuta nascere e svilupparsi la riflessione in materia sociale. Storicamente però l'avvio è stato diverso. La dottrina sociale della Chiesa è nata con la Rerum novarum di Leone XIII (1891) per rispondere a un'emergenza storica, provocata dalla rivoluzione industriale, dallo sfruttamento disumano dei lavoratori dipendenti soprattutto nelle fabbriche di allora e dalla provocazione rappresentata da soluzioni proposte da altri e che la Chiesa giudicava più pericolose del male a cui si voleva porre rimedio, come il socialismo ispirato al marxismo ateo.
Anche se Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987) dice che la dottrina sociale non è una terza via né un'ideologia, ma «appartiene al campo della teologia, e specialmente della teologia morale», la dottrina sociale ha continuato a svilupparsi seguendo un filone autonomo, scandito dall'apparire periodico di documenti del Magistero, cominciando dal 1931, per aggiornare la Rerum novarum a mano a mano che la società cambiava.
Le prime encicliche sono incentrate sulla cosiddetta «questione operaia» divenuta poi «questione sociale». L'intervento della Chiesa avveniva in difesa del lavoratore, per aprirsi poi all'economia mondiale globalizzata e finanziarizzata di oggi. La dottrina sociale è nata in difesa dei deboli e lo è sempre rimasta, ma allo stesso tempo lotta contro le povertà. Un segno dei tempi da sottolineare è che mentre per sessant'anni si è commemorato il decennale della Rerum novarum, sia la Sollicitudo rei socialis sia l'ultima grande enciclica sociale, la Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI, sono state pubblicate per celebrare la Populorum progressio (1967) di Paolo VI: quasi a dire che l'orizzonte della dottrina sociale si è spostato dal piano nazionale o europeo a quello mondiale.
Anche se i princìpi dai quali la dottrina sociale parte, e in base ai quali illumina la realtà sociale ed economica per poter orientare il comportamento umano alla luce del Vangelo, sono sempre gli stessi --, come la concezione dell'uomo, della giustizia sociale, di uno sviluppo integrale e armonico -- è evidente che la realtà umana è mutevole. Basti pensare ai risultati della scienza e dell'applicazione alla tecnica, alla mobilità e al mondo virtuale e digitale. Il risultato è che la dottrina sociale, che prima concentrava i suoi interventi su un punto specifico, cerca ora di occuparsi dell'intero progetto di Dio sull'umanità, con il risultato che le ultime encicliche sono quasi enciclopedie. Questo è dovuto soprattutto al fatto che il nostro mondo è complesso, molteplice, globale e locale allo stesso tempo, i vari aspetti della vita sociale sono interdipendenti tra loro e i Papi desiderano mostrare di esserne consapevoli. È in certo senso una reazione alla specializzazione esasperata e alla frammentazione delle discipline, che consente spettacolari scoperte, ma con il rischio di perdere di vista l'unicità della vita, anche sociale, e soprattutto il fine delle discipline stesse, che non si trova all'interno di ciascuna disciplina, ma al di fuori di esse. Se uno non è attento, trasforma gli strumenti in fine e perde di vista il senso del cammino. La Caritas in veritate dice esplicitamente che «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli». Ciò a cui mira oggi la dottrina sociale è un nuovo umanesimo e l'uomo nella realtà quotidiana non è diviso in settori.
Un significativo cambiamento è avvenuto anche nel linguaggio, diventato più tecnico, specifico, grazie all'apporto di laici esperti nelle discipline economiche, finanziarie e sociali. Questo spiega il favore incontrato dagli ultimi documenti. Ad esempio imprenditori e sindacalisti vi riconoscono il proprio linguaggio. Il rovescio della medaglia è che più il linguaggio si fa concreto e pertinente alla vita delle imprese o dell'economia finanziaria, più diventa provvisorio, legato alla congiuntura, quindi discutibile e rivedibile. Sui sommi princìpi è relativamente facile trovare l'accordo. Molto meno su determinazioni concrete. Molti imprenditori credenti soffrono per lo scarto tra teoria molto bella e realtà quotidiana che sembra lontana. La dottrina sociale va interiorizzata, deve diventare radice del proprio agire, sapendo che la realtà non è mai l'ideale ma lo incarna.
Un altro aspetto nell'evoluzione della dottrina sociale in questo nuovo secolo è il cambiamento che c'è stato con il Vaticano II nei confronti del mondo moderno. E la dottrina sociale è tutta un confronto con il mondo moderno. Non per nulla essa è nata insieme al mondo moderno come lo intendiamo noi cioè con la rivoluzione industriale. La Chiesa per quasi due secoli si è sempre contrapposta alla modernità e a ciò che essa significava. Dopo il turbine della rivoluzione francese e di ciò di cui essa si faceva portatrice, mentre la rivoluzione industriale portava le sue novità, il Magistero è stato sempre molto critico su tutto ciò che la modernità portava con sé. Questo sia come impostazione dottrinale (basta pensare al Sillabo di Pio IX, anche se le singole proposizioni condannate vanno contestualizzate) sia per l'elevatissimo costo sociale che l'industrializzazione ha richiesto nei primi tempi. In realtà molte conquiste della modernità, come i diritti individuali, sociali, politici, discendono come parte integrante dal messaggio cristiano. Ma chi li ha difesi e rivendicati lo ha fatto in funzione antiecclesiastica e anticristiana, provocando una reazione uguale e contraria da parte della Chiesa, che ha fatto fatica a riconciliarsi con essi, anche per via delle vicende storiche in cui essi prendevano forma, non di rado persecutoria verso la Chiesa.
Il cambiamento si è avuto con il concilio Vaticano II, in particolare la Gaudium et spes: il più lungo dei documenti conciliari e anche l'ultimo ad essere stato approvato. In esso non c'è più nessuna condanna e il mondo moderno viene visto con una simpatia inedita, tanto che il documento è stato giudicato peccare di eccessivo ottimismo.
È bene ricordare anche il titolo della Gaudium et spes: «La Chiesa nel mondo contemporaneo» e non «e il mondo contemporaneo» o «di fronte al mondo contemporaneo». La Chiesa si ritiene in cammino con l'umanità, soggetta alle vicende storiche, alle debolezze degli uomini che la guidano, e non è solo la maestra che giudica, condanna o assolve.
Questo atteggiamento del concilio ha avuto un evidente influsso nella dottrina sociale, i cui documenti sono andati evolvendo, adattandosi a questo stile profondamente diverso, cercando di entrare in dialogo con il mondo moderno. Dialogare significa proporre le proprie motivazioni e dare il proprio contributo specifico, ma anche essere disposti a ricevere.
Durante il concilio venne pubblicata la Pacem in terris di Giovanni XXIII, che inizia questo stile nella dottrina sociale, distingue tra l'errore e l'errante, tra teorie filosofiche che non cambiano e movimenti storici che si ispirano ad esse e che possono evolversi anche positivamente e con i quali si può anche collaborare. Poco dopo il concilio uscì la Populorum progressio, che denuncia con linguaggio lapidario le gravissime distorsioni umane ed economiche presenti nel mondo, ma non condanna lo sviluppo, anzi lo definisce «il nuovo nome della pace».
Le encicliche successive hanno adottato lo stesso tono. In particolare la Caritas in veritate, che fa una vera apologia della scienza e la tecnica, denunciandone anche l'ambivalenza. Ma l'enciclica di Papa Ratzinger è piena di volontarismo e di fiducia nell'umanità che, con l'aiuto di Dio, potrà rendere il nostro mondo più degno di essere abitato, anche se la storia umana può conoscere ricadute e sconfitte.
Il nostro mondo è ammalato di catastrofismo. Gli ottimisti hanno poco successo. La dottrina sociale attualmente non fa dell'ottimismo a buon mercato, non nasconde gli immensi problemi da risolvere, ma scommette a favore della speranza.
(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2013)
lunedì 20 maggio 2013
Dalla “Pacem in terris” di 50 anni fa: un appello più che attuale (Radio Vaticana)
Dalla “Pacem in terris” di 50 anni fa: un appello più che attuale
La Pacem in terris, di cui quest’anno ricorre il 50mo anniversario della pubblicazione, ha rappresentato una risposta al bisogno di pace presente nell’animo umano. È una delle riflessioni emerse al convegno che si è svolto sabato nella sede della rivista “La Civiltà cattolica”. Al microfono di Davide Maggiore, il prof. Roberto Morozzo della Rocca, docente di Storia contemporanea all’università di Roma Tre, si è soffermato sugli elementi di attualità di questa enciclica:
R. – Ci sono anche oggi i segni dei tempi. Papa Giovanni intendeva i segni dei tempi come elementi di speranza nella Storia, e anche oggi ci sono elementi di speranza. La speranza è il fondamento della nostra vita cristiana. Oggi i segni dei tempi potrebbero essere l’unificazione del mondo, potrebbero essere le tante persone di buona volontà che anche oggi operano …
D. – Il riferimento alle persone di buona volontà è un altro dei punti storici della Pacem in terris: è la prima volta che un Pontefice si rivolge anche agli uomini di buona volontà …
R. – Si, esattamente. E’ l’enciclica più famosa del Novecento e più diffusa in tutto il mondo, proprio perché ha questa apertura universale: non si rivolge solo ai cattolici ma si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, quindi a tutta l’umanità.
D. – Qual è il significato e la portata storica di questo appello?
R. – E’ l’appello alla collaborazione per dei buoni fini. Di fronte ai problemi della guerra, che erano quelli che affrontava Giovanni XXIII nell’enciclica, c’era il problema di collaborare tra persone di cultura, di origine, di ideologie differenti. Quindi, l’appello agli uomini di buona volontà è l’appello ad una collaborazione per fini comuni per il bene comune.
D. – La lettera enciclica Pacem in terris è anche un invito a scoprire la comune umanità. Attraverso quali strumenti credenti e non credenti possono fare questo?
R. – Io credo che Papa Giovanni intendesse la comune umanità impegnata per il bene comune, cioè ciò che univa e non ciò che divideva. Gli strumenti sono il dialogo, il colloquio, l’incontro … Non sono i momenti della politica formale, ma sono soprattutto l’incontro umano intorno a ciò che unisce, secondo la famosa espressione: bisogna cercare ciò che unisce e non ciò che divide.
D. – Elemento importantissimo della Pacem in terris è quello che potremmo definire dell’ineluttabilità della pace, del vedere la pace come il destino comune dell’umanità …
R. – Papa Giovanni aveva una visione ottimista della Storia, e quindi vedeva che la storia muoveva verso un ordine positivo – per grazia del Signore, evidentemente. Quindi lui immaginava un’umanità che andasse verso la pace, che è il primo bene che noi possediamo.
© Copyright Radio Vaticana
lunedì 6 maggio 2013
Il filo del rispetto che lega le grandi religioni (Forte)
Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Eufemia.
Etichette:
articoli,
ebrei,
forte,
giovanni xxiii,
papa francesco
mercoledì 1 maggio 2013
Lettere di fede e di amicizia. Lo scambio epistolare fra Roncalli e Montini
Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Eufemia.
Giovanni XXIII, Paolo VI, "Lettere di fede e amicizia (1925-1963)", Studium 2013
Giovanni XXIII, Paolo VI, "Lettere di fede e amicizia (1925-1963)", Studium 2013
Etichette:
giovanni xxiii,
il foglio,
paolo vi,
testi
venerdì 12 aprile 2013
L'attività diplomatica di Roncalli e Montini durante la seconda guerra mondiale (O.R.)
L'attività diplomatica di Roncalli e Montini durante la seconda guerra mondiale
di Roberto Morozzo della Rocca
Negli anni successivi al Vaticano II non era raro vedere Giovanni XXIII e Paolo VI contrapposti, quasi l'uno fosse Papa profetico e l'altro Papa che disciplinava e frenava il rinnovamento conciliare. Proiezioni ideologiche, certo. Molte consimili grida del dissenso cattolico, rilette con distacco storico, oggi fanno sorridere. A spiegare questa divaricazione di giudizi, allora prodottasi, soccorre il ricordo della temperie storica, così diversa tra inizio e fine degli anni Sessanta, quasi passassero non sei anni ma un secolo tra il 1962, quando iniziò il concilio, e il 1968, quando l'Occidente, inconsapevolmente, scambiandola per una rivoluzione politica, imboccò la svolta antropologica della modernità secolare liberale.
Mi è stato chiesto di guardare alle loro sintonie e differenze in un periodo cruciale, la seconda guerra mondiale. Vi troviamo almeno parzialmente una risposta all'interrogativo posto. Inizio dalle sintonie, che sono innanzitutto di ambiente. Sia Roncalli sia Montini lavorano nella diplomazia vaticana. Ed entrambi stanno nel mainstream novecentesco di questa diplomazia che giustamente è stata definita diplomazia pastorale.
Lo studio delle relazioni fra Roncalli e Montini negli anni della seconda guerra mondiale, nel quadro di una comune diplomazia pastorale, smentisce poi un altro luogo comune della storiografia roncalliana. E cioè che il delegato apostolico a Istanbul fosse un outsider del mondo vaticano, un incompreso da parte dei superiori. Interpretazione fondata su qualche espressione di disagio appuntata da Roncalli negli anni d'Oriente rispetto agli organi centrali della Chiesa; ma chi non si lamenta ogni tanto delle persone con cui lavora, magari a ragione?
Sul tema della pace, un'analogia di lavoro e di preoccupazioni tra Montini e Roncalli riguarda i tentativi di entrambi di aprire spiragli di cambiamento, mediazione o pacificazione per giungere alla fine del conflitto. Tuttavia sono contatti molto diversi: Roncalli lavora con von Papen e von Lersner, Montini con i diplomatici accreditati presso la Santa Sede, o con personaggi non a lui abituali, come la principessa Maria José.
Più simili appaiono Montini e Roncalli nell'impegno umanitario. Montini trascorre la guerra impegnato, oltre che nel lavoro diplomatico in senso stretto, nel coordinare l'Ufficio informazioni della Santa Sede, che ricerca notizie soprattutto sui prigionieri di guerra. Inoltre, tra il 1943 e il 1944, durante l'occupazione tedesca di Roma, Montini è l'anima dell'ospitalità ecclesiastica nei conventi e nelle case religiose romane, dove trovano asilo migliaia di ebrei, ricercati politici, renitenti alla leva repubblichina, badogliani. La vicenda è nota. Dopo gli ultimi studi di Enzo Forcella e Andrea Riccardi si può ben dire che fu Pio XII, sebbene mai rilasciasse ordini scritti, a volere questa rischiosa ospitalità. Montini ebbe un ruolo decisivo nel trasmettere la volontà del Papa, con le sue frequenti visite nei luoghi d'asilo. Continuamente Montini riceveva da Pio XII, e gli sottoponeva a sua volta, nomi di persone cui trovare protezione. Il Sostituto è attivissimo su questo delicato fronte, così come in generale nell'assistenza alla popolazione romana. È lui ad accompagnare a San Lorenzo il Papa che esce dal Vaticano dopo i bombardamenti. Una nota speciale mi pare quella dell'attenzione di Montini ai rifugiati per motivi politici: in Laterano, oltre a ebrei, renitenti, militari badogliani, si nasconde in questi mesi quasi l'intero Comitato di liberazione nazionale. Montini, che già progetta quella che sarà la Democrazia Cristiana, cura i rapporti con le personalità politiche.
Parimenti Roncalli si impegna sul piano umanitario. Da una parte cerca di aiutare gli ebrei che passano per la Turchia in cerca di salvezza. Utilizza per questo i suoi numerosi contatti, e si vede dalle sue agende la fitta rete di incontri e relazioni con esponenti di organizzazioni ebraiche di soccorso. Nel raggio d'azione di Roncalli entrano volta a volta ebrei di Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania e di altri Paesi balcanici, mentre il quadro della Shoah gli si fa gradualmente chiaro, accrescendo il suo orrore. «Poveri figli di Israele. Io sento quotidianamente il loro gemito attorno a me. Li compiango e faccio il mio meglio per aiutarli».
D'altro verso Roncalli si occupa attivamente del soccorso alla popolazione della Grecia. Qui nel 1941 e 1942 imperversa la fame, con migliaia di vittime soprattutto fra i bambini. Il delegato apostolico trascorre soggiorni di parecchi mesi sul suolo greco e organizza distribuzioni di cibo e mense popolari. Anche a Istanbul organizza collette fra i cattolici per l'infanzia greca. Intensa è la sua attività diplomatica, ancorché informale, per consentire i rifornimenti via mare della Grecia, sottoposta a blocco navale dagli Alleati. La sua capacità di relazioni e di persuasione ragionevole produce un successo (i britannici sospendono il blocco) che gli procura grande soddisfazione sebbene altri ne prendano il merito.
Sia Montini che Roncalli s'improvvisano agenti umanitari: anche questo li accomuna. Occasionalmente hanno pure contatti operativi, ma l'affinità intrinseca, in questi anni, sta nel dedicarsi a compiti simili con le stesse modalità. Ossia, con l'idea che discrezione, riserbo e silenzio consentano di lavorare più fruttuosamente e di salvare più vite.
Un'ultima analogia fra Roncalli e Montini. Entrambi lavorano tantissimo. Di Montini è ben noto. Per dirla con il trasteverino cardinale Ottaviani: «Montini ci fregava tutti. Era una macchina da lavoro. Era in ufficio prima di noi e se ne andava dopo». Il sostituto iniziava a leggere i documenti al mattino presto, preparandosi alla quotidiana udienza del Papa che neppure il segretario di Stato vedeva così spesso e lungamente. Poi iniziava a ricevere, per almeno tre ore. Nel primo pomeriggio si dedicava al ministero sacerdotale, a Sant'Anna oppure alla Chiesa Nuova dagli oratoriani. A metà pomeriggio tornava in ufficio e lo lasciava a notte inoltrata dopo aver parlato con i collaboratori e lavorato sulla documentazione nella solitudine notturna.
Roncalli aveva un altro approccio al lavoro ma era ugualmente attivissimo. La sua calma e serenità non confliggevano con una grande capacità di lavoro, svolto con una certa inclinazione per gli affari e gli incontri che più gli piacevano. Le agende di Roncalli a Istanbul e Atene attestano un grande impegno di relazioni pubbliche e amicali, con uno scrupolo a far bene evidentemente dettato dalla coscienza e non da interessi politici personali. Senza essere irrequieto, Roncalli amava conoscere volti e situazioni nuove come un pellegrino.
Montini era romano solo d'adozione, e la Curia gli costava adattamento forzoso. Sentiva «il bisogno crescente di studio, di regolarità, di solitudine, di libertà». Il lavoro esigeva da lui una pazienza che non gli veniva naturale. Molto diverse le inclinazioni di Roncalli, che non provava nessun martirio della pazienza nell'incontro umano e anche con interlocutori difficili era abile a orientare i discorsi verso lidi positivi. Certo anche Roncalli si costringeva allo studio e alla riflessione dinanzi a persone e dossier. La sua spontaneità stava in un'attitudine di fiducia confidente nel bene e nella Provvidenza, non in un laisser aller degli affari e dei rapporti umani. Molto diversi erano Montini e Roncalli nella maniera di lavorare e può forse dirsi che ciascuno era adatto al ruolo che in quegli anni ricopriva.
Paradossalmente, a me pare che Roncalli, con il suo rispetto per Roma, con le sue relazioni deferenti e riguardose con tutti in Curia, dai vertici a quelli che chiama «astri minori», fosse più romano e più curiale di Montini. Quest'ultimo doveva conciliare la sua alta collocazione nel governo della Chiesa, essendo il primo interlocutore operativo di Pio XII, con una sensibilità anticuriale che gli veniva da un'insopprimibile indipendenza di pensiero. Montini aveva poi tanti legami con il mondo cattolico italiano extra curiale: il suo orizzonte non era esclusivamente romano, aveva una vasta riserva di relazioni fuori dalla Curia, fino alla Francia. Il Sostituto riteneva «l'accettazione della modernità e della democrazia come una condizione positiva ed ottimale per la Chiesa» in Italia e nel mondo. Antifascista in una Curia dove molti erano al più afascisti o, del tutto legittimamente peraltro, non volevano avere a che fare con la politica, Montini durante gli anni della guerra non perdeva di vista l'obiettivo di una ricostruzione democratica dell'Italia e di un progetto sociale cristiano che fosse terza via tra socialismo e capitalismo. In questo senso era un punto di riferimento per la classe dirigente democristiana in gestazione, da quella sua parte proveniente dal partito Popolare, tra cui si stagliava De Gasperi, a quella più giovane, con Moro e molti ex fucini. La fede di Montini era intrisa di umanesimo, di confronto con la storia, di tensione affinché l'unum necessarium, il Vangelo, grazie alle dovute mediazioni, penetrasse in ogni realtà umana. Era una fede protesa alla lucidità. Montini avrebbe ben potuto far suo il motto di Benedetto XV, «in te Signore ho sperato, non sarò confuso in eterno».
Molto diverso il plafond culturale di Roncalli. Assai meno vibrante di fronte alla politica, alieno da riformismi ecclesiastici, cercatore di tradizioni, sentimenti, antichità e bellezza, più che di culture e modernità, Roncalli assegna a ciascuno un posto nella storia, cui guarda con minore attivismo e inquietudine.
Siamo ormai al cuore del capitolo delle differenze. E allora va detto che Roncalli vive in Oriente un'esperienza particolare, molto lontana dagli abituali orizzonti italiani. La sua visione diventa ecumenica, e lo si può dire al di là delle minuziose verifiche che in ogni sua parola e discorso hanno cercato di stabilire se erano più vicine all'unionismo o all'ecumenismo. Roncalli non rigetta la missione cattolica fra chi cattolico non è, ma in Oriente conosce e accetta il pluralismo delle culture e delle fedi. Spesso li ritiene misteri, ma li accoglie come volontà di Dio. La coabitazione tra genti diverse per etnia, cultura e religione gli appare una realtà positiva, altrimenti sarebbero conflitti permanenti. Vale a questo proposito la famosa omelia della Pentecoste del 1944, quasi a suggello della sua esperienza d'Oriente: «Noi cattolici Latini di Istanbul, e cattolici di altro rito Armeno, Greco, Siriano, ecc., siamo qui una modesta minoranza che vive alla superficie di un vasto mondo con cui abbiamo solo contatti di carattere esteriore. Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti o non credenti di altre religioni (...) Nella luce del Vangelo e del principio cattolico questa è una logica falsa. Gesù è venuto per abbattere queste barriere; egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità, cioè l'amore che lega tutti gli uomini a lui come primo dei fratelli, e che lega lui con noi al Padre».
Per concludere. Fra Montini e Roncalli tra il 1939 e il 1945 c'è molta comunanza di storia e di lavoro. Ci sono anche evidenti differenze di cultura, di temperamento, di sensibilità. Ritornando alle considerazioni iniziali, alla divaricazione tra i due denunciata nel post-concilio, gli anni della guerra non danno affatto l'impressione di una qualche contrapposizione, né di visione e d'idee né di carattere personale. C'è stima reciproca, c'è collaborazione. E ciascuno dei due matura, nella fatica d'un intenso lavoro e nella vista di un mondo in guerra, una pietà e una fortezza d'animo che ispireranno i passi successivi, per entrambi indirizzati al pontificato.
(©L'Osservatore Romano 12 aprile 2013)
Le personali speranze di Melloni sul pontificato di Bergoglio
Clicca qui per leggere l'articolo che non commentero' visto che ci riesce benissimo da solo.
Iscriviti a:
Post (Atom)

